MARCO CLAUDIO MARCELLO



MARCELLO GIOVANE

Nome: Marcus Claudius Marcellus
Nascita: 268 a.c.
Morte: 208 a.c., Venosa
Professione: Politico e Generale
Incarico politico: 222-208 a.c.


LE ORIGINI

Marco Claudio Marcello, ovvero Marcus Claudius Marcellus, (268 circa – Venosa, 208 a.c.) nacque da un ramo plebeo della gens Claudia che aveva anche un ramo patrizio da cui provenne l'imperaore Claudio, nella familia dei Marcelli.

Quest'ultima ebbe rami sia patrizi che plebei, ma per quel che riguarda Marco e la sua familia sembra fosse plebeo nonostante le ambiziose carriere svolte.

Sia la gens claudia che la familia marcella avevano un glorioso passato, tanto che chi veniva meno a quel rispetto veniva cancellato dalla lista dei prenomen.

Però il fatto di essere nato plebeo naturalmente non lo aiutò. I patrizi non vedevano di buon occho l'ascesa di un plebeo sia nei consolati ma soprattutto nelle grandi operazioni militari. Se un plebeo vinceva una guerra per il popolo romano vinceva due volte, perchè era valoroso e perchè era plebeo, visto che la gran parte del popolo era plebea.


Fu un grande generale romano che combattè durante la II Guerra Punica e che conquistò Siracusa. La sua vita e i suoi trionfi furono narrati con piena ammirazione da Tito Livio, che lo definì la "Spada di Roma", per il suo immenso coraggio, per il suo grande ingegno, per le sue grandi capacità di generale e di combattente corpo a corpo. Fu un grande mito dei suoi tempi e di quelli a venire.

LE GLORIE

Marco Claudio Marcello.è stato un politico ma soprattutto un grande generale romano, console per ben cinque volte, vincitore dei Galli insubri, combattè durante la II guerra punica e sopravvisse alla disfatta di Canne. Fu il conquistatore di Siracusa e della Sicilia. Venne eletto console negli anni 222 a.c, 215 a.c., 214 a.c., 210 a.c. e 208 a.c.

Fu nipote di Marco Claudio Marcello, console nel 292 a.c., e pronipote di Marco Claudio Marcello, console nel 331 a.c., nonchè padre di Marco Claudio Marcello, console nel 196 a.c. e nonno di Marco Claudio Marcello, console nel 166 a.c. La familia di Marco fu dunque prestigiosa per valore e gloria e conseguentemente di ceto senatoriale e consolare. Di lui esiste un ritratto reale, impresso su una moneta coniata da un suo discendente nel 42 a.c., ma pure un suo ritratto da giovane pontefice.

Nelle "Vite Parallele", anche Plutarco descrive Marcello come "uomo esperto nelle cose di guerra, esperto nelle armi, forte nella persona, pronto di mano, e per natura, amico della guerra. Nel combattere corpo a corpo, fu in certo modo, superiore a sé stesso, perché non rifiutò mai disfide e sempre quanti lo provocavano, uccise. Soleva dire Annibale che Fabio Massimo temeva come di maestro, e Marcello, come avversario, perché dall'uno gli si era impedito di far male ad altri, e dall'altro era danneggiato pur egli."



GUERRA CONTRO GLI INSUBRI

Marco era il nipote dell'omonimo e glorioso Console del 287 a.c., e fu molto apprezzato per il suo
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MARCO CLAUDIO MARCELLO
coraggio e la sua abilità, tanto che fu nominato Edile Curule, Pretore ed infine Console per la prima volta nel 222, tutto nello stesso anno.

Gli Insubri, tre anni prima, avevano condotto una pericola offensiva contro i Romani, fermata a Talamone con una battaglia epica.

Polibio narra che per l'invasione del territorio romano-italico i celti costituirono la più grande coalizione mai realizzata contro i romani; dopo combattimenti sanguinosi, si concluse con la completa vittoria romana l'esercito celtico venne in gran parte distrutto o catturato.

Ora i Romani, respinte le proposte di pace degli Insubri, assediavano Acerrae, località tra il Po e le Alpi. I Romani avevano occupato tutte le posizioni strategiche attorno alla città ma no riuscivano ad espugnarla, allora gli Insubri, rafforzati da circa trentamila mercenari, tentarono una diversione su Clastidium, alleata di Roma.

Saputa la notizia i Romani, non abbandonando l'assedio di Acerrae, ma inviarono la cavalleria con parte dei fanti a soccorrere gli alleati. Gli Insubri, lasciata Clastidium, avanzarono contro l'esercito romano che riuscì a circondarli, per cui dovettero ritirarsi verso un fiume dove molti affogarono, altri furono invece uccisi dai Romani. 

Fu qui che il console Marcello, riconosciuto il re nemico Virdumaro dalle insegne e dalle vesti, lo sfidò ad un duello personale. Non fu di quelle sfide che pongono fine alla battaglia, perchè questa intorno continuò, ma il duello fu combattuto corpo a corpo senza che nessuno, per volontà dei due re, intervenisse. Marcello vinse l'avversario e lo uccise sul campo.

Terminata la battaglia consacrò sul campo le spoglie a Giove Feretrio, portandole poi al tempio. Poi, Marcello poté aiutare il resto dell'armata romana presso Mediolanum che venne da lui espugnata.

Marcello fu il terzo, e l'ultimo tra i Romani, a ricevere l'onore delle "spolia opima", gesto glorioso
registrato nei Fasti Capitolini e raccontato da Tito Livio e da Plutarco. La Spolia Opima si riferiva all'armatura, alle armi e agli altri effetti che un generale romano traesse come trofeo dal corpo del comandante nemico ucciso in singolar tenzone, e che dovevano essere offerte nel tempio di Giove Feretrio sul Campidoglio. 

Benché i Romani riconoscessero e mostrassero altre specie di trofei, come le insegne ed i rostri delle navi nemiche, le spolia opima erano considerate le più onorevoli da vincere e quelle che davano maggior fama a chi le conquistava. Infatti questo onore del generale Marcello restò negli annali di Roma e pochi generali furono onorati e tramandati come lui che divenne un mito romano per contemporanei e posteri.

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MARCO OFFRE LA SPOGLIA OPIMA
Infatti Marco Claudio divenisse protagonista di una delle più antiche opere della letteratura latina, la "Fabula praetexta" di Nevio, intitolata Clastidium.
Marcello ebbe inoltre l'onore del trionfo, che viene ricordato nei Fasti triumphales capitolini con le seguenti parole:
« M. CLAUDIUS M. F. M. N. MARCELLUS AN. DXXXI
COS. DE GALLEIS INSUBRIBUS ET GERMAN
K. MART. ISQUE SPOLIA OPIMA RETTULIT
REGE HOSTIUM VIRDUMARO AD CLASTIDIUM
INTERFECTO »

Inoltre la battaglia di Clastidium venne descritta da Polibio e pure da Plutarco in Marcellus. Ad essa si riferiscono Cicerone nelle Tusculanae, Tito Livio, Valerio Massimo nelle Memorabilia, e gli epitomatori Floro ed Eutropio.

Anche Virgilio nell'Eneide ricorda l'impresa di Marcello:

« Aspice, ut insignis spoliis Marcellus opimis
ingreditur uictorque uiros supereminet omnis.
Hic rem Romanam magno turbante tumultu
sistet eques, sternet Poenos Gallumque rebellem,
tertiaque arma patri suspendet capta Quirino
. »


In quanto al collega di Marcello, Gneo Cornelio Scipione Calvo. questi  combatté nella II guerra punica in Iberia (Spagna) dal 217 al 211, e venne ucciso nella battaglia della Betica Superiore nel 211 a.c. poco dopo la morte di suo fratello minore. Triste destino per i due fratelli: entrambi comandanti capaci, entrambi eletti consoli ed entrambi uccisi in Spagna dopo che i loro eserciti si erano separati.

Comunque Marco li vendicò e vendicò pure Gaio Flaminio Nepote che era stato sconfitto dagli Insubri che uscivano da Acerra attaccando e ritirandosi (226 circa). Per quanto Gaio Flamnio li avesse poi sconfitti in battaglia, il nome di Roma era stato oltraggiato. Nessun popolo poteva vantarsi impunemente di aver inflitto a Roma una sconfitta. Poteva essere un precedente pericoloso per altri tentativi del genere.

Già tre anni prima Marco Claudio Marcello aveva combattuto gli Insubri, che avevano condotto una pericolosissima offensiva contro gli stessi Romani, fermata a Talamone con una delle battaglie che, per le forze in campo, fu considerata tra le maggiori dell'antichità. I Romani, respinte le proposte di pace degli Insubri, assediavano Acerrae, località tra il Po e le Alpi presso Pizzighettone, tra Cremona e Lodi.

Così Marco assediò il fortino insubre di Acerrae (presso Pizzighettone) per stanare gli insubri dalle loro fortezze e altrettanto fece a  Clastidium (Casteggio) dove addirittura trionfò ottenendo le spoliae opimae: il massimo onore per un generale romano, conseguito per la terza ed ultima volta nella storia romana con l'uccisione durante un corpo a corpo con Viridomaro (o Virdumaro).

I Romani riconobbero solo tre casi in cui vennero elargite le spolia opima. In realtà furono due, perchè nel primo caso Romolo se le elargì da solo, quando vinse Acrone, re dei Ceninensi.

All'epoca ancora usava che i combattimenti si risolvessero talvolta con la sfida tra i capi o tra i campioni, come ad esempio tra Orazi e Curiazi. Per cui un capo doveva essere forte, bravo nelle armi e disposto a morire. Con l'allargamento dell'esercito poi i Romani privilegiarono i comandanti che sapessero fare strategie militari.



LA SPOLIA OPIMA

Plutarco:
« Romolo tagliò all'interno dell'accampamento romano una quercia molto grande, dandole la forma di un trofeo e vi appese le armi di Acrone... egli personalmente, indossata una veste, mise sulla testa dai lunghi capelli, una corona di alloro. Sollevando il trofeo, che teneva appoggiato sulla spalla destra, camminò intonando i canti della vittoria, seguito dall'esercito e accolto dai cittadini con gioia e stupore. Questa processione costituì un modello a cui ispirarsi per quelle future da celebrare. Il trofeo fu dedicato a Giove Feretrio. »
(Plutarco, Vita di Romolo.)

CONIO CELEBRATIVO PER MARCELLO, IN RICORDO
DELLA CONQUISTA DELLA SICILIA
Il secondo fu Aulo Cornelio Cosso (Console nel 428 a.c.) che nella battaglia di Fidene uccise il re di Veio Tolumnio, re di Veio nel 437 a.c, e il terzo fu Marco Claudio Marcello che uccise Viridomaro, re degli Insubri della Gallia cisalpina. E sembra che Cosso e Marcello abbiano sfilato su una quadriga, trasportando personalmente i trofei.

Così Marco Claudio Marcello sconfisse gli Insubri e i loro alleati Comensi, uccidendo ben 40.000 nemici. Sono 28 i centri limitrofi (castella), dipendenti dalla città fortificata di Como (Comun Oppidum), che si arresero ai Romani.

Con un successivo scontro con Insubri e Boi (191) si chiuse per lungo tempo la lotta tra Romani e Galli.
La guerra finì poco dopo con la vittoria dei Romani e l'occupazione da parte dei due Consoli di Mediolanum (Milano).

L'onore del trionfo di Marco viene così ricordato nei Fasti triumphales capitolini:

M. CLAUDIUS M. F. M. N. MARCELLUS AN. DXXXI
COS. DE GALLEIS INSUBRIBUS ET GERMAN
K. MART. ISQUE SPOLIA OPIMA RETTULIT
REGE HOSTIUM VIRDUMARO AD CLASTIDIUM
INTERFECTO



BATTAGLIA DI TALAMONE

Per l'occasione venne formata la più grande coalizione celtica mai realizzata contro i romani; gli emiliani Boi, i lombardi Insubri ed i piemontesi Taurini oltre a molti mercenari, chiamati Gesati, che combattevano completamente nudi con il solo torque al collo..

Il confine settentrionale dell'impero romano non era affatto sicuro. I Galli Boi favevano scorrerie sul territorio romano. I Romani, per contro, avevano sconfitto i Liguri nel 233 a.c. Inoltre il Senato, approvando una legge voluta dal tribuno Gaio Flaminio Nepote, stabiliva di dividere i territori sottratti ai Galli tra la plebe. Per i Galli fu una provocazione; e radunarono un'armata composta dalle varie popolazioni ostili a Roma.

Polibio narra che nella battaglia si riunirono 50.000 fanti e 25.000 cavalieri. L'esercito alleato era comunque inferiore di numero a quello romano. L'alleanza ebbe anche l'appoggio dei Liguri; gli Etruschi consentirono l'avanzata verso sud dei celti in armi, e i Gesati si ricongiungono con le truppe dei celti cisalpini sul Po. I comandanti dell'esercito celtico, i re Concolitano ed Aneroesto, diedero l'ordine di marciare verso Roma passando per il territorio etrusco.

I Romani disponevano di quattro legioni di Gaio Atilio Regolo e Lucio Emilio Papo e di due corpi d'armata alleati: uno sabino-etrusco e l'altro veneto-cenomane.
L'esercito celtico si diresse verso l'Argentario, forse in vista di uno sbarco di Cartaginesi alleati; ma vennero attaccati prima dalle legioni romane presso Talamone.


Polibio - Storie:

« I Celti si erano preparati proteggendo le retroguardie, da cui si aspettavano un attacco di Emilio, provenendo i Gesati dalle Alpi e dietro di loro gli Insubri; di fronte a loro in direzione opposta, pronti a respingere l'attacco delle legioni di Gaio, misero i Taurisci ed i Boi sulla riva destra del Po. 

I loro carri stazionavano all'estremità di una delle ali, mentre adunarono il bottino su una delle colline circostanti con soldati a protezione. 
Gli Insubri ed i Boi indossavano pantaloni e lucenti mantelli, mentre i Gesati avevano evitato gli indumenti per orgoglio, tanto da rimanere nudi, con indosso solo le armi, pensando che il terreno era coperto di rovi dove potevano impigliarsi i vestiti e impedire l'uso delle armi. 
Dapprima la battaglia fu limitata alla sola zona collinare, dove tutti gli eserciti si erano rivolti. Tanto grande era il numero di cavalieri da ogni parte che la lotta risultò confusa. In questa azione il console Caio cadde, combattendo con estremo coraggio, e la sua testa fu portata al capo dei Celti, ma la cavalleria romana, dopo una lotta senza sosta, alla fine prevalse sul nemico e riuscì a occupare la collina.

La battaglia si sviluppò tra tre eserciti. I Celti, con il nemico che avanzava su di loro da entrambi i lati, erano in posizione pericolosa ma avevano anche uno schieramento più efficace, in quanto combattevano contro i loro nemici, e proteggevano entrambi le retrovie; vero che non avevano alcuna possibilità di ritirata o fuga in caso di sconfitta, a causa della formazione su due fronti.

I Romani erano stati da un lato incoraggiati, avendo stretto il nemico tra i due eserciti, ma dall'altra erano terrorizzati per la fine del loro comandante, oltreché dal terribile frastuono dei Celti, che avevano numerosi suonatori di corno e trombettieri, e tutto l'esercito alzava il grido di guerra. Molto terrificanti erano anche l'aspetto e i gesti dei guerrieri celti, nudi davanti ai Romani, tutti di grande vigore fisico coi loro capi riccamente ornati con torques e bracciali d'oro. 
Al tempo stesso la prospettiva di ottenere questi oggetti come bottino, rese i romani due volte più forti nella lotta. Quando gli hastati avanzarono, dai ranghi delle legioni romane cominciarono a lanciare i giavellotti, i Celti delle retroguardie risultavano ben protetti dai loro pantaloni e mantelli, ma le prime file, dove erano i guerrieri nudi si trovavano in situazione difficile.
E poiché gli scudi dei Galli non proteggevano l'intero corpo, ciò si trasformò in uno svantaggio, e più erano grossi e più rischiavano di essere colpiti. Alla fine, incapaci di evitare la pioggia di giavellotti a causa della distanza ravvicinata, alcuni di loro, nella rabbia impotente, si lanciarono selvaggiamente sul nemico, sacrificando le loro vite, mentre altri, ritirandosi verso le file dei loro compagni, provocarono un grande disordine per la loro codardia. 


Allora furonoi Gesati ad avanzare verso gli hastati romani, ma il corpo principale degli Insubri, Boi e Taurisci, una volta che gli hastati si erano ritirati nei ranghi (dietro i principes), furono attaccati dai manipoli romani, in un terribile "corpo a corpo". Infatti, pur essendo stati fatti quasi a pezzi, riuscivano a mantenere la posizione contro il nemico, grazie ad una forza pari al loro coraggio, inferiore solo nel combattimento individuale per le loro armi. Gli scudi romani erano molto più utili per la difesa e le loro spade per l'attacco, mentre la spada gallica va bene solo di taglio, non di punta. Alla fine, attaccati da una vicina collina sul loro fianco dalla cavalleria romana, guidata alla carica in modo vigoroso, la fanteria celtica fu fatta a pezzi, mentre la cavalleria fu messa in fuga. »

I FASTI CAPITOLINI (frammento)
Circa 40.000 Celti furono uccisi ed almeno 10.000 fatti prigionieri, tra i quali il loro re Concolitano. L'altro re, Aneroesto, riuscì a fuggire e si suicidò con i suoi compagni.  Anche il console Gaio Atilio Regolo fu ucciso.
Il console Emilio Papo, raccolto il bottino, lo inviò a Roma, restituendo il bottino dei Galli ai legittimi proprietari. Con le sue legioni, attraversata la Liguria, invase il territorio dei Boi, e dopo aver permesso il loro saccheggio ai suoi uomini, tornò a Roma. Inviò, quale trofeo sul Campidoglio, le collane d'oro dei Galli, mentre il resto del bottino e dei prigionieri fu usato per il suo ingresso in Roma e ad ornare il suo trionfo.

Così furono distrutti i Celti, che con la loro invasione avevano minacciato i popoli italici ed i Romani. Questo successo incoraggiò i Romani, tanto da credere possibile espellere completamente i Celti dalla pianura del Po. 
Entrambi i consoli dell'anno successivo, Quinto Fulvio e Tito Manlio, furono quindi inviati contro di loro con una grossa forza di spedizione, costringendo i Boi a chiedere la pace a Roma, sebbene il resto della campagna non ebbe ulteriori successi, a causa delle piogge incessanti e di una violenta epidemia.

Per soccorrere Acerrae circondata dai Romani, gli Insubri, rafforzati da circa trentamila mercenari della valle del Rodano, i gesati, tentarono una diversione su Clastidium, importante località dei liguri che,  per timore degli Insubri, già l'anno prima avevano accettato l'alleanza con Roma.



BATTAGLIA DI CLASTIDIUM

Saputa la notizia i Romani, non abbandonando gli Insubri e l'assedio di Acerrae, inviarono la cavalleria con parte dei fanti a soccorrere gli alleati. 

Gli Insubri, lasciata Clastidium, avanzarono contro il nemico, ma furono attaccati violentemente dalla cavalleria romana. 
Dopo una certa resistenza, attaccati anche alle spalle e alle ali dai Romani, dovettero ritirarsi disordinatamente, e furono spinti verso un fiume, dove in gran numero trovarono la morte. 

Gli altri furono invece uccisi dai Romani. Lo stesso console Marcello, riconosciuto il re nemico Virdumaro dalle ricche vesti, lo attaccò uccidendolo di persona.
Allora i Romani raggiunsero Mediolanum (Milano), capitale nemica, e la conquistarono dopo breve assedio. 

Così Marcello, che consacrò le spolia opima (ricche vesti) di Virdumaro a Giove Feretrio, divenne protagonista di una delle più antiche opere della letteratura latina, la fabula praetexta di Nevio, intitolata appunto Clastidium.

L'avvenimento fu registrato nei Fasti Capitolini e raccontato da Tito Livio e Plutarco.

« M. CLAUDIUS M. F. M. N. MARCELLUS AN. DXXXI
COS. DE GALLEIS INSUBRIBUS ET GERMAN
K. MART. ISQUE SPOLIA OPIMA RETTULIT
REGE HOSTIUM VIRDUMARO AD CLASTIDIUM
INTERFECTO »
(Inscriptiones Italiae, XIII, I, Ib)

Marcello ebbe l'onore del trionfo, ricordato nei Fasti triumphales capitolini con le seguenti parole:
"Insieme al collega Scipione Calvo prese infine Milano, capitale insubre, ponendo fine alla guerra".

La Battaglia di Clastidium  ebbe luogo nel 222 a.c., probabilmente il 1º marzo, e venne descritta nei particolari da Polibio e, in modo un po' più romanzato, da Plutarco (Marcellus), ma venne ricordata pure da Cicerone (Tusculanae), Tito Livio, Valerio Massimo (Memorabilia), e vi allusero gli epitomatori (autori di compendi) Floro ed Eutropio.

Anche Virgilio nell'Eneide ricorda l'impresa di Marcello:
« Aspice, ut insignis spoliis Marcellus opimis
ingreditur uictorque uiros supereminet omnis.
Hic rem Romanam magno turbante tumultu
sistet eques, sternet Poenos Gallumque rebellem,
tertiaque arma patri suspendet capta Quirino.
» 

"Osserva come Marcello, insigne per le spoglie opime, 
avanza e da vincitore supera tutti gli eroi. 
Costui, da cavaliere, per primo sistemerà lo stato romano, 
sconvolto da un grande tumulto, 
per secondo vincerà i Puni ed il Gallo ribelle, 
e per terzo appenderà al padre Quirino le armi catturate."


GUERRA IN CAMPANIA  (216-215 a.c.)

Rientrato a Roma, vennero indette nuove elezioni e Marcello fu eletto console al posto di Lucio 

Postumio Albino, ma poiché gli auguri dichiararono che nell'elezione vi era stato un vizio di forma e che mai prima di allora erano stati eletti due consoli plebei, Marcello rinunciò alla carica e il suo posto venne preso da Quinto Fabio Massimo Verrucoso. 

Marcellus (by George Crabbe).PNGIn realtà si pensa che gli auguri non volessero due consoli plebei, anche se in seguito se ne ebbero più volte.

Lucio Postumo Albino, già eletto console romano nel 234 a.c., aveva combattuto e vinto contro i Liguri. 

Di nuovo console nel 229 a.c., sconfisse gli Illiri che sconfisse nel 228 a.c.. 

Nel 216 a.c., invece, durante la II guerra punica, venne inviato nella Gallia Cisalpina come pretore. 

Rieletto console per l'anno successivo, il 215 a.c. venne sconfitto dai Galli Boi nella Battaglia della Selva Litana e in battaglia. Galli Boi usarono la sua testa per farne una coppa per libare agli Dei.

I romani temevano molto sia Annibale che le incursioni dei barbari dal nord. Ora avevano bisogno di un mito che ridesse loro la speranza. 

A Marcello venne affidato nuovamente l'esercito che stava a difesa di Nola, presso Suessula, come proconsole. Intanto nel corso della I guerra punica aveva militato contro Amilcare Barca in Sicilia.
Così nel 215 a.c., tornò in Campania, dopo che era stato eletto proconsole; con due nuove legioni urbane, che furono prima convocate a Cales e poi trasferite nell'accampamento sopra Suessula. 

Poiché il console designato L. Postumio Albino era stato ucciso, i senatori attendevano che l'altro console indicesse i comizi centuriati per scegliere il collega, ma quando si accorsero che Marcello, che essi volevano creare console per quell'anno in virtù delle felici imprese condotte l'anno precedente, veniva allontanato da Roma, nella curia si levò un fremito di protesta. Il console Tiberio Sempronio Gracco, allora, preferì sospendere i comizi in attesa che Marcello tornasse in città.

- Nel 216 a.c., durante la II guerra punica, dopo la disastrosa sconfitta a Canne, Marco Claudio aveva preso il comando di ciò che rimaneva dell'esercito romano a Canusium. Benché non riuscisse ad evitare la caduta di Capua, protesse Nola e la Campania meridionale. Alla fine del 216 a.c. organizzò a Roma i Ludi Plebei per tre volte.
Marcello vinse in combattimento, a Nola (215 a.c.), contro l'esercito di Annibale, dando così ai Romani una speranza migliore per l'esito finale della guerra.

- 210 - Claudio Marcello venne eletto nuovamente console per il 210 a.c. insieme a Marco Valerio Levino. Quando ne assunse la carica, si diresse in senato in omaggio alla consuetudine, dichiarando che poiché il collega Marco Valerio Levino era assente (si trovava ancora lungo il fronte macedonico), non avrebbe trattato alcun argomento che riguardasse la Res publica o le province. 

Egli sapeva che molti Siciliani si trovavano nei pressi di Roma, ospitati nelle ville dei suoi avversari politici. Egli poi non avrebbe tollerato di trattare altra questione, se non quella dei Siciliani, una volta che fossero stati introdotti in senato. L'interruzione dei lavori in senato, alimentò però il mormorio della gente che protestava contro la lunghezza della guerra e criticava ambedue i consoli eletti, giudicandoli uomini troppo irrequieti e bellicosi.

Tito Livio racconta che Marco Cornelio Cetego, il pretore succeduto a Marcello in Sicilia, aveva raccolto un gran numero di persone a Roma, per protestare contro di lui con false denunce, facendo credere poi che la guerra in Sicilia durasse ancora, per gettare discredito su Marcello, ma questi non perse la calma.

Cetego aveva al suo seguito il chiliarca (capo di 1000 uomini) ispanico Merico, che già aveva preso parte alla conquista di Siracusa da parte di Marco Claudio Marcello nel 212 a.c..

Nella notte precedente la festa dei Quinquatri ( festività dedicata a Minerva, con consacrazione delle armi a Marte, celebrata il 19 marzo, cinque giorni dopo le idi di marzo).scoppiò un incendio intorno al Foro romano in più punti. Furono incendiate le carceri, il mercato del pesce e l'atrio della Regia. Il tempio di Vesta venne a fatica salvato, grazie soprattutto a tredici schiavi, che furono subito dopo riscattati a spese pubbliche e liberati.
L'incendio era evidentemente doloso, considerando che il fuoco era stato appiccato in più luoghi. Marcello, su invito del senato, dichiarò pubblicamente che chi avesse denunciato chi aveva appiccato il fuoco avrebbe avuto in premio: se libero del denaro, se schiavo la libertà.

Un servo della famiglia campana dei Calavii, di nome Manus, denunciò i suoi padroni e cinque giovani nobili di Capua, i cui genitori erano stati decapitati da Quinto Fulvio Flacco. Furono prima gettati in carcere e, dopo un regolare processo nel quale tutti confessarono, furono giustiziati. All'accusatore che li aveva denunciati venne donata la libertà oltre ad un premio di ventimila assi. 

Nel sorteggio delle province, ricevette la Sicilia, ma fece scambio col collega Levino, dopo un'ampia discussione in Senato, dopo aver sentito anche le lamentele dei Siracusani che alla fine si scusarono e furono perdonati dal console in carica.

« Furono inviati in Campidoglio due senatori per invitare Marcello a tornare nella curia. Vennero quindi ammessi anche i Siciliani e fu comunicata la decisione del senato. Gli ambasciatori [siciliani], accolti benevolmente e congedati, si gettarono ai piedi di Marcello pregandolo di perdonarli per essersi solo lamentati per la propria sventura, e di prendere loro e la città di Siracusa sotto la sua protezione come clienti. Il console, dopo essersi rivolto a loro in modo benevolo, promise di accogliere le loro richieste e li congedò. »
(Livio, XXVI, 32.7-8.)

Ottenne così alla fine l'Italia, con l'incarico di condurre la guerra contro Annibale.

GUERRA IN SICILIA - (214-212 a.c.)

« Si racconta che Marcello, una volta entrato in Siracusa attraverso le mura [...] come vide davanti ai suoi occhi la città, che a quel tempo era forse fra tutte la più bella, abbia pianto in parte per la gioia di aver condotto a termine un'impresa così grande, in parte per l'antica gloria della città. » 

(Livio, XXV, 24.11.)

Durante la I guerra punica Marco si era battuto contro il generale cartaginese Amilcare Barca (270 – 226 a.c.in Sicilia. Nel 216 a.c., durante la II guerra punica, dopo la disastrosa sconfitta a Canne, prese il comando di ciò che rimaneva dell'esercito romano a Canusium (Canosa). Non salvò Capua, ma protesse Nola e la Campania meridionale.

Nel 215 fu nominato console suffectus. Nel 214 andò in Sicilia come console, durante la sommossa dei Siracusani, mentre l'altro console era Quinto Fabio Massimo Verrucoso, detto il Temporeggiatore, durante la sommossa dei Siracusani. Attaccò la colonia greca Leontini ed assediò Siracusa, ma l'abilità del matematico Archimede respinse tutti i suoi attacchi contro la città.

Per due volte gli venne confermato il comando come proconsole, finchè riuscì ad aprirsi il varco nella città, dopo un assedio di due anni, catturandola nel 212 a.c. nonostante l'arrivo di rinforzi cartaginesi. 
Plutarco ci descrive Marcello come un amante della lingua e della cultura greca e riferisce il suo dispiacere nel lasciare che i propri soldati saccheggiassero Siracusa.

All'alba, infatti, forzato l'Esapilo, Marcello, entrato in città con l'esercito, spinse ciascuno a portare aiuto alla città ormai occupata. Epicide dall'Isola, che i Siracusani chiamano Naso, partì con marcia veloce in direzione degli scontri, convinto di poter ricacciare i Romani. Ma quando incontrò i cittadini spaventati, li rimproverò accrescendo la confusione. E quando vide che i luoghi intorno all'Epipoli erano pieni di soldati romani, fece retrocedere i suoi verso l'Acradina.

Per evitare che l'intera città fosse data alle fiamme, ricordandone l'antica gloria, prima di muovere le insegne verso l'Acradina, Marcello mandò avanti quei Siracusani che in precedenza si erano uniti ai presidi romani, affinché con discorsi calmi e moderati, convincessero i Siracusani tutti, alla resa.
Marcello, da uomo generoso qual'era, risparmiò le vite di gran parte degli abitanti ordinando ai suoi soldati di non ucciderli. Nonostante ciò, Archimede morì per errore.  Marcello condusse i tesori d'arte a Roma, ottenendo un'ovazione.

Marcello, il quale non aveva dato l'ordine di ucciderlo, deplorò l'assassinio: "distolse lo sguardo dall'uccisore di Archimede come da un sacrilego", in seguito il soldato venne ucciso per squartamento. Poco dopo Marcello ottenne una nuova vittoria nei pressi del fiume Imera contro le forze congiunte greco-puniche di Epicide, Annone e Muttine. Questa fu l'ultima battaglia di Marcello in Sicilia.

All'inizio del 211 a.c. il senato romano prorogò a Marcello il comando come proconsole, affinché conducesse a termine la guerra in Sicilia. Nel caso avesse avuto bisogno di rinforzi, poteva prendere i soldati dalle legioni che il propretore Publio Cornelio Lentulo comandava in Sicilia, a condizione che non scegliesse alcun soldato fra quelli a cui il senato aveva rifiutato il congedo e il ritorno in patria, prima che terminasse la guerra.
 
Alla fine dell'estate del 211 a.c., fu accolto dal pretore Gaio Calpurnio Pisone e dal senato, radunato nel tempio di Bellona a Roma. Fece rapporto sull'intera campagna militare che aveva portato alla resa di Siracusa lamentando di non aver avuto permesso di condurre in patria l'esercito, quindi chiese il trionfo, ma non l'ottenne perchè non aveva ancora concluso la guerra. 
 
Per contro, avendo portato nella capitale anche una grande quantità di tesori d'arte, gli venne concessa un'ovazione. Si trattava del primo caso di una pratica diventata comune in séguito.
 
« I tribuni della plebe, su invito del senato, proposero al popolo di votare a favore della legge, affinché Marcello conservasse il comando nel giorno in cui entrava in Roma per la cerimonia dell'ovazione. Il giorno precedente al suo ingresso in città, Marcello celebrò il trionfo sul monte Albano e il giorno seguente entrò in Roma, facendosi precedere da un grande bottino di guerra. » 
(Livio, XXVI, 21.5-6)


ARCHIMEDE
 
Marcello portò i tesori d'arte a Roma, ma nulla tenne per sè consegnando le spoglie nei templi di Honor e Virtus.Tra questi tesori vi era anche il famoso planetario di Archimede di cui si persero poi le tracce.
Un ingranaggio probabilmente appartenuto al planetario di Archimede è stato rinvenuto nel luglio del 2006 a Olbia. 
Secondo una ricostruzione il planetario, che sarebbe stato tramandato ai discendenti del conquistatore di Marcello, potrebbe essere andato perso nel sottosuolo cittadino di Olbia (probabile scalo del viaggio) prima del naufragio della nave che trasportava Marco Claudio Marcello (console 166 a.c.) in Numidia.





LA II GUERRA PUNICA

Ottenne così alla fine l'Italia, con l'incarico di condurre la guerra contro Annibale. 

ANNIBALE CHE RITROVA IL CORPO ESANIME DI MARCELLO
le battaglie:
(219 a.c.) Sagunto
(218) Cissa – Ticino – Trebbia
(217) Ebro - Lago Trasimeno
(216) Canne – Selva Litana - I Nola
(215) II Nola
(214) III Nola
(212) I Capua – Silaro – I Herdonia – Siracusa
(211) Baetis superiore – II Capua
(210) II Herdonia – Numistro
(209 a.c.) Ascoli – Cartagena
(208 a.c.) Baecula
(207.) Grumento – Metauro
(206) Ilipa
(204.) Crotone
(203) Campi Magni
(202 a.c.) Zama

Claudio Marcello dedicò due templi alle divinità di Honos (Onore) e di Virtus (Virtù militare), poi fu nominato nuovamente Console nel 210, e Tito Livio racconta che, una volta reclutato l'esercito, si iniziò a procedere all'arruolamento dei rematori delle flotte.

Tuttavia, poiché non vi erano né uomini a sufficienza per la marina, né vi era sufficiente denaro nelle casse dello stato per procurarsi i rematori e stipendiarli, i consoli decretarono che fossero i cittadini privati, in proporzione alle loro possibilità ed alla classe sociale di appartenenza, a stipendiare i rematori e fornire loro il necessario vettovagliamento per trenta giorni.

Questa imposizione fece nascere fra i cittadini una ribellione che solo grazie all'intervento dei consoli venne sedata. I consoli, infatti, proposero che l'intera classe dirigente senatoriale desse l'esempio, tassandosi per primi. Alla proposta dei consoli, tutti acconsentirono con grande ardore. Sciolto quindi il senato, ciascuno, secondo le sue sostanze, portò all'erario oro, argento e somme di denaro, facendo a gara tra loro a chi sarebbe stato segnato nei pubblici registri tra i primi, tanto che non bastarono né i triumviri per ricevere i doni, né gli scrivani per registrare i nomi.

All'esempio dell'ordine equestre, seguì quello dell'intero popolo di Roma. E così, senza decreti, senza alcun obbligo da parte dei magistrati, la repubblica ebbe i necessari rematori supplementari. Alla fine, concluso ogni preparativo di guerra, i consoli partirono per le rispettive province.

« La perdita di questo squadrone di cavalleria [numida] fu per Annibale molto più grave della perdita di Salapia; in seguito infatti Annibale non ebbe più quella superiorità nella cavalleria, grazie alla quale era stato di gran lunga il più forte. »
(Livio, XXVI, 38.14.)
 
Stavolta insieme a Marco Valerio Levino, conquistò Salapia in Apulia, che si era rivoltata a favore di Annibale. Catturò la città con l'aiuto della fazione romana là presente e annientò la guarnigione numida.


GUERRA IN APULIA (210 a.c.)
 
La guerra che seguì vide da parte di Marcello, la presa di Salapia in Apulia (210 a.c.), che si era rivoltata a favore di Annibale. Catturò la città con l'aiuto della fazione romana là presente e annientò la guarnigione numida. Tito Livio scrive:
 
"Credendo poi che Annibale stesse ripiegando verso la Calabria (Bruttium), i due eserciti romani mossero verso i Sanniti, che subito abbandonarono ogni idea di secessione, e vi strapparono con la forza le città di Marmoree e di Mele, dove furono sconfitti circa 3.000 soldati di Annibale, che vi erano stati lasciati come guarnigione. L'occupazione di queste due città produsse, non solo un ricco bottino che fu lasciato ai soldati, ma anche 240.000 moggi di grano e 110.000 di orzo. Purtroppo la gioia di queste conquiste fu annullata dalla grave sconfitta subita dai Romani di lì a pochi giorni, non lontano dalla città di Erdonia."

Lo stesso proconsole, Gneo Fulvio Centumalo Massimo, cadde insieme ad undici tribuni militari. Livio afferma di non essere certo di « quante migliaia di soldati siano state trucidate in quella battaglia », ricordando che alcuni storici parlavano, chi di 13.000 e chi di non più di 7.000.
 
Annibale riuscì ad impadronirsi anche degli accampamenti e del loro bottino. Poi dette alle fiamme Erdonea, trasferendo i suoi abitanti a Metaponto e Turii, poiché temeva che la città avrebbe scelto di passare dalla parte dei Romani. Intanto l'esercito romano superstite, riuscì a raggiungere nel Sannio il console Marcello.
 
Questi, per nulla spaventato dalla grande disfatta subita dal proconsole, scrisse una lettera al senato informandolo della morte di Gneo Fulvio e della perdita della città Erdonea, annunciando che si sarebbe diretto contro Annibale, visto che in passato era stato lui a battere il condottiero cartaginese, subito dopo la battaglia di Canne. Non aveva intenzione di dargli tregua dopo la vittoria sui romani.
 
Marcello passò dal Sannio in Lucania e pose il campo in una zona pianeggiante nei pressi di Numistrone, di fronte ad Annibale che occupava un colle. Lo scontro che seguì non ebbe vincitori. e iIl giorno dopo, i Romani raccolsero le spoglie dei loro morti, facendone un rogo.
 
La notte seguente, Annibale mosse il campo e si incamminò nascostamente verso l'Apulia. Quando Marcello se ne accorse, lasciò i feriti a Numistrone con un modesto presidio, e si lanciò all'inseguimento. Raggiunse Annibale presso Venosa, dove per diversi giorni i due schieramenti si affrontarono più che altro in scaramucce, secondo Livio quasi tutte favorevoli ai Romani. Poi Annibale xontinuò a muovere il campo di notte, mentre Marcello lo inseguiva in pieno giorno e dopo aver fatto le dovute ricognizioni.
 
ANNIBALE
 Nell'estate del 210 a.c., quando Marcello doveva indire le nuove elezioni dei consoli, come console anziano, spedì una lettera al Senato annunciando che non poteva allontanarsi da Annibale, che fuggiva rifiutando la battaglia. Il Senato dovette scegliere se richiamare dalla guerra Marcello o rinunciare ad avere dei nuovi consoli per l'anno 209 a.c.. Alla fine il senato richiamò dalla Sicilia il console Marco Valerio Levino, al posto del collega più anziano.
 
Di nuovo console nel 210, Claudio Marcello riprese Salapia in Apulia, che si era rivoltata a favore di Annibale. Proconsole nel 209, attaccò Annibale nelle campagne di Strapellum (Rapolla) vicino a Venusia e a quanto narra Plutarco, dopo la sconfitta subita, Marcello arringò i soldati, spronandoli a combattere, che era una vergogna salvarsi a prezzo della sconfitta.

Ma dopo una battaglia disperata dovette ritirarsi in città, e ne profittarono i suoi detrattori, invidiosi del suo successo, accusatndolo di comando carente e invitandolo a difendersi a Roma. Marcello obbedì ma si difese benissimo, perchè fu sempre un romano coraggiosissimo e un saggio generale. Infatti non solo fu assolto ma in riconoscimento del suo valore gli venne conferito il consolato per l'anno successivo, il 208 a..



LA MORTE

Nel suo ultimo consolato (208), mentre Marco era in ricognizione con il suo collega Tito Quinzio Crispino e alcuni cavalieri per ispezionare una collina posta tra i due accampamenti, che pensava di occupare, nei pressi di Venusia, furono entrambi attaccati di sorpresa dai nemici e Marcello rimase ucciso colpito da una lancia.

Alcune fonti ritengono che Marcello morì a Petelia, la città lucana, i cui resti si trovano su un ampio terrazzo a Strongoli. Si ritiene che la sua tomba sia nei pressi di Strongoli in località Battaglia, dove sono stati ritrovati in una tomba resti di uno scheletro con l’elsa di una spada, un anello e due vasi crematoi. Molte altre fonti invece fanno morire Marcello a Venosa, in provincia di Potenza, dove si trova un antico tumulo romano, chiamato appunto, "Tomba di Marcello".

Nel Seminario Vescovile di Nola, si conserva ancora una lapide di gratitudine che il Senato Nolano fece scolpire in onore di Marcello, il vincitore di Annibale. In essa è scritto: "M.CL. MARCELLO ROMANORUM ENSI - FUGATO HANNIBALE DIREPSIT SYRACUSIS/V CONS./S P Q NOLANUS".

Polibio criticò fortemente l'imprudente comportamento di Marcello in occasione della sua morte. Di lui Scullard scrive che « Roma perse uno dei suoi migliori comandanti; sarebbe stato difficile sostituire l'energia e l'impeto di Marcello, l'unico che sembrava in grado di battersi con Annibale ».

Annibale, che era un uomo d'onore e rispettava i grandi combattenti, fece cremare il suo corpo all'uso romano, depose le ceneri in un'urna d'argento e le restituì al figlio. Egli era stato, come lo chiamò Tito Livio, "la spada di Roma".




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