BASILICA ARGENTARIA



La Basilica Argentaria era un portico con due file di pilastri in blocchi di tufo, con navate coperte da volte a botte, di cui si conservano pochi resti. L'edificio fiancheggiava il tempio di Venere Genitrice nel Foro di Cesare a Roma. Il nome è citato solo in fonti tarde, di epoca costantiniana.

Comunque la Basilica doveva essere un mercato specializzato anzitutto nella vendita di monete, nonchè banchieri e pure venditori di vasellame bronzeo e di argenti.

LA POSIZIONE DELLA BASILICA NEL FORO DI CESARE
Qui si praticava il saggio e il cambio delle monete, con regolare servizio di deposito, di cassa e di prestito. Tra i suoi collaboratori, gli specialisti nel saggio delle monete erano i nummulari, ultra esperti che dovevano distinguere a prima vista le monete buone da quelle false.
Spesso gettavano più volte a terra le monete per ascoltarne il suono e controllarne così l’autenticità. Oltre al saggio delle monete, sulla mensa argentaria i nummulari praticavano anche il cambio: poteva essere tra monete di Stati diversi; o tra monete a circolazione differenziata perché di province diverse; oppure tra specie coniate in differenti metalli; o, infine, tra metallo non monetato e moneta coniata, perché la moneta romana era una moneta metallica a valore intrinseco reale.

Sulla mensa argentaria c’era sempre una bilancia a due piatti: su di essi le monete venivano posate per verificarne la corrispondenza con il peso-campione; c’era l’abaco, una tavoletta incavata da una serie regolare di incassi circolari in cui alloggiare le monete, e facilitare così l’operazione della conta; c’erano gli strumenti di scrittura e di memoria delle operazioni bancarie: il codex, il registro dei conti, formato da tavolette in legno ricoperte di cera da graffire con lo stilo per scriverci sopra; il calendarium era l’elenco delle scadenze del banchiere: per un incontro di affari, per la stipula di un contratto, o per l’esazione di un credito

PIANTA
In età tarda l’edificio ospitò certamente una scuola. L’interno della cella del tempio svolgeva anche da museo, ovvero da custodia di tesori, poiché vi erano raccolte diverse opere di artisti celebri: la stessa statua di culto era una Venere scolpita da Arkesilaos, celebre artista del tempo di Cesare. Insieme ad essa si conservavano dipinti di Timomaco di Bisanzio, sei dactylothecae (raccolte di gemme incise) e una statua-ritratto in oro di Cleopatra.

Come specificato, l'edificio è di epoca traianea come sistemazione delle pendici del Campidoglio dopo il taglio per l'eliminazione della sella montuosa che lo collegava al Quirinale, e costituisce la naturale prosecuzione del Foro cesariano-augusteo posto sul lato sud-ovest della piazza. Infatti  venne costruito in età traianea in concomitanza alla realizzazione del Foro di Traiano, la cui edificazione comportò estesi lavori di sbancamento delle pendici del Campidoglio, ed il consistente rifacimento del tempio di Venere Genitrice

La Basilica era sopraelevata rispetto alla piazza foro e vi si accedeva dal fondo del portico del lato sud-ovest per mezzo di due scalinate.  Venne realizzato in uno spazio obbligato per cui ebbe una pianta irregolare, che girando intorno al tempio, proseguiva probabilmente al di fuori dell'attuale area archeologica, a monte
dell'esedra sud-ovest del Foro di Traiano. Insomma è un'area ancora da scavare.



L'ARGENTOMANIA

Scrive Plinio il Vecchio:
"Non è solo per la quantità dell' argento che vanno pazzi, ma quasi ancora di più per il pregio della lavorazione."

FOTOGRAFIE DEGLI SCAVI
Dagli affreschi di Pompei, l'argenteria figura infatti sulle mense di tutte le famiglie agiate che per un oggetto firmato spendevano follie. I romani ambivano a coppe, piatti, anfore, vassoi, bicchieri di metallo prezioso, che consideravano segno di opulenza e distinzione; ancor più dei vetri, gli argenti rappresentano uno status simbol.

I pezzi di maggior pregio erano importati dalla Grecia o dall' Asia Minore o eseguiti da orafi di quei paesi; spesso vi si incideva il nome del proprietario, più raramente la firma dell' artigiano, il marchio del laboratorio; a volte un motto augurale e, negli ex voto, la dedica alla divinità; e vi era indicato sempre il peso del metallo impiegato. Non si usava regolarmente il punzone, forse per passare l' oggetto per antico o eseguito da artisti famosi, anche se invece era una copia, uscita dalle botteghe artigiane del Vicus Argentarius.
Del resto nei trionfi, i cittadini videro sfilare a centinaia carri colmi di monete e vasellame d' oro e d' argento il tesoro dei re vinti, come nella conquista di Siracusa (272 a.c.), di Taranto (209 a.c.), di Magnesia (189 a.c.), e della Macedonia (186 a.c.). Nel trionfo di Pompeo su Mitridate re del Ponto fu esposto perfino il suo trono e il letto in oro massiccio.

Dopo l' assedio di Numanzia (133 a.c.) i romani disposero delle miniere d' argento della Spagna, che sfruttarono con grande perizia e con un'ìnnovativa ingegneria. Dalle foto degli oggetti pervenuti fino a noi, trovati nei sepolcri o nascosti in casse di legno, nella speranza di recuperarli, in occasione di guerre, catastrofi naturali, invasioni barbariche, si deduce che l' orafo non era inferiore allo scultore nell'armonia della composizione e la finezza dell'esecuzione.

I pezzi più importanti, come il famoso servizio da tavola di Boscoreale, attualmente al Louvre in quanto esportati clandestinamente, o quello della casa del Menandro, sono stati salvati dalla dispersione e dalla fusione per opera della lava del Vesuvio, che li ha coperti per secoli; altri sono stati trovati in varie città italiane o nelle province, come la Gallia, la Britannia e l' Africa o lungo il confine germanico (come il tesoro di Kaiseraugst, che fu esposto in Campidoglio nel 1989-90) e persino nelle tombe di capi barbari, in Danimarca, Polonia e Russia: oggetti forse donati da diplomatici romani durante le trattative o acquistati dagli intraprendenti mercanti che per primi aprirono varchi nelle foreste, tracciarono piste sui passi montani e portarono ambra, avorio e pelli in Italia, manufatti romani nei paesi barbarici.

Altri, come quelli del Museo di Edinburgo, sono stati trovati già in frantumi, pronti per la fusione. Dalle denunce dei moralisti, Sallustio, Orazio, Seneca e, con più sferzante sarcasmo, Marziale e Giovenale, risulta la grande quantità di metalli preziosi esposta sulle mense dei ricchi. Quando gli edili denunciarono a Tiberio lo sperpero dei ricchi, a grave danno del bilancio, le collezioni d' arte, le gemme, le vesti lussuose i cumuli d' oro e d' argento su le mense, egli rifiutò di emanare provvedimenti restrittivi:
"se gli edili disse mi avessero consultato prima, forse sarei riuscito a dissuaderli dall' occuparsi di vizi ormai radicati, anziché trovarci a dover mettere in piazza quali spudorati eccessi siamo impotenti a reprimere.."



I RESTI

Si conserva ancora l'intonaco che ricopriva il suo muro di fondo, dove sono stati rinvenuti numerosi graffiti, alcuni dei quali riportano versi dell'Eneide: questo particolare ha permesso di ipotizzare qui la presenza di una scuola, citata dalle fonti tarde a proposito del Foro di Traiano e di quello di Augusto. Inoltre una porzione notevole di sectile pavimentale è conservato all’interno della navata esterna, esattemente nello spazio compreso tra i primi due pilastri della Basilica Argentaria .

PAVIMENTAZIONE DELLA BASILICA ARGENTARIA
Il portico presenta successive fasi edilizie: una dioclezianea durante la quale vennero realizzati nuovi pilastri e rinforzati quelli preesistenti di età traianea, ed una di età tardoantica-altomedievale di cui rimangono solo pochi resti in quanto purtroppo demoliti nel corso della sistemazione dell’area nel 1935.
La pavimentazione invece è menzionata per la prima volta nel 1933 da Corrado Ricci, che la descrive sommariamente e la data al VI-VII sec. d.c; successivamente Carlo Cecchelli, in un’analisi rivolta a localizzare il culto di S. Abacuc nella Basilica Argentaria, ha datato la pavimentazione all’VIII sec. Verso il 1980 Federico Guidobaldi e Alessandra Guiglia Guidobaldi, tornando sui sectilia pavimenta di Roma, all’interno delle considerazioni generali sulle pavimentazioni del periodo tardoantico e paleocristiano, hanno messo in dubbio la datazione all’VIII sec.

Nel 1991 Carla Maria Amici, nella sua monografia dedicata al Foro di Cesare, fornisce nuova documentazione sull’argomento, senza però procedere ad un’analisi critica e uniformandosi alle conclusioni degli studi che l’hanno preceduta. Comunque l’opus sectile pavimentale è stato solo citato, tranne nel caso della monografia dei Guidobaldi dove viene fornita una sommaria e sintetica descrizione in nota. Al momento quindi non esiste una descrizione puntuale della pavimentazione e tanto meno un’analisi che fornisca elementi cronologici di riferimento in modo tale da tentare una contestualizzazione.

Esistevano dunque non solo la Basilica Argentaria ma le Tabernae Argentarie e poco distante c'era l'Arco degli Argentari eretto in onore di Settimio Severo e di Giulia Domnia nel 204 d.c., a lato della chiesa di San Giorgio al Velabro, una porta che dava accesso al Foro Boario da parte dei cambiavalute (argentarii) e dei mercanti (negotiantes) del luogo, il tutto dichiarato dall'iscrizione sull'architrave dalla quale sono stati rimossi i nomi di Geta, figlio dell'imperatore e di Plauziano, prefetto del pretorio con la figlia Plautilla, moglie di Caracalla, dopo che vennero fatti uccidere dallo stesso Caracalla. Il monumento è formato con due pilastri in muratura rivestiti di marmo travertino che sostengono un architrave sopra il quale erano poste delle statue.


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