CULTO DEI LARI





I Lari erano divinità minori rispetto ai grandi Dei venerati nel culto ufficiale, ma in realtà veneratissimi nell'ambito delle case romane.  I Lari (dal latino lar(es), "focolare", dall'etrusco lar, "padre")  rappresentano gli spiriti protettori degli antenati che vegliavano e proteggevano la gens e la familia. Essi sono le divinità protettrici della "familia", di ogni specifica famiglia.

Per il romano la gens era importantissima, un retaggio dell'antico clan, dove una gruppo a larga parentela si riconosceva in una specie di patto di alleanza, per cui ci si aiutava quando ce n'era bisogno.

Aumentando la popolazione la gens ebbe molti più membri e quindi si divise in vari rami, si che molti si persero di vista. Restava però l'idea che gli antenati avrebbero dall'aldilà fatto le stesse cose che avrebbero fatto in vita, cioè aiutare. Ora in qualità di morti loro non avevano bisogno di aiuto.
Al contrario della religione cattolica i romani non pensavano di poter aiutare i defunti perchè il loro passaggio nell'oltretomba e il loro destino laggiù era determinato solo dal loro carattere in vita o dalle loro azioni se molto significative.

I congiunti si dovevano preoccupare di dargli una buona sepoltura, per il resto non potevano mutare la loro condizione di morti. Invece potevano onorarli e invocarli affinchè fossero i morti ad occuparsi di loro. Non è però che i romani avessero grande dimestichezza coi morti, anzi avevano una gran paura che invadessero il mondo dei vivi e si cautelavano per evitarlo. Infatti facevano molti scongiuri e avevano molti amuleti per tenerli lontani.

Era per giunta proibito seppellire i morti entro le mura dell'Urbe, tranne rari casi in cui il defunto avesse reso tali servizi alla città o all'impero che si era totalmente sicuri sulle sue inclinazioni positive del post mortem.

Agostino di Ippona nella sua opera La città di Dio, in cui cita Apuleio, riporta che sono le anime dei defunti buoni:
« [Apuleio] afferma inoltre che anche l'anima umana è un demone e che gli uomini divengono Lari se hanno fatto del bene, fantasmi o spettri se hanno fatto del male e che sono considerati Dei Mani se è incerta la loro qualificazione. »
(Agostino di Ippona, La città di Dio)

I Romani distinguevano tre tipi di luoghi:
1. la natura selvaggia, remota, inaccessibile, animata da forze primordiali: con essa si cercava di evitare qualsiasi rapporto, era soggetta all’azione delle divinità maggiori;
2. la natura selvaggia, non umanizzata, ma comunque vicina agli insediamenti urbani ed agricoli: era il regno di Fauni e Silvani e con essa era giusto entrare in contatto, ma con cautela;
3. i luoghi abitati dall’uomo, città, villaggi e campi coltivati: su di essi si estendeva la giurisdizione dei Lari, che erano oggetto di un culto continuo, soprattutto in casa e nei crocicchi.



(ROBERTO LANCIANI)

Pompei-  Sacrifizio ai Lari. -
- Il religioso pompeiano abitatore di questa casa, pagando pochi sesterzi fece segnare sulle pareti della cucina, da qualche rozzo pittore, un grande dipinto rappresentante un sacrifizio agli dei domestici: l'artista immaginò un tempio ornato con festoni di lana avvolti con nastri, infulae, e nel mezzo segnò i Lari espressi sotto forma di pocillatori (versatori di bevande) con succinta tunica," cinctu gabinu" e "cothurni" ai piedi.
Ciascuno di essi alza una mano nella quale stringe un corno da bere, rhytium, facendo scorrere il liquore nel secchietto che regge coll'altra.
Accosto all'ara evvi il genio familiare che liba reggendo con la sinistra una cornucopia, mentre il piccolo tibicinc che è dall' altro lato dell' ara, intona la sacra melodia. Al di sotto poi tracciò l'altare imbandito col frutto del pino e due bisce che divorano le offerte.
Nei lati di questo tempio veggonsi dipinti un prosciutto, un'anguilla infilzata allo spiedo, una lepre, un maiale e pesci e tordi ed altre cose mangerecce. Orazio e Tibullo ci ricordano che ai Lari sacrifìcavasi un porchetto, e qui per l'appunto vcdesi il grasso maiale ornato della sacra benda. -



I FIGLI DELLA DEA LARA

Lara era la Dea del silenzio, quindi portatrice dei Sacri Misteri che chiedevano assoluta segretezza.
Secondo la tradizione era la ninfa dell'Almone, affluente del Tevere che sgorga dai Colli Albani.
Lara rifiutò di aiutare Giove, che aveva chiesto alle divinità fluviali di aiutarlo a rapire la ninfa Giuturna per farle violenza.

Lara non solo rifiutò ma mise in guardia Giuturna da Giove. Adirato il Dio le strappò la lingua ed ordinò a Mercurio di condurla negli Inferi, dove sarebbe stata la ninfa delle acque nel regno dei morti.
Come non bastasse, durante il viaggio Mercurio la violentò mettendola incinta di due gemelli, i Lares Compitales, protettori della famiglia.

Dunque è un'antica Dea declassata a divinità minore e poi quasi scomparsa, però i suoi figli nel loro ruolo di protettori vennero ereditati di buon grado dai romani. In origine i Lari erano probabilmente legati alla difesa dei confini e dei passaggi e per questo erano venerati anche come protettori dei campi e dei crocicchi. Furono identificati con i Lari anche Romolo e Remo.



LARES FAMILIARES

Naturalmente, i più diffusi erano i Lares familiares (Lar Lares), ovvero gli antenati, effigiati attraverso una statuetta che poteva essere di terracotta, di legno o di cera, chiamata sigillum (da signum "immagine").

LARI
Si usava locare queste all'interno della domus, entro un' edicola detta larario, collocate insieme ai Penati e a qualche statuetta divina, nella nicchia di un'apposita edicola detta larario e, in particolari occasioni o ricorrenze, oppure quotidianamente, a seconda della pietas del padrone di casa, onorate con l'accensione di una fiammella e di incensi vari.

L'uomo pio però lo faceva ogni mattino, accompagnato dal suo schiavo che gli accendeva la candelina per accendere la lucernetta e la resina odorosa. A volte il genio del padrone di casa, raffigurato come un serpente crestato, o come un uomo con la piega della toga che copre la testa, è raffigurato con il Lar.

Nella Roma arcaica i Lari, a detta di molti studiosi, non sembrano possedere "nomi e personalità individualizzate", ma appaiono divinità senza caratteristiche precise derivate da una religione animistica antecedente alla politeistica, con la caratteristica struttura gemellare, riadattata, corrispondente alla concezione dualistica romana, come distinzione e pure sintesi tra bene e male, principio e fine, nascita e morte.

In effetti la tradizione religiosa romana risale a un precedente matriarcato e a un ancor più originaria religione animistica che hanno però molti punti in comune. L'arcaica Dea Vesta era alle origini una Grande Madre, che come tutte le Dee primigenie veniva raffigurata tra due belve che si fronteggiano facendo riferimento a lei. Le belve poi si umanizzarono divenendo spiriti o divinità minori, collegati però sempre al triplice aspetto della Dea, colei che dà la vita, che nutre e che dà la morte. 

I Lari diventano perciò l'inizio e la fine, la nascita e la morte, e i Penati, in qualità di antenati che vegliano sui pronipoti sono la continuità del tempo e dello spirito che si trasmette dal passato al presente e poi al futuro. Servio scrisse che il culto dei Lari era stato indotto dall'antica tradizione di seppellire in casa i morti, dandogli perciò il significato di antenati, quando però c'erano già i Penati ad assolvere tale funzione.

Per Plauto i Lari venivano rappresentati come cani e le loro immagini venivano conservate nei pressi della porta di casa, il che li configura maggiormente come spiriti, e più particolarmente come spiriti guardiani, che sono caratteristici di molte culture sia orientali che occidentali.

Una fra le più diffuse iconografie però  li illustra come giovinetti che indossano una corta tunica ed alti calzari, mentre versano del vino dal rhyton nelle coppe. I Lares erano familiares e pubblici.


LARARIO CON LARI


I LARARIA

I lararia, le edicole sacre in cui si onoravano i Lari, erano collocati in cucina, sede del focolare domestico; lì, insieme a Vesta, i Lari garantivano continuità e benessere all’intera familia.

Non mancava la raffigurazione pittorica, come numerosi affreschi che mostrano lo svolgimento di un sacrificio rivolto ai Lari, compiuto dal Genio del paterfamilias, accompagnato spesso nel registro inferiore da uno o due serpenti: un rito sacrificale compiuto dal dominus insieme all’intera familia.

L’immagine dei fanciulli gemelli muniti di rhyton, devono molto, almeno nell'iconografia, alla raffigurazione dei Dioscuri. La tradizione vuole che un Lar di una famiglia avrebbe generosamente aiutato coloro che lo hanno onorato, ma avrebbe voltato le spalle a coloro che lo avessero trascurato.

Nell' Aulularia di Plauto, un nonno implora il suo Lar di trovargli un posto per nascondere l'oro di famiglia, e il Lar seppellisce nel cuore. Quando il nonno muore, il Lar non mostrò al figlio il luogo in cui l'oro era nascosto perché il figlio non aveva mai ricordato di onorare il Lar.

Però Euclio, il nipote dell'uomo, aveva avuto una figlia che era pronta per il matrimonio, ma non aveva abbastanza soldi per la dote. Euclio, un avaro terribile, aveva anche lui trascurato il Lar.

Ma la sua figlia, di pia disposizione, era rimasta incinta da un uomo di cui non conosceva il nome. Allora lo spirito mette in moto una catena complessa di eventi per cui Euclio trova l'oro, ma alla fine comprende la sua avarizia e la dona l'oro a sua figlia per la dote.

Plauto descrive la Lar Familiaris come un giovane, esile figura vestita di stivali alti, corta tunica e un indumento fermato alla cintura. Ghirlande adornano la sua testa, e la sua figura è elegante ed agile.


I Penati

Nella pratica religiosa domestica spesso si accoppiano i Lari con i Penati. Questi ultimi, anche se spiriti guardiani anche domestici, erano più specificamente protettori del padrone di casa e della sua famiglia. Infatti se si trattava di un avvenimento importante (nascite, partenze, nuovo lavoro ecc.) che era bene porre sotto la protezione dei Lari si offrivano loro dei doni

Servio Mario Onorato scrisse che il culto dei Lari era stato indotto dall'antica tradizione di seppellire in casa i morti. Secondo Tito Maccio Plauto i Lari venivano rappresentati come cani e le loro immagini venivano conservate presso la porta di casa. Una fra le più diffuse iconografie li presenta come giovinetti con una corta tunica ed alti calzari, mentre versano del vino dal rhyton in coppe.

Il 17 dicembre si svolgeva la festa dei Saturnali, durante la quale i parenti si scambiavano in dono i sigilla, piccole statuine raffiguranti defunti o lari. Quando la festa fu estesa fino al 23 dicembre, l'ultimo giorno, durante i quali avveniva lo scambio dei regali, assunse il nome di Sigillaria.



LARES PUBLICI

Un santuario situato sul lato est del Foro di Pompei, il Santuario dei Lari Pubblici fu probabilmente costruita dopo il 62.

TEMPIO DEI LARI PUBBLICI A POMPEI
Incompleto al momento dell'eruzione perchè non interamente restaurato dai danni di quella precedente, era lungo 21 m e largo 18, col colonnato d'accesso non ancora completato e si notano solo le basi delle colonne in ferro e basalto.

Il tempio ha un grande atrio con residui di pavimentazione in marmo e resti della base di un altare per i sacrifici: sicuramente mancava il tetto. Evidentemente era crollato col precedente terremoto.

Nella parete di fondo, sotto a un timpano triangolare, si apre un'abside con una nicchia e uno zoccolo su cui poggiavano delle colonne con architrave, Altre due colonne con architrave formavano un'edicola, sotto cui erano poste tre statue. Le pareti laterali presentano due nicchie con timpano triangolare e due vani con apertura decorata a colonne con nicchie voltate a botte dove erano poste le statue.

Tutte le strutture portanti erano in laterizio, con tegole in terracotta, mentre gli altri muri erano o in opera incerta o in opera reticolata, unite da malta: dovevano essere completate con un rivestimento in marmo, mai effettuato. Le pareti laterali erano riccamente affrescate e il pavimento era composto in opus sectile con ticchi marmi diversamente colorati.




LARES COMPITALES 

Erano i Lari preposti a vegliare e proteggere i crocicchi stradali, cioè i punti urbani ed extraurbani dove due o più strade si incrociavano. Secondo Dionigi di Alicarnasso, il re Servio Tullio (... – Roma, 539 a.c.) istituì a Roma i "Compitalia", la festa dei "Compita" (dei crocicchi), o Ludi Compitalici, durante la quale si onoravano i "Lares Compitales", le cui edicole votive sorgevano sui Compita.

Inizialmente faceva parte delle feriae conceptivae (feste mobili), cioè alle festività ufficiali che venivano indicate annualmente dai magistrati o dai sacerdoti.

Il giorno esatto di questa festività veniva dunque celebrato in date differenti, benché avesse sempre luogo durante l'inverno o almeno nel periodo di Varrone. anche se la ricorrenza cadeva tra la fine dei Saturnali e gli ultimi giorni di gennaio. 

Anche Dionigi di Alicarnasso riferisce che veniva celebrato pochi giorni dopo i Saturnali e Cicerone ci dice che cadeva sulle calende di gennaio, ma in una delle sue lettere a Tito Pomponio Attico parla di questa festività che andava a collocarsi quattro giorni prima delle Nonae di gennaio (il che lo farebbe collocare al 2 gennaio).

In età tarda è attestata, invece, la data fissa del 3-5 gennaio. I Compitalia istituivano processioni nel corso delle quali venivano portate in corteo le immagini dei Lares Compitales; e venivano compiuti sacrifici in loro onore.

Seguivano poi i "Ludi Compitali", gare di lotta, corse e recitazione. Nel 64 a.c., durante il periodo delle guerre civili, i Compitalia furono aboliti; ripristinati alcuni anni dopo, furono di nuovo aboliti da Giulio Cesare.

Augusto ripristinò il culto dei Lares Compitales, aggiungendovi anche quello del "Genius Augusti". I Vicomagistri, funzionari addetti alla sovrintendenza dei singoli quartieri cittadini, erano anche incaricati di curare l'organizzazione e lo svolgimento dei Compitalia. Augusto cercò di ripristinare l'antica tradizione della festività.

« [Augusto] ripristinò alcune antiche tradizioni religiose che erano cadute in disuso, come [...] i Ludi Saeculares e quelli Compitali. [...] Stabilì che i Lari Compitali fossero adornati di fiori due volte all'anno, in primavera ed estate. » (Svetonio, Augustus)



COMPITALIA

La festività è precedentemente etrusca e poi romana. Alcuni scritti la riportano come istituita da Tarquinio Prisco a seguito di un miracolo che avvenne il giorno della nascita di Servio Tullio, che fece passare per il figlio di un Lare Familiaris, o di una divinità alla guardia della famiglia.

I sacrifici che si offrivano ai Lari in questa festività consistevano in dolci di miele che venivano offerti in ogni casa.

In quanto agli officianti del rito, essi non erano uomini liberi ma schiavi, perché i Lari avevano piacere nell'essere serviti da loro.

Il Compitalia veniva celebrato alcuni giorni dopo i Saturnali con grande sfarzo e gli schiavi in questa occasione erano liberi da qualunque impegno verso i loro padroni.

Durante la celebrazione della festività ogni famiglia appendeva al portone della propria casa, una statuetta della dea Mania.
Appendevano inoltre sui portoni altre figure fabbricate con la lana rappresentanti uomini e donne, accompagnante da richieste e protezioni ai Lari.

Per quanto riguarda gli schiavi anziché figure di uomini, appendevano sfere o i panni morbidi di lana.

Da Ambrogio Teodosio Macrobio sappiamo che le celebrazioni delle Compitalia sarebbero state ristabilite da Tarquinio il Superbo, in seguito al responso di un oracolo che gli chiese in cambio della pace e della prosperità una testa per salvare una testa, così ordinò che si sarebbe dovuto sacrificare dei bambini a Mania, madre dei Lari. Ma Lucio Giunio Bruto, dopo l'espulsione dei Tarquini, sostituì le teste di bambino con quelle di aglio e dei papaveri, così soddisfacendo l'oracolo che avevano richiesto soltanto delle teste, in latino "capita", non specificando di che tipo.

Le figure che presiedevano la festività erano i Magistri vici, che in quell'occasione indossavano la toga praetexta. Durante il periodo repubblicano alla festività furono aggiunti i ludi pubblici, che tuttavia furono soppressi per ordine del senato nel 68 a.c.; per questo furono fra le spese recriminate da Marco Tullio Cicerone a Lucius Piso, che li aveva concessi durante il proprio Consolato, nel 58 a.c. Tuttavia fu specificato da Cicerone che i precetti che imponevano la festività dovevano essere osservati nonostante l'abolizione dei giochi.

Durante le guerre civili la festività cadde in disuso e venne ristabilita dall'imperatore Augusto. Poiché Augusto ora era il pater patriae, come Romolo, ai due Lares Compitales si aggiunse il Genius Augusti, divinità protettrice del popolo: Quinto Orazio Flacco ci dice che Augusto lo affiancò ai Lari dove due o più strade si incrociavano, inoltre fece istituire i Magistri Vicorum in sostituzione del collegio sacerdotale che precedentemente ne attendeva il culto, nel numero di quattro per ognuno dei 256 vici in cui era stata suddivisa l'Urbe.

Le parole esatte, con cui la festività veniva annunciata ci sono state riportate grazie a Macrobio e a e Aulo Gellio: “Die noni popolo romano quiritibus compitalia erunt" "Nel giorno nove, o Quiriti, si celebreranno i Compitalia del Popolo Romano"




LARES PERMARINI

Erano protettori della navigazione, al culto dei quali è attribuito il tempio "D" nell'area sacra di Largo di Torre Argentina a Roma  come Aedes Larum Permarinum

Solo una parte di questo tempio è stata scoperta, per la maggior parte sotto il piano stradale di via Florida. Secondo i Fasti Prenestini il tempio dei Lari Permarini si trovava infatti presso la Porticus Minucia. La parte più antica del tempio è in opera cementizia e venne rifatta nel I sec. a.c. in travertino. Ha una grande cella rettangolare e un pronao esastilo (a sei colonne).

Oggi si vede solo il podio di travertino del I sec., con le sagome taglienti e non molto sporgenti, per un'altezza di circa tre m.

Il compito dei Lares Permarini era quello di proteggere gli equipaggi romani quando erano lontani da Roma ed erano posti sulla prora delle navi in un larario.

Anche Tito Livio ricorda i Lares Permarini: “Suspendit Lares marinis, molles pilas, reticula, strophia”.

Il culto derivava dai Fenici che chiamavano i Lari Permarini "Pataicos", ma entrarono nel pantheon degli Dei di Roma a causa di un voto di Lucio Emilio Regillo durante la battaglia navale del 190 a.c. controi Antioco III di Siria presso Capo Mionneso. 

Lucio Emilio ece voto di erigere un tempio ai Lares Permarini se lo avessero protetto e guidato alla vittoria; Lucio Emilio Regillo riuscì prima a sconfiggere Annibale, che, sconfitto nella II guerra Punica, si era alleato con Antioco, battendosi per mare alla foce dell’Eumedonte. Emilio riuscì a distruggere tutta la flotta Siriana a Capo Mionneso. Per questo Marco Emilio Lepido, padre di Lucio Emilio, nel 179 a.c. costruì il tempio in Campo Marzio, il tempio di cui oggi si vede il podio nell’area sacra di Largo Argentina.



LARES  PRAESTITES

I Lari non si limitavano ai luoghi abitati permanentemente, ma presidiavano qualsiasi luogo di cui l’uomo o la comunità facessero un uso significativo, per esempio il campo di battaglia (vedi la formula della devotio) o il mare (furono dedicati templi ai Lari permarini e alle Tempeste).

Accanto agli innumerevoli Lari privati, Roma aveva i suoi Lari pubblici: erano i Lari Prestiti (= coloro che vengono prima, presiedono, vigilano), il cui altare, poi trasformato in un piccolo tempio, si trovava ad uno degli incroci più antichi e importanti della città, tra il Foro, il clivo Palatino e le Carine.

Come ogni fondo privato aveva il suo Lar o Lare, così ebbe i suoi Lares anche il territorio dello stato. I Lares Parestites venivano invocati, nell'antico carme arvale (v. fr.lli Arvali),, insieme a Marte, a cui si chiedeva la prosperità delle campagne. A questi Lari dello stato venne consacrato, in summa Sacra Via, un tempio (aedes Larum), che fu poi restaurato da Augusto e il cui giorno anniversario si celebrava, da Augusto in poi, il 27 giugno.

Vi erano festeggiati solennemente alle calende di maggio (Laralia), ricoprendo il sacrario di fiori freschi, ed erano rappresentati come due giovani uomini dall'atteggiamento marziale, quale si addice ad una coppia di divinità tutelari: con la lancia in pugno, in compagnia di un cane, vestiti essi stessi di pelli di cane.
Viene da aggiungere che il cane era per i romani un attributo dell'oltretomba, non a caso Ecate lo aveva come suo compagno, ma anche la Dea Tellus aveva il cane come suo attributo, e Cerbero, il guardiano dell'Ade, era un cane a tre teste.
Ma il tutto a confermare che i Lares erano defunti a tutti gli effetti, famosi e non, che diventavano guardiani di ciò che fu loro: familia, gens, terra, strade, accampamenti militari e stato.



AEDES LARII

Un tempio dei Lari in summa Sacra via, vicino all'arco di Tito, è menzionato in connessione con i prodigi del 106 a.c. (Obseq 41.),  e da Cicerone) per individuare il Fanum Orbonae. Venne stato restaurato da Augusto  e dedicato il 27 giugno.

Nel descrivere la linea del pomerio originale, Tacito (Annali) dà quattro punti, magna Herculis ara, Ara Consi, veteres curiae, sacello Larum, presumibilmente i quattro angoli del quadrilatero. Ovidio conferma che alle calende di maggio, si onorasse la dedica di un altare dei Lari Praestites:

"Praestitibus Maiae Laribus videre kalendae
Aram constitui signaque parva deum".

Si è pensato che Ovidio alludesse allo stesso Santuario, e che il 1 maggio fosse la festa del tempio, mentre il 27 giugno fu quello del restauro di Augusto,  ma la scoperta di Veloce. Formica. (Che è un calendario precedente a Caesar) rende impossibile questa ipotesi.

E 'anche possibile che il sacello Larum di Tacito può essere Aedes in Sacra summa via, e che per qualche motivo sconosciuto ha preferito segnare la linea del pomerio,  piuttosto che al nord-ovest.

Però due basi in marmo con iscrizioni dedicatorie :
- CIL VI.456: Laribus Publicis sacro imp. Cesare Augusto ex stipe quam populus ei contulit k. Ianuar. Apsenti; (reperito vicino all'ingresso nel forum nei giardini Farnese  nel 1555, cioè un po 'a nord-ovest dell'Arco di Tito, un punto corrispondente alla summa Sacra via;
- VI.30954: Laribus agosto sacro - ritrovato nel 1879 di fronte alla SS. Cosma e Damiano.

Se una di queste basi appartiene agli Aedes, o ad alcuni dei monumenti eretti in tutta la città da Augusto (Svetonio ), non è però dimostrato.

Il rapporto di questi due o tre santuari ha dato luogo a molte discussioni, ma è probabile che gli Aedes restaurati da Augusto nel "summa Sacra via" non avevano alcun collegamento con il sacello di Tacito, che era all'angolo a nord-ovest del Palatino, e identico all'ara Larum Praestitum di Ovidio.



LARES AUGUSTI

Ovvero i Lari della famiglia imperiale, in quanto protettori dell'Imperatore, erano ritenute divinità benefiche anche in tutto l'impero e perciò venerate da tutti i sudditi. ai due Lari di ogni compitum Augusto aggiunse il Genio dell'imperatore (Genius Caesaris), la cui religione fu così congiunta con quella dei Lari (Lares Augusti et Genius Caesaris).

La trasformazione del culto pubblico dei Lari modificò il culto privato: anche in questo, all'unico Lare familiare si sostituirono ben presto i due Lari del culto compitalicio, aggiungendovisi pure spesso il Genio dell'imperatore. 

Il Genio dell'imperatore Augusto, essendo egli tutto proteso ad assicurare al popolo romano:
- la pace (Pax Auguasta), 
- la felicità (Felicitas Augusta), 
- la concordia (Concordia Augusta), 
- l'equità (Aequitas Augusta), 
- la salute (Salus Augusta), 
- la virtù (Virtus Augusta), 
- la fortuna (Fortuna Augusta), 
- la vittoria (Victoria Augusta)
- l'eternità (di Roma) (Aeternitas Augusta)

divenne il protettore del popolo romano, per cui un Lar a tutti gli effetti, e siccome Augusto era stato divinizzato, il suo Lar era immensamente potente.

Per questo il larario, come si chiamò, in epoca imperiale l'edicola del culto domestico, con le immagini dei Penati, del Genio di Augusto e dei due Lari, divenne e rimase, fino al declinare del paganesimo, la sede principale del culto quotidiano, nell'interno della casa.



DIZIONARIO DI MITOLOGIE E ANTICHITA'

"I Lari erano i Dei domestici, i geni di ogni casa come i custodi di ogni famiglia. Apulejo dice che i Lari altro non erano che le anime di coloro i quali avevano menato una vita buona e bene adempiuto ai proprii doveri. Per lo coloro che avevano mal vissuto, erravano vagabondi e spaventavano uomini.

Secondo Servio "il culto dei Lari è derivato dall'antico uso di seppellire i morti nelle case la qual cosa diede motivo ai creduli d'immaginarsi che vi soggiornassero eziandio le loro anime come genii soccorrevoli e propizii e di onorarli come tali. Si può aggiungere che essendosi poscia introdotto l'uso di sotterrarli nelle strade maestre ciò poteva aver dato occasione di considerarli eziandio come gli Dei delle strade.

Tale era il sentimento dei Platonici i quali delle anime dei buoni facevano i Lari e di quelle del malvagi i Lemuri o notturne Larve. Plauto dice che i Lari erano anticamente rappresentati sotto la figura di un cane e ciò senza dubbio perchè i Lari fanno la medesima funzione dei cani cioè quella di custodire la casa ed erano persuasi che cotesti Dei avessero il potere di allontanare tutto ciò che poteva nuocere.

Il più ordinario loro luogo nelle case era dietro la porta o intorno ai focolari. Le statue degli Dei erano in piccolo e custodivansi in un particolare oratorio ove si aveva un'estrema cura di tenerli colla maggiore proprietà,

Eravi anche almeno nelle grandi case un domestico unicamente occupato al servigio di questi Dei e presso gli Imperatori era questa la carica d'un liberto. Cionondimeno talvolta accadeva che venisse mancato loro il dovuto rispetto in certe occasioni come nella morte di alcune predilette persone mentre allora accusavansi elli di non aver bastantemente vegliato alla loro conservazione e di essersi lasciati sorprendere dai malefici genii. Un giorno Caligola fece gittare dalla finestra i suoi Lari per essere diceva egli malcontento del loro servigio.

Quando i giovani erano pervenuti all'età di lasciare le bolle che portavano soltanto nella prima giovinezza le appendevano al collo dei Lari. Tre giovani vestiti di bianche tuniche entrarono - dice Petronio - due dei quali posero sulla tavola i Lari ornati di l'altro girando con una tazza di vino gridava siano questi Dei propizii.

Gli schiavi vi appendevano essi pure le loro catene allorquando ottenevano la libertà. Distinguevansi più sorta di Lari oltre quelli delle case che chiamavansi anche famigliari, v'erano i Lari Pubblici i quali alle pubbliche fabbriche, i lari di città urbani, quelli delle crocevie compitales, i Lari delle strade viales, quelli della campagna rurales, i Lari nemici hostiles, cioè quelli che avevano cura di allontanare i nemici e chiamavansi familiares, quelli che presiedevano alle case e alle famiglie parvi quelli delle campagne le cui statue avevano tutto di semplice sia per la materia come per la forma, pubblici: re e principi che innalzati al cielo la loro morte imploravano il degli Dei a favore dello stato ad essi sacrificato un porco nelle crocevie.

I Lari marini erano stabiliti per custodia dei vascelli. Alcuni autori dicono che fossero Nettuno Tetide e Glauco. Sembra che non debbano confusi con quelli che ponevansi sulla prora dei vascelli. I dodici grandi Dei erano posti nel numero dei Lari. Asconio, spiegando il Diis Magnis di Virgilio, pretende che i grandi Dei siano i Lari della città di Roma."

LARARIO (ERCOLANO)

Giano, da quanto riferisce Macrobio, era uno degli Lari perché presiedeva alle strade. Arpocrate era pure del numero di Dei: Apollo Diana e Mercurio anch'essi riguardati come Lari, le statue loro si trovavano negli delle strade oppure sulle maestre.

In generale tutti gli Dei erano scelti per protettori e tutelari luoghi e dei particolari tutti gli de quali sperimentavasi la protezione qualunque genere erano appellati Lari. Properzio dice che i Lari scacciarono Annibale da Roma perchè fu egli da alcuni fantasmi notturni spaventato.

Quando sacrificavasi in pubblico ai Lari la vittima che veniva ad essi offerta era un porco ma in particolare si offriva loro ogni giorno del vino dell'incenso una corona di lana e un poco di tutto che era posto sulle mense, erano coronati di fiori e specialmente di viola di mirto e di ramerino. Venivano a loro fatte delle frequenti libazioni e talvolta si portava la venerazione sino ai sacrifizii. Ovidio ne suoi Fasti l 5 dà il cane per attributo agli Dei Lari e Plutarco dice che venivano coperti della pelle di cotesti animali.

Una patera etrusca pubblicata da Lachaussee rappresenta due Lari pubblici assisi appoggiati ai loro scudi e che tengono le loro picche come in atto di allontanare l inimico. l Lari avevano un tempio a Roma nel campo di Marte (vedi GRUNDILI Mem. dell'Accad. dell'Iscriz t 1 3 9). Varrone e Macrobio dicono che i Lari erano figliuoli di Mania, Ovidio ne suoi Fasti li fa nascere da Mercurio e dalla ninfa Lara che da Lattanzio e da Ausonio viene chiamata Larunda.

Supposero eglino che questi Dei domestici si degnassero di rientrare nelle loro case per procurare alla famiglia tutti i beni possibili ed allontanare i mali da cui era minacciata, simili dice Plutarco a quelli atleti che avendo ottenuto il permesso di ritirarsi a motivo della molto avanzata loro età si compiacciono nel vedere i loro allievi esercitarsi nella carriera medesima e nel sostenerli coi loro consigli.

In questa guisa il Dio Lare al quale Plauto fa fare il prologo di una delle sue commedie dell'Aulularia vi manifesta l'affetto che egli nutre per la figliuola di casa assicurando che in vista della devozione di lei egli pensa a procurarle un vantaggioso maritaggio colla scoperta di un tesoro a lui affidato del quale non ha giammai voluto dare indizio alcuno nè al padre della donzella nè all'avo di lei perchè si erano mal condotti a suo riguardo.


Una legge delle dodici tavole a tutti gli abitanti di celebrare sacrifizi dei loro Dei Penati o Lari di conservarli senza interruzione in famiglia a norma di quanto era prescritto dal capo della medesima. Non vi ha chi ignori che allorquando un individuo per mezzo dell'adozione passava dall'una in un altra famiglia, il magistrato aveva cura di provvedere al culto degli Dei che erano dall'adottata persona abbandonati.

Quindi Roma divenne l'asilo di tutti gli Dei dell'universo ogni particolare era padrone di prendere per suoi Penati o Lari quelli che a lui piacevano "Quum singuli" dice Plinio "ex senetipsis totidem Deos faciant Junones". Non solo i particolari e le famiglie ma i popoli le provincie e le città ebbero i loro Dei Lari o Penati Per questa ragione i Romani prima di assediare una città ne evocavano gli Dei tutelari e li pregavano di passare fra loro promettendo ad essi e templi e sacrifizi acciò non si opponessero alle loro intraprese.

Le persone dabbene attribuivano tutte le felicità e i mali che succedevano nelle famiglie ai Lari e facevano loro dei sacrifizi per ringraziarli o per placarli ma altre avendo carattere di difficile contentatura sempre si lagnavano come la Filide d'Orazio dell'ingiustizia dei loro domestici "Dei Et penales Maeret iniquos" Od 4l2 .
I religiosi viaggiatori portavano sempre seco nelle loro bagaglie qualche piccola statua dei Lari ma Cicerone temendo di troppo affaticare la sua Minerva nel viaggio che egli fece prima di portarsi in esiglio per rispetto la depose nel Campidoglio.

A romana adulazione pose Augusto nel rango degli Dei Lari volendo con tal atto dichiarare che ciascuno dovesse riconoscerlo pel difensore e conservatore della propria famiglia. Ma cotesta deificazione comparve in un tempo poco favorevole, niuno prestava più credenza ai Lari e molto meno alle virtù d Augusto il quale era soltanto risguardato come un felice usurpatore del governo.

Ai molti nomi con cui venivano chiamati e distinti i Lari già riferiti dal francese compilatore si aggiunga pur anco quello di praestites dato ai Lari siccome custodi delle porte "Quod oculis omnia tuta suis" dice Ovidio ne suoi Fasti. -

(Dizionario d'ogni mitologia e antichità - Milano 1822)




TEMPIO DEI LARI A ROMA

Il tempio dei Lari di Roma era nell'ottava regione di questa città e Tito Tazio re dei Sabini fu il che edificò loro questo tempio. Oltre le offerte che facevano ai Lari già riferite da Noèl erano poste dinanzi alle loro statue anche lampade accese. La prova di fatto poco noto è tratto da una lampada di rame ritrovata sotto terra nel 1505 i manichi della quale circondavano un piccolo piedestallo su cui leggevasi la seguente iscrizione:
Laribus sacrum PF Rom. vale a dire: publicae felicitati Romanorum.



AEDES LARI PERMARINI

Nel 190 a.c. i romani, chiamati in aiuto dai Greci, dovettero affrontare la battaglia di Mionneso, una vittoriosa battaglia navale che privò il re Antioco, che si trovava sulla costa asiatica dell’Egeo, di tutta la sua flotta. Antioco voleva riprendere il controllo dell’Egeo per impedire il passaggio dei Romani nell’Asia minore. La flotta romana, comandata da Lucio Emilio Regillo, era entrata nel porto di Teo, a sud-ovest di Smirne, per rifornirsi di vino per i suoi soldati. 

D'improvviso la flotta siriaca si avvicinò per tentare di sorprendere i romani nel porto. Regillo però fece immediatamente uscire la sua flotta in mare aperto schierando le sue 80 navi da guerra, contro le 89 unità nemiche, di cui presto scompaginò la formazione catturandone quasi la metà, mentre le altre presero la fuga. 

Avendo vinto per mare Regillo fece sbarcare i suoi legionari sconfiggendo Antioco anche via terra, e tornato a Roma il Senato gli decretò l’onore del trionfo navale. Per onorare il suo voto, Lucio Emilio fece poi erigere nell’Urbe il tempio dei Lari Permarini. Sul portale del tempio venne apposta la seguente iscrizione, di cui una copia fu anche affissa sulla porta del tempio di Giove Ottimo Massimo in Campidoglio:

"Volendo concludere una grande guerra, sottometterne i re e pervenire alla pace, Lucio Emilio, figlio di Marco, venne inviato a combattere quella battaglia navale. Sotto i suoi auspici, sotto il suo comando e sotto la sua condotta fortunata, tra Efeso, Samo e Chio, la flotta - fino allora invitta - del re Antioco, davanti agli occhi dello stesso Antioco, di tutto il suo esercito, della cavalleria e degli elefanti, venne sbaragliata, schiacciata e messa in fuga; in quel solo giorno le furono catturate quarantadue navi con tutti gli equipaggi. Dopo quella battaglia il re Antioco ed il suo regno...  In seguito a questo grande successo fece voto di un tempio ai Lari Permarini". (Liv., XL, 52, 5-6).



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