GAIO LUCILIO



GAIO LUCILIO




























Nome: Gaius Lucilius
Nascita: Sessa Aurunca, (148 - 168 A.C.) circa
Morte: Napoli, 102 A.C.
Professione: Poeta


Già il dissi, è ver, che di Lucilio i versi
Han duro trotto. E qual di lui si trova
Sì sciocco partigian che nol confessi?
Ma ne’ miei fogli il lodai pur che avesse


Con molto sale la città strebbiata.
Nè con questo a lui posso ogni altro pregio
Di poeta accordar, se no, dovrei
Tra’ poemi perfetti anco ammirare
Di Laberio le farse.


(Orazio - Satire)

Le notizie sicure sulla vita di Caio Lucilio sono soltanto tre:

- il luogo della sua nascita, Suessa Aurunca;
- la sua partecipazione alla guerra di Numanzia
- e la data della sua morte. 



NASCITA A SUESSA AURUNCA

Sull'infanzia di Lucilio, Giovenale scrive che al poeta satirico piaceva scorrazzare nel campo  “ sul quale agitò i suoi cavalli il grande figlio di Aurunca ”. L’allusione a Lucilio è evidente, poiché di poeta satirico, prima di Giovenale, ci sono solo  Lucilio, Orazio  Persio e Ausonio. E solo Lucilio è di Aurunca. Inoltre lo definisce " rudis " parola usata da Orazio per definire lo stile di Lucilio.



PARTECIPAZIONE A NUMANZIA  

Nell’anno 133 a.c., in Celtiberia, a Numanzia, vi fu l'assedio e l’espugnazione della città da parte dell’esercito romano sotto la guida di Scipione Emiliano.

Velleio Patercolo scrive: “fu famoso anche il nome di Lucilio, che aveva militato come cavaliere sotto il comando di Publio Africano nella guerra numantina”. Non sappiamo quando e come sia cominciata l’amicizia fra Lucilio e Scipione Emiliano, ma già durante la guerra numantina i due avevano un rapporto di amicizia. Un rapporto un po' squilibrato nella posizione sociale, perchè di certo Emiliano era più famoso e più ricco dell'amico.

Sotto le mura di Numanzia nel 133 a.c. l’Emiliano ebbe compagni gli storici Polibio e Sempronio Asellione, Caio Gracco e importanti personaggi destinati a diventare dei protagonisti politici di Roma, come Caio Mario e Caio Cecilio Metello Caprarico.

La devozione di Lucilio per Scipione Emiliano emerge dal libro XXXI  dove descrive a larghe tinte tutte le virtù e il valore dell'amico. A Numanzia era ancora una volta al seguito del suo protettore, pronto a documentarne un altro successo come già aveva fatto nel 146 a.c., per la distruzione di Cartagine.

La guerra numantina ispirò anche lo storico latino Sempronio Asellione, in qualità di tribunus militum nell’esercito dell’Emiliano, che scrisse più tardi una monografia storica ( Res gestae o Historiae) sugli accadimenti dal 134 al 90 a.c., dei quali era stato testimone diretto. Meno vicino a Scipione doveva essere invece Caio Gracco, presente a Numanzia nell’anno in cui il fratello Tiberio varava la riforma agraria.

A Numanzia invece si trovava, a capo di truppe ausiliarie di cavalleria e fanteria, il principe numida Giugurta, caro a Scipione Emiliano che ne tessé le lodi per il comportamento valoroso in una lettera allo zio Micipsa, re di Numidia. Già all'epoca, Lucilio stava dalla parte dell'aristocratico Scipione, contro i Gracchi plebei.

Forse proprio nella guerra celtiberica del 133 a.c. iniziò a costituirsi il gruppo di intellettuali favorevoli al potere senatorio capeggiato da Scipione, avverso alla politica graccana di redistribuzione dell’ager publicus al popolo.



LA DATA DI NASCITA 

L’anno di nascita di Gaio Lucilio è controverso. Secondo S. Gerolamo, morì nel 102 a.c. all’età di 46 anni. Sarebbe nato quindi nel 148 a.c., ma Velleio Patercolo sostiene che Lucilio partecipò, in qualità di eques, alla guerra di Numanzia (133 a.c.) ma avrebbe avuto solo 14-15 anni. Probabilmente l'errore di San Girolamo è stato di aver scambiato Spurio Postumio Albino Magno e Lucio Calpurnio Pisone, consoli dell'anno 148 a.c., con quelli del 180 a.c., Aulo Postumio Albino Lusco e Gneo Calpurnio Pisone.

Lo Pseudo-Acrone parla di scherzi infantili tra Lucilio e Scipione Emiliano, nato nel 185 a.c.: impossibile fra persone con una differenza di età di quarant’anni. Se invece, come supponiamo, Lucilio è nato nel 180 a.c. la differenza di 5 anni non avrebbe avuto grande peso.

Inoltre a proposito della satira sul matrimonio del libro XXVI, difficilmente un Lucilio cinquantenne si sarebbe sentito minacciato dalla proposta di legge di Quinto Cecilio Metello Macedonico, che prevedeva il matrimonio obbligatorio per i celibi; mentre come 32nne avrebbe potuto preoccuparsi.



L'ORDINE EQUESTRE

Lucilio apparteneva certamente all’ordine equestre, tanto è vero che  si  rifiuta di ricoprire un remunerativo ufficio di gabelliere, per non perdere la sua personalità, che considera il bene superiore:  " Divenire un pubblicano d’Asia, un appaltatore di imposte, in luogo di Lucilio, io non voglio e non cambio questo unico bene per tutto l’oro del mondo "

Velleio informa della sua partecipazione di Lucilio come eques alla guerra di Numanzia: non come soldato di cavalleria, che sarebbe stato troppo vecchio, ma come appartenente al seguito di Scipione, allo stesso modo in cui si trovavano al campo anche Polibio e Panezio, il primo più vecchio di Scipione e di Lucilio (era, infatti, nato verso il 200 a.c.), il secondo loro coetaneo.



LE PROPRIETÀ TERRIERE E LE CASE 

La famiglia di Lucilio, oltre ad essere di elevata condizione sociale, era anche agiata.  Se, appartenendo ad una famiglia senatoria ed essendo cittadino romano, Lucilio nacque a Suessa Aurunca, vuol dire che in questo territorio aveva villa e poderi. Il che spiega anche i rapporti con Scipione Emiliano, il quale aveva dei possedimenti anche nelle immediate vicinanze di Suessa Aurunca, probabilmente rapporti di buon vicinato tra le famiglie.

Da un aneddoto narrato da Cicerone nel De oratione sappiamo che Scipione Emiliano aveva l’abitudine di trascorrere la villeggiatura a Gaeta, spesso in compagnia di Lelio,  nel Bruzio, in Apulia e forse in Sardegna. Era uno dei pochi cavalieri che, dopo la guerra annibalica, aveva proprietà fondiarie nell’Italia meridionale. A Roma aveva una casa principesca, edificata a spese pubbliche per il figlio di Antioco, re di Siria, che aveva dimorato a Roma per 14 anni come ostaggio. 


IN GRECIA 

Sembra certo che Lucilio sia stato in Grecia e vi abbia abitato per un certo tempo per perfezionare gli studi filosofici come usava all'epoca.  Stabilì infatti buoni rapporti con il filosofo accademico Clitomaco, che gli dedicò un suo libro in cui si trattava la dottrina della conoscenza e in particolare il problema della realtà delle sensazioni.
Nel libro terzo delle Satire Lucilio descrive un viaggio da lui fatto in Sicilia, mentre due frammenti del libro sesto richiamano un viaggio compiuto in Sardegna. 


IN SICILIA 

Il libro III delle Satire di Lucilio ci è conservato in una cinquantina di frammenti di uno o due versi ciascuno: è la relazione, in forma di lettera, di un viaggio da Roma a Capua, poi fino allo stretto di Sicilia. Lucilio aveva fatto prima da solo il viaggio di cui narrava le tappe ad un amico, che non era potuto andare con lui; un altro che doveva fare l’amico.

Lo scritto si chiama "Iter Siculum". Lo stesso tema verrà poi ripercorso da Orazio nel suo "Iter Brundisinum" (in cui è narrato un viaggio da Roma a Brindisi). Tra i due viaggi era stata edificata la via Popillia, perciò Lucilio aveva viaggiato prima della costruzione della via Popillia, nel 132 a.c.

Sui motivi del viaggio in Sicilia Lucilio stesso informa che il suo bovaro era moribondo. Doveva quindi supervisionare e riorganizzare i suoi possedimenti, e forse doveva allontanarsi da Roma 
da nemici quali Quinto Cecilio Metello Macedonico, Lucio Cornelio Lentulo Lupo, Marco Papirio Carbone, Tito Albucio e Quinto Muzio Scevola l’Augure, soprattutto dopo la morte di Caio Gracco. 


IN SARDEGNA 


Lucilio nel libro VI delle Satire parla del suo viaggio compiuto dalla Sicilia alla Sardegna
Con il governo di Marco Cecilio Metello si consentì l'ingresso alle popolazioni italiche nell’isola, senza assegnazione di terre pubbliche, favorendo l’impianto e lo sviluppo del latifondo senatorio, gestito localmente da coloni di condizione libertina.

Il viaggio potrebbe essere collegato appunto a Cecilio Metello,  il cui fratello militò nell’esercito di Scipione, tale Caio Cecilio Metello Caprarico. Insieme i due fratelli celebrarono a Roma il trionfo nel 111 a.c., l’uno sui Sardi, l’altro sui Traci. ma non sappiamo se Metello lo avesse invitato.



IL “CIRCOLO” SCIPIONICO

Virtù, Albino, è poter assegnare il giusto prezzo
alle cose fra cui ci troviamo e fra cui viviamo,
virtù è sapere che cosa valga ciascuna cosa per l’uomo,
virtù sapere che cosa per l’uomo è retto, utile, onesto,
e poi quali cose son buone, quali cattive, che cos’è inutile, turpe, disonesto;
virtù è saper mettere un termine, un limite al guadagno,
virtù poter assegnare il suo vero valore alla ricchezza,
virtù dare agli onori quel che veramente gli si deve:
esser nemico e avversario degli uomini e dei costumi cattivi,
difensore invece degli uomini e dei costumi buoni,
questi stimare, a questi voler bene, a questi vivere amico;
mettere inoltre al primo posto il bene della patria,
poi quello dei genitori, al terzo e ultimo il nostro.

(LUCILIO)


A Roma Lucilio visse accanto ai suoi amici, tra i quali Scipione Emiliano ebbe un ruolo centrale, radunando attorno a sè. persone di grande cultura dell’aristocrazia romana: Caio Lelio, oratore e appassionato di filosofia, l’annalista Caio Fannio, genero di Lelio, lo storico e giurista Rutilio Rufo, il poeta Terenzio e ad alcuni importanti esponenti della cultura greca a Roma, come lo storico Polibio e il filosofo Panezio. Venne poi definito il “circolo degli Scipioni”,

Questi abbracciarono la cultura letteraria e filosofica dei Greci volti all’edificazione di valori spirituali, come l’humanitas, o all’elaborazione di progetti politici. La sua produzione letteraria ne risentì non poco. Lucilio non intervenne mai nella vita politica, fu il primo letterato che, pur potendo vantare ricchezza, prestigio, amicizia, elevata estrazione sociale, preferì invece una vita indipendente.

Si narra che Lucilio venisse accusato di aver fatto pascolare il suo bestiame sul terreno demaniale, in violazione della legge Thoria. In Senato, si discuteva sull’ager publicus e sulla lex Thoria, perchè il suo bestiame pascolava sull’ager publicus.
Allora (Appio il vecchio) disse: - Quel bestiame non è di Lucilio, voi sbagliate! Penso che sia allo stato brado, dato che pascola dove vuole!-”. Lucilio, infatti, era un ricco proprietario terriero e la sua origine italica doveva certo schierarlo accanto a quei socii italici che si sentivano vittime della legge agraria di Tiberio Gracco, in quanto venivano privati dell’ager publicus, di cui si erano tacitamente impossessati.



LA VITA PRIVATA

Lucilio visse scapolo, infatti è avversario del matrimonio: "  Gli uomini spontaneamente si procurano questo malanno "  Per questo motivo non vide di buon occhio la legge sul matrimonio obbligatorio dei celibi, proposta dal censore Quinto Cecilio Metello Macedonico nel 131 a.c. per porre riparo al progressivo diminuire delle nascite. Della vita privata del poeta non sappiamo nient’altro, ad eccezione della sua partecipazione ad una cena a casa del banditore Quinto Granio.

Ne accenna Cicerone, parlando di Lucio Licinio Crasso, una cena offerta da Granio a Lucilio e all’oratore, tenutasi durante il tribunato di quest’ultimo (107 a.C.): “se nel corso di quella magistratura non fosse stato a cena dal banditore Granio, e se Lucilio non ci avesse raccontato due volte questo episodio, noi ignoreremmo che fu tribuno della plebe”.



LA MORTE 

Ma pur Lucilio di saper gran prova
Diè mischiando a’ latini i greci accenti.
Gente balorda, a cui difficil sembra
E degno di stupor ciò che far seppe
Pitoleon da Rodi ― Eppur tessuto
Di due lingue un parlar divien più grato,
Qual commisto il falerno al vin di Chio.

(Orazio - Satire)

Sul periodo più tardo della vita di Lucilio non sappiamo nulla. Secondo S. Gerolamo, negli ultimi tempi della sua vita si recò a Napoli, non sappiamo se per abitarvi stabilmente o di passaggio, e là morì nel 102 a.c. Gli studiosi concordano su questa data, sulla base della testimonianza di S. Gerolamo, che scrive: “Caio Lucilio, autore di satire, muore a Napoli e viene sepolto con un funerale pubblico all’età di 46 anni”. Sulla data si concorda, sull'età vi è certamente un errore.

Poichè aveva osteggiato Tiberio Gracco che era poi stato assassinato, si pensò che la moglie Sempronia, sorella appunto di Tiberio e Gaio Gracco, lo avesse avvelenato: ma non vi furono mai prove.



LE PUBBLICAZIONI

Lucilio diffuse dapprima le sue satire separatamente tra cerchie più o meno vaste di lettori e che quindi le pubblicò in più ampi corpora. L'esistenza di un corpus di ventuno libri risulta da Varrone, che ci conserva il verso posto da Lucilio in testa ad esso.

I libri I-XXI, tutti in esametri, furono scritti dopo la morte di Scipione Emiliano. Per la datazione del libro primo, il poeta pone sulla bocca di Nettuno nel concilio degli Dei con cui si apre il libro . Dice Nettuno: “… neppure se l’orco restituisse Carneade in persona ”  
È chiaro che il libro è stato scritto dopo la morte di Carneade, avvenuta nel 129 a.c . 

Il libro XXII pare fosse composto in distici, e, a giudicare da quello conservato intero, doveva riferirsi alla familia del poeta e contenere epigrammi. Nei libri erano poesie di vario genere, e la loro raccolta non fu curata da Lucilio, ma avvenne dopo la morte di lui, venendo essi a costituire come un’appendice ai due corpora pubblicati dal poeta.

Non sappiamo quale fosse il vero titolo dell'opera né se i singoli libri avessero speciali titoli. Non è affatto sicuro che il titolo Satire risalga a Lucilio, nè se abbia intitolato Satire (Saturae) le poesie oppure Satura la raccolta. 

L'opera di Lucilio ebbe presto numerosi editori e commentatori. Subito dopo la morte del poeta, due suoi amici, Secondo Svetonio, avrebbero conservato il testo dell'opera luciliana:
Un grammatico contemporaneo di Svetonio, riferisce che Valerio Catone preparò un’edizione riveduta e corretta, a proposito della quale entrò in disaccordo con il suo vecchio maestro:
 “Lucilio, quanto tu sia pieno di difetti, lo proverò fino in fondo con la testimonianza di Catone, proprio il tuo difensore, che si appresta a emendare i versi mal fatti ed è in questo più garbato in quanto persona più a modo e di gusto più fine di quell’altro, che da ragazzo fu molto pregato a suon di staffile e di funi bagnate, perché ci fosse qualcuno che portasse aiuto agli antichi poeti contro la nostra schizzinosità, lui, il più dotto dei grammatici cavalieri. ”. 

Nel II secolo d.c. l’opera godeva il favore del pubblico ma nel III secolo d.c. l’edizione integrale delle Satire è definitivamente scomparsa. Circa sessanta autori hanno trasmesso i 1378 passi delle Satire a noi giunti. L’opera ci è giunta parzialmente, per tradizione indiretta, grazie alle citazioni che parecchi scrittori, grammatici o lessicografi hanno inserito nei loro lavori.



LA VISIONE DEL FEMMINILE 

Nel II secolo a.c., le donne acquisivano sempre una maggiore libertà. ma in Lucilio c'è una continua accusa della donna moderna, che vuole discostarsi dalla moglie-schiava antica.
Ad esempio  descrive una donna sposata che si fa bella per piacere ad altri uomini:
" Quando è con te, si accontenta di qualunque cosa; se la devono visitare altri uomini, tira fuori anello, mantello, nastri Si tratta di una donna frivola che si accontenta di non importa quale indumento, quando è con suo marito; ma se aspetta una visita fa di tutto per apparire e per piacere. "

Un altro frammento rimanda ai nuovi diritti successori acquisiti dalle matronae: " Un tale lasciò in eredità alla moglie tutti gli oggetti di toeletta e le provviste di viveri. " Lucilio si riferisce ad un testamento fatto a favore di una vedova dal marito defunto, distinguendo il mundus, oggetto di toeletta, dal penus, provviste di viveri. E' una povera eredità, eppure anche qui c'è l'ostilità di Lucilio a questi pochi diritti rispetto alla totale sudditanza di prima.

Alle donne, scandalo, era pure consentito bere, Così Lucilio riporta una donna ubriaca, sorpresa di apprendere che sua sorella, dedita come le matrone di un tempo ai lavori femminili (lanificam), non si è ubriacata.

È chiaro che Lucilio non ama le donne, le reputa false, traditrici e spendaccione. Il loro ruolo naturale dovrebbe essere la schiavitù, i nuovi diritti che stanno assumendo non gli garbano, e contrappone il nuovo ruolo della donna romana alla donna domiseda e lanifica dei tempi in cui erano ancora vivi i valori del mos maiorum. Questa antitesi  percorre l’intera opera.

Così, elenca ironicamente le mille ragioni che una donna inventa per giustificare la propria assenza da casa: dall’orefice, dalla madre, da una parente, da un’amica, o per fare dei sacrifici con le compagne in qualche tempio affollato
Poi critica la matrona romana dimentica dei suoi doveri, all’opposto della mulier domiseda che era per tradizione lanifica. Ogni lavoro va in rovina; la muffa e le tarme distruggono tutto. 
Critica una donna sposata che non si occupa direttamente della casa, ma si serve di schiavi specialisti che facciano tutto e per giunta non si occupa nemmeno dell’educazione dei figli, demandandola alle nutrici:…" sperando che fino alla stessa età possa portare avanti le sue occupazioni e dare il cibo sminuzzato dalla bocca  "

Allude alle nutrici che sminuzzavano il cibo prima di introdurlo nella bocca dei bambini piccoli. La nutrice si augura  che il bimbo rimanga piccolo il più a lungo possibile per continuare ad imboccarlo, mantenendo così quella attività che le consente di sopravvivere. E' evidente che Lucilio cerchi scuse per giustificare l'avversione all'emancipazione femminile dalla donna prigioniera in casa.

In opposizione alla nobile e ricca signora benchiomata, con gli anelli alle dita e la spilla per i capelli, Lucilio rievoca la donna attiva e lanifica dei tempi antichi. che badava al forno, alla porta posteriore, alla latrina e alla cucina. A questa occorre un vaglio, uno staccio, una lucerna, un filo per la spola, per la trama  il vaglio e lo staccio. La lucerna, la lampada ad olio, è anch’essa tipica incombenza della donna, che deve occuparsi dell’illuminazione della casa.


CRITICA ALLA  RELIGIONE TRADIZIONALE

" Gli uomini pensano che molti prodigi riportati nei versi di Omero sono delle invenzioni favolose, e in primo luogo Polifemo, il Ciclope lungo 200 piedi, e poi il suo bastone più lungo del grandissimo albero maestro di una qualche nave da carico "

Come i bambini piccoli costoro prendono per verità sogni inventati, e credono che ci sia un’anima in statue di bronzo. Il poeta deride coloro che non sanno riconoscere come falsi certi aspetti della religione tradizionale e denigra Numa Pompilio, forse per i suoi provvedimenti agrari, che prevedevano la distribuzione dei territori conquistati da Romolo fra i cittadini nullatenenti. Simile al problema delle nuove terre di ager publicus confiscate in seguito alle guerre in Sicilia, Sardegna, Corsica, Gallia Cisalpina.
L'episodio della divisione numana prefigurerebbe la divisione dell’ager publicus prevista dalla riforma agraria preparata a lungo da Appio Claudio Pulcro e poi attuata dal genero Tiberio Gracco durante il tribunato nel 133 a.c., in opposizione all’ambiente di Scipione Emiliano e di Lucilio. 


CRITICA AL LUSSO ORIENTALEGGIANTE 

Lucilio critica parecchio il lusso orientaleggiante, responsabile della degenerazione della moralità romana. Facendo parodia, condanna i raffinati costumi presi dal mondo greco e rimpiange gli austeri mores antiqui, portatori dei valori dello Stato romano. Però Lucilio è ricco e non sembra vivesse in un tugurio.


a) L’amore per il lusso e la ricchezza 

Lucilio critica i legionari romani che combatterono in Oriente nei primi del II secolo a.c., ritenuti dell’introduzione dei beni di lusso nell’Urbe.  E' l’esordio del "concilium deorum", riunito per decidere la sorte di Lucio Cornelio Lentulo Lupo, princeps senatus tra il 131/130 e il 126 a.c., ex giudice corrotto e dissoluto. 

Giove, passando in rassegna le colpe dei Romani che non hanno più l’antica virtù, si lamenta perché anche i soldati pensano ora esclusivamente al guadagno ed hanno perso ogni senso di gloria. I milites, perduto l'amor di patria, mirano soltanto alla mercede e al bottino. 


b) Lusso nelle abitazioni private

Condanna il lusso delle abitazioni private e dell’arredo nominando tre oggetti tipici di una casa romana: clinopodes (piedi del letto), lychni (lampade), e un tipo di brocche da acqua, le arutaenae. 
I clinopodes non sono dei semplici piedi del letto, ma piedi artisticamente lavorati  dei triclinia, quei letti con sfingi d’oro ai piedi, i lychni non sono  semplici lampade, ma preziose lampade simposia e le arutaenae sono preziose brocche d’argento, utilizzate nei banchetti.

Poi Lucilio, attraverso Giove, rimprovera l’eccessiva raffinatezza di alcuni Romani, che non si accontentano più di semplici tappeti con il pelo da una parte sola: tappeti con peli da ambedue le parti. che si stendono anche sui letti tricliniari. 

Nel II secolo a.c. i Romani non conoscevano ancora le grandi terme pubbliche dell'età imperiale, però c'erano i bagni in alcune abitazioni private: le latrina. Ecco la stanza da bagno della villa di Scipione Africano descritta da Seneca: 
" C'è chi non apprezza le rustiche abitudini di Scipione: la stanza da bagno non riceveva luce da ampie vetrate, ed egli né si arrostiva al sole, né faceva la digestione nel bagno... Si lavava con acqua non filtrata, ma spesso torbida e, se c'era stato un temporale, anche con acqua fangosa”. 
Un ambiente squallido e freddo, destinato all’uso pratico e non al piacere: questo va bene a Lucilio.  


c) L’abbigliamento femminile e gli oggetti di ornamento 

Lucilio fa pochi ma significativi cenni sul ricercato abbigliamento e i preziosi oggetti di ornamento che, dopo i contatti con il mondo orientale, erano divenuti di moda tra le matrone romane. Condanna le toghe preteste, bordate di porpora, e le leggere tuniche tessute in Lidia che le nobildonne romane preferiscono alle vesti indigene.

Le romane indossano ormai tuniche dorate con maniche, fazzoletti, pettorali, mitre e  non sanno più lavorare in mezzo alle loro serve come facevano un tempo. Condanna pure gli oggetti di ornamento provenienti da Siracusa, le suole, che si legavano per mezzo di cinghie infilate tra le dita del piede, e la borsa di pelle finissima.


d) Gli eccessi della tavola 

Numerose leggi suntuarie proposte ed approvate ad opera dei catoniani  miravano ad evitare che si spendessero patrimoni per soddisfare i bassi piaceri del palato. Lucilio auspica che in primo luogo si eliminino tutti i conviti e i banchetti di amici. 
Lucilio sostiene che non bisogna proporre delle leggi suntuarie per limitare il lusso smodato di alcuni Romani, ma si deve iniziare col sopprimere i banchetti pubblici in cui i nobili dilapidano il loro patrimonio. 

Scevola è stoico, vive nella frugalità estrema, rifiuta tutti gli abbellimenti superflui nel discorso; Crasso al contrario ama la vita agiata, ammira la Grecia, e aveva offerto un banchetto: organizzando tutto secondo i principi che Cicerone gli attribuisce nel De oratore 
Ciò di cui abbiamo bisogno sono invece un apparato splendido e contenuti elaborati, raccolti da ogni parte e riuniti insieme e ammassati… come, quando sono stato edile, mi sono dato da fare io, poiché ritenevo di non poter soddisfare un pubblico come il nostro con cose di tutti i giorni e familiari”. Scevola non è entusiasta: manda al diavolo suo genero e la cena.



e) Il nuovo lusso romano e la sana semplicità del passato

Un tempo, lamenta Lucilio, bastavano tre letti bassi tirati con le corde, senza spalliera o poggia-testa il letto è logoro, tenuto insieme da funi e vi si ammassano sopra più di tre persone.

Vi si poggiano dei rozzi e piccoli cuscini, uno per due coperte: vi sono dunque due convitati per cuscino, vale a dire sei persone sullo stesso letto da tavola.

Le coperte non sono di tessuto lussuoso, ma di pezze rammendate, fatte di stracci cuciti insieme.

E poi una piccola tavola con i piedi tarlati, sporca di vino, e un unico schiavo utilizzato per tutte le mansioni.

Le tavole dei ricchi hanno un solo piede, spesso a forma di leopardo o di leone; la tavola a tre piedi era quella usata dalla povera gente:

Come sarà stato il letto di Lucilio?



LA CRITICA AI COSTUMI ORIENTALI


 a) Il vizio del bere

Il poeta condanna l’osteria come luogo di dissolutezza, dove si perdono la buona reputazione, l’onore e la moralità .“Perché quel grande, se, come voi senatori sapete, si distinse fuori di casa, fu parimenti ammirevole nella vita familiare, e le gesta gloriose non gli meritarono maggiori elogi che i nobili principi che presiedevano alla sua vita privata. Ora, dove un tal uomo abitava, le stanze da letto sono diventate postriboli; bettole, le sale da pranzo!”.


 b) Le prostitute di lusso

Lucilio critica pure la pratica delle prostitute di lusso, con allusioni ai trucchi delle cortigiane e delle mezzane. Vi è menzionata una famosa etera greca: Frine fu una delle più celebri cortigiane di Atene
Poi, Lucilio mette in scena una mezzana: conosce bene il suo mestiere; vanta la giovinezza e la bellezza come le qualità essenziali di una donna. Come se fossero le mezzane e non gli uomini a consentire la prostituzione femminile.


c) L’effeminatezza

Lucilio disapprova, infine, certi comportamenti di alcuni nobili romani considerati sintomo di effeminatezza, soprattutto la danza: "Follemente tu sei giunto a danzare fra i cinedi"  Il verso è pronunciato da un dio – forse Nettuno – che durante il concilium deorum canzona Apollo, divinità anti-romana di gusto orientale.  Il danzare era, agli occhi dei Romani, un atto infamante.
Ma anche l’abitudine di depilarsi è segno di effeminatezza " Mi rado, mi taglio i peli, mi striglio, mi passo la pietra pomice, mi faccio bello, mi depilo… mi dipingo " L’autore biasima l’eccessiva cura del corpo come forma di dissolutezza.


d) I giochi gladiatori

Non sono orientali ma Lucilio li odiava ugualmente. Ritornò e partì per evitare Roma durante i giochi gladiatori  Da questa lettura risulta l’avversione di Lucilio per i giochi gladiatori, un atteggiamento che lo accomuna a Cicerone:
 “Il I giugno ero in partenza per Anzio e lasciavo proprio volentieri lo spettacolo dei gladiatori offerto da Marco Metello, quando mi si fece incontro il tuo schiavo”.


e) La pederastia

Invece non odiava la pederastia, qui non vede la corruzione dei costumi, eppure è una pratica importata dal mondo orientale. Lucilio critica ciò che non gli conviene o non gli piace. La pederastia gli piace. In un frammento si legge:
" E quando un uomo tanto bello, un fanciullino degno di te.."  
" Uno capace di amarti, si mostri ammiratore della tua età e della tua bellezza, prometta di esserti amico
Nel libro VII narra dei suoi amori con i fanciulli. Genzio, uno dei fanciulli che desidera:
" Ora, o pretore, Genzio è tuo; sarà mio quando sarà partito in quest’anno "
Cioè: ora il fanciullo è tuo; ma sarà mio quando, nel corrente anno, lascerai il tuo governo della provincia e verrà da me.


CRITICA DELL’ELLENOMANIA

Lucilio attribuisce ad Apollo l'ellenizzazione più estrema. viene chiamato bello come i giovinastri corrotti. Il Pantheon menziona negli Annales: Iuno, Vesta, Minerva, Ceres, Diana, Venus, Mars, Mercurius, Iovis, Neptunus, Volcanus, Apollo. Vi erano sei Dei e sei Dee. Ma in Lucilio si trovano invece sette Dei, il primo è  Giove, poi Nettuno, poi Libero,  Saturno, infine la triade di Marte, Giano  e Quirino. Tutti rigorosamente maschi, poi dicono che Lucilio non odia le donne.

Gli Dei sono solitamente invocati con la parola pater, invece le Vestali chiamano Apollo Mediceo, Apollo Paean ,“Apollo medico, Apollo Peana”. Apollo, è il Dio dei danzatori, dei suonatori di flauto.
Di conseguenza, è tenuto in disparte nel Pantheon romano, mentre sono onorati Giano o Quirino-Romolo. In altri frammenti il poeta disprezza questo Dio vanesio.

Tuttavia Lucilio nei confronti del filoellenismo moderato degli Scipioni, così si esprime " Ma non conosco la vergogna di essere vinto in guerra da un barbaro come Viriato ed Annibale "

Nel ricordare che il popolo romano ha ignorato il disonore  di una sconfitta in guerra, il poeta usa per la prima volta il termine barbarus per indicare lo “straniero”. Annibale, l’abile stratega cartaginese formato alla regola della guerra, e Viriato, il pastore lusitano che praticava la guerriglia, sono due barbari. L’uso di questa parola prova che all’epoca di Lucilio i Romani s’includono nel mondo culturale dei Greci. Il poeta pur criticando l’eccessiva ellenomania di alcuni suoi nobili concittadini, dimostra di accogliere alcuni risultati della cultura filoellenica della cerchia scipionica. 


Tito Albucio 

Tito Albucio, muovendo a Muzio Scevola accuse di ghiottoneria e di pederastia, attribuisce all’avversario i propri vizi, in rappresentante di quei Romani che, per snobismo, assumevano atteggiamenti ellenizzanti. 
" In greco dunque ti saluto, come volevi tu, quando ero pretore ad Atene e tu mi venivi incontro: “Chàire, Tito”, ti dico. E i littori, tutti i soldati e i presenti: “Chàire, Tito”.  Da allora Albucio mi è nemico in pubblico ed in privato. "
I versi rivelano la ragione dell’odio di Albucio nei confronti di Scevolae. Scevola dice che Albucio rinnega la sua origine italica e preferisce essere chiamato greco. 
Lucilio dice qualcosa di simile:: 
 “E ancora, Tito Albucio fu dotto di lettere greche, o piuttosto, quasi un vero greco… Visse ad Atene nella giovinezza, e ne riuscì un epicureo fatto e finito”; 
 "Albucio non vuole più essere considerato un Romano".  Attraverso la sua ammirazione per la Grecia, Albucio si esclude volontariamente dalla civiltà romana. 


I GRANDI LEGIONARI 


Ponzio

Lucilio descrive dunque dei legionari che hanno raggiunto i posti più prestigiosi; menziona anche dei portainsegne (signiferumque):  veri  sacerdoti incaricati di compiere gli uffici relativi ai signa. Questa parola racchiude le idee di gloria, di conquista e di religione. Il centurione Ponzio era molto famoso: Catone dichiara: “Neppure voi avete le forze del centurione Tito Ponzio; e forse per questo egli è più valente?”.

Macrobio scrive: “ Scipione si trovava nella sua tenuta di Lavernio insieme con Ponzio: gli fu portato per caso uno storione, che si pesca molto di rado, ma, come si sa, è un pesce fra i più rinomati. Scipione invitò a pranzo uno o due di coloro che erano venuti a salutarlo, e sembrava volerne invitare ancora di più; ma Ponzio gli sussurrò in un orecchio: Scipione, bada a quel che fai: lo storione è per pochi ”. 


Tritano

La scena si svolge intorno al 130 a.c. Lucilio sceglie i suoi eroi fra il seguito di Scipione. Tritano potrebbe essere il gladiatore di cui parla Plinio il Vecchio: “Trattando gli esempi di forza eccezionale, Varrone riferisce che Tritano, un gladiatore famoso al tempo in cui si usava l'armatura dei Sanniti, di corpo magro ma straordinariamente robusto, e suo figlio, soldato di Pompeo Magno…”. Non riuscendo ad abituarsi alla vita civile, il centurione si sarebbe arruolato in una scuola di gladiatori " 


Scevola

Scevola fu eletto pretore nel 120 a.c. Secondo Cicerone, attraversò Atene, preceduto dai suoi littori e seguito dalla sua turma. A un certo punto compare Albucio, che dopo essere stato condannato per concussione in seguito al suo governo in Sardegna nel 133 a.c., si trovava in esilio ad Atene, dove si atteggiava a perfetto epicureo. Scevola deride la sua grecomania salutandolo in greco.  

Il saluto normale sarebbe stato Salve, Albuci, o magari Salve, T. Albuci. I Greci, invece, designavano i Romani col solo praenomen. Dunque il saluto di Scevola, ripetuto in coro dal suo seguito, è parodia dell’uso greco. La convenzione greca, accettabile nella conversazione privata, era inadatta in circostanze ufficiali. I Romani colti mostravano spesso la loro abilità nel greco quando parlavano o scrivevano in privato ai loro pari. Un contesto ufficiale rendeva questa libertà inaccettabile e offensiva. Il saluto greco di Scevola offendeva Albucio.



LA FIGURA DI SCIPIONE EMILIANO 


a) Il ruolo di dedicatario 

Scipione Emiliano è il dedicatario dell’opera luciliana:  "La mia riconoscenza va agli uni e all’altro, a loro e nello stesso tempo a terivolgendosi a Scipione Emiliano e alla sua cerchia di amici. E sono i membri del “circolo” scipionico che  invitano il poeta a presentare la sua produzione poetica all’Emiliano:  " Mi conducono da te, mi esortano a mostrarti questi scritti " e a Scipione che lo approva "Non bisogna avere tanta fiducia nell’ingegno di alcuno quanto nel tuo, amico, che sei arbitro finissimo della poesia  "

Lucilio declina la proposta di celebrare con un poema epico le imprese militari di Scipione Emiliano, cantando la vittoria su Numanzia del 133 a.c., a cui fu presente lo stesso Lucilio.  " Intraprendi quest’opera, che possa apportarti gloria e vantaggi, celebra le gesta di Cornelio!
Invece Marco Popilio Lenate, console nel 139 a.c., fu sconfessato dal Senato per la sconfitta riportata a Numanzia nel 138 a.c. A Lucilio viene  chiesto di denunciare l’insuccesso di Popilio celebrando invece il trionfo di Emiliano. Lucilio replica la sua inadeguatezza: " Perché no? Anche tu mi avresti chiamato ignorante e incompetente." Però sembra che il rifiuto di Lucilio sia una recusatio.


b) L’attività politica  

Nel libro XXX si parla dell’attività politica dell’Emiliano a favore di quei socii italici a cui la legge agraria di Tiberio Gracco aveva tolto i terreni dell’ager publicus. Lucilio, proprietario terriero di origine italica, condivise la causa dei latifondisti italici per la quale Scipione Emiliano si era battuto.

Lucilio riporta un'affermazione di Scipione durante il tribunato di C. Papirio Carbone: " In maniera insensata esso stesso uccide l’essere che lo ha nutrito ", si allude a un matricida. Mentre la folla rumoreggiava per la sua affermazione “sembra che Tiberio Gracco sia stato ucciso a buon diritto” Emiliano pronunciò le famose parole  “tacciano coloro per i quali l’Italia è soltanto una matrigna, non una madre”.

Per Emiliano la fazione graccana si comportava come un matricida, che uccide l’essere che lo ha nutrito, l’Italia. E la folla rispose affibbiandogli il soprannome infamante dell’ultimo dei Tarquini, Superbus: " E quanti vi erano, in verità, per disprezzarti come superbo "
Mentre i moderati auspicavano che Scipione, in qualità di dictator, ponesse mano ad una riforma costituzionale, i Graccani lo accusavano di aspirare alla tirannide.  Lucilio sostiene che il popolo Romano viene messo fuori legge perché gli alleati italici vengono espulsi dalla città con una legge che sembrerà iniqua a Cicerone ancora molti anni dopo.


d) Le cause della morte 

Ci rimane un breve accenno alla morte di Scipione " Inaspettatamente se ne è andato: un’angina lo ha portato via in un’ora sola " Il verso parla di un uomo morto improvvisamente, quando nessuno poteva aspettarsi una tal cosa e in un tempo brevissimo: Scipione Emiliano. Le cause della morte dell’eminente personaggio politico sono avvolte nel mistero. Le fonti antiche parlano di assassinio o di suicidio. Lucilio indica un’angina pectoris, distaccandosi dalla strategia politica del gruppo scipionico di lasciare il dubbio per coprire forse una verità che era meglio non divulgare .

TRIONFO DI LUCIO EMILIO PAOLO

A FAVORE DELLA CERCHIA SCIPIONICA 

Alcuni passi sopravvissuti dimostrano la devozione di Lucilio a personaggi legati da rapporti di parentela o di amicizia a Scipione Emiliano. 


a) Lucio Emilio Paolo 

Lucilio deve aver inserito nel libro V un excursus sulla guerra ligure del 180 a.c., con l’intento di celebrare la brillante vittoria sugli Ingauni riportata da Lucio Emilio Paolo, padre naturale di Scipione Emiliano .

In un frammento compaiono Geminus e Paulus, delle gentes Servilia e Aemilia: " un orcio vicino a Gemino, un cratere vicino a Paolo ". Sono Marco Servilio Gemino, figlio del console del 202 a.c., e Lucio Emilio Paolo, console nel 182 a.c. La presenza di un mixtarius vicino a Emilio Paolo indica che è il rex convivii e quindi ha un grado più alto rispetto a Servilio Gemino, che dispone invece di un orcio per l’acqua.


b) Quinto Fabio Massimo Emiliano o Quinto Fabio Massimo Allobrogico

Viene menzionato un certo Maximus Quintus, forse Quinto Fabio Massimo Emiliano o suo figlio Quinto Fabio Massimo Allobrogico:  " Come se una antica progenie da cui è uscito Quinto Massimo, da cui è uscito questo varicoso, con le gambe a x " Uno stretto parente dell’Emiliano è lodato ed opposto ad un personaggio discendente da un’altra nobile famiglia romana,“con le gambe a x”. L’illustre personaggio che Lucilio cita come contraltare degli Scipioni è  Caio Servilio Vatia, genero di Quinto Cecilio Metello Mecedonico, avversario politico dell’Africano Minore.


c) Scipione Africano

Da alcuni frammenti appartenenti al libro IXXX si desume che Lucilio aveva ricostruito la guerra annibalica, con lo scopo di elogiare il generale che ne fu protagonista,  Scipione Africano, avo adottivo di Scipione Emiliano. Il poeta  rievoca episodi della prima fase della II guerra punica, in cui Annibale trionfò sui Romani. Egli paragona l’azione del generale cartaginese ad un capolavoro " avendo visto nella mia vita un capolavoro militare, di gran lunga superiore a tutti gli altri "
Forse la battaglia di Canne : " Dopo aver annientato completamente l’esercito romano, Annibale si era impadronito di una parte dell’Apulia e del Bruzzio. " È questo periodo, precedente la battaglia del Metauro, che è ricordato  : " Allora egli aveva ciò e quasi tutta l’Apulia " .  " Cacciato via e buttato giù con la forza da tutta l’Italia " allude al declino di Annibale, culminante nella battaglia di Zama:
 " Così, dico, quella vecchia volpe, quel vecchio lupo di Annibale, fu ricevuto…" Il frammento sottolinea che il valente generale cartaginese, che ha riportato brillanti vittorie sui Romani in territorio italico, è stato annientato da un condottiero più abile di lui, Scipione Africano


d) Caio Sempronio Tuditano

Vi si leggono le lodi di un personaggio politico legato a Scipione Emiliano, " Non appena ti vidi intraprendere le battaglie di Celio " il tribuno Celio fu celebrato negli Annali di Ennio per il comportamento eroico tenuto nella guerra istrica del 179 a.c. Attraverso il ricordo del valore di Celio, Lucilio celebrerebbe un’impresa analoga. Una guerra istrica combattuta dai Romani nel 129 a.c.: condotta e vinta dal console Caio Sempronio Tuditano contro gli Illiri
" Quante pene e quante fatiche tu abbia sopportato e in quale modo…" Caio Sempronio Tuditano, fervente antigraccano e anti lex Sempronia, nel 129 a.c., e col pretesto di combattere contro gli illiri, abbandonò Roma, lasciando in sospeso la procedura di recupero delle terre dell’ager publi,
Lucilio celebra  il vincitore degli Illiri perchè era seguace della politica di Scipione Lucilio, e fa ricorso alla recusatio. dichiarandosi disponibile a cantarne le lodi: …" se, in qualche luogo, la fama, giunta alle mie orecchie, avesse annunciato la tua gloriosa battaglia " . 


CONTRO GLI AVVERSARI DI SCIPIONE EMILIANO 

Orazio afferma che le Satire luciliane presentano  quell’attacco ad personam come nei commediografi attici antichi, Aristofane Cratino ed Eupoli. Alcuni frammenti  mostrano come i bersagli preferiti degli attacchi di Lucilio siano gli avversari politici di Scipione Emiliano, e che Lucilio diventa più aggressivo quando essi sono morti.


a) Lucio Cornelio Lentulo Lupo 

La morte di Lupus nel concilio degli Dei apriva le Satire. Si tratta di Lucio Cornelio Lentulo Lupo, uomo politico inviso agli Scipioni, console nel 156 a.c. Di lui si sa che dopo il consolato,  fu condannato per la legge Cecilia nel 154 a.c., rogata dal tribuno Q. Cecilio Metello Macedonico. Nel 131 a.c. i censori che scelsero il nuovo princeps senatus, Q. Pompeo e Q. Cecilio Metello Macedonico, erano entrambi plebei: dovettero pertanto rivolgersi a un patrizio già  censore, ovvero L. Cornelio Lentulo Lupo, nominandolo princeps senatus. Dopo la sua morte, Lucilio scaglia contro di lui la satira del libro I: immaginava che si riunisca in cielo il concilio degli Dei, i quali, volendo punire Roma per la corruzione dilagante, decidono non di distruggerla, ma di far morire il massimo responsabile della sua degradazione, cioè Lupo.. 

Giove chiede al consesso come si possano salvare il popolo e la città dalla rovina o almeno salvaguardare le sue mura fino alla fine del lustro. La massima responsabilità della corruzione a Roma viene attribuita ai senatori, e soprattutto a Lentulo Lupo. Gli Dei chiedono:  " Che aspetto, che volto ha quest’uomo?" Il volto è come l’aspetto: morte, malattia, veleno ".
Valutate le colpe del princeps senatus, il consesso divino decide di eliminarlo mediante… indigestione. "Ti uccidono, o Lupo, le sardelle e le salse di pesce siluro "

Sicuramente Lupo morì di un male allo stomaco, attribuito volgarmente ad indigestione, perché altrimenti la satira mancherebbe di effetto. Lupus, infatti, è anche il nome del pesce pregiato "lupo di mare": dicendo che le vili saperdae uccidono il prelibato lupo di mare, il poeta lascia intendere che la morte di Lupo, uomo politico eminente, è causata da qualcosa di poco conto. Il secondo elemento sono gli iura siluri, che indicano rispettivamente la “salsa” e il “diritto”: la morte di Lupo viene causata dalle salse di pesce siluro, ma è anche voluta dalla giustizia. 



 c) Quinto Cecilio Metello Macedonico 

Uno dei nemici più illustri di Emiliano: Q. Cecilio Metello Macedonico, console nel 143 a.c. e censore nel 131 a.c.. Orazio dice che Lucilio “colpisce Metello e Lupo con versi infamanti” ma solo per la legislazione matrimoniale da lui emanata. Lucilio ridicolizza il celebre discorso sulla necessità del matrimonio pronunciato da Metello nel 131 a.c.. Un frammento "de prole augenda" ci è tramandato da Gellio:  “Se si potesse, o Quiriti, fare a meno della moglie, saremmo tutti esenti da questa seccatura; ma dato che la natura ha disposto che non sia possibile vivere né con loro tranquillamente né senza di loro in alcun modo, così bisogna provvedere piuttosto alla perpetua salute che a un effimero piacere”. 
Somiglia molto al passo di Lucilio " Gli uomini spontaneamente si procurano questo malanno e questa disgrazia: prendono moglie, procreano figli, con i quali procurarsi questi fastidi "


d) Lucio Aurelio Cotta 

Dei pochi frammenti che rimangono del libro XI, uno è rivolto contro Lucio Aurelio Cotta, un altro nemico di Scipione Emiliano. "Il vecchio Lucio Cotta, il padre di questo grassone, fu un grande imbroglione in materia di denari, e non fu facile a rendere a nessuno
Il poeta qualifica Lucio Aurelio Cotta, console nel 144 a.c., padre di un omonimo uomo politico ben noto ai contemporanei per la sua rozzezza, avaro e corrotto “un grande imbroglione in materia di denari”, in quanto prendeva i quattrini e non li voleva mai restituire. 

Nel 138 a.c. Cotta era stato accusato da Scipione Emiliano de repetundis e difeso da Metello Macedonico: trascinatosi per alcuni anni, il processo si era concluso con l’assoluzione dell’imputato, perché i giudici si erano lasciati corrompere. 


 e) Tito Claudio Asello

Tito Claudio Asello è definito improbus per aver rinfacciato a Scipione Emiliano una nefasta e sfortunata cerimonia di purificazione al termine dell’anno di censura: L’Africano Minore è presentato come un eroe che succede a una lunga serie di eroi: . Parallelamente Tito Claudio Asello è presentato come disonesto e privo di moralità: “Niente di strano, dato che è stato colui che ti ha tolto dagli aerarii a celebrare il sacrificio e a immolare il toro!”. . Asello era stato privato della cittadinanza da Scipione quando questi era censore (142 a.c.), ma il provvedimento gli era stato annullato dal collega Mummio. Ad Asello che gli rimprovera un lustrum malum infelixque, l’Emiliano risponde che la colpa è stata del collega che invece di mantenere il provvedimento contro Asello l'aveva annullato, mettendo nei guai la città. Il frammento allude al processo che Asello,  riabilitato da Mummio e divenuto tribuno della plebe, aveva intentato a Scipione. 


f) Tiberio Gracco 

Nel libro XXVII ci sono riferimenti a Tiberio Gracco, che insieme a suo fratello Caio fu avverso a Scipione Emiliano. 


I GRACCHI
Lucilio attacca il Senato, rimproverandogli i suoi delitti: 

" che il vostro ordine metta dunque ormai in luce i delitti che ha commesso

Sembra si tratti di un personaggio che non è un senatore, ma che si rivolge ad un senatore o a dei senatori.

Sembra si riferisca all’attività legislativa di Tiberio Gracco, progettata per minare il potere del Senato. 
 " Senza onori alla sua morte, senza pianto dell’erede, senza funerale

Il poeta sottolinea la ferocia della fazione degli ottimati nell’uccisione dei Graccani e di Tiberio Gracco stesso, la cui salma fu gettata nel Tevere dall’edile, sebbene il fratello l’avesse richiesta per gli onori funebri. L’ipotesi che Lucilio metta in evidenza la spietatezza del comportamento del Senato nei confronti di Tiberio Gracco non per criticarla, ma, in linea con gli Scipioni, per approvarla, è però più credibile.


g) Lucio Opimio 

Le invettive di Lucilio colpirono anche personaggi appartenenti alla generazione successiva a Scipione Emiliano. come nell’attacco a Lucio Opimio: " Quel famigerato Quinto Opimio, padre di questo soprannominato Giugurtino, fu un uomo bello e malfamato; entrambe le cose al tempo della sua gioventù; in seguito si comportò meglio Lucio Opimio, figlio del console del 151 a.c. "
Il termine Iugurtinus allude all’ambasceria del 116 a.c. da lui presieduta e inviata in Numidia per dirimere il contrasto tra Aderbale e Giugurta. Accusato di essersi lasciato corrompere da quest’ultimo, fu condannato dalla commissione Mamilia nel 109 a.c. e morì in esilio a Durazzo. 
Inoltre gli condanna la brutale distruzione della cittadina italica di Fregelle del 125 a.c.


 h) Caio Cassio 

Evidentemente un nemico dei seguaci di Scipione Emiliano: " Caio Cassio, che noi conosciamo, è un uomo avido di lavoro che noi chiamiamo Grossa Testa, speculatore e ladro; è lui che Quinto Tullio, il delatore, fa erede e tutti gli altri vengono diseredati "
L’obiettivo di Lucilio era di fornire un pessimo ritratto di Cassio, il che spinge a pensare che si trattava di un personaggio inviso ai membri del gruppo politico scipionico. 


APPROVAZIONE DELLA POLITICA DI SCIPIONE

SCIPIONE EMILIANO
Lucilio approva la politica di Scipione Emiliano (prima e dopo la sua morte).  Ne esalta indirettamente il valore militare attraverso degli excursus sulla guerra di Numanzia. Sostiene la causa dei latifondisti italici di cui l’Africano Minore si era fatto portavoce. Elogia i suoi parenti ed amici: Lucio Emilio Paolo, Quinto Fabio Massimo Emiliano, Scipione Africano e Caio Sempronio Tuditano.

Attacca invece personaggi politici come Lucio Cornelio Lentulo Lupo, Quinto Muzio Scevola l’Augure, Quinto Cecilio Metello Macedonico, Lucio Aurelio Cotta, Tito Claudio Asello, Tiberio Gracco e Lucio Opimio, avversi agli orientamenti politici di Scipione e dei suoi seguaci, per cui Lucilio si inserisce nei poeti arcaici che avevano dedicato ai potenti, cui erano debitori di aiuti e protezioni, poemetti e tragedie praetextae.

Ma Lucilio è ricco e di buona famiglia, e non ha ambizioni politiche, per cui non agisce per tornaconto, ma perchè ha bisogno di un idolo da ammirare e adorare, e dei cattivi da combattere. Ma in parte ebbe anche bisogno dell'appoggio di Scipione sul piano letterario,


CRITICA AL "SEQUI NATURAM DUCEM" 

Lucilio scherniva una cena rustica durante la quale si consumavano dei prodotti di origine vegetale,secondo la dottrina del sequi naturam ducem, che biasimava qualsiasi forma di eccesso: " Poi cicoria calpestata dalle zampe di cavallo "  " la cipolla che fa piangere " "Come quando l’ortolano mette in vendita per primo dei fichi novelli e in principio né dà pochi a caro prezzo " " una polenta cotta col grasso "

Attraverso la descrizione di una frugale cena rustica, l’autore non allude all’eccessiva moderazione imposta dalle leggi suntuarie e neppure alla moderazione nel cibo propria del mos maiorum, ma all’invito ad adeguarsi alle semplici esigenze naturali predicato, in forme diverse, dai Cinici, dagli Epicurei e dagli Stoici. Insomma a Lucilio non va bene il cibo sontuoso, ma neppure quello semplice che rispetta gli animali e la natura, perchè ha un aspetto troppo romantico. Sembra che all'autore il buon senso non lasci posto a nessun entusiasmo, con la scusa che sia eccessivo e irrazionale. Insomma ce l'aveva un po' con tutti.



CRITICA ALL’ACCADEMIA PLATONICA 

Una delle più importanti scuole filosofiche elleniche era l’Accademia platonica, che nel II sec. a.c. con Carneade di Cirene (214-129 a.c.) proseguì l’indirizzo scettico, di cui era stato iniziatore  Arcesilao di Pitane, caposcuola fino al 241 a.c.  Gellio cita il poeta Levio: .. potrebbero essere ricondotti anche i frr.  in cui Lucilio menziona dei cibi contadini: magri colombi e formaggio che ha odore di aglio.

Lucilio dovette avere rapporti personali con l’Accademia, dal momento che Clitomaco, il più famoso tra i successori di Carneade, gli dedicò un proprio scritto. Lucilio però canzona gli esercizi di definizioni che Socrate introduce come esempi degli esercizi degli allievi dell’Accademia:  " Sa che esiste un sapere creativo, conosce che cosa siano una tunica e una toga "
Il poeta deride un filosofo che è imbattibile su tutti i principi dell'accademia: il suo sapere gli permette in particolare di conoscere che cosa siano un indumento di sopra (toga) e un indumento di sotto (tunica).
Nel libro XXVIII, Lucilio parla di un banchetto caricaturale di pseudo-sapienti, e descrive un filosofo austero e misterioso: “ Per il resto Senocrate aveva sempre un aspetto grave e scontroso e per questo Platone gli diceva a mo’ di ritornello: Senocrate, sacrifica alle Cariti ”.
Durante il concilio degli Dei rappresentato da Lucilio “Nettuno trattando una questione difficilissima, mostrò che non si poteva venirne a capo… neppure se l’orco restituisse Carneade in persona "



CRITICA ALL’EPICUREISMO

La filosofia greca di Epicuro,  non ebbe grande diffusione a Roma fino all’età di Lucrezio e di Cicerone. Quasi nulla sappiamo dei primi epicurei romani che insegnarono nei primi del II secolo a.c. Sia Caio Amafinio, che Tito Albucio, furono contrastati dal ceto senatorio, che già aveva espulso dei filosofi epicurei  Alcio e Filisco nel 173 a..c. Così Epicuro e la sua dottrina possono essere impunemente bersagliati da Lucilio, chew ridicolizza la dottrina cosmologica degli eidola e degli atomoi: "Vorrei vincere le immagini e gli atomi di Epicuro".

Lucilio presenta al pubblico romano gli eidola e gli atomoi sotto il nome di Epicuro, nonostante che la teoria degli atomi spettasse a Democrito. Egli presenta due termini tecnici: eidola e atomusche Lucrezio e Cicerone sostituiranno con imago e simulacrum. Lucilio vuole confutare la teoria di Epicuro, che aveva trattato dell’atomo nell’Epistula ad Herodotum unitamente agli eidola. Sembra anche condannare l’ideale epicureo dell’atarassia: "Che egli piuttosto conduca una vita tranquilla dopo aver raggiunto la quiete!"

Lucilio doveva leggere: esistono immagini che hanno la forma simile  a quella degli oggetti solidi, ma per sottigliezza sono differenti da quelle che appaiono… queste immagini noi chiamiamo "eidola"… Nessun fenomeno testimonia contro il fatto che gli  "eidola" abbiano sottigliezze oltre ogni immaginazione... Dalla superficie dei corpi parte una continua emanazione di "eidola"… La percezione, che cogliamo con la mente   o con i sensi, deducendola dalla forma  o dagli accidenti, è la forma stessa dell’oggetto solido”.

Il poeta attacca pure l’ideale epicureo dell’atarassia. All’isolamento  egli preferisce una condanna. Alla atarassia, alla meditazione, antepone, dunque, l’azione; alla vita quieta la vita civilis .



DIFFUSIONE DEL PENSIERO FILOSOFICO A ROMA 

La filosofia greca non costituisce per Lucilio solo oggetto di parodia, ma anche di riflessione e conoscenza.


CRITICA AI PRESOCRATICI 

Lucilio conosce il concetto fondamentale del pensiero filosofico greco: l’interazione tra corpo e anima, sulla quale concordano omnes physici, tutti i pensatori che si sono occupati del mondo fenomenico, per fondarne la sua essenza come i presocratici e cioè Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito ed Empedocle.

 “il corpo è affetto da molte sofferenze, l’anima soffre insieme col corpo e ne è sconvolta “ Vi è quindi il predominio della corporeità, per cui l’immortalità dell’anima non è ammissibile poiché  soggetta al dolore, alla malattia e alla morte. Lucilio considera  l'animus “la sede dei pensieri e dei sentimenti” quindi anche essa può ammalarsi allo stesso modo del corpo “a ciò si aggiunge che, come il corpo stesso contrae terribili morbi e fiero dolore, così vediamo l’animo soffrire crudeli affanni, cordoglio e timore; perciò deve essere anch’esso partecipe della morte… l’animo, dunque, sia che si ammali, sia che un farmaco lo muti, come ho spiegato, rivela di essere mortale”.


CRITICA A SOCRATE 

Nel libro XXIX Lucilio allude diverse volte a Socrate, nella sua funzione di maestro:

SOCRATE
" E amava tutti, poiché, come non fa differenza e non lascia traccia una linea bianca "

i versi sono ispirati ad un passo del Carmide platonico, in cui è presente l’immagine della cordicella bianca che non fa alcun segno distintivo su una pietra bianca.

- " Così Socrate si comportava nell’amore per i giovinetti di aspetto poco migliore: non distingueva affatto chi amasse "

- "L’amore di Socrate per i giovinetti si applica indistintamente a tutti coloro che sono belli."

- " Che cosa? Le teorie che egli stesso impartiva ai buoni? "
- " attraverso la quale mi trasmette tutto ciò che esiste fra il genere umano che crea un’unione reciproca  " 

Dunque Lucilio critica Socrate perchè amando tutti non distingue nessuno.


IL CINISMO

Alla figura di Socrate è legata la corrente filosofica del cinismo, del cui influsso Lucilio sembra aver risentito. Gli antichi avevano notato punti di contatto fra Lucilio e Bione di Boristene, l’inventore della diatriba, ospite alla corte di Antigono Gonata, lasciando la sua dottrina nella biblioteca della reggia macedone. Alcuni temi che ritornano con frequenza nelle Satire sono tipici del repertorio diatribico: la deplorazione del lusso e dell’ingordigia; la satira dell’avarizia, dell’ambizione e della corruzione; il rifiuto del criterio volgare di valutare le persone in base a ciò che posseggono; l’ostilità verso il matrimonio… 
L’autore stabilisce un paragone tra la vera sententia, che risiede nel cor, sede del senno e dell’intelligenza, e la sanità del corpo .Il cuoco non si cura che la coda sia bella, purché la bestia sia grassa; così gli amici cercano l’anima, i parassiti il patrimonio e le ricchezze.

"Dunque tu pensi che ad una donna dalle belle chiome e dalle belle caviglie non fosse lecito toccarsi la pancia e l’inguine con le mammelle? che non avesse le gambe lunghe o storte Alcmena, moglie di Anfitrione, ed altre, Elena stessa insomma – non voglio dire: vedi tu stesso, scegli il bisillabo che preferisci – figlia di nobile padre che non avesse un qualche tratto insigne, una verruca, un neo, l’apertura della bocca o un dente che sporgesse un tantino in fuori?" 
Non si tratta qui dell’abbassamento delle eroine al livello delle donne comuni, qui, con la scusa di dare più importanza al cuore che non al corpo delle persone, Lucilio In questo non esprime spiritualità ma ridicolizza le figure delle eroine epiche semplicemente perchè odia le donne.

Lucilio richiama spesso, in alcuni casi facendole proprie, dottrine comuni al cinismo, all’epicureismo e allo stoicismo. in sintonia con la teoria secondo cui la Fortuna non dona ma presta solamente i suoi beni:
Egli disprezza tutto il resto e ritiene che tutte le cose si possano usare per breve tempo e che nessuno possieda qualcosa di suo 

" Poiché so che nella vita nulla è stato dato ai mortali in assoluta proprietà " Il saggio disprezza tutti i beni ad eccezione della virtù, perché non si possiede nel senso proprio del termine ciò che è suscettibile a cambiare col tempo . Durante la breve durata della sua vita all’uomo non è concesso che l’uso delle cose che crede di possedere . 

Quando il senato chiede a Scipione Emiliano chi sarebbe bene mandare in Spagna se Servio Galba o Lucio Cotta dichiara " Neutrum, mihi mitti placet, quia: alter nihil habet, alteri nihil satis est " Uno non ha nulla e l'altro non è mai sazio, pertanto entrambi possono essere rapaci nell'amministrazione del territorio.

L’idea che ci sono malattie dello spirito corrispondenti a quelle del corpo era degli Stoici e Licilio sembra approvare, insieme al tema stoico della stultitia, la stoltezza di colui che si lascia travolgere dalle passioni:  Il desiderio si sradica dall’uomo… … ma mai la passione dallo stolto

Alla passione si può comunque tentare di porre rimedio, ma i rimedi sono inefficaci se non derivano dall’uomo stesso: con una conversione alla saggezza che l’ammalato giunge a riconquistare da sé la salute fisica e morale. Tutte le terapie imposte dall’esterno sono destinate al fallimento: non saprebbero estirpare la passione senza distruggere l’uomo. Beato l'uomo che con grande coraggio si è liberato dalla schiavitù della passione, perchè si è liberato dalla schiavitù. 

 “La terapia che si deve usare per chi si trova in tale condizione consiste nel dimostrargli quanto l’oggetto del suo desiderio sia insignificante, spregevole, del tutto privo di valore, quanto facilmente si possa ricavare anche da un’altra parte o in un altro modo o possa essere del tutto trascurato. Talvolta si presenta anche la necessità di indirizzarlo ad altri interessi, pensieri, preoccupazioni, impegni… C’è poi ancora da dimostrare quello che si dice di ogni passione, e cioè che non ne esista nessuna che non dipenda dall’opinione, o che non sia accolta sulla base di un giudizio soggettivo, o che non sia volontaria”. 

Due passi, tratti rispettivamente dai libri nono e ventottesimo, che sembrano decisamente stoiche. Lucilio invita il destinatario della raccolta ad acquisire una scienza che si può apprendere attraverso lo studio, che realizza la sintonia tra la ragione (ratio) e la realtà sensibile (res).


La ridicolizzazione del saggio stoico 

Contrastante con una eventuale adesione di Lucilio allo stoicismo paneziano però è la parodia del saggio stoico che: 
" È un sarto eccellente; cuce benissimo i rattoppi  "
Nel primo verso, richiamandosi al paradosso stoico che il saggio sa fare tutto alla perfezione, il poeta afferma, canzonando, che questo è  anche un sarto, uno specialista del rattoppo (cento è un vestito fatto di diverse pezze cucite insieme)«… Ma se colui che è saggio è ricco ed è buon calzolaio ed è il solo a essere bello e ad essere re, perché allora desideri quello che hai già? 
"Tu non conosci  quel che dice il padre Crisippo: non si è mai fatto sandali né ciabatte, eppure il saggio è calzolaio ”. Schernendo l’atteggiamento del saggio stoico che si vanta di sapere fare tutto, anche le cose più ridicole. 



L’INTERESSE DI LUCILIO PER GRAMMATICA E RETORICA 

La Stoa – come si è detto in precedenza – aveva stimolato nei Romani un vivo interesse per la grammatica e la retorica. Lucilio mostra di avere una vasta preparazione, come attestano numerosi frammenti sia di carattere grammaticale che di di argomento retorico.


 a) Questioni grammaticali

Il libro nono delle Satire era dedicato in gran parte a questioni grammaticali e critiche e conteneva, tra l’altro, una trattazione sistematica delle lettere dell’alfabeto. I frammenti superstiti, però, non chiariscono le motivazioni che indussero Lucilio a occuparsi di grammatica: in essi, infatti, non compare alcuna dichiarazione esplicita al riguardo. Forse era sollecitato dal dibattito culturale del tempo, stimolato dal mediostoicismo di Panezio. Infatti Lucilio riprenda dottrine grammaticali greche ispirate alla filosofia stoica. 

Lucilio presenta la distinzione, con relative definizioni ed esemplificazioni, fra poema e poesis, distinzione attestata, con notevoli variazioni e diverse sfumature, in numerosi testi antichi da Neottolemo a Posidonio a Filodemo giù giù fino a Nonio e ad Isidoro. Per il poeta, poema è un’opera breve; poesis è una composizione lunga , che può raggruppare un gran numero di poemata, in contrasto con le posizioni di Accio, che, cercando le differenze tra i generi letterari, dava un’impostazione qualitativa.


 b) La retorica isocratica

Lo scarso interesse del poeta per la retorica derivava forse dalle forti resistenze, che erano culminate nel bando da Roma dei retori greci (161 a.c.). Aveva una forte preparazione in ambito retorico, anche per l’influenza di Panezio, le cui lezioni si erano concretate nello stile attico di Scipione Emiliano e di Lelio. 

Lucilio critica le eccessive ricercatezze della retorica di ispirazione isocratea  che risentono infatti delle teorie stoiche. Nella satira della causa giudiziaria di Albucio vs Scevola, ironizza sulla straordinaria abilità oratoria di Crasso: " Quanto graziosamente sono messe insieme le tue parole, come tutte le tessere incastrate con arte in un pavimento o in un medaglione a mosaico! Scevola per tutta risposta paragona l’esagerata ricercatezza dello stile del suo accusatore all’arte del mosaico.

L’altro frammento, del libro V, canzona le regole complicate ed astruse insegnate nelle scuole di retorica di indirizzo asiano: " Come io stia, te lo farò sapere, anche se tu non me lo chiedi. Dal momento che sono rimasto in quel numero, a cui non appartiene la maggior parte degli uomini… così che tu voglia che sia morto colui che non hai voluto andare a trovare, anche se avresti dovuto farlo. " " Queste parole “non hai voluto” e “avresti dovuto”, se ti piacciono poco, perché sono prive di arte ed imitano Isocrate e sono sciocche e allo stesso tempo del tutto puerili, non perdo il mio tempo, se tu qui…"  Lucilio scrive ad un amico per dargli sue notizie e per rimproverarlo perché ha trascurato di restituire la visita al poeta durante una malattia abbastanza grave, che ha fatto temere per la sua vita. 
" La maggior parte degli uomini costituisce il mondo dei morti; i vivi non sono che una minoranza. "
Lucilio ingigantisce il malanno e per angosciare il suo amico con una certa comicità:
- bisogna informarsi sulla salute degli amici;
- ora tu non hai voluto farlo;
- dunque tu hai voluto la mia morte:
- Lucilio sarebbe molto felice di annoiare il suo interlocutore con una figura di stile puerile, dal momento che nei casi gravi si mostra così poco devoto.

Il lavoro tecnico per Lucilio, e come dargli torto, non basta per creare l'opera d'arte: è necessario ancora che questo lavoro sia conforme alla verità (in cui intende la verità del sentire, il cor). Per la prima volta nella letteratura latina, Lucilio introduce l'idea che il contenuto e la forma sono ambedue necessitanti e legate.
il discorso scorra come racchiuso in un cerchio, fino a quando si ferma, una volta che i singoli pensieri abbiano raggiunto completo sviluppo”;  L’oratore ateniese è, insomma, il modello stesso del retore. È a questo titolo che egli è il simbolo di tutti i difetti che Lucilio condanna.




LUCILIO E LA FILOSOFIA GRECA - L’ “ECLETTISMO”

Non è possibile definire la posizione di Lucilio in ambito filosofico perchè non si schiera in un campo, ma accoglie spunti e suggerimenti da varie parti, pronto sempre a respingere e a criticare ciò che non approva, da qualunque parte provenga. Dal momento che non appare legato ad alcuna scuola filosofica, Lucilio è un “eclettico”.
Lucilio ha un certo interesse per la filosofia di cui possiede una discreta cultura, da degno membro del circolo scipionico, aperto agli influssi del pensiero greco e, in particolare, allo stoicismo. Tuttavia rifiuta le teorie astratte di nessuna utilità per la vita pratica e ridicolizza certi aspetti della filosofia greca che ad un Romano, piuttosto razionale, sembravano stravaganti e assurdi.
Si legge nei sui frammenti
" Allora dove sono gli autori greci? Dove sono ora i trattati di Socrate? Qualunque sia l’argomento che andate cercando, siamo rovinati "
Di fronte alle passioni o agli eventi molto negativi crolla ogni principio filosofico, che non può infatti risolvere la vita nè i problemi degli uomini come pretenderebbe.


CRITICA AL TEATRO TRAGICO ROMANO

La critica di Lucilio non è rivolta al genere tragico, ma ai tragediografi contemporanei, che, imitando Euripide, si sono allontanati dai canoni della grande tragedia. Aristofane aveva criticato in Euripide sia il gusto del patetico sia la decisione di rendere protagonisti dei suoi drammi eroi cenciosi come Telefo e Antiope

Lucilio riscontra i medesimi difetti negli autori tragici romani, che hanno portato sulla scena personaggi sporchi e miserabili. " ora l’umile origine rappresenta per costoro una cosa straordinaria e stupefacente dove la regina opera come una schiava ".

Lucilio considera la degenerazione del teatro come un aspetto della crisi morale che Roma aveva subito a causa delle vicende della guerra di Spagna.


Un'altra categoria di critiche riguarda l’imitazione di certi procedimenti sofistici di Euripide
" Se debba impiccarsi o gettarsi su di una spada, per non bere l’aria " È questo un esempio lampante di ragionamento sofistico, semicomico alla maniera di Euripide: l’eroe tragico, infatti, sul punto di uccidersi, si perde in una deliberatio in piena regola per decidere se debba impiccarsi o gettarsi sulla spada.




LUCILIO INVENTORE DELLA SATIRA

La satira di Lucilio è più antica che si ricordi per un genere letterario romano. Soltanto nella generazione precedente, la letteratura aveva fatto ufficialmente il suo ingresso a Roma, con la traduzione e il riadattamento di un’opera greca, l’Odissea di Omero. Nella letteratura latina ci si rifece pertanto ai modelli greci. Ma la satira era tutta romana.

ORAZIO
Secondo gli storici letterari moderni, la prima fase del suo sviluppo sarebbe legata al nome di Ennio.

Stando, invece, alla ricostruzione degli eruditi romani, la satira sarebbe stata completamente inventata da Lucilio.

Nel libro trentesimo  Lucilio definisce il proprio ruolo sociale di maestro e guida, " Come te che… ciò che noi stimiamo essere un’immagine della vita " .

L’epica e i generi teatrali avevano il loro ambito di destinazione già iscritto nello statuto originario ed erano rivolti a un’intera comunità. ma il poeta non scrive né per i troppo dotti, che ne sanno più di lui stesso, né per gli ignoranti, che non avrebbero capito nulla.

Lucilio dichiara di voler trovare rispondenza nell’animo di chi sa apprezzare i sermones per quel che di nuovo hanno portato nel panorama della letteratura latina. Egli rileva che un suo avversario. identificato con Accio, si rammarica del suo insuccesso presso il pubblico, mentre nello stesso tempo sottolinea il favore incontrato dalle Satire. Lucilio però, come dichiara, non desidera essere letto da persone né troppo ignoranti né troppo colte.

Ricerca un pubblico “medio”, capace di apprezzare una letteratura aderente alla realtà, un pubblico che non è anestetizzato dai sofismi filosofici, nè troppo incolto e schematizzato che non possa aprire la mente alle innovazioni. Insomma un pubblici che non solo ascolta ma sente.



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