SANNITI



AFFRESCO TOMBA SANNITA IV SEC.

I Sanniti o Sabelli furono un antico popolo italico stanziato nel Sannio, corrispondente agli attuali territori della Campania nordorientale, dell'alta Puglia, di gran parte del Molise (tranne il tratto frentano), del basso Abruzzo e dell'alta Lucania.

Detti in osco Safineis, i Sanniti abitarono la regione del Sannio, nell'Italia centro-meridionale, tra il VII-VI sec. a.c. e i primi secoli dell'impero romano. Insieme costituirono la potente Lega Sannitica che a lungo tenne testa ai romani.

Le differenti denominazioni a noi giunte in lingua latina si spiegano per il fatto che, in latino arcaico, la lettera "f", intervocalica o consonante che dir si voglia, non esisteva, per cui Safinim divenne per assimilazione Samnium, da cui i Romani derivarono il nome Samnites.

Di questo popolo conosciamo diversi aspetti, ma innanzi tutto che era costituito da varie tribù di cui quattro più importanti, stanziate in aree diverse:

  • Pentri che occupavano l’area centro-settentrionale del Sannio, con capitale Bovianum (oggi Bojano); formavano la gloriosa Legio Linteata un gruppo scelto di guerrieri, votati con una cerimonia sacra, che li destinava al sacrificio estremo in battaglia per il proprio popolo. 
  • Carricini (o Caraceni) occupavano la zona più settentrionale; si dividevano in Carricini supernates e Carricini internates, città principali: Cluviae (presso Casoli) e Juvanum (i resti e fra Torricella Peligna e Montenerodomo);
  • Caudini, occupavano la zona sud-ovest, di forte influenza ellenica, con capitale Caudium, dove avvenne la cocente sconfitta delle Forche Caudine) (presso Montesarchio);
  • gli Irpini che occupavano la zona meridionale; con capitale Maleventum, città di fondazione osca, il cui nome in lingua osca era Maloenton, il cui nome venne poi trasformato dai romani in Benevento.

Più tardi vi si unirono i Frentani, posti sulla costa adriatica a nord del Gargano e presso i monti Frentani, con capitale Larinum (Larino).

L'insieme di tribù riunite nella Lega sannitica, estesero nel corso del V - IV sec. a.c. la propria area di influenza, fino ad arrivare a comprendere i loro vicini meridionali, gli Osci, ai quali erano linguisticamente molto affini.

I Sanniti rispettavano la stessa tradizione dei Sabini: in occasione di un Ver Sacrum, un voto pubblico che si metteva in atto a primavera, fatto in situazioni di emergenza (carestia, malattie ecc), un folto gruppo di giovani abbandonavano il territorio e fondavano una colonia. Si dice anche che i Sanniti fossero gli emigranti di un Ver Sacrum sabino, quindi che derivassero dai Sabini.

I Sanniti procedevano così: una volta penetrati in territorio straniero, si impadronivano degli sbocchi o sul mare o nelle vallate, da cui attaccavano e razziavano le zone e le città sottostanti, pronti a rifugiarsi, in caso di pericolo, sui monti dell’interno.

Sui monti impervii, già difficili da risalire, infatti edificavano delle città-fortezze, con mura alte più di tre metri e spesse più di un metro, tutte in opera poligonale, che raggiungevano i sei o sette km. di lunghezza. L'area all'interno era adibita al ricovero delle genti, delle merci e degli armenti, nonchè delle armi di cui erano abili fabbricanti, si che avevano la possibilità di chiudere le porte e difendersi a lungo.

GUERRIERI SANNITI

IL VER SACRUM

Secondo la tradizione, la tribù sabellica dei Pentri, (il cui nome ha la stessa radice del celtico pen ("sommità") e significherebbe quindi "popolo dei monti") guidata dal "bove" (un bue sacro), si sarebbe fermata a nord del Tifernus (fiume del Molise e della Provincia di Campobasso), e avrebbe fondato la città di Bovianum (di cui quasi tutto l'abitato romano e sannita si trova al di sotto dell'attuale livello della città e non è stato oggetto di scavo) che era, come conferma Tito Livio, la capitale del Sannio. 

Bovianum ricordava annualmente con il ver sacrum (la Primavera Sacra):

- L'arrivo della tribù pentrica guidata dal bue che dette il nome alla città.
- Una seconda tribù, quella degli Irpini guidata dal "lupo" (in osco hirpus) si sarebbe fermata nelle valli del Calore e del Sabato (dal popolo dei Sabini "Sabus", i Sabatini erano una tribù sannita del bacino del Sabatus (Livio).
- Una terza tribù, guidata dal "picchio" (picus) si sarebbe fermata a sud del Terminio (montagna dei monti Picentini, nell'Appennino campano), nel paese detto perciò dei Picentini.
- Una quarta tribù, i Caudini, (quelli delle Forche Caudine), guidata dal "cinghiale" (aber, donde Abella, l'attuale Avella), si sarebbe stanziata tra i monti del Partenio e il Taburno e nella Conca avellana.
Si ritiene molto probabile che non si facesse ricorso ad un animale reale, ma che gli abitanti marciassero sotto un vessillo su cui l’animale era raffigurato. Noi pensiamo invece che probabilmente il loro capo era identificato con l'animale per le caratteristiche che traeva da questo, es. la forza dal bue, l'aggressività dal lupo ecc, oppure da un animale sacro a una divinità, ad es. il picchio sacro a Marte. 
Non dimentichiamo che anche i Romani usarono gli animali come vessillo, animale che spesso era il richiamo del segno zodiacale del loro generale.

I Sabini che avevano lungamente combattuto senza successo contro i vicini Umbri, decisero di sacrificare quanti sarebbero nati in quell'anno, se avessero riportato vittoria sugli Umbri. Ciò accadde, per cui mantennero il voto, ma la consacrazione non consisteva nell'uccisione dei figli come alcuni hanno ipotizzato, ma uno sciame in territori stranieri. 

GUERRIERO SANNITA DI PIETRABBONDANTE
Infatti in un ver sacrum famoso il capo della spedizione era Como (o Comino) Castronio. Strabone racconta che il bue (animale allora molto importante per il trasporto e pure per arare la terra) si fermò ai piedi di un colle chiamato Samnium e che da lì il popolo prese il proprio nome.

Per altri nello stesso modo fondarono Bojano facendo fermare l'animale alle fonti del Biferno per dissetarsi.

Lì sarebbe stata fondata la città di Bovaianum (nome osco derivante dal bue). 

La migrazione sarebbe invece partita dal laghetto di Cutilia ( lago sacro alla Dea sabina Vacuna e per questo reso inaccessibile con dei recinti) famoso per un'isoletta natante ricca di vegetazione che vi si trovava al centro, nel territorio di Rieti, ritenuto nell'antichità l'ombelico d'Italia.

Il Ver Sacrum non accadde, come spesso supposto, a causa della sovrappopolazione, molto difficile pensare che all'epoca vi fosse mancanza di territori e non dimentichiamo che i Romani dovettero ricorrere all'Asylum per popolare Roma. Viceversa occorrevano molti combattenti per difendere il paese. 

Si narra poi che oppressi da grave carestia, per liberarsi da tale calamità decisero di consacrare nuovamente agli Dei i loro figli nati, pensando di tacitare la collera divina. I giovani, consacrati al Dio Marte, giunti all'età adulta furono mandati dai loro genitori a cercare altre terre.

Mandare via da una terra i giovani maschi lasciando donne e bambini avrebbe significato togliere guerrieri e forza lavoro condannando la popolazione alla fame. Vero è invece che inviavano i giovani consacrati a occupare nuove terre col compito di razziare animali e merci da spedire in patria per soccorrere il popolo rimasto. 

Ancora oggi gli emigranti asiatici o africani usano, non appena trovano lavoro nella nuova terra, inviare soldi ai loro genitori, essendo ancora molto legati ad una famiglia patriarcale dove i genitori anziani venivano mantenuti dai figli, anche se muniti di pensione (del resto alquanto scarsa).



LA LEGA SANNITICA

I Sanniti costituivano una confederazione di popoli, la Lega sannitica, strettamente correlati agli Osci, popolazione indoeuropea del gruppo osco-umbro. Questa confederazione si espanse sempre più, ma giunti al Basso Lazio e alla zona di Napoli, nel IV sec. a.c. vennero in contatto con la Repubblica romana, allora potenza in piena ascesa, con i quali stipularono un patto di amicizia nel 354 a.c.. Tra il 343 e il 290 a.c. tre Guerre sannitiche sancirono la supremazia dei Romani, Le cose andarono così. Nel 343 a.c., la città etrusca di Capua fu occupata dai Sanniti e chiese aiuto al Senato romano, che accolse la supplica. 

Scoppiò così la I guerra sannitica che fu vinta infine dai Romani con la Battaglia di Suessula (341 a.c.) ma Roma stipulò un trattato di pace assai mite con i Sanniti, per timore di altri territori in rivolta. La II guerra sannitica scoppiò a causa della fondazione della colonia romana di Fregellae, città del Latium adiectum, sulla via Latina, in territorio sannitico nel 326 a.c.

I Sanniti si allearono con altri popoli sottomessi e ribelli ai Romani. Inizialmente la guerra fu favorevole ai Sanniti: che umiliarono i Romani nelle Forche Caudine (321 a.c.), presso Caudium, il che impose al Senato una tregua. 

La guerra riprese nel 316 a.c. i Sanniti occuparono parte del Lazio grazie all'aiuto della Lega Ernica. Infine tuttavia Roma vinse presso Maleventum (Benevento), e infine nella battaglia di Boviano (305 a.c.), sugli stessi Sanniti, che l'anno seguente accettarono un trattato di pace i cui termini ricalcavano quello precedente, che di fatto romanizzò tutto il Sannio.

La III guerra sannitica (298-290 a.c.) fu voluta dai Sanniti che formarono una nuova coalizione con Etruschi e Umbri, ma i Romani li sconfissero nella battaglia di Sentino nel 295 e poi nella battaglia di Aquilonia del 293 a.c. I Sanniti vennero confinati in un piccolo territorio mentre altri vennero deportati in altre terre, molti villaggi vennero distrutti.

I sanniti comunque conservarono sempre una certa ostilità verso i romani si che appoggiarono le Guerre pirriche (280-275 a.c.) e l'invasione di Annibale in Italia (217-214 a.c.).

Inoltre parteciparono alla rivolta dei popoli italici nella guerra sociale del 90-88 a.c., ma alla fine i ribelli vennero sconfitti dai Romani e Lucio Cornelio Silla devastò con il suo esercito il territorio sannitico. Parteciparono anche alla guerra civile romana tra sillani e mariani dell'83-82 a.c. contro l'aristocrazia guidata da Cornelio Silla, giungendo fino alle porte di Roma. Silla, accorso in aiuto dell'Urbe riuscì, dopo sanguinosa battaglia, a distruggere l'esercito sannita.
I Sanniti intervennero ancora nella III guerra servile (73-71 a.c.) e della Congiura di Catilina (62 a.c.).

Le rivolte finirono quando i Romani concessero loro la cittadinanza e i Sanniti si integrarono anche nella classe dirigente romana.



LA SOCIETA' SANNITA

La società sannitica era di tipo rurale e le città erano costituite principalmente da capanne di pastori. Aesernia (distrutta da Silla), Aeclanum, Allifae (distrutta da Silla), Cubulteria (distrutta da Fabio Massimo), Maleventum, Saepinum, Telesia (distrutta da Silla), Trebula Balliensis e pochi altri centri erano i principali ma di estensione limitata. Erano organizzati in comunità rurali, con caratteristiche servili e feudali dei contadini e soprattutto pastori verso i nobili proprietari di fondi, in genere un militare di grado elevato

I Sanniti usavano coprirsi con indumenti di lana e le donne si ornavano con orecchini, collane, fibule e forcine, gli uomini con coltelli che attaccavano alle cinture. Nonostante le ripetute distruzioni perpetrate dai Romani e da altri dopo di loro, restano le fortificazioni poligonali erette in cima ai monti, i più antichi monumenti del Sannio, anche se con pietre non gigantesche come nello stile “ciclopico” e non così curate.

La casa dei Sanniti era il triibon (dal latino trabem, “trave”) evidentemente in legno, probabilmente composta da una stanza per dormire e da una dispensa. Dal 400 a.c. in poi l’arte sannita pur copiando i modelli greci li personalizzò in raffigurazioni meno raffinate ma molto sentite. Pochissime le sculture in pietra pervenute. Gli oggetti di bronzo sono più numerosi, soprattutto statuette di guerrieri, rappresentanti di solito Mamerte o Ercole. Come pittura, restano solo le pitture tombali con temi greci, ma con tecnica etrusca.

I Sanniti parlavano l'osco, una lingua indoeuropea del gruppo osco-umbro diffusa tra numerosi popoli italici ad essi affini, come i loro vicini meridionali Osci, assorbiti dai Sanniti nel V sec. a.c. La capacità di leggere e scrivere si andò lentamente diffondendo nel corso del II e I secolo a.c., per il processo di romanizzazione che imponeva la conoscenza del latino e dell'aritmetica. Verso il I sec. a.c. il popolo sannita, come gli altri popoli italici, era del tutto alfabetizzato. Essi erano monogami, ma potevano divorziare sia i maschi che le femmine. 

Molto popolari erano i combattimenti tra gladiatori: probabilmente originato dai Sanniti e importato a Roma. Per lungo tempo, infatti, il solo tipo di gladiatore conosciuto a Roma era quello detto "sannita". Originariamente i combattimenti si svolgevano solo in occasione dei funerali, come usava del resto tra gli etruschi.

GUERRIERI SANNITI

L'ECONOMIA

Avendo un territorio privo di coste, i Sanniti non navigavano e poco commerciavano, erano un popolo di contadini e allevatori, e la loro vita era dura e spartana. Allevavano bovini, cavalli e, presumibilmente, asini, muli, pollame, capre e maiali. Ma per i Sanniti gli animali più importanti erano le pecore, per la produzione di latte e derivati, e per la lana e praticavano la transumanza.

L’industria locale non era molto sviluppata. La maggior parte della stoffa era tessuta in casa dalle donne ed era di lana. Veniva prodotta della ceramica di impasto semplice e qualità mediocre. Anche la lavorazione dei metalli era limitata alle armi e agli attrezzi tutto di semplice fattura. Non risulta che decorassero con pitture i loro vasi. Prima della guerra sociale gli Stati del Sannio non coniarono né emisero monete.



IL GOVERNO

L’unità politica amministrativa sannita il touto, termine osco per definire la comunità a carattere corporativo che includeva vari pagi, cioè i villaggi, la più piccola esistente presso i popoli italici, ovvero un distretto che poteva a sua volta includere, nelle zone pianeggianti, uno o più insediamenti, villaggi circondati non da mura ma da palizzate, o, nelle zone montagnose, cittadelle circondate da mura.

Il pagus era un distretto rurale semi-indipendente, che si occupava di questioni sociali, agricole e soprattutto religiose. Si pensa che qui avvenisse il reclutamento militare. Ciascuna delle quattro tribù sannite (Carecini, Caudini, Irpini e Pentri) doveva costituire un touto.

Ogni touto era una specie di repubblica, soggetta pertanto alle elezioni. Le aristocrazie locali avevano però in mano le cariche pubbliche. La carica principale era quella del Meddix, termine osco per il latino magistratus. 

Il meddix supremo, capo dello stato, veniva chiamato Meddix Tuticus, che godeva di un’autorità completa e illimitata nel suo touto, ne era il capo militare, ne curava l'amministrazione della legge, e i decreti che regolavano la vita dei campi, della transumanza, e la vita stessa delle popolazioni dei pagi e dei relativi vici,  La carica era annuale, ma poteva essere rieletto più volte consecutive. Il meddix tuticus era l'equivalente del console romano, però senza collega.
Tuttavia egli sentiva il parere del popolo perché veniva eletto democraticamente e veniva anche contestato e non rieletto, non essendo un monarca. La carica di meddix tuticus era annuale ma poteva essere rinnovata. Egli era inoltre caposacerdote della religione ufficiale, come del resto a Roma l'imperatore era Pontefice Massimo.

Dopo il 265 a.c., probabilmente per influsso romano, si ebbero anche due Meddix Tuticus, come a Velitrae, Nola, Messana e Corfinium. A differenza dei consoli romani, tuttavia, i duemeddices tuticis non erano di pari grado, ma vi era un meddix e un vice-meddix.

Ciascuna tribù sannita aveva un consiglio e un'assemblea (detta kombennio o komparakio) che si riunivano periodicamente in determinati luoghi, convocati e presieduti del meddix tuticus. La costituzione di uno stato sannita era quindi “mista”: il meddix tuticus rappresentava l’elemento monarchico, il consiglio quello aristocratico e il kombennio o komparakio quello democratico.



LA TAVOLA OSCA

La tavola venne scoperta in uno scavo occasionale nel marzo 1848 da un contadino, presso la fonte del Romito a Capracotta. e la notizia comparve sul “Bullettino dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica” di Roma, come il ritrovamento di una tavoletta di bronzo, databile fra il II e il III sec. a.c., incisa su ambedue le facciate, recante scritte in lingua osca, la lingua dei Sanniti.

La scoperta, di altissimo valore archeologico, ebbe risonanza internazionale fino a coinvolgere il grande studioso Teodoro Mommsen che si recò ad Agnone, per visionare la placca bronzea denominata "Tabula Agnonensis " eccezionale reperto della civiltà osca ritenuta oggi della metà del III sec. a.c.. 

Sulla tavola è riportata una lunga iscrizione di numi italici tra cui Cerere, la "vendicatrice", Giove il "fulminatore", Ercole, oltre a divinità floreali, delle acque e di fertilità. Molti specialisti si dedicarono al reperto con interpretazioni spesso discordi. 

Due studiosi della storia sannitica, Paolo Nuvoli e Bruno Paglione, esaminando la storia e il reperto della “Tavola di Agnone” ne hanno pubblicato un libro intitolato: "Gli enigma - La tavola osca e Pietrabbondante".

Essi pensano che la Tavola non fosse stata trovata tra Agnone e Capracotta, ma che provenga da Pietrabbondante e il sospetto appare fondato.

Infatti nessun tempio è mai esistito presso la fonte del Romito, nessun muro ove potesse essere appesa la Tavola, nessuna pietra concava particolare all’interno della quale si conservasse perfettamente.

Pietrabbondante è il luogo dove sorge il grande centro religioso e politico dei Sanniti, ed è ricca di monumenti sacri e non.

Gli autori inoltre ritengono che sia stata fatta una copia perfetta della Tavola e che questa, e non l’originale, sia stata venduta nel 1867 all’antiquario, collezionista di Roma, Castellani, e da questi nel 1873 al British Museum di Londra.

Nuvoli e Paglione sostengono che il sito religioso di Pietrabbondante fosse l’antica Herculaneum, come dimostrano i ritrovamenti di una grande statua in pietra e di molte statuette votive di Ercole.
concludendo: “Per i cittadini, per i fruitori, molisani e non, Pietrabbondante rimane un luogo irrisolto, pressoché sconosciuto e desolato. I Giornali di scavo, gli inventari, la documentazione topografica, fotografica e progettuale non risultano pubblicati, solo qualche lavoro monografico non sempre reperibile”.

La Tavola incisa a bulino su entrambe le facciate, e assolutamente priva di elementi ornamentali, dal 1873 è conservata a tutt'oggi nel British Museum di Londra. Una seconda Tavola, gemella della I, è stata rintracciata presso i discendenti della famiglia Paolo d'Onofrio, l'orafo agnonese che nel 1863 vendette la Tavola al Castellani che dieci anni dopo la rivendette al museo di Londra.

Domanda: quale sarà l'originale? E poi: come mai tutti i governi stranieri s'industriano di acquistare i reperti di archeologia italiana mentre il governo italiano non ne acquista nessuno nemmeno nel suo territorio?



LA MILIZIA

I guerrieri italici (vedi statuette bronzee dei peligni e sanniti) per la protezione del cuore e dello stomaco indossavano corpetti su cui erano sistemati tre dischetti di bronzo, uno a destra e a sinistra per il cuore e uno verso la parte centrale dello sterno. Altri tre erano fissati sulla schiena, tutte fissate fra loro, attraverso una serie di fibbie di metallo che si intersecavano sulle spalle e sotto le ascelle.

Come tanti altri popoli italici, anche i Sanniti utilizzavano il classico scutum ellittico, diviso verticalmente da una nervatura con un umbone al centro, o uno scudo più largo nella parte superiore (a protezione del viso e del petto), più stretto nella parte inferiore (verso le gambe, spesso protette da schiniere, o almeno una). Lo scudo non era di metallo, ma di giunchi intrecciati, ricoperti esternamente da pelle di pecora.

L’elmo era spesso ornato da un pennacchio (soprattutto quello degli ufficiali o degli appartenenti alla legio linteata). A volte con aperture laterali dove venivano fissate  penne d’aquila. 

La tunica era di lino o pelle, copriva il torace fino ai fianchi, dove era spesso presente una cintura in pelle, munita di fibbie in bronzo. Aveva inoltre maniche corte.

Come armi utilizzavano lance, adatte più che altro al combattimento ravvicinato, un piccolo giavellotto, lunghi pugnali e, più raramente, spade a doppia lama. Questo significa che le armate sannite apparivano con armamenti non troppo pesanti, quindi adeguati al fatto di dover spesso combattere su di un territorio spesso montuoso, adeguati quindi ad una azione flessibile.

I successi dei Sanniti sul terreno montuoso fanno capire che essi usassero un ordine di battaglia flessibile e aperto, piuttosto di una falange serrata, e il fatto che usassero la cavalleria anche sulle alture presuppone avessero un allenamento superlativo per guidare gli animali in quei luoghi, tenendo conto poi che cavalcavano senza sella.

L'ottima cavalleria sannita verrà infatti utilizzata dai Romani come cavalleria alleata nelle successive campagne militari, fino alla guerra sociale (90-88 a.c.), quando a tutta l'Italia centro-meridionale verrà concessa la cittadinanza romana, diventando parte integrante dell'esercito romano.



LA VERREIA

Un'importante istituzione sannitica, con funzioni sia governative che militari, era la Verehia o Verreia che, sul finire del V secolo a.c., costituiva l'organizzazione per la gioventù, simile alla juventus romana. I giovani si chiamavano i Guardiani della Porta, e serviva a formare i giovani sanniti alla vita militare, alle arti equestri ed all'uso delle armi. In seguito questa istituzione si preoccupò di formare militarmente i soldati che avrebbero fatto carriera raggiungendo i gradi più alti. Con la romanizzazione del Sannio la "Verehia" perse però la connotazione militare occupandosi invece del benessere della gente e della città in cui vivevano. 



LA LEGIO LINTEATA

Inizialmente l’esercito dei Sanniti era formato da gruppi di uomini guidati da un condottiero, ma le guerre sannitiche fecero sviluppare un'organizzazione migliore, molto simile a quella romana:

«...lo scudo sannitico oblungo (scutum) non faceva parte del nostro equipaggiamento nazionale [romano], né avevamo ancora i giavellotti (pilum), ma si combatteva con scudi rotondi e lance.... Ma quando ci siamo trovati in guerra con i Sanniti, ci siamo armati come loro con gli scudi oblunghi e i giavellotti e copiando le armi nemiche siamo diventati padroni di tutti quelli che avevano una così alta opinione di se stessi. »
(Ineditum Vaticanum)

Dal frammento in greco detto Ineditum Vaticanum, si desume che i Sanniti usassero sia il giavellotto (pilum) sia il lungo scudo rigato (scutum) e che i Romani appresero da essi l’uso di tali armi, anche se è più probabile che i Romani abbiano adottato la tattica manipolare e tali armi in contemporanea ai Sanniti, all’inizio del IV secolo.

Livio infatti scrisse di “legioni” sannite e precisò che l'esercito sannita era organizzato in coorti di 400 uomini, divisi in manipoli, e tra gli ufficiali avevano pure i tribuni militari. La cavalleria sannita era molto considerata e temuta.

I Sanniti avevano inoltre un gruppo scelto di guerrieri. Era la Legio Linteata, che Livio descrive come una specie di "legione sacra tebana", candida nelle vesti e nelle armi. Livio scrive pure che le armi della linteata fossero ricoperte d'oro e argento. Alcuni non lo credono perchè il costo sarebbe stato altissimo, ma non dimentichiamo che pure Cesare fece guarnire le armi dei suoi con oro e argento, pensando che dato l'alto costo i militari non avrebbero facilmente rinunciato alle loro armi.

Dopo una particolare cerimonia sacra, diventava una casta di guerrieri votata al sacrificio estremo pur di difendere il proprio popolo. Questa legione partecipò a tutte le Guerre sannitiche. La Legio Linteata rappresentava un corpo speciale dell’esercito Sannita formato da guerrieri che si erano dimostrati valorosi e capaci in battaglia che formavano una Devotio alle divinità protettrici sannite.

La Devotio la troviamo a Roma nel 340 a.c. quando il milite Publio Decio Mure si immola per salvare la patria. Ecco la formula della sua Devotio (non doveva essere molto diversa quella sannita):

« Oh Giano, Giove, Marte padre, Quirino, Bellona, Lari, Divi Novensili, Dei Indigeti, Dei che avete potestà su noi e i nemici, Dei Mani, vi prego, vi supplico, vi chiedo e mi riprometto la grazia che voi accordiate propizi al popolo romano dei Quiriti potenza e vittoria, e rechiate terrore, spavento e morte ai nemici del popolo romano dei Quiriti. Così come ho espressamente dichiarato, io immolo insieme con me agli Dei Mani e alla Terra, per la Repubblica del popolo romano dei Quiriti, per l'esercito per le legioni, per le milizie ausiliarie del popolo romano dei Quiriti, le legioni e le milizie ausiliarie dei nemici. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita)


L'iniziazione

L’iniziazione nella Legione avveniva anzitutto col giuramento di fedeltà alla Legione Linteata, quindi si consacravano, con l'opera dei sacerdoti, la propria spada e la propria vita alla battaglia. Questo giuramento avveniva sui candidi panni di lino che ricoprivano il recinto in cui era stata consacrata la nobiltà: da qui il nome "Linteata". Dopo questo giuramento i soldati venivano consacrati come guerrieri votati fino al sacrificio estremo per difendere il proprio popolo.

« Compiuto il sacrificio, il comandante faceva chiamare da un messo, i più nobili per famiglia e per imprese. Essi venivano introdotti ad uno ad uno. Oltre ad altri sacri apparati sacri, che infondevano nell'animo il timore religioso, vi erano al centro del recinto, coperto tutto intorno, are e vittime uccise, ed erano schierati dei centurioni con le spade sguainate. 
Il giovane veniva condotto davanti agli altari più come una vittima che come un iniziato, ed egli giurava che non avrebbe rivelato ciò che vedeva o sentiva in quel luogo. 
Lo costringevano a giurare secondo una formula fatta appositamente per invocare una maledizione su questi, sulla sua famiglia e stirpe, se si fosse rifiutato di combattere dove i suoi generali volevano, o se fosse scappato dal campo di battaglia, o avesse osservato un altro fuggire e non avesse fatto nulla per ucciderlo. 
Alcuni che si erano rifiutati di giurare in quel modo, furono uccisi in modo barbaro davanti agli altari. I loro cadaveri abbandonati in mezzo alle altre vittime, erano di esempio agli altri perché non si rifiutassero di giurare. »
(Livio, Ab Urbe condita)

Livio narra che presso la città di Aquilonia, nel 293 a.c., si radunarono ben 60.000 uomini, tra cui furono scelti 16.000 guerrieri per questa legione, a cui si aggiunse una seconda "legione" di discreta qualità, formata da altri 20.000 uomini:

«..alla guerra questi s'erano preparati con lo stesso impegno e con gran dovizia di fulgide armi; e ricorsero anche all'aiuto degli dei, giacché i soldati erano stati iniziati alla milizia prestando il giuramento secondo un antico rito, e s'era fatta una leva per tutto il Sannio con una nuova legge, in virtù della quale chi fra i giovani non fosse accorso alla chiamata dei comandanti, e chi si fosse allontanato senza il loro ordine, doveva essere consacrato alla vendetta di Giove. Poi tutto l'esercito ricevette l'ordine di radunarsi ad Aquilonia. Vi si raccolsero circa 60.000 uomini, il fiore delle milizie ch'erano nel Sannio. »
(Livio, Ab Urbe condita)

PITTURE TOMBALI SANNITE

LA RELIGIONE

Era composta da elementi greci ed etruschi misti a un animismo più antico, e al pari di altri popoli italici, usavano lo stesso luogo per il culto contemporaneamente di due o più dei. Essi concepivano il proprio mondo come popolato di poteri e spiriti misteriosi sia benevoli che malevoli, con cui instaurare buone relazioni. 

Questi numina non venivano immaginati in forma umana, e popolavano la casa, soprattutto la porta, il focolare e la dispensa; i campi, i confini, le sommità, le caverne, i boschi, i ruscelli, le sorgenti e le tombe.

La Tabula Agnonensis, risalente al 250 a.c. circa, perfettamente conservata, misura 27x15 cm. Contiene i nomi di 18 divinità:
  1. Kerres - Cerere (la dea greca Demetra), la divinità cui era dedicata l'area sacra;
  2. Vezkeí – Divinità sconosciuta;
  3. Evklúí Patereí – Mercurio, nel suo aspetto di psychopompos;
  4. Futreí Kerríiaí - Persefone figlia di Cerere;
  5. Anter Stataí - la levatrice che "sta prima" del parto
  6. Stata Mater - la levatrice che “sta in mezzo” durante il parto;
  7. Ammaí Kerríiaí - Maia, Dea italica della primavera;
  8. Diumpaís Kerríiaís - Le Ninfee delle sorgenti;
  9. Liganakdíkei Entraí - Divinità legata alla vegetazione ed ai frutti;
  10. Anafríss Kerríiuís - Le Ninfee delle piogge;
  11. Maatúís Kerríiúís - Dea italica connessa con il parto, con l’allattamento e con la rugiada:
  12. Diúveí Verehasiúí - Giove Virgator, che presiedeva all’alternarsi delle stagioni;
  13. Diúveí Regatureí - Giove Pluvio;
  14. Hereklúí Kerríiuí - Ercole;
  15. Patanaí Piístíaí - Dea della vinificazione, e che faceva aprire le spighe per la trebbiatura;
  16. Deívaí Genetaí - Mana Geneta;
  17. Pernaí Kerríiaí - Pales, la Dea dei pastori; forse anche del parto felice.
  18. Fluusaí – Flora, protettrice dei germogli.
Ma i Sanniti adoravano anche:

- Marte (Mamerte), iI Dio a cui erano particolarmente devoti, Dio della guerra e dell’agricoltura, connesso con la primavera e la fecondità dei campi, del raccolto e del bestiame, tuttavia era anche il Dio della giovinezza e quindi dotato di forza e abilità nel combattere.
- Diana, Dea della caccia; 
- la Dea Terra; 
- Angitia, Dea della guarigione e della sicurezza. 
- Ercole, 
- Castore e Polluce, 
- le Ninfe, 
- Apollo, 
- Ermes 
- Dioniso.

I meddices, e in particolare il meddix tuticus, erano i sacerdoti ufficiali incaricati di sorvegliare e regolamentare le celebrazioni di stato, di fissare il periodo intercalare, di definire i confini dei santuari, di prendersi cura delle più antiche testimonianze e di adattare la vita religiosa ai mutamenti provocati dalla dominazione romana.




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