SANTUARIO SIRIACO




TRASTEVERE FILORIENTALE

Roma,  come riferiva Marziale, era  una città cosmopolita, si calcola che il 75 % dei romani non fossero nati a Roma,  con presenze numerose di nord-africani e medio-orientali che si mischiavano con le etnie italiche. 

A Roma, come dimostrano ampiamente i reperti, oltre alle testimonianze, c'erano etruschi e sanniti, tripolitani e galli, siriaci e greci, e cilici cosparsi di zafferano, neri etiopici e sicambri. Ognuno si portava appresso le sue tradizioni e le sue credenze, riconoscendosi però in un'unica dimensione politica, adottando sovente e sempre di più la lingua latina, vivendo spesso a carico della famosa Annona, ma soprattutto sentendosi Romani.

E' in questo clima che si pone il Tempio alla divinità greco-egizia di Serapide (poco distanti dal Quirinale) e il Serapeo dell'Iseo campense a Campo Marzio, ma nel 1906, durante i lavori per la costruzione della casina del custode della Villa Sciarra. si scoprono i resti di un tempio siriaco. E' uno dei numerosi templi del Trastevere dedicati a divinità non romane, probabilmente nel IV sec. d.c., sui resti di precedenti edifici del I e II sec. e in un luogo dove già si veneravano le divinità dei boschi e delle acque.


VILLA SCIARRA

Villa Sciarra, il cui ingresso è in via G.Dandolo 47, sorge alle pendici del Gianicolo, e fin dall'antichità questa zona era occupata da orti e giardini, e qui sorgeva il bosco sacro della ninfa Furrina, lucus Furrinae, dove nel 121 a.c. Gaio Gracco si fece uccidere dal suo schiavo Filocrate, dopo la sua fuga dall'Aventino, per non cadere nelle mani degli inferociti optimates.
In seguito la zona divenne parte degli Horti Caesaris, dove si vuole che Giulio Cesare abbia ospitato Cleopatra durante il suo soggiorno romano: gli Horti, alla morte di Cesare, furono generosamente lasciati in eredità al popolo romano. Al tempo dei romani queste cose accadevano, al contrario dei nostri tempi moderni.

In questa area ora occupata dalla villa sorgeva il piccolo santuario delle divinità siriache, costruito in gran parte con blocchetti di tufo e composto da tre settori: due parti contrapposte separate da un cortile centrale rettangolare di m 11 x 9, sul cui centro del lato sud si apriva l’ingresso del tempio. Il settore situato a occidente del cortile, maggiormente conservato, consiste in un’aula ottagonale con abside sul fondo e due nicchie laterali, dalla pianta quindi molto insolita, preceduta da un vestibolo e affiancata da due ambienti stretti e lunghi.

Al centro dell'aula ottagonale, entro una cavità ricavata in un altare triangolare, furono rinvenute alcune uova di pietra ed una statuetta di bronzo di cm 50 di altezza, rappresentante un personaggio maschile, composto e immobile, il cui corpo è avvolto nelle spire di un serpente. L’idolo, adagiato sul dorso e sepolto all’interno dell’altare triangolare, evidentemente in relazione a un rituale di morte e di resurrezione simbolica, si presume da alcuni trattarsi di Adone: il rito del seppellimento del dio Adone che moriva ogni anno per tornare in vita attraverso le sette sfere celesti simboleggiate dalle sette spire del serpente.
Questa statua ricorda però alcune rappresentazioni di Chronos Leontocefalo, divinità del Tempo, che tra i vari attributi ha anche un serpente che gli avvolge il corpo in sette spire (le sette sfere planetarie), elemento simbolico comune anche al mitraismo.

Il terzo settore, a sinistra del cortile, è costituito da un edificio basilicale preceduto da un atrio sul quale si aprono due celle laterali. In quest’aula è stata rinvenuta una statua in marmo raffigurante Giove seduto in trono, ovvero il Dio principale della triade di Heliopolis, Hadad,  mentre le due nicchie laterali ospitavano Atargatis (la dea Syria dei Romani) e Simios (Mercurio). Qui furono rinvenute anche una statua egizia in basalto nero, cioè Osiride raffigurato come un faraone, una statua di Bacco con il volto e le mani dorate ed altre sculture frammentate.

Presso una fonte sorgiva,  proprio nel bosco sacro a Furrina, alle pendici del Gianicolo, cresceva un culto venuto dall’Oriente, in un luogo ove le comunità straniere di schiavi, liberti e commercianti portavano i loro riti e culti, animando il pantheon tradizionale con la complessità e le emozioni dei culti misterici. In quest’ambito della Regio XIV sorse il tempio nelle forme di un tèmenos con una vasca o piscina sacra, come pure, la sua successiva trasformazione ascritta ad un tal Gaionas, ricco e munifico mercante siriano che aveva importato a Roma assieme alle merci pure i suoi culti.

Per quanto riguarda la destinazione degli ambienti, è abbastanza probabile che quelli del settore occidentale, di cui faceva parte l’aula absidata, dovevano essere destinati al culto, mentre le stanze dell’ala orientale costituivano la parte del santuario riservata ai sacerdoti e alle pratiche di iniziazione. Il cortile centrale, infine, era evidentemente destinato ad accogliere i fedeli.

Una distruzione, o forse un incendio, mise fine al primo santuario che venne ricostruito dalla base e con un nuovo orientamento nel IV secolo. Fu allora che l’edificio venne organizzato in tre corpi distinti: al centro un cortile, a ovest una costruzione a pianta basilicale e a est un’altra a pianta ottagonale.
Non a caso il tempio era orientato verso il sole, visto che ospitava la triade heliopolitana: Giove Heliopolitano (Hadad o Giove Serapide), Atargatis (la dea Syria dei romani) e il figlio Simios (romanizzato come Mercurio e associato anche a Dioniso).



GAJONAS

In un incavo praticato sotto il piano della nicchia di Giove - Hadad, venne ritrovato un curioso teschio senza denti e senza mascella inferiore, sparito dopo il suo rinvenimento, ma un mare di reperti in Italia spariscono dopo il rinvenimento, salvo poi apparire nei musei esteri o nelle collezioni private.

LASTRA DI GAJONAS
Forse fu l’ultimo tempio pagano mai costruito a Roma, chiuso e sigillato dai suoi fedeli, sigillato così bene che un paio di elementi sono rimasti intatti fino agli scavi archeologici di fine ‘800. Fu scoperto nel 1906 e scavato nel 1908. Così lo descrisse Rodolfo Lanciani, il grande archeologo di inizio ‘900:

Dobbiamo riprendere con il lettore il discorso delle religioni orientali in Roma e parlare del terzo grande sacerdote della setta siriaca, quel Marco Antonio Gaionas, che abbiamo già incontrato e il cui nome è divenuto popolare in seguito alle scoperte avvenute a Roma sul Gianicolo il 6 febbraio del 1909.
La storia inizia nell’estate del 1906, quando George Wurst, proprietario della villa Crescenzi-Ottoboni-Sciarra, stava gettando le fondazioni di una casa per il giardiniere, nella parte bassa della villa che comunica con l’attuale viale Glorioso. Durante gli scavi vennero alla luce numerose epigrafi in lingua greca e latina, e varie are votive, una prima dedicata al dio siriaco Adados, una seconda a Giove llla.legiabrudes (il dio locale della città siriaca di Giabruda, una terza a Giove Keraunios Giove Fulminatore ed alle Ninfe Furrine. 
Tra le epigrafi ne venne fuori una, in versi greci, che conteneva lodi di un certo Gaionas che in lingua aramaica vuol dire « il magnifico ».
Ben presto scoprimmo che questo Gaionas era una vecchia conoscenza dell’epigrafia cittadina insieme a Balbillus, già ricordato, per le molte epigrafi scoperte in precedenza. Ricordammo il particolare che questo Gaionas, nelle varie iscrízioni che lo riguardavano, veniva riconosciuto con un numero sempre più vasto di appellativi mai uditi e di cui è impossibile quasi sempre dare l’esatto significato. Veniva chiamato Deipnokrites oppure Cistiber oppure Cistiber Augustorum e così via.

Dal numero e dal tono delle epigrafí, ci siamo convinti che questo personaggio dovette essere un vanitoso ed un opportunista, sempre pronto ad afferrare l’occasione per mettersi in vista e forse per far soldi. Sappiamo, che quando nel 176 Marco Aurelio fece innalzare nel Campo Marzio la famosa colonna, a ricordo delle sue campagne vittoriose contro i Marcomanni ed i Sàrmati, Gaionas ne fece erigere una simile, più piccola, con una lunga iscrizione che inneggiava alle gesta del suo regno religioso.
RITROVAMENTO DI IDOLO SIRIACO
L’iscrizione scoperta nel 1906, di cui abbiamo dato notizia, provò che lì era il lucus Furrinae, il luogo sacro al culto di Furrina, dove l’infelice tribuno Caio Sempronio Gracco si era rifugiato in quel terribile giorno del 121 a.c. Qui lo raggiunse la folla inferocita del Foro e qui lo massacrò a bastonate insieme a tremila del suo partito che furono, insieme a lui, gettati poi nel Tevere, a monte dell’isola Tiberina.

Questa epigrafe inoltre ci informò della presenza nel luogo di alcune sorgenti che, da tempo immemorabile, erano considerate sacre e dedicate alla dea Furrina, più tardi al culto delle ninfe. Si potè accertare che, al tempo degli Antonini, una parte dell’area sacra con una sorgente, era stata ceduta alla colonia siriaca alla quale venne concesso il permesso di costruire un cappella dedicata agli dei siriaci e l’uso di una fontana per le abluzioni dei fedeli.

Su indicazioni degli archeologi venne rintracciata e ricondotta alla primitiva efficienza la sorgente che era stata concessa a Marco Antonio Gaionas per le abluzioni dei suoi fedeli. Questa aveva una portata di circa cinquanta m3 al giorno ed essendo di eccellente qualità, rappresentò, per il proprietario attuale, un incremento nel valore della proprietà niente affatto trascurabile.
La vasca di cipollino scuro che raccoglieva l’acqua, scoperta per caso nel 1902, era stata in precedenza venduta all’antiquario Simonetti per 2700 franchi ed ancora appartiene alla sua collezione. Fu poi accertato che il santuario costruito da Gaionas al tempo degli Antonini era stato abbandonato e sostituito da un altro più alto sul colle del Gianicolo, costruito però con quella negligenza e con quella povertà di materiali che è tipica delle costruzioni del IV sec.

L’opera non aveva fondazioni, le mura erano costruite con tufi non squadrati e con calce cattiva; malgrado tutto, la pianta della fabbrica era ben fatta. Questa comprendeva una grande sala centrale per le riunioni, esposta ad oriente. Aveva una base triangolare al centro ed un altare quadrato nell’abside. Sopra l’ara fu trovata una statua di marmo mutilata, probabilmente di un Giove Heliopolitano o di Baal. Questa grande sala era circondata da cinque o sei cappelle a pianta triangolare. È da notare che la pianta triangolare era quasi la regola per ogni struttura interna come are, cappelle etc. In un recesso, al limite orientale del santuario, fu scoperto il 6 febbraio del 1909 un altare triangolare di grandi dimensioni con tutto intorno un bordo rialzato per impedire ai liquidi di traboccare o sgocciolare sul pavimento. Sembra che verso la metà del quarto secolo i credenti siriaci ed i fedeli di Mitra si unissero per contrastare l’invadenza del cristianesimo che, specialmente dopo l’imperatore Costantino, si stava rapidamente diffondendo in tutta l’Italia.


IDOLO SIRIACO
Sembra inoltre provato che ogni loro attività religiosa ebbe a cessare, prima per il decreto di Gracco, prefetto di Roma, del 377, che vietava in Roma la pratica dei culti stranieri ed infine con il decreto di Teodosio del 392 che, definitivamente, abolì ogni culto pagano in tutto l’Impero. Questi due decreti fecero la fortuna, se così possiamo dire, degli archeologi, perché dagli scavi risultò che il santuario era stato abbandonato di colpo, forse sin dal primo decreto prefettizio del 377 e che le belle statue delle divinità, ritrovate entro i confini del santuario, erano state di proposito nascoste prima della fuga, 60 cm sotto il pavimento. Fu ritrovata una statua di bella fattura, assolutamente intatta, di Dioniso o di Bacco giovane, con i soliti attributi divini, nuda, ma con la testa e le mani fortemente dorate. Questo particolare ha fatto pensare che, quando il dio era esposto al culto, fosse rivestito con ricchi paludamenti di foggia orientale, uso, del resto, conservato da molti paesi italiani per i loro santi protettori.

Venne anche alla luce una bella statua della dea Iside giovane, forse un originale egizio della scuola Saitica. Altri l’hanno ritenuta una copia del tempo di Adriano. Questa bella statua in basalto nero fu certamente abbattuta barbaramente dal suo piedistallo con un brutale colpo alla faccia che le sfigurò il naso e la bocca. La caduta provocò poi la rottura del corpo in cinque o sei pezzi, che furono pietosamente riuniti insieme da qualche fedele e così sepolti nell’abside di una cappella. Per fortuna, a parte gli sfregi della faccia, nessun pezzo era mancante.

Nella Sancta Sanctorum della cappella maggiore, tra l’ara principale e proprio sotto i piedi della statua di Giove Baal, fu scoperto un nascondiglio di circa 30 cm2, dalle pareti rivestite di stucco. In esso fu rinvenuta la metà di un teschio umano adulto a cui mancavano la mascella inferiore ed i denti, né vi erano nel luogo tracce di altre ossa o di qualsiasi corredo funebre. Il teschio sembrava tagliato con un colpo netto, come per adattarlo alle dimensioni del ripostiglio segreto e lì era rimasto per quasi 16 secoli. Poiché non possiamo, per ovvie ragioni, considerare questo relitto come un os resectum od un residuo di una incinerazione, si è avanzata l’ipotesi che si tratti dei resti (veri o falsi) di un sacrificio umano « di consacrazione », rito frequente nelle religioni semitiche. L’aver dato un posto d’onore a questa reliquia sotto l’ara maggiore del recinto sacro, fa pensare che il santuario stesso fosse molto importante per gli iniziati.

La vittima immolata secondo antichi riti, in virtù del suo sacrificio, avrebbe incatenato, secondo il loro credo, il dio alla reliquia assicurando così la sua continua presenza per tutto il periodo della sua custodia, Dobbiamo ricordare a proposito che quando il mitreo di Alessandria fu sconsacrato dall’imperatore Costantino nel 361, un gruppo di cristiani scoprì ossa umane in un passaggio segreto, ossa che, di tanto in tanto, venivano mostrate al popolo ignorante come prova di sacrifici umani avvenuti in quel covo di imbrogli. Fu anche trovato un secondo nascondiglio, al centro dell’ara triangolare, nella parte orientale dell’edificio. Sembra che nel giorno della consacrazione del tempio, oltre a quanto descritto, si dovesse nascondere anche una immagine del dio; il luogo veniva poi chiuso da una tegula bipedalis sigillata con cemento tutto intorno al bordo.

In fondo a questo nascondiglio, con i piedi rivolti verso l’ara maggiore, fu rinvenuta una statua in bronzo di Mitra Leontokefalos avvolta, come al solito, nelle spire di un serpente. Prima di chiudere il nascondiglio, si provvedeva a porre sul rettile cibi simbolici. Erano state poste cinque uova di gallina, una su ogni spira del serpente. Non so se queste uova furono di proposito rotte, fatto sta che il tuorlo si era mescolato con la polvere ed aveva formato incrostazioni. Non fu fatto sul luogo un esame accurato del reperto, ma con tutta probabilità l’altare ed il suo contenuto sarà rimosso e trasportato al museo Nazionale, dove le opportune ricognizioni ed esami possono essere fatti in più favorevoli circostanze che non all’aria aperta.


ARA DI ZEUS HADAD
Questo ritrovamento ha avuto in Roma un precedente, ricordato nelle « Memorie » di Flaminio Vacca, l’intelligente archeologo e cronista vissuto al tempo di Sisto V, che abbiamo già incontrato in precedenza. Racconta che scavando nella vìgna di Orazio Muti di fronte alla chiesa di San Vitale (esattamente dov’è ora via Venezia, una traversa di via Nazionale) fu trovato un segreto luogo di culto, chiuso da una porta murata. Demolito il muro, fu scoperta una statua di un dio a forma umana ma con la testa di leone, avvolto nelle spire di un serpente il quale sporgeva con la testa al di sopra ed avanti la testa del dio. Intorno al piedistallo erano molte lampade di terracotta con il becco rivolto verso la statua. Lanciani Rodolfo, “Passeggiate nella campagna romana”, Quasar, pag, 160"

Ora, che il mezzo cranio fosse una prova di sacrifici umani si può asserire con lo stesso diritto con cui un giorno i nostri pronipoti, scavando la sepolte chiese dei Cappuccini o  di s Teodosio a Roma, asserissero essere tutti quei teschi o scheletri frutto di sacrifici umani. E con lo stesso metro, vedendo le numerose immagini dei Cristo in croce, si desumesse che nella nostra epoca fosse costume torturare degli esseri umani. Fu scritto dei Cartaginesi e pure degli Etruschi che immolavano i bambini, ma venne detto anche dei cristiani.

Si sa invece che il tempio fu ricostruito da ANTONIUS GAIONAS, una specie di Mecenate, anche se a Lanciani era antipatico, un siriano contemporaneo di Marco Aurelio e Comodo. Gli scavi sistematici iniziarono nel 1908 e portarono alla luce i resti di tre fasi edilizie, l'ultima delle quali è l'attuale e visibile luogo di culto. La prima fase, per quel che si è riuscito a capire, risale al I-II sec. d.c. e presenta alcune strutture ancora visibili nel cortile centrale, orientate secondo i punti cardinali. Ad una seconda fase del II sec. d.c. appartenevano alcuni muri formati con grandi anfore olearie e vinarie ed i resti di due ambienti con pavimento musivo di tipo geometrico. Proprio a questa fase è legata la figura di Marcus Antonius Gaionas, un siro vissuto agli inizi del I sec. d.c., che doveva essere piuttosto noto, visto che il suo nome si trova su diverse epigrafi provenienti da Roma e da Porto. Si trattava, con tutta probabilità, di un armatore. In una di queste epigrafi, utilizzata come elemento di una fontana nelle strutture della seconda fase del tempio, Gaionas è definito "addetto ai banchetti rituali" all'interno del santuario del Gianicolo, la cui costruzione potrebbe essere proprio dovuta alla sua generosità.



LE FURRINE 

Delle 3 fasi, che furono identificate nel 1906, solo dell'ultima sono visibili le tracce. Una iscrizione greca trovata sul posto contiene una dedica a ZEUS KERAUNIOS e alle NINFE FURRINE, nei pressi era, dunque, il bosco sacro di FURRINA. In quest'area sacra fu sepolto Numa Pompilio e nei pressi sgorgava la Fonte sacra a Furrina il cui culto fu collegato, nel I sec. a.c., con quello delle divinità siriache. Ciò è documentato da alcune iscrizioni rinvenute sul sito.

BACCO
La tradiione vuole che sul colle sorgesse un'antichissima città fondata da Giano, che si contrapponeva a quella sorta sul Campidoglio per volere di Saturno. Il mito allude ad antichi culti locali. Sul Gianicolo era la tomba di Numa Pompilio, il re che diede ai Romani le prime istituzioni religiose e che aveva fatto edificare un tempio a Giano nel Foro. Dal Gianicolo entrò a Roma Tarquinio Prisco (Lucumone) che proprio su questo colle era stato confermato come re attraverso il prodigio dell'aquila che aveva volteggiato sulla sua testa.

Il Gianicolo fu la residenza della plebe, con artigiani e commercianti. Tra i luoghi di culto dedicati alle divinità orientali vi erano, oltre ad un Santuario delle Divinità Orientali vero e proprio, numerosi mitrei, dai quali provengono sculture, rilievi, epigrafi rinvenuti in diverse parti del Gianicolo.
Vi era un santuario dedicato a Giove Dolicheno, il quale aveva anche suoi santuari sull'Aventino e sull'Esquilino. In Vaticano, poi, vi era il Phrygianum, dedicato alla Dea frigia Cibele, le cui strutture furono individuate nel 1607, quando fu iniziata la costruzione della facciata di S. Pietro. Nel 181 a.c., narrano le fonti, in un podere situato alle falde del Gianicolo furono ritrovati due sarcofagi con iscrizioni in greco e in latino. I sarcofagi, si dice, contenevano il corpo del re Numa, mitico fondatore dell'ordinamento religioso dei Romani, ed alcuni suoi libri concernenti questioni legislative sui nuovi culti introdotti a Roma, specialmente quelli di origine, appunto, orientale. Probabilmente, però, si tratta solo di una leggenda per giustificare l'introduzione dei nuovi culti nell'Urbe.

Il Santuario del Gianicolo è intimamente connesso al Lucus Furrinae, uno dei tanti boschi sacri (luci) che da tempi immemorabili popolavano il territorio di quella che diverrà l'Urbe per eccellenza. Dunque il Gianicolo era ricoperto, anticamente, di una fittissima vegetazione. Purtroppo le notizie in proposito sono piuttosto scarse. Si sa che Furrina era una divinità delle selve e delle acque il cui culto antichissimo era piuttosto in disuso già in epoca repubblicana. Il suo nome, infatti, veniva spesso confuso con quello delle Furie, divinità infere.

Comunque a Furrina era assegnato un flamine, il flamen furrinalis, che era uno dei 15 sacerdoti che, secondo la più antica tradizione religiosa romana, erano addetti specificatamente a singole divinità. La festa di Furrina si celebrava il 25 luglio di ogni anno, proprio nel Lucus Furrinae, dove sorgeva anticamente un santuario alla divinità, e dove in seguito vennero onorate come Ninfe Furrine, piuttosto che come Furie.
Una fonte sacra che scorreva nel Lucus venne canalizzata per servire il tempio siriaco che, con il tempo, assorbì le funzioni del culto di Furrina.

Sembra che nel IV sec., forse per le nuove leggi intolleranti del paganesimo, il tempio venne chiuso precipitosamente e l'idolo interrato. Sembra che qualcuno affetto da integralismo religioso si sia però introdotto facendo a pezzi le statue, ma che successivamente il posto venisse nuovamente suggellato e seppellito, forse per non essere tacciato di paganesimo, reato punibile con la morte per il nuovo cristianesumo, si da dimenticarne l'esistenza fino al XX sec., quando solo per caso venne scoperto.


Visualizzazione ingrandita della mappa




ARTICOLI CORRELATI



0 comment:

Posta un commento

Post più popolari

 

Copyright 2009 All Rights Reserved RomanoImpero