PIANTE MEDICINALI





Gli scrittori di medicina non indagano sulle basi scientifiche delle proprietà medicinali delle erbe e dei minerali: queste sono infatti un dono degli dèi da accettare senza indagarne le cause: «In nessuna parte della natura» scrive Plinio, «si deve cercare la ragione scientifica delle cose, ma solo la sua volontà».

Perciò anche l’uso delle erbe, l’aspetto più significativo della medicina naturale, si colloca nella sfera della magia. A talune di esse si attribuiscono poteri straordinari, come al laserpizio, pianta di origine africana, definito da Plinio «uno dei doni più preziosi della natura», dalla cui radice si estraggono succhi prodigiosi che hanno il potere di addormentare le pecore o di fare starnutire le capre, ma anche di rendere innocuo il veleno dei serpenti, di facilitare la digestione, di guarire i disturbi della circolazione, il mal di gola, l’asma, l’idropisia, l’epilessia, l’itterizia, i disturbi femminili, di far maturare gli ascessi, di cicatrizzare ferite e piaghe, di estirpare i calli. Per le sue virtù ricostituenti il laserpizio è anche usato come tonico nelle convalescenze e nei casi di prostrazione psicosomatica.

La polpa di zucca condita con assenzio e sale è considerata un efficace rimedio contro il mal di denti. La stessa proprietà si attribuisce al lattice di senapa. Aceto caldo e polpa di zucca sono rimedi efficaci contro le gengiviti. L’orzo con sale o miele mantiene intatto il candore dei denti. La medesima proprietà è attribuita alle radici di asfodelo. Masticare foglie di lauro serve invece, a chi abbia bevuto molto vino, a depurare l’alito.

Nell’antica Roma l’ortica veniva utilizzato come afrodisiaco ovvero quale principio attivo dell’amore in tutti i filtri e pozioni dell’epoca inducendo i consumatori a fare l’amore in modo disinibito. Lo stesso Ovidio la consigliava miscelata con miele, cipolla, uova e pinoli.

Uno degli ortaggi più apprezzati dai Romani per la cura delle malattie e anche dei semplici disturbi è il cavolo. Catone ne enumera le molteplici proprietà: condito con aceto e sale, il cavolo aiuta la digestione e mantiene lo stato di salute generale. Condito con aceto e miele, ruta, coriandolo e laserpizio, combatte i dolori articolari. Arrostito, unto e salato, e mangiato a digiuno, combatte l’insonnia e tutti i mali della vecchiaia. Seccato e triturato finemente e ingerito la mattina a digiuno agisce come purgante. Anche le frizioni di cavolo sulla pelle del corpo assicurano una lunga salute e proteggono dalle malattie, eccetto quelle contratte per imprudenza.

ORTICA
Applicate sulle piaghe, siano esse croniche o recenti, le foglie di cavolo le fanno cicatrizzare. La stessa efficacia ha sulle ulcerazioni il cavolo tritato e misto a miele. Chi ha un polipo nel naso può liberarsene nello spazio di tre giorni, secondo Catone, aspirando col naso polvere di cavolo selvatico triturato. La mistura di cavolo finemente tritato e vino, lasciata gocciolare nelle orecchie guarisce dalla sordità.

L’infuso di mammole con mirra e zafferano è un rimedio efficace contro la congiuntivite. L’infuso di asfodelo serve invece a curare le piaghe purulente, le cisposi e le ragadi. La sua radice è efficace contro le scottature. La radice di giglio, cotta nel grasso e nell’olio, è utile nei casi di bruciature dei peli. La scorza di melagrana e la resina all’aceto sono rimedi efficaci contro la stitichezza. I lupini cotti nell’aceto fanno scomparire le cicatrici. Il succo di cipolle, asperso sugli occhi, oltre a produrre la lacrimazione, rende più acuta la vista.

Le proprietà diuretiche e digestive degli oli essenziali presenti nell'alloro sono conosciute da secoli nella farmacopea romana; il semplice decotto di foglie di alloro veniva utilizzato come digestivo dai romani.

L’infuso di senapa è un antidoto contro il veleno dei funghi. è anche efficace contro l’epilessia, ma solo se ingerito insieme al succo di cocomero. Tra le erbe medicinali sono ricordate anche le ortiche: mangiarle a primavera, prima che divengano pungenti, tiene lontane le malattie per tutto l’anno.

ALLORO
L’elleboro è infine considerato un rimedio sovrano contro la scarsa elasticità mentale. Racconta Gellio che Carneade, filosofo accademico, si purgò con una pozione di elleboro bianco prima di iniziare la confutazione dei famosi paradossi di Zenone di Elea. L’infuso di elleboro impediva infatti, secondo i medici, agli umori maligni dello stomaco di traboccare nel cervello e di annebbiare la sede delle funzioni mentali.

Alle erbe si mescolano spesso ingredienti di altra natura, che agiscono in virtù del potere magico attribuito a determinate sostanze.

Anche Catone mescola talvolta un po’ di stregoneria alla sua medicina erborea. Per curare la stitichezza consiglia infatti uno strano miscuglio di molti ingredienti, che ricorda i filtri preparati dalle streghe. Il prosciutto cotto nell’acqua insieme a torsoli di cavolo, bietole, polipodio, erba mercuriale, due libbre di mitili, un capitone, uno scorpione, sei conchiglie e una manciata di lenticchie sono a suo giudizio un eccellente lassativo. Con queste erbe e con l’aggiunta di determinati prodotti, la cui formula è segreta, si preparano complicati intrugli a cui si attribuiscono poteri miracolosi, e non solo per curare le malattie.

Le foglie di malva, poste sotto l’addome delle partorienti, facilitano l’espulsione del feto. La loro azione è così efficace che dopo il parto occorre toglierle rapidamente, per impedire che venga espulso anche l’utero.

Un ramo di assenzio del Ponto tenuto sotto l’ano durante i lunghi viaggi a cavallo evita, secondo Catone, le scorticature delle cosce.

La rucola o ruchetta, nome latino “eruca sativa”, era molto cara agli antichi sopratutto per le sue proprietà curative. I Romani, che ne consumavano anche i semi, le attribuivano qualità magiche e la utilizzavano nei filtri amorosi, ritenendola il più potente tra gli afrodisiaci. La sua coltivazione era spesso effettuata nei terreni che ospitavano le statue falliche erette in onore di Priapo, dio della virilità.

Ovidio nella Ars Amatoria la chiamava “eruca salax” o herba salax” cioè erba lussuriosa, sconsigliata in caso di delusioni d’amore.
Columella sosteneva: “l’eruca eccita a Venere i mariti pigri”.
Plinio asseriva: “si ritiene che il desiderio del coito sia stimolato anche dai cibi, come l’eruca…”.

L’arte medica soccorre l’uomo in ogni sua necessità, e gli fornisce filtri magici destinati a far realizzare i suoi desideri. Uno dei più richiesti è quello destinato a fare innamorare le persone, che spesso tuttavia produce effetti secondari deleteri. A uno di questi filtri magici una leggenda poco attendibile, tramandata da San Gerolamo, attribuisce la pazzia intermittente di Lucrezio, il quale recuperava a tratti la necessaria lucidità mentale per scrivere il suo poema sulla natura. A un altro filtro amoroso la leggenda, raccolta da Svetonio, attribuisce la famosa «pazzia» dell’imperatore Caligola il quale, dopo due anni di saggio governo, inspiegabilmente si trasformò in un crudele tiranno.

Questi filtri erano preparati da esperti maghi e fattucchiere che si recavano nelle ore notturne nei luoghi più strani, di solito i cimiteri, a raccogliere gli ingredienti delle loro pozioni.

Servono da amuleti anche i semi di molte piante, a patto che siano raccolti prima che abbiano toccato il terreno. Così il seme di cetriolo favorisce il concepimento, e se è messo tra i reni della donna a sua insaputa rende più facile il parto. I semi di colicintide, una specie di zucca selvatica, avvolti in numero pari in un panno e portati sulla persona, liberano dalle febbri periodiche. Chi porta su di sé una radice di carota non viene morso dai serpenti.



LE PRATICHE ANESTESIOLOGICHE

Gli antichi chirurgi avevano a disposizione un'ampia gamma di antidolorifici e sedativi, a cominciare dagli estratti del papavero da oppio (morfina), dai semi di giusquiamo (scopolamina), dallo stramonio e dalla radice di mandragora. Tutte queste piante fanno parte della famiglia botanica delle Solanacee.
Queste sostanze, finemente triturate o ridotte in polvere o estratte come tintura, erano inalate oppure ingerite, disciolte in vino, aceto, latte od olio, miele o grasso, oppure sotto forma di pillole, o di infuso e decotto. Erano somministrate, singolarmente o mescolate in varia composizione tra loro, secondo dosaggi prestabiliti, al paziente, prima dell'intervento chirurgico, per indurre il sonno, che, almeno nell'auspicio del chirurgo, doveva durare tutto il tempo dell'intervento. Celso ne parla diffusamente nel libro V del De Medicina, dedicato alle terapie farmacologiche.

GIUSQUIAMO
Il papavero da oppio (Papaverum somniferum) era largamente utilizzato, principalmente come antidolorifico. Il succo essiccato (oppio grezzo) estratto della sue capsule non ancora mature, dosato in gocce, veniva mescolato ad altre erbe e sostanze e somministrato in pillole o disciolto nel vino, nello zibibbo o nell'acqua.

Del giusquiamo si utilizzavano le foglie, la radice e il succo. La sua era un'azione antispasmodica, calmante, analgesica, narcotica e midriatica. Induceva assopimento e poi sonno profondo con sogni spaventosi.

Dello stramonio erano utilizzate in medicina le foglie ed i semi che esercitano azione antispasmodica, antiasmatica, antinevralgica ed antireumatica.

La mandragora è una pianta con una grossa radice spesso panciuta e biforcuta (tale da farle assumere nell'immaginario popolare forme antropomorfe). Se ne usava soprattutto l'estratto alcoolico (radice di mandragora macerata nel vino) che veniva fatto bere, ma anche la radice fresca, che veniva data da masticare al paziente, essenzialmente a scopo anestetico, sedativo e narcotico, prima di un intervento o di una cauterizzazione.

Nel 70 d.C. Dioscorides, medico greco trasferitosi a Roma, menzionò nel suo De Materia Medica l'uso medicinale dei derivati della Cannabis. Ma anche Plinio il Vecchio e Galeno ne descrissero le possibili applicazioni mediche.

CANNABIS
La cannabis produce uno stato di coscienza oniroide (sognante) ed in genere una sensazione di benessere e rilassamento, effetti che non durano più di 2 o 3 ore dopo l'assunzione.
Certamente di maggior pregio, rispetto all'utilizzo del farmaco singolo, sono le combinazioni farmacologiche.
Celso consiglia una pozione ad uso calmante/antidolorifico, costituita dalla combinazione di "calamo, semi di ruta, castoreo, cinnamono, oppio, mandragola, mele secche, loglio e pepe" (De Medicina, V, 25.3).

È peraltro noto che, presso i Romani, con funzione anestetica, era in uso la spongia somnifera (spugna sonnifera), la preparazione della quale era sufficientemente elaborata.
Benché dubbia sia la sua applicazione in chirurgia, certa è invece la sua utilizzazione per i condannati a morte per crocifissione; per questo era anche conosciuta con il nome di morion o vino della morte, dal momento che l'inalazione dei suoi vapori misti all'aceto o l'assunzione di vino alla mandragora, in cui talvolta era imbevuta, provocava nei condannati uno stato di morte apparente, talché i centurioni preposti alle esecuzioni avevano l'ordine di bucare il loro corpo con la lancia, prima di dichiararne la morte.
Probabilmente una spongia somnifera fu data a Cristo sulla croce, come testimoniano tutti e quattro gli Evangelisti.

La spongia, invero, troverà notevoli applicazioni anestetiche anche chirurgiche a partire dal secolo IX, grazie alla Scuola Medica Salernitana, e fino al XVII secolo.


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