PLUTARCO - PLUTARCHUS





Nome: Lucius Mestrius Plutarchus
Nascita: Cheronea 46-48 d.c.
Morte: Delfi 125-127 d.c.
Professione: Scrittore, biografo, filosofo e sacerdote


"Tutte queste considerazioni mettile a confronto con le cose dette dagli altri; e se esse avranno un grado né maggiore né minore di probabilità, manda a quel paese le opinioni, ritenendo più degno di un vero filosofo sospendere il giudizio sulle questioni poco chiare, piuttosto che darvi il proprio assenso" (De primo frigido).

Plutarco, ovvero Plutarchus,  fu uno scrittore e filosofo greco, che nacque a Cheronea di Beozia, in Grecia nel 46 e morì a Delfi nel 120 d.c.; il filosofo tedesco Eduard von Hartmann ritiene che risiedette a Roma tra il 72 e il 92. Visse sotto l'Impero Romano, di cui ebbe anche la cittadinanza e ricoprì incarichi amministrativi.

Di famiglia benestante studiò ad Atene e fu fortemente influenzato dalla filosofia di Platone. Non si oppose mai al potere romano ma apprezzò grandemente e fece apprezzare la cultura greca. Plutarco non approva i nuovi culti, quali l'ebraismo e il cristianesimo, ma non li cita appositamente forse intuendo che ogni opposizione sarà inutile, e che con queste religioni avanzanti cadranno civiltà, arte e onore.

Aveva un forte scetticismo religioso, per altro ben occultato, scrisse infatti che "Gli uomini son più forti degli Dei, perchè gli Dei non possono creare gli uomini, mentre gli uomini possono creare gli Dei" Dal che si evince che riteneva gli Dei un'invenzione degli uomini.

Ciò è confermato anche dalla dichiarazione della divinità di Eros:

Tu vuoi rimuovere gli inamovibili fondamenti della nostra fede negli dei, quando chiedi per ciascuno di loro una dimostrazione razionale. La fede ancestrale dei nostri padri si fonda su se stessa, non si può trovare ed escogitare prova più chiara di essa...  Questa convinzione è una base, un fondamento comune posto all’origine della pietà religiosa; se in un solo punto viene messa in discussione la sua solidità e risulta scossa la convinzione generale, essa diventa tutta quanta instabile e sospetta” (Amatorius, 13, 756 B)
Come dire che la divinità si fonda su un castello di carte, ne togli una crollano tutte.

Seguendo le concezioni aristoteliche, distingue nell'anima tre aspetti e pone il canone della condotta nella medietà delle passioni dominate e controllate dalla parte razionale. Da ciò deriva la tranquillità spirituale ambita e perseguibile come virtù suprema. Lo stesso principio deve ispirare anche la politica che è l'arte di placare le folle e conservare la pace. Perciò egli accetta il dominio romano, in cui vede adempiute le esigenze di una politica di pace. 

Delle cariche prestigiose che ottenne a Roma Plutarco non non ne menziona nei suoi scritti, probabilmente per la sua fierezza di greco, e per tutta la vita non volle vantarsi di cariche esercitate in favore dei romani. Infatti nei suoi scritti viceversa elenca tutte le cariche da lui rivestite in Beozia (arconte eponimo, sovrintendente all’edilizia pubblica, telearco), ma soprattutto quello di sacerdote delfico, che detenne per circa un ventennio fino alla sua morte.

Il padre secondo alcuni è identificabile con uno degli interlocutori del De sollertia animalium, un certo Autobulo, secondo altri con un tale Nicarco; si suppone comunque che non avesse un buon rapporto con il figlio, il quale però più volte ne cita i consigli, e che non fosse molto colto. Ricordava con stima invece il fratello, un certo Lampria, e il bisnonno Nicarco.

- Nel 60 d.c Plutarco si stabilì per lo studio ad Atene dove conobbe e frequentò il filosofo platonico Ammonio, di cui divenne il più brillante discepolo. Studiò retorica, matematica e la filosofia platonica.

- Nel 66 d.c. conobbe Nerone, verso il quale fu benevolo, probabilmente poiché l'imperatore aveva un vero culto per la Grecia e l'aveva esentata dai tributi. Nello stesso periodo, si pensa abbia acquisito la cittadinanza ateniese e che sia entrato a far parte della tribù Leontide. Visitò poi Sparta, Tespie, Tanagra, Patrie e Delfi.

- Nel 70 sposò Timossena, una donna di Cheronea colta e di buona famiglia, il cui nome è stato ricavato da una nota occasionale di Plutarco stesso nella quale sostenne di aver chiamato la figlia come la madre.
Da lei ebbe cinque figli, che sostenne di aver allevato personalmente: Soclaro e Cherone (che morirono in tenera età), Autobulo, Plutarco e Timossena, l'unica femmina (anche lei morta giovanissima, a due anni: si legga la bellissima lettera che Plutarco indirizzò alla moglie, per consolarla della perdita, contenuta nei Moralia).

Si dice che Timossena fosse una donna forte e di grande virtù, molto legata al marito.
Pare che abbia scritto un breve trattato sull'amore per il lusso, indirizzandolo all'amica Aristilla.

- Tornato ad Atene, fu nominato arconte eponimo, sovrintendente all'edilizia e ambasciatore presso Acaia. Istituì inoltre nella sua casa una specie di Accademia impostata sul modello ateniese.
Poi Plutarco visitò poi l'Asia, tenne conferenze a Sardi e ad Efeso, fece frequenti viaggi in Italia e soggiornò anche a Roma, presso la corte imperiale.

- A Roma, nonostante non avesse mai imparato bene il latino, tenne molte lezioni ed ebbe il sostegno delle autorità in quanto divenne presto un convinto sostenitore della politica estera romana. Si sa che conobbe l'imperatore Vespasiano, come racconta nel "De solertia animalium".

- Durante questo soggiorno, gli venne concessa la cittadinanza romana e assunse quindi il nomen di Mestrio, in onore del suo amico Mestrio Floro. Successivamente, ebbe da Traiano la dignità consolare. A Roma conobbe il filosofo e retore greco Favorino di Arelate.

- Terminata l'esperienza romana, tornò a Cheronea, dove fu arconte eponimo, sovrintendente all'edilizia pubblica e telearco.

90 d.c. - Intorno al 90 d.c. fu eletto sacerdote nel santuario di Apollo a Delfi dove fu affiancato dalla moglie nelle pratiche liturgiche che il suo ruolo di sacerdote gli imponeva.

- Nel 117 d.c. l'imperatore Adriano gli conferì la carica di procuratore.
119 d.c. - Eusebio, vescovo e scrittore greco 265 – 340) racconta che morì forse in questa data, ma molti oggi indicano date che vanno oltre il 120-125.



LE OPERE


LE VITE PARALLELE

La sua opera più famosa sono le "Vite parallele" (scritte dal 96 al 120 d.c. circa), biografie dei più famosi personaggi dell'antichità, dedicate a Quinto Sosio Senecione, suo amico e confidente. In esse si accoppiano la biografia di un personaggio greco e quella di un romano, ad esempio Alessandro Magno e Giulio Cesare.

Le sue biografie, ricche di materiale storico, sono abbastanza fedeli anche se interpretate secondo la sua morale. La sua narrazione è avvincente e drammatica secondo lo stile greco.

Quasi tutte le biografie sono a confronto, e tendono a trovare similitudini o divergenze. Alle coppie suddette si devono aggiungere 4 Vite singole, Scipione Africano, le vite dei gloriosi cittadini beotici Eracle, Esiodo, Pindaro, Cratete, Daifanto e le vite a parte del messenio Aristomene e del poeta Arato:

Epaminonda e Scipione l'Africano
Teseo e Romolo
Licurgo e Numa
Temistocle e Camillo
Solone e Publicola
Pericle e Fabio Massimo
Alcibiade e Marco Coriolano
Focione e Catone l'Uticense
Agide e Cleomene - Tiberio e Gaio Gracco
Timoleonte e Paolo Emilio
Eumene e Sertorio
Aristide e Catone Censore
Pelopida e Marcello
Lisandro e Silla
Pirro e Mario
Filopemene e Tito Flaminino
Nicia e Crasso
Cimone e Lucullo
Dione e Bruto
Agesilao e Pompeo
Alessandro e Cesare
Demostene e Cicerone
Demetrio e Antonio



MORALIA

Riguarda una serie di trattati in cui l'autore spazia dalla filosofia alla storia, dalla religione alle scienze naturali, dall'arte alla critica letteraria. Fra gli scritti più famosi dei Moralia, ricordiamo: 
- Sulla tranquillità dell'animo, 
- Sull'amore, 
- Sulla superstizione, 
- Ritardi della punizione divina, 
- Demone di Socrate, 
- Sulla E di Delfi, 
- Sugli oracoli della Pizia, 
- Sul tramonto degli oracoli, 
- Precetti politici, 
- Contro Colote, 
- Sulle contraddizioni degli stoici, 
- Sulla malignità di Erodoto, 
- Confronto fra Aristofane e Menandro, 
- Faccia sul disco della luna, 
- Sulla musica, 
- Iside e Osiride.

In Iside e Osiride: 
Osiride è il Dio buono, amato dagli uomini perché ha portato loro la civiltà e odiato dal fratello Seth che spinge il fratello a entrare in un'arca costruita sulle sue misure; ma, quando Osiride vi si distende, l'arca viene serrata ermeticamente e gettata nel Nilo, divenendo la sua bara. Iside, disperata lo cerca di giorno e di notte. Quando lo ritrova e vede il corpo di Osiride senza vita, gli si getta sopra piangendo e lo riscalda con un amore così forte, che concepisce con lui il figlio Horos. Seth, però, fa a pezzi il corpo del fratello. Iside, allora, raccoglie le membra del marito, disperse per le paludi, e lo richiama in vita. 
Il mito adombra il mistero della vita e della morte con l'energia cosmica che si fraziona e ricompone per mezzo dell'anima.

Ne " Il volto della luna "di Plutarco, si cita un'isola di " Crono" situata nell'Oceano Atlantico:
"Stavo finendo di parlare quando Silla mi interruppe: Fermati, Lampria, e sbarra la porta della tua eloquenza. Senza avvedertene rischi di far arenare il mito e di sconvolgere il mio dramma, che ha un altro scenario e diverso sfondo. 
Io ne sono solo l'attore, ma ricorderò anzitutto che il suo autore cominciò per noi, se possibile, con una citazione da Omero: "lungi nel mare giace un'isola, Ogigia," a cinque giorni di navigazione dalla Britannia in direzione occidente. 
Più in là si trovano altre isole, equidistanti tra loro e da questa, di fatto in linea col tramonto estivo. In una di queste, secondo il racconto degli indigeni, si trova Crono imprigionato da Zeus e accanto a lui risiede l'antico Briareo, guardiano delle isole e del mare chiamato Cronio. 
Il grande continente che circonda l'oceano dista da Ogigia qualcosa come 5000 stadi, un po' meno delle altre isole; vi si giunge navigando a remi con una traversata resa lenta dal fango scaricato dai fiumi. 
Questi sgorgano dalla massa continentale e con le loro alluvioni riempiono a tal punto il mare di terriccio da aver fatto credere che fosse ghiacciato. [...] Quando ogni trent'anni entra nella costellazione del Toro l'astro di Crono, che noi chiamiamo Fenonte e loro - a quanto mi disse - Nitturo, essi preparano con largo anticipo un sacrificio e una missione sul mare.[...] 
Quanti scampano al mare approdano anzitutto alle isole esterne, abitate da Greci, e lì hanno modo di osservare il sole su un arco di trenta giorni scomparire alla vista per meno di un'ora - notte, anche se con tenebra breve, mentre un crepuscolo balugina a occidente."



DIALOGHI DELFICI,

Opera con profonde riflessioni sul cambiamento delle religioni e sulla consapevolezza dell'anima. Il tutto esaminato in modo molto pacato e riflessivo.


LE VIRTU' DI SPARTA

Plutarco: " Sentendo che gli alleati erano scontenti di combattere agli ordini di Sparta e dicevano che il comando sarebbe spettato a loro poiché essi erano in numero superiore agli Spartani, Agesilao riunì l'intero esercito e fece raggruppare i soldati a seconda del loro mestiere. Gli alleati si divisero tra vasai, fabbri, contadini etc..., mentre solo gli Spartani rimasero da parte essendo soldati professionisti. In questo modo Agesilao mostrò agli alleati che Sparta meritava il comando poiché metteva a disposizione il più alto numero di soldati ".


Frasi celebri:

- "Vedi, straniero: se è una rondine a parlare su questo tema, mi viene da ridere; ma se fosse un’aquila, ascolterei con la massima attenzione"
- Un comandante deve distinguersi dai soldati semplici, non per il lusso e le comodità, ma per resistenza e coraggio.
- Vantaggio degli spartani: disprezzare il piacere
- Amico è questo stile di vita che ci frutta la libertà.
- Gli uomini liberi non devono correre dietro a ciò che piace agli schiavi
- Agli amici (Licurgo) diceva che dovevano tentare di arricchirsi di virtù e coraggio, non di denaro.- Disse: il coraggio non serviva a niente in assenza della giustizia; d’altra parte se tutti fossero stati giusti non ci sarebbe stato nessun bisogno del coraggio.
- Diceva che un comandante doveva dar prova di coraggio con in nemici, di bontà con i subordinati e di sangue freddo nei momenti difficili.
- Un tale gli fece notare che, pur avendo un discreto patrimonio, viveva modestamente; egli ribatté: "Per chi ha molto è bello vivere secondo ragione, senza correre dietro alle passioni."
- "Non c’è nessuna differenza fra te e noi, tranne per il fatto che tu sei re" egli ribatté: "Ma non sarei re, se non ci fosse una differenza fra me e voi"
- Un ateniese gli fece osservare: "Voi spartani siete rigidissimi nel rifiutare ogni occupazione fissa, Nicandro". Egli ribatté: "E’ vero; ma il fatto è che non vogliamo sprecare il nostro tempo in qualsiasi sciocchezza, come voi"
- "Sono le leggi che devono governare gli uomini, non gli uomini le leggi"
- "Prima prendete possesso di voi stessi, e poi potrete chiedere di controllare gli altri"



1 comment:

aldoamico on 17 ottobre 2018 16:53 ha detto...

Un grande filosofo greco che amava Roma ma più ancora amava Sparta.

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