CAMPUS ESQUILINUS






Il nome

L'Esquilino sembra avere il significato opposto dell'inquilino; mentre questi abita dentro l'agglomerato, l'altro, l'esquilino, ne abita fuori, ne è escluso (exclusus - exquilinus). Quando Augusto divise Roma in XVI regioni, indicò col termine Exquiliae la V regione, posta al di fuori delle Mura Serviane e costituita da una necropoli (i puticoli) traversata da vie ed acquedotti, che confluivano nella Porta Praenestina (Porta Maggiore).

L'uso principale del Campus Esquilinus era stato quello di luogo di sepoltura. L'editto di un pretore vietava la cremazione dei corpi e lo scarico di letame o di carcasse all'interno dell'area del Campus Esquilinus.

Le carcasse di cui l'editto erano molto probabilmente da animali utilizzati per i carri, giochi vari romani, o bestie semplicemente selvatici. A causa di queste regole, il Campus Esquilinus divenne un luogo per le sepolture umane.

Il Campus Esquilinus conteneva parte della necropoli di anticipo Roma, che era principalmente un luogo di sepoltura per i poveri, ma è stato un luogo di sepoltura anche per i romani più ricchi pure.
Vi si compivano pure le esecuzioni, finchè l'imperatore Augusto prese il controllo del Campus e ne fece un parco.


Il luogo

L’inclusione dell’Exquiliae nell’Urbe sembra risalga al VI sec. a.c., quando Servio Tullio vi stabilì la propria dimora, abbellendo la zona ma soprattutto fortificando il lato est dell'Urbe con la costruzione dell’Agger, cioè delle mura serviane.

Il Campo Esquilino era una zona locata sul Colle Esquilino, dove sorgevano belle e stravaganti domus insiema a terme e giardini, ma fu anche luogo di esecuzioni e le sepolture, anche se alla fine venne trasformato in un parco da Augusto.

Questo sbarramento difensivo traversava l’Exquiliae nel tratto compreso tra l’odierna Piazza dei Cinquecento e l’Arco di Gallieno, e i resti di tale costruzione sono visibili presso Piazza Manfredo Fanti, all’interno dei giardini che ospitano l’Acquario Romano, ma soprattutto nell’area perimetrale della Stazione Termini.

Trattavasi dunque di una zona di terreno pianeggiante fuori le Mura Serviane e il doppio bastione dell'Agger, tra la Porta Querquetulana e la porta Collina. Quest'area è riferita in particolare alla parte del colle Esquilino che si trovava al di fuori del porta Esquilina durante la fine della Repubblica e l'ascesa dell'Impero.


exquiliae

Anche se la sua posizione esatta non è nota, si sa però che il Campus Esquilinus era nei pressi di via Labicana, e comprendeva oggi Piazza Vittorio Emanuele e la zona a nord di esso. Si sa però che l’Exquiliae comprendeva il Campo Esquilino, enorme cimitero dei plebei e dei giustiziati, giusto nell’area odierna di Via Napoleone III e Piazza Vittorio. Augusto fece sopprimere il cimitero che tra l'altro inquinava l'area di miasmi e donò il Campo Esquilino a Mecenate che vi fece edificare gli splendidi Horti che da lui presero il nome. 

La parte del colle Esquilino, che conteneva il Campus Esquilinus era molto decorativa. La collina si era coperto di molti giardini eleganti, tra cui gli Horti Pallantiani, gli Horti Maecenatis e gli Horti Lamiani. 

Durante il grande incendio romana del 64 dc, la residenza imperiale sul Palatino, la Domus Transitoria, andò a fuoco. L'imperatore Nerone, che non vi aveva neppure soggiornato, colse l'occasione per costruire la Domus Aurea, che completò nel 68 dc e che si estendeva dal Palatino al colle Esquilino.

A causa della popolarità del colle Esquilino, il Flavio decise di costruire le Terme di Tito a destra per la Domus Aurea. Più tardi, 104-109 dc, le Terme ancora più elaborate di Traiano furono costruite dall'architetto Apollodoro in cima alla collina.

Questi bagni pubblici non sono stati utilizzati solo come luogo per fare il bagno, ma anche come luogo di aggregazione sociale. I bagni contenevano gran parte della Domus Aurea, e insieme sono stati i più grandi strutture romane costruite all'epoca.

In età Giulio-Claudia (14 – 68 d.c.), venne costruito l’Acquedotto Claudio e nel III sec. vi vennero edificati gli Horti Liciniani (Tempio di Minerva Medica) e la mostra dell’Aqua Iulia, (Piazza Vittorio); le Mura Aureliane vennero edificate poco dopo (271-75).

Nel IV sec. molto venne distrutto dall'iconoclastia cristiana e nacquero molte chiese, tra cui S. Eusebio, S. Croce in Gerusalemme, SS. Vito e Modesto. 
Purtroppo con la caduta dell’impero romano d’occidente (476) e l'intransigenza cristiana, il rione perse ogni importanza.



RODOLFO LANCIANI

"La parte orientale del colle Esquilino, oggi ornata da bei palazzi costruiti dopo il 1870, è stata per secoli il giardino di Roma: fin dalla fine del XVI secolo, infatti, gli aristocratici vi avevano costruito residenze favolose immerse nel verde.

Queste splendide ville suburbane spesso sorgevano sugli stessi luoghi dove, più di mille anni prima, i potenti romani avevano realizzato le loro ville con giardini (horti), secondo una moda inaugurata da Lucullo sul Pincio e da Mecenate proprio sull'Esquilino.

SENECA - ( Villa Borghese)
Villa Magnani e la Vigna Altieri sul luogo degli horti liciniani (2), Villa Palombara (3) e parte di Villa Altieri (4) nell'area degli horti lamiani. Ma i giardini erano ancora più numerosi, come testimonia la Pianta di Roma pubblicata nel 1732 da GIOVAN BATTISTA NOLLI.

Purtroppo la maggior parte di queste ville è stata distrutta per lasciar posto al quartiere ottocentesco, e solo pochi resti di quelle meraviglie sopravvivono tra i palazzi moderni. 


Ma lo stesso destino hanno avuto la maggior parte delle ville di Roma, abbattute nei grandi lavori urbanistici realizzati dopo il 1870 per trasformare la città in una capitale moderna: le parole di Rodolfo Lanciani e di Gabriele D'Annunzio, cronisti degli sventramenti, ne sono una testimonianza.

Le grandi ville dell'Esquilino (una quindicina) non vengono risparmiate: di esse oggi sopravvive molto poco. 
Ad esempio, della seicentesca Villa Altieri, famosa per i suoi grandi giardini che comprendevano un bellissimo labirinto circolare, con un altissimo pino al centro (foto del 1852), restano la palazzina (utilizzata come scuola pubblica...) e una piccolissima parte del giardino, in stato di abbandono.

Quanto alle ville distrutte, il caso più noto è quello di Villa Montalto-Peretti, sostituita dalla Stazione Termini. Ma lo stesso destino ha avuto anche Villa Palombara, trasformata in abitazione e che per quasi due millenni aveva caratterizzato il paesaggio urbano dell'Esquilino, demolita per lasciar posto all'attuale Piazza Vittorio, progettata per essere uno dei principali spazi urbani di rappresentanza di Roma capitale. 

Villa Palombara era stata costruita dal marchese Oddo a partire dal 1620. All'epoca del suo successore Massimiliano, uomo molto colto, era diventata il punto di incontro degli amanti degli studi esoterici: nelle stanze della palazzina (a sinistra in un affresco del 1859) si sono incontrati Domenico Cassini, padre Kircher e la regina Cristina di Svezia. 

Testimonianza di questi interessi esoterici è la cosiddetta Porta Magica, uno degli ingressi secondari della villa, decorata con iscrizioni in ebraico e latino e con simboli alchemici collegati alla cultura ermetica. È l'unico elemento sopravvissuto del complesso (è stata rimontata dietro ai Trofei di Mario).

Dall'area della villa, che sorgeva sul luogo degli antichi horti lamiani, provengono molte sculture oggi conservate nei musei romani (Capitolini, Palazzo Massimo, Vaticano): la più importante è la statua del Discobolo, copia in marmo dell'originale bronzeo dello scultore greco Mirone. Nel 1804 la villa diventa proprietà del principe Carlo Massimo. Nel 1873 viene espropriata e distrutta.
Si salvò, invece, la fontana monumentale chiamata Trofei di Mario (A nella pianta del Nolli), ancora oggi sull'angolo nord dei giardini della piazza.

Per costruirla venne demolita anche, fra terribili polemiche, la cosiddetta "casa tonda" (B nella pianta del Nolli), un sepolcro del I secolo a.c. poi la vecchia città, col suo indescrivibile fascino e la sua quasi opprimente massa di memorie storiche e tradizionali, si sta vanificando sotto i nostri occhi ed una nuova capitale, sul tipo di Livorno con larghi viali, chioschi e fontane, sta sorgendo sulle rovine della vecchia. Menzionerò solo un capitolo di questi annali di distruzione: la perdita della squisita corona di ville e giardini che circondava la città e la rendeva nel mondo quasi unica nel suo genere."
(RODOLFO LANCIANI)


Gli scavi

L’interesse per il Palatino crebbe in modo particolare nell’800, quando gli architetti dell’accademia di Francia studiarono e ricostruirono parte delle rovine del colle.
Negli anni 60-70 dello stesso secolo fu portata alla luce la maggior parte dei monumenti ancora sepolti.

Sia Napoleone III sia l’amministrazione pontificia si occuparono delle rovine dei monumenti romani e in particolare quest’ultima investì il denaro ricavato dai materiali edilizi recuperati negli stessi scavi per finanziare gli studi. 
Con l’unità d’Italia lo stato espropriò i terreni e varò un programma di esplorazioni.
Nonostante le ricerche di molti abili archeologi, gli oscuri misteri di Roma sono tuttora celati nel cuore del colle Palatino.



I MONUMENTI DEL CAMPUS ESQUILINUS


CASA ROMULI

Le capanne dell’età del ferro: nell’angolo sud-occidentale del Palatino si trovano i resti dei più antichi luoghi della storia di Roma, alcuni strettamente legati alle leggende sull’origine della città. Qui si trova la cosiddetta Casa Romuli, ovvero l’abitazione del leggendario fondatore presso la quale sarebbe sorta anche la dimora di Augusto.

Essa è in realtà una delle capanne dell’età del ferro (IX secolo a.c.) che avrebbero dovuto sorgere nel
sito in tempi antichi.

RICOSTRUZIONE DELLA LA CAPANNA DI ROMOLO AL PALATINO

I resti di tre di queste capanne, già visibili nel 1907, vennero definitivamente portati alla luce nel 1948. Ciò che oggi è visibile sono le fondamenta scavate nel tufo e circondate da un cataletto di drenaggio per l’acqua; esse rivelano che le capanne avevano forma ovoidale o rettangolare, con un asse maggiore di 4,90m e uno minore di 3,60.

Sette pali, sei posizionati lungo il perimetro, uno al centro della costruzione, sorreggevano il tetto e le pareti di strame e fango. La porta d’ingresso si trovava su uno dei lati minori, era larga poco più di un metro e provvista di cardini. Forse l’ingresso era protetto da una tettoia, mentre è accertata la
presenza di una finestra su uno dei lati maggiori.

Gli abitanti delle capanne non potevano bere l’acqua malsana del “Biondo Tevere”, pertanto costruirono accanto alle loro abitazioni delle cisterne, anch’esse di tufo,tagliate nella collina e parzialmente coperte a falsa cupola.



SCALAE CACI



Nella stessa zona sono stati rinvenuti anche i resti delle Scalae Caci, di alcune mura di terrazzamento del colle (IV secolo) e del teatro di Longino, di molto posteriore (154 ac.).

Le "scale di Caco", gigante avversario di Ercole, erano una scalinata che poneva un in comunicazione il Palatino (prima che divenisse residenza imperiale) con il Foro Boario.





TEMPIO DELLA MAGNA MATER (o Mater Matuta)

Il tempio della Magna Mater: si è già accennato all’importazione dall’Asia del culto di Cibele, in occasione della seconda guerra punica.

TEMPIO DI MATER MATUTA
In onore della dea venne edificato un tempio, iniziato nel 204 e terminato nel 191 ac., del quale sono rimaste diverse tracce.

Esso si trovava tra le capanne e la Domus Tiberiana, come testimonia la statua della divinità scoperta lì appresso e l’iscrizione di una dedica alla M(ater) D(eum) M(agna) I(daea).

Per quanto riguarda gli scavi, essi hanno portato alla luce il basamento l’originario e piuttosto rozzo basamento del II secolo.

In seguito all’incendio del 111 a.c. il tempio venne restaurato ed arricchito con le colonne in peperino che ancora oggi giacciono accanto al podio.

Di età augustea sono i capitelli corinzi ed il frontone, applicati forse durante il restauro del 3 d.c.

Accanto al tempio della Magna Mater si trova anche un sacello, edificato una prima volta da Augusto ed una seconda da Adriano, solitamente interpretato come Auguraculum, ma probabilmente destinato ad un altro culto.

A nord delle Scalae Caci si trova un terzo santuario, identificato con il tempio che Postumio Megello dedicò alla Vittoria nel 294 a.c. in seguito al trionfo sui Sanniti.



TEMPIO DI APOLLO

Il tempio di Apollo, tornato alla luce con una serie di campagne di scavi che andavano dal 1865 al 1937, era posto tra la Casa di Augusto e la Domus Flavia.

Ritenuto a lungo il tempio di Giove Vincitore, la sua identità è stata accertata alla luce degli ultimi, importanti ritrovamenti: uno stipite in marmo decorato con la rappresentazione del tripode delfico e una statua del dio in marmo greco posizionata anticamente di fronte all’edificio.

TEMPIO DI APOLLO
Inoltre il tempio di Giove risale ad un’epoca (295 ac.) incompatibile con quella del mosaico augusteo che ornava il pavimento del tempio.

In effetti il santuario venne iniziato da Augusto subito dopo la battagli di Nauloco (36 ac.) combattuta contro Pompeo, per essere terminato nel 28.

Ciò che è rimasto oggi del tempio di Apollo è un nucleo di opera cementizia in blocchi di tufo spogliata del rivestimento originario, tracce del pavimento in marmo, delle colonne e di capitelli corinzi che confermano la datazione dell’edificio.

Nonostante la relativa scarsezza di resti, è stata possibile una ricostruzione attendibile di questo luogo di culto: la costruzione era in marmo di Luni e conteneva tre statue di culto, quelle di Latona, Apollo e Diana, scolpite rispettivamente da Timotheos, Scopas e Kephistodos.

La base della seconda conteneva le dorate custodie dei libri sibillini e con esse il loro prezioso contenuto. Il tempio si trovava al centro di un piazzale, circondato dal portico “delle Danaidi” decorato con le statue delle figlie del re Egitto.

Secondo alcuni autori, qui sarebbe sorta la cosiddetta Roma Quadrata e un arco a forma di Giano dotato di quattro ingressi (Tetrastylum).

Vi erano poi due biblioteche, che insieme al tempio stesso ospitarono il Senato in età imperiale. Qui sono state ritrovate delle splendide lastre in terracotta a rilievo (stile Campana) con raffigurazioni di stile arcaistico.



L'ARA DI MERCURIO

La sua locazione corrisponde ora alle cantine del palazzo al civico 8 di via di S. Martino ai Monti, un'ara di marmo su un alto podio sistemato su una piattaforma di blocchi di tufo.

Dall'iscrizione sappiamo che l'ara, (in origine sosteneva una statua) era stata eretta nel 10 a.c. in corrispondenza di un incrocio stradale, tradizione diffusa a Roma fin dall'epoca regia e collegata con una festività annuale di origine agricola, durante la quale si facevano sacrifici in onore delle divinità (Lari) che sorvegliavano i confini dei poderi.

In città tali feste si svolgevano principalmente davanti alle are poste agli incroci delle strade che dividevano i quartieri (vici).

La festività, soppressa più volte, venne ripresa da Augusto, al quale si deve la costruzione dì questo altare.

L'ara è dedicata a Mercurio, divinità che presiedeva alle attività commerciali in generale.



L'ARCO DI GALLIENO

Posto tra la chiesa di S. Vito e un palazzo moderno posto sul lato opposto della strada, costruito presso l'antica Porta Esquilina del recinto delle mura repubblicane del IV secolo ac., dalla quale usciva il clivo Suburano, strada che traversava la parte orientale della città.

Costruito all'epoca di Augusto, l'arco venne costruito in sostituzione dell'antica porta poichè le mura repubblicane non servivano più. In origine era a tre fornici divisi da paraste, che terminavano con capitelli corinzi e poggiavano su basi sagomate.

Il fornice centrale era più alto e più ampio dei laterali ed era sormontato da un attico che terminava con un cornicione. Dall'iscrizione ancora leggibile sull'epistilio, si è a conoscenza che nel III secolo l'arco fu restaurato e dedicato all'imperatore Gallieno (253-268 d.c).



GLI HORTI DI MECENATE

Orazio ci informa che il Campus Esquilino prima della bonifica fatta da Mecenate era zona di sepolture e trasformata dallo stesso Mecenate in una villa tra il 42 e il 35 a.c.: la necropoli venne in parte eliminata interrando alcune zone e dando il via al la trasformazione dell'Esquilino in un pianeggiante altopiano, utilizzato come luogo di residenza, mentre le aree sepolcrali verranno confinate ai margini delle grandi strade che lo attraversavano.

Tutta quest'area era ricca di verde poichè dall'Esquilino passavano la maggior parte degli acquedotti che entravano a Roma, mettendo così a disposizione una notevole quantità d'acqua per il mantenimento dei giardini.

Negli horti, lasciati alla sua morte da Mecenate in eredità ad Augusto, si andò a ritirare Tiberio al ritorno dal suo esilio di Rodi.

Grazie a Filone di Alessandria, venuto a Roma nel 38 d.c. alla guida di un'ambasceria ebraica presso Caligola, ci ha lasciato una precisa descrizione dei giardini imperiali sull'Esquilino: gli horti di Mecenate e quelli Lamiani erano limitrofi, vicini alla città, ed erano ambedue di proprietà dell'imperatore, provvisti di sale a due piani, finestre schermate con lastre di marmi preziosi e di ogni altro lusso.

Gli horti di Mecenate passarono poi in proprietà del retore Frontone alla metà del II secolo.



AUDITORIUM DI MECENATE

L'Auditorio di Mecenate è quanto resta oggi di un grande complesso residenziale, demolito poco dopo la scoperta del secolo XIX, datato al seconda metà del 1 secolo a.c.

Il ritrovamento di un tratto di conduttura con impresso il nome di M. Cornelio Frontone, che dalle fonti si è a conoscenza che doveva abitare vicino Mecenate e la tecnica edilizia utilizzata per la costruzione dell'edificio (opera reticolata di tufo di epoca tardo-repubblicana) vanno a confermare questa ipotesi.

L'aula absidata (metri 10,5 per 24,5 circa), venne incassata per alcuni metri entro la pendice collinare, a cavallo dell'antico percorso delle mura urbane, in blocchi squadrati di tufo, ancora oggi visibili all'interno dell'ambiente.

Il dislivello tra l'esterno e il pavimento dell'aula sono raccordati mediante la rampa inclinata attualmente percorribile.

L'interno visibile oggi è il risultato di diverse fasi edilizie e decorative che hanno in parte cancellato l'originaria forma dell'ambiente.

L'abside è in parte occupata da una gradinata rivestita in marmo, che sembra connessa a un sottostante sistema di canalizzazioni mediante una serie di fori ancora oggi visibili.
La destinazione dell'ambiente sembra fosse per banchetti in occasione dei quali c'erano spettacoli; era dunque un triclinio legato alla ricca residenza.

Le pareti appaiono rivestite in marmo fino ad una certa altezza, oltre la quale il rivestimento è di intonaco dipinto di rosso e sono presenti delle nicchie.

RICOSTRUZIONE DEI TROFEI DI MARIO



TROFEI DI MARIO

Situata all'estremità settentrionale di piazza Vittorio, in laterizio, è la parte rimanente di una grande fontana, fatta costruire da Alessandro Severo (222-235 d.c.) e alimentata da un ramo dell'acqua Claudia.

Dalle parti superstiti e dalle rappresentazioni in alcune monete del 226 d.c., è stato possibile ricostruire la struttura, che si elevava per tre piani e terminava con un attico dove erano una quadriga e alcune statue mentre gli ambienti e le canalizzazioni per la raccolta e la distribuzione dell'acqua erano posti nella parte centrale.

 Nella parte bassa della fontana c'erano una serie di nicchie rettangolari e semicircolari contenenti varie statue e una grande vasca, nella quale veniva raccolta l'acqua proveniente da alcune aperture poste nella parte superiore della fontana, mentre all'interno di due archi, vi erano i cosiddetti «Trofei di Mario», monumentali trofei marmorei, poi collocati nel 1590 sulla balaustra del Campidoglio.

LANCIANI:

I «Trofei di Mario», che durante il Medioevo erano creduti dell'epoca di Mario, sono in realtà di età domizianea e si riferiscono alle vittorie di Domiziano avvenute nell'89 d.c. sui Catti e sui Daci.

"La Via che diritta va da Santa Maria Maggiore a Santa Croce in Gerusalemme, sorge il primo Castello dell' acqua Marzia, sopra il quale sono due archi di mattoni, ove erano i due Trofei marmorei trasportati in Campidoglio non sono molti anni.

Furono tenuti Marii de universalmente per Trofei di Mario; di che era non Cimbris leggiero indizio il nome della contrada, che Cimbria dicevasi.

Ma il Ligorio nelle Paradosso Schiamazza quell' edifizio essere un castello di acqua, e che i Trofei di Mario erano sul Campidoglio e Celso Cittadini nell' annotazioni al Ligorio dato alla stampa dal Martinelli nella sua Roma Sacra, apportando la seguente Iscrizione, che egli dice avervi cavata sotto,
IMP. DOM. AYG. GER. PER CRE LIB
conchiude essere stati quelli Trofei di Domiziano.

Che ivi si scorga un castello dell' acqua Marzia non si dubita, vedendosene chiara la divisione in tre capi. Ma che sopra vi siano stati i due Trofei, che oggi si veggono nel Campidoglio, chi può negarlo?
Or che ivi come in luogo elevato, e risarcito da Mario, o da altri, non potesse quel gran Capitano, o altri ergere i suoi Trofei, io non veggo. Che i Trofei di Mario fossero sul Campidoglio tutti è falso.

Plutarco parla solo dei Trofei della Vittoria contro Gìugurta dirizzati ivi da Bocco Rè de' Numidi; oltrei quali altri Trofei essere stati dirizzati a Mario, narra Svetonio che essere anche stati riposti da Quinto Catulo nella sua edilità, dice Paterculo nel secondo libro; dopo il quale forse furono di nuovo gettati a terra, e perciò da Cesare rialzati. Finalmente, che di Domiziano fossero, è paradosso troppo grande.

Chi dirà che al tempo dì Domiziano, quando erano già posti in uso gli archi trionfali, usasse più quella foggia di Trofei? Ed un trofeo duplicato in un luogo stesso a Domiziano, mal si applica.

Altri non trofei, ma archi innumerabili aversi Domiziano eretti.
Svetonio testifica quanti archi, e monumenti Domiziano si eresse, tutti dopo la sua morte furono demolìti; il medesimo Svetonio:
"Senatus et imagines ejus corani detialii, et ibidem solo afflici juberet, novissime eradendos ubique titulos, abolendamque omncni ìn memoriamdecerneret e Dione in Nerva: Fuere quoque arcus triumphalas, quos ei plurimos fecerant, disturbati";
e sarebbono stati lasciati due si belli, e si cospicui trofei?

Ben dice il Donati poter essere que' trofei stati di chi risarcì quel castello di acqua, e non potersi dir di Mario, senz'altro maggior indizio, in una Città, stata pienissima di cotali adornamenti; ed io tutto approvo ma se alcun barlume almeno per discorrerne, o per dare ad altri adito di maggiormente affissarvisi, vuol ricercarsene, due scintillette di luce mi fanno, se non credibili, almeno non incredibili, che siano di Mario.

La prima si è il trofeo doppio, che vittoria doppia denota ottenuta in un tempo; il che siccome ad altri può difficilmente adattarsi, a Mario essere stato eretto trofeo doppio de' Cimbri, e de' Teutoni si sa di certo.

Svetonio citato sopra; ove sono osservabili i due De, che usa Svetonio per dichiarazione di due distinti trofei, uno della vittoria di Giugurta "De Jugurtha", l'altro poi fatto doppio de' Cimbri, e Teutoni, "deque Cimbris, atquc Theutonis" , de' quali due trofei distinti fa menzione anche Valerio nel sesto libro, dicendo nell'amplificar le glorie di Mario, "cujus bina Iropìirea in Zjrbe spectantur", cioè uno semplice di Giugurta, l' altro doppio de' Cimbri e de' Teutoni: la doppiezza del secondo con plural numero di Mariani monumenti è spiegata auche da Valerio nel e. 5. del libro secondo.

I TROFEI DI MARIO OGGI

Quanto sia controverso il soggetto de' due Trofèi di marmo che adornavano il castello di acqua presso S. Eusebio e S. Eibiaiia, basti osservare i sentimenti de' più celebri Antiquari.

II Bellori nelle note sopra la Colonna Trajana, ed in quelle sopra la 9. tavola della icnografia di Roma lì giudicò del tempio di Trajano.

II Fabretti mentre nel commentario sulla Colonna Trajana contro la verità li dichiara di vile scultura quando in essi apparisce la perfezione dell' arte.
Il Piranesi li vuole innalzati da M. Agrippa in onore di Augusto.
Winckelman sostiene che siano dì Domiziano, sia per la iscrizione riportata di sopra dal Vardini, come ancora per il confronto fattone con frammenti di altri Trofei trovati nella Villa Barberini ad Albano, che si sa essere situata sulle rovine di quella di Domiziano.

In tanta disparità di opinione, sembra che quella del Bellori sia la più probabile, trovandosi una aperta somiglianza di stile fra questi trofei, e quelli, che espressi si vedono nel piedestallo della Colonna Trajana.

Passando ora a discutere a quale acqua abbia servito questo castello, il Piranesi afferma che non può convenire, se non alla Giulia, il cui speco fu trovato di perfetto livello col castello in questione.
Certo è però che non può mai avere appartenuto alla Marcia, come pretende il Nardini, e come volgarmente si crede, giacché esso è 14 palmi pili alto dello speco della Marzia a porta Maggiore.

Il Fabretti lo vuol tra S. Croce e S, Lorenzo. E anche alquanto considerabile la Casa degli Elii, ceiliorum, celebre per la sua pìcciolezza, eli essere stata presso i monumenti Marinni scrive Valerio:
"Sexdccim codem temjwre y'Elii fuerunt quibus una domiuncula fuerat eodem loci, quonunc sunt Mariana monumenta".

Or quivi furono anche di poi gli Orti di Lamia, e vedrassi or ora, il quale essendo della stessa famiglia degli Elii, come insegna Orazio, e di un altro Elio Lamia fa menzione Svetonio nel primo di Domiziano, o cosa non strana che presso 1'antica e famosa abitazione de' suoi maggiori Lamia facesse gli Orti.

Ma o di Mario, o dì altri, che i trofei fossero, resti pur dubbio della Claudia, e dell'Aniene Nuovo; ma siccome lo speco della Claudia a Porta Maggiore è 16 palmi più alto del nostro castello, e più alto ancora è quello dell'Aniene sembra improbabile che sì conducessero quelle due acque in Roma ad una altezza tanto grande per dare loro un cosi precipitoso declivio entro un sì piccolo spazio quale e quello dalla porta Maggiore al Castello in questione.

Presso i Trofei di Mario fu trovato il celebre Meleagro Vaticano detto da Vacca male a proposito Adone, con molte altre statue.
In quelle vicinanze fu pure trovato il cosi detto Seneca della villa Borghese più conosciuto sotto il nome di Pescatore; una Venere che esce dal Bagno, ed un Ercole di marmo. Queste due ultime statue erano al posto loro entro una fabrica Ottangolare.
Ivi si rinvennero ancora due mosaici, e gli avanzi di un'antica via consolare. Ficoroni afferma che in que' contorni si trovarono le vestigia di un antico Ninfèo con due iscrizioni, che egli riporta, una votiva per Settimio Severo, e l'altra sotto la intestazione di Commodo.

Queste due iscrizioni sono ora nel Museo Capitolino. Nella Vigna Altieri andando dai cosi detti Trofèi di Mario a porta Maggiore fu scoperta a' tempi d'Innocenzo X. una gran quantità di metalli: e presso la villa Altieri furono trovati i due lottatori, ed il gruppo celebre della Niobe, oggi in Firenze."



TEMPIO DI MINERVA MEDICA

Situati in via Giolitti presso i binari della ferrovia, sono i resti di un complesso più ampio, composto da un'aula coperta a cupola, a pianta dodecagonale, con ampie nicchie semicircolari sui lati.

Sulle pareti sono presenti dieci grandi finestre, che già in antico hanno costretto a realizzare alcuni pilastri esterni per sostenere la struttura.

 Sul lato settentrionale dell'aula era situato l'ingresso, preceduto da un atrio, mentre altri ambienti di forma semicircolare (di cui rimane ben poco) erano addossati all'esterno dell'aula, contenendo le spinte delle alte pareti.

 Il monumentale edificio, databile al IV secolo d.c., viene generalmente identificato con un ninfeo degli Horti Liciniani, la grande villa che si estendeva in questa parte dell'Esquilino e che prendeva nome da Licinio Gallieno (260-268 d.c.).

 Si trattava di una proprietà di grandi dimensioni, in grado di accogliere l'intera corte quando l'imperatore si trasferiva nella villa.
Negli scavi effettuati, sono state scoperte numerose sculture, tra cui due statue di magistrati conservate nei Musei Capitolini, e una di Minerva, che ha dato poi il nome all'edificio.



IPOGEO DEGLI AURELI

Situato tra viale Manzoni e via Luzzatti, è un complesso funerario del III secolo d.c.; un ipogeo, rinvenuto nel 1919, composto da un ambiente superiore e da due stanze sotterranee. Attraverso la porta antica si entra in un vestibolo e per mezzo di una scala si accede all'ipogeo.

Il settore superiore è costituito da una sala con fosse per inumazione nel pavimento. Le pareti sono affrescate con scene tratte dal Vecchio Testamento e con figure di filosofi.

La parte sotterranea è formata da due camere scavate nel tufo; nella prima, situata a sinistra della scala d'accesso, è visibile un pavimento a mosaico con i nomi delle persone che furono sepolti nell'ipogeo.

Le pareti sono affrescate con le figure dei dodici apostoli, con scene di banchetto simbolico e di trionfo, con rappresentazioni di città, ecc.

Il soffitto, diviso in riquadri, è decorato con figure di uomini togati e animali mitologici, mentre nel pannello centrale è raffigurato il Buon Pastore.

 Nella seconda stanza la decorazione delle pareti è costituita da riquadri contenenti figure isolate che recano tra le mani un'asta e un rotolo.

Nel tondo della volta si può notare la figura di un vecchio in atto di compiere esorcismi nei confronti di una donna, pratica decisamente cristiana.



SEPOLCRETO DI VIA STATILIA

L'attuale via Statilia, in prossimità dell'incrocio con la via di S. Croce, corrispondeva all'antica via Caelimontana.

Su questa strada erano situati numerosi sepolcreti, tra cui un complesso di quattro sepolcri allineati scoperto all'inizio del secolo, sul lato destro della strada in direzione di Porta Maggiore, all'interno di un'area recintata.

Il primo era del liberto Publio Quinzio (faceva il libraio), della moglie e della concubina, come recita l'iscrizione relativa, del 100 a.c.

Il monumento è costituito da un prospetto in blocchi tufacei, nel quale si apre una piccola porta inquadrata da due scudi scolpiti, di forma rotonda, che immette in un piccolo vano in parte scavato nella roccia.

Il secondo sepolcro, riferibile a sei diversi liberti della famiglia Clodia, Marcia e Annia, e databile all'inizio del 1 secolo a.c., è costituito da due celle, alle quali si accede mediante porticine che si aprono esternamente su un prospetto marcato da un basamento in tufo con i ritratti dei defunti scolpiti.

Il terzo sepolcro notevolmente rovinato è del tipo a colombario. Il quarto monumento funerario è il più recente di tutti (metà del 1 secolo a.c.) e presenta una forma ad ara. Era di proprietà di due Auli Caesonii e di una certa Telgennia e presenta anche un ampliamento molto probabilmente successivo.



IL CIMITERO

LANCIANI:

Il Campo Esquilino fu ne' primi tempi di Roma, luogo fuori della Città, in cui erano i Puticuli, cioè i pozzi, ne' quali si gettavano e coprivano i cadaveri vili; o puticuli, fu detto il luogo dal puzzo de' medesimi cadaveri insepolti vi si lasciavano.

Cotal campo è comunemente creduto nell' estremo dell' Esquilie presso al Viminale, e alla porta murata e pure fuor dell' Esquilina dicono Porfirio, e Festo; né da altro nasce l' equivoco, che dalle parole di Porfirio.

In regione aggeris, non supponendosi altro argine, che il fatto da Servio dietro alle Terme Dioclezian. V aggiungono, che nel tempo della Repubblica era il Campo Esquilino, e dei Puticuli, dove furono poi gli Orti di Mecenate, e che Augusto affine di purgare 1' aere, e d' ornare, ed accrescere la Città distese pili oltre le mura, e dell' antico campo restato dentro di Roma fé dono a Mecenate, il quale vi fabbricò gli Orti, e la torre.


Si aggiunge, che le parole di Yarrone, Ultra Esquilias, portavano il campo, e le sue puticule fuori del Monte Esquilino prima d' Augusto; e Festo dichiara antichissima sorte di sepoltura il luogo, che fuori della porta Esquilina era anche al suo tempo.

So, che Orazio nell'ottava Satira del primo libro v. 8. e segg. in persona di Priapo descrive 1'antico uso di gittar i cadaveri in quella parte dell'Esquilie, che era poi stata ridotta ad abitabile, e d'aere salubre:

"Huc prius angustis ejecta cadavera ccllis Conserrius vili poi' landa locabat in arca : Hoc iniserce plebi stahat coinmune sepulch/iun, Pantolabo Scurrce, Nomentanoque nepoti. Mille pedes in fronte, trecentos cippus in agnini Hic dabat, liceredes monumentum ne sequeietur . Hunc licet Esquiliis habitare salubribiis, atque Agger e in aprico spaliar i j quo modo tristes Albis informein spectabant ossibiis agnini" .

Cosi bella favola su le male intese parole degli Scoliasti d' Orazio fondata ha molto del vano. Che Augusto non dilatò mai le mura della Città, fu già visto, e se gli Orti di Mecenate in tempo d' Augusto pervenivano almeno a S. Martino de' Monti, quanta parte dell' Esquilie aveva dunque chiusa Tullio in Roma?

I boschi sacri, e le cime dell' Esquilie, che nei libri degli antichi Sacrari si leggevano, e che Varrone riferisce, prima d' AuLargliez. za, e lunghezza del campo 1 e sua inscrizio ve . Vi si giustiziavano i Usi
Non però dice Orazio, che Augusto trasportasse l'antico campo, perchè ivi Mecenate facesse gli Orti.

Prima che Tullio includesse in Roma 1' Esquilie, dirò anch'io vero, che i cadaveri vili fossero portati ivi,  e che poi trasferito il Campo da Tullio fuori delle mura tra le porte di S. Lorenzo e Maggiore, pur l'estese al sito primiero, ancorché occupato in tutto, o in parte da Orti, o da fabriche l'antico nome di Campo Esquilino, in una parte di cui Mecenate poi fece gli Orti.
Ma ridurre il tempo del sesto Re Romano ad Augusto, e senza prova, è troppo grande anacronismo.

Lo spazio poi di quel Campo e'è descritto da Orazio in quel verso:
"Mille pedes eie": cioè mille piedi in lunghezza presso le mura, e trecento in larghezza presso la campagna, ed aveva titolo scritto in una pietra; cioè H. M. IL N. S. cioè "Hoc monumentuni hoiredes non sequatur", Vedansi Porfirio, ed Acrone ivi .

Del Campo Esquilino, in cui Claudio fé esercitar giustizia contro i malfattori, così scrive Svetonio nel 25. "Civitateni Ronianani usurpantes in Campo Esquilino securi percussit"; per il quale se intenda il già trasportato fuori delle porte, o l'antico restato dentro, lascio ai più acuti giudizj, da' quali si può avere alcun riguardo a quel che scrive Tacito nel secondo degli Annali, Publio Marzio essere stato fatto giustiziare all'uso antico fuori di quella porta.

Ben è certo, che fuori della porta Esquilina, nel tempo almeno della Repubblica, giustiziavansi i rei: onde lì Lipsio nel 15 degli Annali di Tacito (né fuori di ragione ) dice essere ivi stato il luogo, che da Plutarco in Galba sì dice Sesterzio:
"Abjecerunt quo sotent eos, qaos Ccesares supplicio dedunt , is vero iocus Sestertium vocatur , detto , quasi scmilertio ab Urbe Scster milliario semotus"; adducendo più esempj di luoghi dalla loro special lontananza nomati.

Ben è vero, che una lontananza da Roma di due miglia e mezzo, ch' è il semi terzo, per il Campo Esquilino par troppa; forse si contavano quelle della Colonna Milliaria del Foro? Comunque fosse, dì là dalle Putìcule era il Sesterzio.

I due Vici detti da Rufo Vicus Ustrinus e Vicus Pnlloris non è strano, che fossero nel primiero Palioris, sito del più antico Campo Esquilino, detti forse così Ustrinus dall'abbruciamento de' corpi, e dal pallore de' Cadaveri, perchè in una parte di quel campo solessero essere i meno vili abbruciati, in altra i più vili lasciati alla putrefazione 3 delle quali ustrina pubbliche fanno menzione Acrone, e Porfirio nella Satira portata sopra; e forse per il Vico del Pallore sì passava alla porta Esquilina.

Se però non piacesse interpretarlo per il Vico, in cui Tulio Ostilio fabbricò i Terapi Tempj, del Timore, e del Pallore da lui volati dì che Livio nel primo , " in re trepida duodeciin vovit Pallore. Salios , Fauaqite Pallori , ac Favori ".

Né è duro, che conforme all'uso degli Spartani di fabbricare al Timore il Tempio fuori della Città, siccome in Cleomene racconta Plutarco, Tulio Ostilio ancli'egli nell' Esquilie, luogo allora fuori di Roma, lo fabbricasse.

Ma lascisi di far qui 1'indovino, tanto maggiorinente, che Rufo non pone del Pallore Tempio, o per lo meno Sacello, come è ragionevole, che da Ostilio s'edificassero, ma una semplice edicola solita dei Vici del Pallore e del Timore sotto la forma in cui erano venerati nel Tempio edificato dal Re Tallo Ostilio se n' ha la figura in due medaglie della famiglia Ostilia, riportate al n. 14.

"Settimio, il Cispio, e le altre cose dell' Esquilie di sito incerto" . Clivus Ur Oeconclo il già presupposto confinava il Cispio coll' Oppio per mezzo della salita di Santa Lucia in Selce la quale essere stata il Clivo Virbio, o Urbio, o Orbio, a cui per il Vico Scelerato andavasi, è opinione comune, e si accennò nella IV Regione.

Virbio si dice quel Clivo da Livio nel I, Urbio da Solino nel cap. 2; Orbio da Festo nel 16. libro in voc. Orbius dove se ne porta 1' Etimologia :
"Orbius Clivus videtiir appellatus esse ab orbibus, per cujus flexuosos orbes Tullia fi li a Servius Tullius Regia , et L. Tarquinius Superbus gener interfecto lìege properaverant . tendentes una in Regia domus possessionem. Certus est, autem is clivus appellari chius , nuod pronus quuni esset, per orbes in Esqniliarum collera ducerei, unde Orbius ab ipsis orbibus sic appellatus est".

La serpeggiatura oggi non vi è più, salendovisi direttamente; ma è ben vero, che per la riempitura della valle non vi è la scoscesa che dovette esservi a tempo antico.

Si oppone a tutti il Donati, e non senza ragione, che se il Vico Scelerato, per cui al Clivo si passava, era di là dal Giardino dei Pii presso la salita di S. Pietro in Vincula, come gli Antiquari tutti concedono, quella salita, e non questa di Santa Lucia in Selce era il Clivo Urbio, o Virbio; nè io saprei negarlo, se non avessi già conchiuso il Vico Scelerato essere più verisimilmente stato nella moderna Suburra; con che si toglie ogni durezza; e di più soggiungo, che quando anche la casa di Servio Tullio fosse stata, come alcuni credono, presso San Pietro in Vincula in faccia al Vico Patrizio, la strada per andarvi dal Foro più diritta, e più breve, e per cui Tullio verisimilmente andava, quando fu ucciso, pur sarebbe stata per la moderna Suburra; donde il Clivo Orbio per salire a S. Pietro in Vincula potè serpeggiare.

La casa di Servio Tullio dove fosse, non è ormai Regia Servius pìù oscuro, poiché se Festo dice il Vico Patrizio essere stato "sub Esquiliis  quod ibi Patricii habitaverunt jubente Servio Tullio, ut si quid luoliientur adversus ipsum è locis super ioribus ojtpriinercntur", e se non nella Regione III ella fu, ma nella, secondo Rufo e Vittore, segue, che non nell'Oppio fosse, ma nel Cispio sopra S. Lorenzo in Fonte, non lungi molto dal sito, in cui il Signor D. Paolo Sforza ha fatto un bel Casino, e Giardino.


Cosi anche il Vico Patrizio si vede chiaro qual vicus Patricius fosse, nè da scrittore alcuno si suole controvertere. Fu la strada, che dalla moderna Suburra tra il Viminale, e 1' Esquilie, si stende a Santa Pudenziana, ed alla Villa Peretta.

L' Iside Patrizia, che in questa Regione contano Vittore e Rufo, essere stata Tempio, o Sacello, o Segno d' Iside nomata dal Vico, in cui era, a me sembra potersi credere quasi di certo che forse fu una delle statue fatte da Augusto nei Vici, come 1' Apollo Sandaliario, ed il Giove Tragedo.



FAMIANO NARDINI REGIO V - ESQUILINA

SANTA BIBIANA

"La Chiesa di Santa Bibiana, che dalla già discorsa Chiesa di antica fabbrica rotonda, o per meglio dir decagona, tubiurion molto è lungi, fu secondo Anastasio fabbricata da Simplicio Papa juxta Palatiuni Licinianum; onde Palatium credesi essere ivi stato appresso il Palazzo di Licinio Imperadore.

Il Donati dubbila, se di esso, oppur di Licinio Sura, ricchissimo, e familiare di Trajano che siccome Dione in Trajano scrive, edificò in Roma a sue spese un Ginnasio publico.

Può non meno dubitarsi, se di Marco Licinio Crasso, persona famosissima per la ricchezza, la cui casa in questa Regione essere stata Vittore scrive.

Potè essere anche una fabbrica famosa di un Licino. Leggesi anche la Chiesa di Santa Bibiana detta ai Pileati, Ursuin Pileatum; ecco che il Vico Ursi Pileati, di cui Rufo quivi, era dove quella Chiesa si vede. Vico nomato da alcuna immagine, o statua di orso col pileo, la quale era ivi."


 S. EUSEBIO

Presso S. Eusebio nel Convento ed Orto contiguo furono scoperte varie camere sotterranee dipinte, e la colonna di alabastro orientale scanalata a spira oggi esistente nella Libreria Vaticana.




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