MARCO AURELIO





Nome completo: Marcus Aurelius Antoninus Augustus
Altri titoli: Pater Patriae
Nascita: Roma, 26 aprile 121
Morte: Vindobona o Sirmio, 17 marzo 180
Predecessore: Antonino Pio
Successore: Commodo
Coniuge: Faustina minore
Figli: 13, fra cui Commodo, Marco Annio Vero e Lucilla
Dinastia: Antonini
Padre: Marco Annio Vero
Madre: Domizia Lucilla
Regno: 161-180 d.c.

"A nessuno capita qualcosa che non sia in grado di sopportare" (Marco Aurelio)
Marco Annio Catilo Severo, ovvero Marco Aurelio, nacque a Roma nel 121 d.c., in una villa sul monte Celio, da una nobile famiglia che dichiarava di risalire a Numa Pompilio e a Malemmio re dei Salentini.

Il bisnonno paterno, originario della Spagna Inferiore, aveva fatto una splendida carriera giungendo a Senatore e Questore. Il nonno fu tre volte console, e il padre sposò la ricca Domizia Lucilla, di facoltosa famiglia proprietaria di una fabbrica di tegole.

Fin dalla fanciullezza Marco, forse a causa degli istitutori greci e per una sua propensione alla filosofia, vestì e si comportò come i filosofi, studiando avvolto nel pallio come i Greci, e dormendo per terra.

Adriano stesso, che stravedeva per i Greci, si occupò della sua educazione, facendogli studiare retorica e diritto, nominandolo cavaliere a sei anni e facendolo entrare nel collegio dei Salii a otto. Si trattava di uno dei collegi sacerdotali più importanti di Roma, dedicato al Dio Marte.

Infatti si racconta di un prodigio avvenuto in quel collegio. Quando tutti i sacerdoti avevano lanciato durante il rito ognuno una ghirlanda sull'ara di Marte, la sua e solo la sua si posò sul capo del Dio, le altre finirono in terra.
A quindici anni assunse la toga virile e si fidanzò per volere di Adriano con la figlia di Lucio Elio Cesare, il figlio adottivo dell'imperatore.



L'ASPETTO E IL CARATTERE

Fin dall'infanzia fu introverso, riservato e molto riflessivo. Non a caso scrisse il libro "Colloqui con se stesso", soffermandosi sull'impotenza dell'uomo di fronte agli Dei, e sulle illusioni umane.

Tentò di adattarsi alla realtà del mondo di cui non poteva comprendere le cause, ma questo gli costò una profonda tristezza. Tutto passava e finiva, tutto era palcoscenico e rappresentazione e nulla aveva senso, se non cercare la verità in se stessi.

Per Marco Aurelio l'anima era separata dal corpo, composta dal pneuma, o soffio vitale e dall'intelletto, sede dell'attività spirituale. Come dire una forza vitale e un'intelligenza, riposta però nella mente, il che riporta molto alla divinizzazione greca del logos o mente.
STATUA DEL MARCO AURELIO
Percepì il suo ruolo di imperatore come un dovere, ma avvertì l'inutilità di qualsiasi azione perchè sapeva che non avrebbe cambiato la folle irrazionalità dell'essere umano:

" Volgi subito lo sguardo dall'altra parte, alla rapidità dell'oblio che tutte le cose avvolge, al baratro del tempo infinito, alla vanità di tutto quel gran rimbombo, alla volubilità e superficialità di tutti coloro che sembrano applaudire... Insomma tieni sempre a mente questo ritiro che hai a tua disposizione in questo tuo proprio campiello. " (Ricordi, IV, 3).

A diciotto anni morì l'erede di Adriano, Lucio Cesare. Poichè però Marco Aurelio era troppo giovane, fu sostituito da Antonino Pio, che Adriano aveva obbligato all'adozione di Marco, insieme al figlio di Lucio Elio Cesare, Lucio Vero.

Marco Aurelio non fu contento di lasciare la villa dove viveva con la madre vedova per trasferirsi nella reggia di Adriano. Poichè non aveva brame di potere sentiva questo come vanità, e in seguito come responsabilità.

"Ma cosa allora ha valore? Suscitare gli applausi? Certamente no. Né tanto meno suscitare le lodi della folla, che altro non sono che applausi della lingua." (Libro VI-16).

Diventato membro della casa imperiale, Marco rispettò tutti i parenti continuando a condurre una vita sobria e senza lussi, rammentando a se stesso di "non tingersi troppo di porpora". Amava il pugilato, la lotta, la corsa e il gioco della palla, ma soprattutto gli studi di filosofia.

Morto Adriano e diventato imperatore Antonino, Marco ricevette da lui incarichi diversi: fu Questore, Console e Pontefice, in più l'appellativo di Cesare. Avrebbe preferito dedicarsi agli studi e alle riflessioni ma non si oppose alla sorte, perchè in questo stava il suo stoicismo.

Quando Antonino Pio fu prossimo alla morte chiamò Marco al suo capezzale, e agli amici e ai Prefetti raccomandò di confermarlo suo successore. Poi ordinò di portare nella camera di Marco Aurelio la statua della Fortuna d'oro che stava nella stanza degli imperatori, quindi spirò sereno.



I DUE IMPERATORI

Appena eletto imperatore Marco Aurelio associò al comando il fratello adottivo Lucio Aurelio Vero Commodo. Per la prima volta ci furono due Augusti. Certamente Marco non aveva fiducia nel fratello, ma riteneva suo dovere assecondare il desiderio di Adriano.

Ma la Dea Fortuna non fu dalla parte del nuovo imperatore: il Tevere straripò distruggendo case, gente e bestiame, provocando una gravissima carestia. Entrambi gli imperatori si prodigarono generosamente e anche personalmente, ma nuovi imprevisti colpirono l'impero.



LE GUERRE

L'Oriente, la Germania e la Britannia si ribellarono costringendo Marco Aurelio, amante della pace, a fare la guerra, e durante la campagna contro Quadi e Marcomanni, Marco Aurelio scriverà una delle opere filosofiche più apprezzate in ogni epoca: "Colloqui con se stesso", scritta in greco, dove tutto, e specialmente le battaglie, sono viste come l'inseguimento di una gloria inutile e insensata.

Nel 162 d.c. la cacciata del governatore della Siria fece scoppiare la guerra contro i Parti. Intanto i Catti invadevano la Germania e la Rezia e in Britannia covava la ribellione.
Marco Aurelio mandò in Germania e Britannia i valorosi generali Calpurnio Agricola e Aufidio Vittorino. Contro i Parti, che avevano invaso l'Armenia sconfiggendo due eserciti imperiali, mosse invece un potente esercito comandato da Lucio Vero.

Questi però invece di comandare l'esercito, trascorreva il tempo negli svaghi. Marco sopportò pazientemente e comunque la spedizione fu un successo grazie al generale Stazio Prisco. L'Armenia fu occupata e trasformata in protettorato. A Lucio fu conferito il titolo di Armeniaco. Entrambi gli imperatori celebrarono il trionfo nel 166 con i due figlioletti Commodo e Annio Vero che nell'occasione ricevettero il titolo di Cesare.



AMMINISTRAZIONE E GIUSTIZIA

« Sii come il promontorio contro cui si infrangono incessantemente i flutti: resta immobile e intorno ad esso si placa il ribollire delle acque. «Me sventurato, mi è capitato questo». Niente affatto! Semmai: «Me fortunato, perché anche se mi è capitato questo resisto senza provar dolore, senza farmi spezzare dal presente e senza temere il futuro». Infatti una cosa simile sarebbe potuta accadere a tutti, ma non tutti avrebbero saputo resistere senza cedere al dolore. Allora perché vedere in quello una sfortuna anziché in questo una fortuna? »
(Marco Aurelio, 4.49.)
Marco Aurelio fu saggio e rispettoso delle istituzioni repubblicane e del Senato innanzi tutto. Affidò ai Senatori incarichi e funzioni giudiziarie escludendo persone equivoche, favorendo invece anche i poco abbienti purchè meritevoli. Tanta fu la tolleranza che si potevano fare pubblicamente e impunemente caricature ai due imperatori, come fece il mimo Marullo, con cui nessuno si risentì.

I provvedimenti:
  • Aumentò i giorni lavorativi per l'amministrazione della giustizia.
  • Autorizzò che i processi ai senatori si svolgessero a porte chiuse.
  • Concesse a chiunque di prendersi dei procuratori senza specificarne il motivo, mentre prima, in base alla legge Pletoria, ciò era obbligatorio solo per gli irresponsabili e i pazzi.
  • Perseguitò i calunniatori che avevano lo scopo di ottenere la quarta parte dei beni delle vittime denunciate.
  • Non prese mai in considerazione accuse solo perchè a vantaggio dell'erario.
  • Proibì di andare a cavallo e in carrozza entro le mura della città.
  • Tentò nuove vie commerciali, anche presso l'Imperatore Cinese nel 166. I Cinesi lo conoscevano col nome di An-Tun.
  • In tempo di carestia distribuì fra le città italiche il frumento destinato a Roma e organizzò i rifornimenti.
  • Fece arruolare i gladiatori nell'esercito per toglierli dalla schiavitù e limitare i divertimenti.
  • Diminuì gli spettacoli gladiatori e gli stipendi degli istrioni.
  • Obbligò i pantomimi a cominciare a tarda ora perchè non distraessero la gente dalle occupazioni diurne.
  • Istituì l’anagrafe: ogni cittadino romano dovè registrare i figli entro trenta giorni dalla nascita.
  • Restaurò le vie di Roma e le strade provinciali controllando i rifornimenti annonari.
  • Consentì ai Procuratori delle regioni e delle strade di punire gli esattori che avessero estorto ai contribuenti più del dovuto.
  • In seguito alla caduta di schiavi acrobati nel corso di un'esibizione, prescrisse di stendere sul terreno dei materassi, come oggi è d'obbligo l'uso delle reti.


Riferisce Alessandro Geraldini, Vescovo del XVI sec., nel suo viaggio nelle terre d'Africa:

- "Non possiamo dimenticare quanti monumenti si incont­rano al limitare del deserto che confina con l’Etiopia: moltissi­ne colonne, di svariati colori di marmo, sono visibili da grandi distanze per le loro dimensioni: iniziano appena fuori dal desert­o e ai confini stessi dell’Etiopia, e proseguono in lunga fila fino alle zone più lontane dell’Etiopia stessa, a sud dell’Egitto. Nel deserto e in Etiopia, infatti, si trovano grandi quantità di mar­mi diversi, e queste colonne, poste l’una dall’altra a venti stadi (a 3.699,40 m di distanza ciascuna.), si susseguono senza soluzione di continuità davanti agli occhi di chi passa, con tutti i vari editti degli Imperatori: le col­onne erano state a suo tempo sistemate dai Romani per spazi così vasti e in terre tanto lontane, perché a tutto il mondo fosse noto che un preciso confine era stato stabilito dal popolo romano tra l’Etiopia e il deserto.

In quei secoli, io credo che gli antichi Quiriti abbiano toc­cato le più alte vette del cielo: per la dignità di tutti gli uomini, usarono in ogni parte del mondo la stessa cura che avevano avut­a per se stessi e per il proprio Stato; per il decoro di tutti i sudditi e per valorizzare l’impegno anche di popoli molto diver­si e lontani, usarono un’attenzione non minore di quella usata per gli stessi cittadini romani. Raggiunsero la massima potenza in un impero vastissimo che copriva tutto il mondo abitato, emergendo per il loro buon senso, per la loro cultura, per la loro in­telligenza.
E tra i tanti cimeli visti, ho pensato fosse giusto ricordare qui i due seguenti:


"Io, Imperatore Cesare, Marco, Antonio, Vero, Invitto, Augusto, Ponte­fice Massimo, alla nona Potestà tribunica, Padre della Patria, Console per la seconda volta, Proconsole.
Nessun Console, nessun Proconsole, nessun Pretore, nessun Propretore, nessun Capo di Provincia osi varcare con un esercito queste Colonne, poste all’entrata dell’Etiopia a segnare il vero confine del deserto."

E' evidente che i Romani non desiderassero infatti avere troppe ingerenze in Etiopia, dove c’era il problema dell’eccessivo calore, che uccideva i soldati che pure portavano armature leggere; Su un’altra colonna da lui veduta, era scolpito, sul medesimo argomento, un altro editto di Marco Aurelio (121-180 d.c.), dove si diceva:

"Io, Imperatore Cesare Marco Aurelio Antonio Pio, Felice, Augusto, Par­tico massimo, Britannico massimo, Germanico massimo, di dodicesima Pote­stà tribunica, comandante per la terza volta, Console per la quarta.

Permetto ai soldati legionari, che vorranno passare per l’Etiopia per conto proprio o a squadre per catturare schiavi, di passare liberamente; e questo privilegio è riservato anche alle genti che arrivano spontaneamente per paga­re i tributi al Popolo Romano. Con decreto reso pubblico proibisco ai Con­soli, ai Proconsoli, ai Pretori, ai Propretori e ai nostri eserciti di osare acco­starsi in qualche modo a questa parte del mondo ove regna ovunque una gran­de calura.

Gli stessi Romani sono ben lieti di questo ordine: escludono infat­ti l’Etiopia, che non ha alcun comportamento di vita pregevole e simile a quello del mondo romano, dai vasti continenti d'Europa, d'Asia e d' Africa; così anche escludono gli Sciti, che vanno vagando sotto la zona settentrionale e non vivono secondo una legge civile".



NUOVE GUERRE

Nel 167 scoppiò una nuova rivolta in Germania ad opera dei Marcomanni. Proprio mentre i due imperatori stavano per partire per il fronte di battaglia scoppiò a Roma una grave pestilenza. Le vittime furono migliaia. Per il trasporto dei cadaveri si dovettero impiegare vetture e carri, vennero emanate leggi severissime sulla sepoltura dei morti e vietata la costruzione di tombe senza le precauzioni prescritte.
Marco Aurelio dedicò statue alle vittime più illustri e fece seppellire a spese pubbliche la gente del popolo.

MARCO AURELIO ED I BARBARI
Infine gli imperatori partirono verso la Germania. Le legioni di confine avevano subito due sconfitte e i barbari avevano assediato Aquileia.

La marcia verso il Nord scoraggiò i ribelli che si ritirarono, ma i due imperatori valicarono le Alpi per difendere l'Italia e l'Illirico. Nei pressi di Venezia, mentre viaggiava in carrozza con fratello, Lucio Vero morì improvvisamente di infarto.

Marco, pur disapprovando in vita il fratello, dopo la morte lo fece divinizzare.

Qualcuno però pensò che fosse un assassinio per avvelenamento da parte di Marco Aurelio, ma non ci sono prove a riguardo, nè il comportamento di Marco lo lascia minimamente supporre.

Comunque dopo la morte del fratello adottivo, Marco Aurelio governò più serenamente:

"Non sperare nella Repubblica di Platone! Accontentati di fare un passo avanti anche piccolo" (Marco Aurelio -Pensieri).

Non aveva superbia nè sopravvalutava il suo intelletto. Prima di prendere qualsiasi decisione Marco chiedeva consiglio ai suoi legati perchè:
"E' più giusto seguire il consiglio di tanti illustri amici che esigere da loro obbedienza alla mia unica ed esclusiva volontà".

La guerra aveva dissanguato l'erario per cui Marco, per non imporre aggravi fiscali, mise generosamente all'asta nel foro di Traiano preziosi oggetti personali (coppe d'oro, piatti d'argento, statue, vasellame, gioielli e gemme).

Alla fine della guerra, risanato il bilancio, Marco autorizzò chiunque lo volesse a rivendergli la merce acquistata e riprendersi il proprio denaro, ma senza obbligo.

Marco Aurelio aveva concesso a diverse tribù barbare di stanziarsi all'interno dell'Impero in cambio di terre da coltivare e con l'obbligo di prestare servizio nell'esercito. Ma il progetto di colonizzazione fu stroncato dalla rivolta di Avidio Cassio in Oriente, che si proclamò imperatore, si dice istigato dall'imperatrice Faustina, convinta che il marito avesse i giorni contati.

Antonino Pio fu molto tollerante verso la moglie Faustina, che a Gaeta frequentava volentieri marinai e gladiatori. A chi gli suggeriva di ripudiarla, l'imperatore rispondeva che insieme alla donna avrebbe dovuto restituire anche la dote, cioè l'impero che aveva ricevuto dal suocero quando questi l'aveva adottato per volontà di Adriano.

Si dice che una volta Faustina si innamorò tanto di un gladiatore da cadere malata. Per aiutarla Marco consultò gli indovini Caldei. Essi consigliarono a Marco di far uccidere il gladiatore e a Faustina di bagnarsi con il sangue del morto i genitali e di unirsi così al marito. E così fu fatto secondo gli autori postumi, soprattutto cattolici, di cui però poco ci si può fidare, sapendo in quale considerazione tenessero i pagani e soprattutto le donne romane, troppo libere e libertine per i misogini cristiani.

Le dissolutezze di Faustina Minore sanno della solita diffamazione riservata dagli storici alle donne romane più intraprendenti, particolarmente poi dagli uomini di chiesa. Non ci sono prove storiche dell'epoca ma solo pettegolezzi postumi.
Ma neppure col figlio Marco Aurelio fu fortunato. Commodo fu più gladiatore che principe, tant'è vero che diventato imperatore scese nell'arena esibendosi in pubblico.

La rivolta fu domata e la testa di Cassio portata all'Imperatore, che la fece seppellire e si adoperò perché nessuno dei complici della ribellione venisse ucciso, nemmeno un senatore.
Anche le città ribelli di Antiochia e Alessandria vennero risparmiate. Il figlio di Cassio, Eliodoro, venne deportato e gli altri complici ebbero la facoltà di scegliere il luogo dell'esilio e conservare parte dei loro beni. Durante il viaggio in Oriente per ristabilire la pace morì Faustina in circostanze misteriose, qualcuno parlò di suicidio.


LUDOVICO ANTONIO MURATORI:

"Durante questo suo pellegrinaggio (di Marco Aurelio) vennero i re dell’Oriente e gli ambasciatori del re dei Parti ad inchinarlo, e a rinnovare i trattati di pace. In somma lasciò questo Augusto per tutta l’Asia e per l’Egitto un gran nome della sua saviezza e moderazione; nè persona vi fu che non concepisse un grande amore e stima per lui. 
Venuto alle Smirne, imparò ivi a conoscere il sofista Aristide, di cui restano le orazioni. Arrivò ad Atene, e quivi, per provare la sua innocenza, volle essere ammesso ai misteri di Cerere, e solo entrò in quel sacrario. Accrebbe i privilegii a così illustre città, e specialmente beneficò quelle scuole con assegnar buone pensioni a tutti i maestri delle sette filosofiche, cioè Stoici, Platonici, Peripatetici ed Epicurei. 
Poscia imbarcatosi, spiegò le vele alla volta di Italia, e soffrì nel viaggio una gravissima tempesta di mare. Sbarcato che fu a Brindisi, prese tosto la toga, cioè l’abito di pace, e con questa ancora volle che marciassero tutte le milizie che lo scortavano. Entrò dipoi in Roma colla solennità del trionfo a lui decretato per le vittorie riportate in Germania".

LA MORTE

Marco Aurelio ripeteva il detto di Platone "Le città fiorirebbero se fossero governate da filosofi o se i governanti governassero con filosofia."
Marco, l'amante della pace, morirà, per ironia della sorte, sul campo militare.

« ...poco è il tempo in cui vive ciascuno, piccolo il ristretto angolo di terra ove ciascuno continua a vivere e scarsa la fama presso i posteri; sia anche una fama assai lunga, pur sempre ottenuta per successive vicende di piccoli uomini destinati a morire, piccoli uomini che non conoscono neppure se stessi; tanto meno un altro uomo, già morto prima, in tempi antichi. »
(Marco Aurelio, Colloqui con se stesso, III, 10.)

Colto da un misterioso morbo, forse peste, nell'accampamento nei pressi di Vindobona durante la terza campagna conto i Marcomanni e i Quadi (iniziata nel 178 d.c.) chiamò vicino a sé il figlio Commodo del quale aveva già cominciato a saggiare l'immoralità e la crudeltà.

Chiese al figlio di portare a termine le operazioni di guerra perché non fosse additato come traditore, ma questi rispose che temeva per la sua salute ed intendeva lasciare subito l'accampamento per timore di essere contagiato. Marco non lo contraddisse, lasciandolo libero di agire come voleva, ma lo pregò almeno di aspettare qualche giorno. Di certo non temeva la sua morte:

" Quanto è bella l'anima che si tiene pronta, se è necessario, a liberarsi subito dal corpo per estendersi, disperdersi o sopravvivere! Ma questo stato di preparazione deve venire da un giudizio personale e non da un puro spirito di opposizione come nei cristiani. Esso deve essere ragionato, grave, senza posa teatrale. "

Ormai desiderava morire. Digiunò per quattro giorni per accelerare la morte. Il sesto giorno chiamò a sé gli amici più intimi e chiese loro: "Perché piangete per me?" e poi, vedendo che si allontanavano temendo il contagio, disse ancora: "Vedo che volete congedarvi da me, ma io lo faccio prima e vi saluto."

COLONNA DI MARCO AURELIO
Il settimo giorno, viste le sue condizioni, chiamò di nuovo accanto a sé il figlio poi, dopo averlo allontanato, si coprì il capo come volesse dormire e durante la notte spirò.
Era il 180 d.c. "Parti dunque, e il tuo cuore sia sereno e propizio. Sta pur sicuro: sereno e propizio è anche Colui che dissolve" (Marco Aurelio - Pensieri).

Taluni affermano che Marco desiderasse la morte del figlio perché a suo stesso detto sarebbe diventato un altro Nerone, o un Caligola, o un Domiziano, come in effetti avvenne.
Marco fu criticato, e giustamente, per aver abbandonato il criterio delle adozioni, per tornare al criterio ereditario.

Fu un grande pensatore, un filosofo e uno stoico.

"Gli uomini sono nati gli uni per gli altri. Ammaestrali, dunque. O sopportali".

"Tutti gli uomini sono fratelli e sorelle, membri di un'unica comunità mondiale la cui più alta espressione, simbolo dell'ideale cosmopolita degli stoici, è, nonostante tutte le sue imperfezioni, l'Impero."

"Quale uso faccio dell'anima mia? Io debbo domandare di continuo, esaminando me stesso: che cosa avviene ora in quella parte di me che chiamano organo direttivo? Quale anima ora ospito? Forse quella di un bimbo, di un giovanetto, di una femmina, di un despota, di una bestia da soma, di una belva?" (Libro V-11).

Marco Aurelio si sentì cittadino del mondo, costretto a riconoscere l'impero come unico strumento di convivenza, e con cui poter realizzare, sia pur in minima parte, la fratellanza degli uomini. Nonostante questi principi, non fu apprezzato dagli autori cristiani.

Nel 177 d.c. a Lione l'imperatore ordinò l'uccisione di quarantotto cristiani colpevoli di non avere rinnegato la propria fede. Ma ai Romani non interessavano le questioni religiose per cui avevano massima tolleranza. Gli Dei stranieri venivano aggiunti agli altri Dei, solo i Cristiani e gli Ebrei volevano il riconoscimento di un unico Dio con l'eliminazione di tutti gli altri Dei, piuttosto destabilizzante per l'ordine pubblico.

Orosio sostenne che le piaghe da cui fu tormentato il regno di Marco erano la punizione di Dio per il trattamento inflitto ai Cristiani, colpevoli per l'imperatore di fare una vita settaria. Ma la calata dei barbari che ridusse a 25000 il milione e mezzo di abitanti nell'antica Roma, cosa doveva punire?

A memoria di Marco Aurelio fu eretta dopo la sua morte la bella e altissima (42 m.) colonna di Marco Aurelio per ricordare proprio le vittorie sul fronte germanico-danubiano. La colonna era sormontata da una statua dell’Imperatore, ma la Chiesa vi ha posto quella di S. Paolo, come fece sostituendo la statua di Traiano con quella di di S. Pietro.













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1 comment:

David Davitti on 18 giugno 2015 08:59 ha detto...

Sulla verità storica dei Martiri di Lione
http://www.jstor.org/stable/3154941?seq=8#page_scan_tab_contents

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