CULTO DEA TACITA - MUTA





TACITA GRECA

Tacita era una ninfa, precisamente una naiade, figlia del fiume Almone. Il suo nome originario era Lara, Lala o Larunda, divinità dell'oltretomba, insomma un'originaria Dea della morte, uno del triplice aspetto della Grande Madre.

Il mito greco successivo narra che Tacita ebbe l’imprudenza di informare la sorella Giuturna della passione che Giove nutriva per lei e dei suoi tentativi di seduzione andati a vuoto. Giove, infuriato per questa indiscrezione, le strappò la lingua. Dopo averla ridotta al silenzio, ingiunse a Mercurio di accompagnarla fino al regno dei morti. Come non bastasse Mercurio che si annoiava, durante il viaggio la violentò. Sicché la ninfa concepì e partorì due gemelli, i Lari, le divinità che vegliavano sui confini e proteggevano la città. Per cui Tacita venne venerata anche come madre dei Lari.

Ogni anno si celebrava in suo onore la festa del silenzio con un rito che consisteva nel sistemare con tre dita 3 grani d’incenso in un buco di topo, sotto la porta. Inoltre si legavano dei fili incantati ad un fuso, tenendo in bocca 7 fave. Fra l’altro si cospargeva di pepe una testa di menola, un piccolo pesce, animale muto per eccellenza, caro quindi, alla Dea. La testa veniva arrostita irrorandola di vino, e mangiata bevendo il vino rimasto.

Questo fa capire come una antica Dea della morte, custode del segreto dei morti, venga trasformata in una ninfa ferocemente punita per aver messo al corrente la propria sorella dei tentativi stupratori di un Dio. Il che dimostra come fosse cambiato il costume sociale greco, in cui la donna viene solitamente stuprata e ridotta al silenzio.



TACITA ROMANA

Antica divinità romana degli Inferi, onorata il 21 febbraio. Anche i Romani ridussero la donna al silenzio. Per loro, come per i Greci, la parola non entrava nell’ambito delle competenze femminili.

 “Alle donne il silenzio reca grazia” sentenziava Sofocle e tacere non era solo una virtù, ma era anche un dovere delle donne, così gli uomini non dovevano dimostrare quella superiorità che si erano immaginata e che poteva cadere ad un confronto più diretto. prova ne sia che alle donne era proibito studiare e accedere a lavori di prestigio.


Il rito

Il rito era simile a quello greco: le fave comparivano il 21 febbraio nelle "Feralie", giorno conclusivo delle «Parentalie», le feste in cui si commemoravano i defunti. In questi giorni infatti si celebravano i Manes, gli spiriti dei morti ed in particolare degli antenati defunti, e, come racconta Ovidio, veniva eseguito un rito in onore della Dea.
I fedeli, in onore della Dea Tacita Muta, deponevano sotto la soglia delle case tre granelli d'incenso; si facevano girare attorno ad un fuso romboidale dei fili "incantati" e si rigiravano in bocca sette fave nere.

Poi s'impeciava e si cuciva la bocca di un pesciolino di mare, il "maena", il quale veniva arrostito e bagnato di vino. La cerimonia, fatta dal padrone di casa, si concludeva con le parole: "Abbiamo legato le lingue ostili e le bocche nemiche".
Strano rito, che usa un fuso e la magia, antico appannaggio femminile, ridotto ad uno scongiuro contro le maldicenze, quando si sa che le fave erano i frutti dei morti, sottolineato dalla nerezza.

Ovidio però nei Fasti narra il rito in modo diverso, e soprattutto officiato dalle donne. Una vecchia attorniata da fanciulle poneva tre grani d'incenso sotto la porta, legava fili ad un fuso scuro e si metteva in bocca sette fave nere. Doveva quindi bruciare su un fuoco una testa di pesce impeciato e cucito con amo di rame e spargervi sopra vino, bevendone poi colle fanciulle il residuo. Il che conferma l'originarietà femminile del rito.

Tacita era una dea degli inferi che presiedeva ai culti funebri intesi come trapasso da ciò che è semplicemente morto a ciò che diviene sostegno per nuova vita. E’ dal rito propiziatorio alla Dea Tacita che è nata la tradizione delle fave dei morti, i dolci che in molti paesi vengono preparati e mangiati durante le annuali feste dei morti.


Angerona

La Dea Muta o Tacita fu rieditata con la Dea Angerona, raffigurata nel suo simulacro "obstricto ore", imbavagliata, un’altra sfaccettatura del silenzio di Tacita.
Angerona, la cui festa cade al solstizio d’inverno, è la Dea delle angustie del sole, della crisi di fine anno, quando l’avanzare del gelo e delle tenebre sembrano ridurre la distanza tra la vita e la morte e si attende con angoscia la ripresa della luce e l’inizio del nuovo anno.

Macrobio narra che nel sacello di Voluptia c'era il simulacro di Angerona imbavagliata. Secondo Masurio Sabino, Angerona taceva per ricordare che "Qui suos dolores anxietatesque dissimulant, pervenienant patientiae beneficio ad maximam voluptatem" cioè "chi dissimula i dolori e l'ansia, col tempo raggiunge una grande voluttà".

Veramente gli infarti e le malattie vengono da queste dissimulazioni, viene da pensare che la Dea forse volesse, almeno anticamente, significare altro. In altre immagini la Dea non è imbavagliata, e neppure Tacita lo era, ma si poneva un dito sulle labbra come a intimare il silenzio.

Il mito successivo è comunque rappresentazione dei valori della civiltà romana, e prima di quella greca, per cui le donne devono tacere non solo per virtù, ma anche per dovere; ed ancora la lingua strappata è espressione della prevaricazione del mondo maschile che per nascondere lo stupro, toglie la parola alla donna: il silenzio viene imposto e la donna è sottomessa tranne che per un periodo dell’anno, durante le feste per i defunti, il 21 di febbraio.


Larentia

Secondo Plinio invitava a mantenere il silenzio sul nome segreto di Roma. Più tardi, fu identificata con la Dea della terra Larunda, o Lara, o Larentia, festeggiata nei Larentalia il 23 dicembre.

Le Dee Mutae Tacitae venivano invocate per distruggere una maldicenza, ma pure una persona odiata, cioè un'operazione magica.

Sembra che Acca Larentia fosse denominata anche Mater Larum (o Lararum) o "Madre dei Lari", del resto in sanscrito Akka significa Madre, ma fu anche un nome di Demetra, Acca Demetra, in qualità di nutrice. Si dice che come madre dei Lari, venne anche chiamata Acca, proprio perché la lettera h è muta. Ma è una desunzione molto tarda e arbitraria. Romolo e Remo infatti furono celebrati come Lari di Roma, gli antenati protettivi.
Ciò spiegherebbe perché durante la festività dei Larentalia i sacrifici venissero celebrati dal Flaminis Quirinalis, il sacerdote di Quirino, ovvero Romolo, suo figlio. L'identificazione di Mater Larum spiega perché durante i Laurentalia si offrissero sacrifici ai Lares, gli spiriti benevoli degli antenati, anch'essi di origine etrusca, il cui compito era di proteggere e benedire i nuclei familiari e le loro abitazioni dalle minacce esterne.

Acca Larenzia viene identificata con una divinità ctonia, custode del mondo dei morti, Larenta, o Larunda, come era chiamata dai Sabini. Larenta, o "Dea Muta" era una divinità femminile del sottosuolo e dell'oltretomba, quindi il lato oscuro della Madre Natura, quello relativo alla morte.


Gli Inferi

La zona del Velabro, legato alla fondazione di Roma, ed anche al culto di Tacita Muta, ninfa della palude infernale, sorella di Giuturna, la cui fonte è nei pressi, è anche il limen del mondo dei morti.

La ninfa infernale è, in quanto madre dei Lari, anch’essi "parentes", gli antenati, era identificata con Acca Larenzia, di cui si venerava il sepolcro al Velabro; di quest’ultima, prevale qui l’aspetto infero di mater Lararum collegato a sua volta con la leggenda delle origini e con il vicino Lupercale.


Arpocrate

"Arpocrate è da tutti ritenuto il Dio del Silenzio, su tutti i monumenti su cui è rappresentato lo si raffigura con il dito alla bocca, per indicare che tutti gli uomini che conoscono Dei, non dovevano parlarne temerariamente." Anche Arpocrate, figlio di Iside, e pure Dio della medicina, aveva parlato troppo? 
Oppure era detentore di Sacri Misteri che non potevano essere divulgati?


Sacri Misteri

Tutto lascia pensare che la Dea fosse collegata ad antichi Sacri Misteri, che naturalmente riguardavano il passaggio della morte. Per lo stesso motivo i pitagorici provavano nei confronti delle fave un vero orrore. La fava infatti è l’unica pianta che ha uno stelo privo di nodi, per cui si pensava che dal sottosuolo consentisse ai morti di comunicare con il mondo dei vivi.

Era come un canale privilegiato attraverso il quale i morti potevano comunicare ma, per alcuni, potevano anche impossessarsi delle anime dei vivi. Ora i Sacri Misteri consentivano proprio il passaggio o il contatto col mondo della morte, liberando gli adepti dalla sua paura. Tutto lascia dunque supporre che la dea tacita fosse un'antica divinità preposta ai Sacri Misteri della vita e della morte, soprattutto di questa ultima che a tutti gli uomini fece paura, Pitagorici compresi.


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