PORTA METRONIA



PORTA METRONIA OGGI

IL NOME

La Porta Metronia si apre dalla superficie delle Mura Aureliane, in corrispondenza della Porta Querquetulana della più antica cinta muraria di Servio, e fu chiamata in modi diversi:
  • porta Metrodia e Metronia, secondo alcuni derivati dal termine greco metron (misura): 
  • porta Metaura, che secondo alcuni significherebbe meta aurea, cioè il luogo in cui veniva depositato e pesato l'oro dei tributi che le province versavano a Roma, prima che venisse trasferito nelle casse dello Stato;
  • poi Metromia, in due atti del 1173 compare a denominazione Porta Metromii in Pantano, evidentemente la Marana, nell’incanalarsi nella conduttura sotto la Porta, andò a formare uno stagno; 
  • porta Mediana, 
  • porta Mitrobi, 
  • porta Metrovia probabilmente da Metrobius, il proprietario di un terreno nelle vicinanze del luogo; 
  • porta Gabiusa, in relazione alla Via Gallia che si snodava partendo proprio da questa Porta e si dirigeva verso Gabii, una cittadina dei Volsci molto ricca e con un famoso santuario dedicato a Giunone, fiorente soprattutto nel periodo repubblicano.
PORTA METRONIA NEL XVII SECOLO
Questo portale, tuttavia, altro non era che una posterula, l’unica porta inclusa nel basamento di un torrione, in modo che sporgesse leggermente verso l’interno, voluta in origine con la struttura e le funzioni di una porta minore per dare accesso al Celio attraverso una strada di secondaria importanza.

Essendo poco importante fu aperta con le caratteristiche di una posterula di terz'ordine, più o meno come le porte Pinciana e Asinaria; ma mentre queste due vennero ampliate e abbellite in occasione dei restauri operati intorno al 402 dall'imperatore Onorio, la Metronia rimase una semplice apertura di utilità
A partire dal XIII secolo l’area fuori Porta Metronia fu detta Lo Pantano, per le acque stagnanti della Marrana  che causarono un’epidemia che nel 1601 afflisse gli abitanti del Celio. Il problema fu risolto con l’apertura della Passeggiata Archeologica, tutta la terra qui scavata fu scaricata nell’area di Piazzale Metronio e di piazza di Porta Metronia; il che causò un notevole innalzamento del piano di calpestio sotterrando il varco idrico. La Porta non riprese però prestigio e divenne poco più di uno spartitraffico.

LANCIANI:
"Se l'iscrizione del Boissard, dedicata NYMPHIS QVAE SVB COLLE SVNT, e che si asserisce trovata presso la porta latina meritasse fede, avremmo documento di altre vene in quell'appendice del Celio che chiamasi Monte d'oro. Infatti cotesta regione naviga, per così dire, sulle acque sotterranee. « Nella china meridionale del Celio, tra la porta Latina, e la Metronia, vi fu ne' trascorsi secoli un ristagno d'acque che dal luogo, il quale per proprio vocabolo era detto Decennia, furono anch'elle nominate decennie. Ugualmente al difuori incontro alla porta Metronia il terreno fu paludoso : sicché dalle carte di quei tempi si ha che vi fosse un pantano, e la campagna circostante... portava il nome di prati di Decio ». 
Con istromento dell'anno 857, Pipino console e duca concede a Bomano suddiacono un appezzamento di terra con grotte e con sorgente di acqua nella II regione di Roma, presso la « via pubblica quae vadit ad portam Mitrobi », e certe rovine di muri antichi « iuxta decennias ». Onorio III, in una bolla del 1217 ricorda il pantano di porta Metronia come ancora esistente a suo tempo, e questa credo sia l'ultima menzione che se ne abbia nel medio evo. 
Il Fea, nell'indicazione della pianta del foro romano p. 7 n. 64, dice : « le terre e le macerie che si scaveranno, verranno portate a colmare la valle detta celimontana fuori le mura incontro all'antica piccola porta chiusa, chiamata Metrobia, ove è un grande basso fondo che diventa palude mefitica nei tempi di molte e lunghe pioggie, come nel 1706 e 1707 al tempo di Clemente XI, il quale ordinò al suo archiatro monsig. Lancisi di farla empire, ma non vi riuscì. Le terre del Fea non giunsero alla palude: vi son giunte bensì settant'anni dopo, quando per cura del ministero della publica istruzione furono ripresi gli scavi del foro".

DESCRIZIONE

STAMPA DELLA PORTA DEL 1829
Porta Metronia è fornita solo di un piccolo fornice, privo di qualsiasi rivestimento marmoreo, senza torri di fiancheggiamento, priva di architravi o stipiti ma dotata solo di un arco realizzato in laterizio.

La doppia coppia di fornici posti ai lati della Porta, invece, furono realizzati separatamente, nel corso del fascismo e durante il dopoguerra, in modo da rendere più agevole la circolazione del traffico stradale.

Attualmente la porta, incassata nel suolo almeno per m. 1,50, si presenta con l'aspetto che raggiunse nel periodo medioevale. L'arco del fornice, largo m. 3,22, più visibile sulla parete esterna, è ornato in opera laterizia del secolo XII; l'interno è tamponato con pezzi irregolari di peperino misti a tegole e tufo.

PARTE LATERALE DELLA PORTA OGGI
Il torrione centrale di epoca medioevale, basso e merlato, è largo m. 6,90 e profondo m. 4,55, con una struttura muraria poco accurata, in opera listata all'esterno e opera incerta all'interno. Poichè la torre è sporgente verso l'interno della città, si è supposto trattarsi di una controporta.
Ma la costruzione della torre, databile all'epigrafe del 1157, è posteriore al passaggio dell'Acqua Mariana del 1122. Forse la torre era una mola fortificata per sfruttare il corso d'acqua, in maniera analoga alle vicine Torri di S. Sisto Vecchio e alla Torre della Moletta.



LA MARRANA

Il fornice appartenente alla Porta Metronia, nel corso del XII secolo, venne chiuso in modo che fosse possibile utilizzare la porta stessa per il trasporto dell’Acqua Mariana, proveniente da un paese denominato Squarciarelli e condotta in città al opera del pontefice Callisto II nel corso del 1122.

L'ACQUA MARIANA CHE PASSAVA ATTRAVERSO LA PORTA
Il pontefice infatti decise di far passare sotto la porta forse già chiusa, le acque dell'Acqua Mariana, denominata anche Marrana di San Giovanni, che giungeva a Roma appunto presso Porta S. Giovanni e, varcata Porta Metronia, scendeva fino alla chiesa di S. Sisto, percorreva la Valle delle Camene e si gettava nel Tevere all'altezza di S. Maria in Cosmedin, alimentando i mulini fortificati che incontrava lungo il suo percorso.

Trasformata da porta a varco per l'acqua continuò ad essere restaurata come dimostra l'epigrafe, ancora visibile sulla facciata interna, nella parte che sovrasta la posterula chiusa, che ricorda il restauro del Senato romano nel 1157 e firmato da dieci senatori:

TORRIONE DELLA PORTA
REGIO S. ANGELI. + ANNO MCLVII INCARNATIONIS
DOMINI NOSTRI IESU CHRISTI S.P.Q.R. HEC MENIA
VETUSTATE DILAPSA RESTAURA-
VIT, SENATORES SASSO, IOHANNES DE ALl-
BERICO, ROIERI BUCCACANE, PINZO
FILIPPO, IOHANNES DE PARENZO, PETRUS
DEUSTESALVI, CENCIO DE ANSOINO,
RAINALDO ROMANO,
NICOLA MANNETTO

cioè: "Regione S. Angelo + Nell'anno 1157 della incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo il Senato e il Popolo Romano queste mura rovinate dalla vecchiaia restaurarono. Erano senatori Sasso, Giovanni di Alberico, Roieri Buccacane, Pinzo, Filippo, Giovanni di Parenzo, Pietro Diotisalvi, Cencio di Ansoino, Rainaldo Romano, Nicola Mannetto"

Erano i consiglieri dell'esecutivo del Senato, quando il Comune democratico teneva ancora alla sua indipendenza dal potere papale, esegue il restauro e lo ricorda senza nemmeno citare il nome del pontefice regnante: era la Renovatio senatus.

EPIGRAFE
Un'altra epigrafe accanto alla prima ricorda invece il restauro della porta avvenuto nel 1579 per opera del  conservatore romano Cesare Giovenale Manetti, discendente di uno dei consiglieri ricordati nell'epigrafe medioevale, a ricordo della devozione che la famiglia Manetti ha sempre avuto verso la patria.

Nel corso dei secoli, le immagini che ritraggono Porta Metronia continuano a rappresentarla come un semplice passaggio arcuato sotto cui scorre l'Acqua Marrana, ad uso irrigativo degli orti: così la ritrae la pianta di Alessandro Strozzi del 1474, del Bufalini del 1551, del Du Pérac del 1577, del Falda del 1676, e del Nolli del 1748 (ma non la pianta del Tempesta del 1593). 
Nel 1157 venne sostituita la struttura originaria con fornici più moderni, divenuti oggi quattro archi laterali, cui si è dato il nome alla porta romana ormai chiusa, che furono aperti, per motivi di viabilità cittadina, in due tempi successivi nella prima metà del secolo scorso.


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