BATTAGLIA DI IDISTAVISO - LA VENDETTA SU TEUTOBURGO - I





LA VENDETTA DI ROMA

La battaglia di Idistaviso fu la rivincita dell'Impero Romano contro i Germani, dopo la sconfitta subita da Varo, nel 9 d.c., nella Battaglia della Foresta di Teutoburgo, che dette al mondo la certezza che i romani non potevano essere attaccati impunemente, e che prima o poi ogni offesa sarebbe stata ripagata con un'offesa più grande.

Il concetto era molto importante perchè se si usciva impuniti da un'aggressione tanto feroce, basata peraltro sul tradimento, come fu la battaglia di Teutoburgo, i popoli assoggettati potevano cercare di emulare l'esercito di Arminio. 

Nel 16, uno dei più grandi generali della storia romana, il giovanissimo legato imperiale Germanico, fece quello che per 7 anni i romani non erano ancora riusciti a fare: riuscì a battere Arminio in due grandi battaglie: la prima nella piana di Idistaviso, la seconda di fronte al Vallo Angrivariano, entrambe tra la riva destra del fiume Visurgi (Weser), le colline circostanti, la grande foresta germanica e le paludi più a nord.

Dopo la disfatta di Publio Quintilio Varo nella foresta di Teutoburgo, i romani avevano deciso di abbandonare la Germania ad est del Reno. Seguirono due anni di campagne, sotto il comando di Tiberio, a cui Germanico aveva partecipato rendendosi conto dei luoghi, della gente e delle strategie di guerra, nel 10 e 11 d.c.. Tiberio era un ottimo generale ma le battaglie miravano solo a scongiurare un'invasione germanica o rivolte tra le popolazioni galliche. Insomma l'imperatore voleva solo scoraggiarli, affinchè non pensassero di poter rinnovare le gesta di Arminio a Tutoburgo.

«[Tiberio] viene inviato in Germania, rafforza le Gallie, dispone gli eserciti, fortifica i presidi e attraversa il Reno con l'esercito. Passa dunque all'attacco, mentre il padre [Augusto] e la patria si sarebbero accontentati di rimanere sulla difensiva. Avanza verso l'interno, apre nuove strade, devasta campi, brucia villaggi, mette in fuga tutti quanti lo affrontarono e con immensa gloria torna ai quartieri d'inverno senza aver perduto nessun soldato tra quelli che aveva condotto oltre il Reno

(Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo, II, 120, 1-2.)


Tiberio, al suo ritorno dal suo esilio volontario, poco piacendogli la vita della reggia, era stato adottato da Augusto, che lo aveva costretto però ad adottare a sua volta il nipote Germanico Giulio Cesare, figlio del fratello di Tiberio, Druso Maggiore, sebbene Tiberio avesse già un figlio, concepito dalla prima moglie Vipsania, di nome Druso Minore e più giovane solo di un anno. Augusto preferiva il figlio di Druso al figlio di Tiberio, la cosa non dovette piacere all'erede di Augusto. 

L'adozione fu celebrata il 26 giugno dell'anno 4 con grandi festeggiamenti e Augusto fece distribuire alle truppe oltre un milione di sesterzi. Il ritorno di Tiberio al potere supremo dava stabilità all'impero, ma anche monito all'esterno che ci sarebbe stato sempre un imperatore già designato a regnare e a combattere come capo dell'esercito romano.

Augusto aveva mirato alla Pax Romana, rinunciando alla riconquista della Germania e Tiberio, che pure era un validissimo generale, ne seguì le orme mantenendo i confini al Reno senza toccare la Germania. Del resto anche Giulio Cesare aveva posto il confine sul Reno rinunciando alla conquista, ma sappiamo che proprio nell'ultimo anno di vita aveva progettato l'invasione della Germania che lui avrebbe guidato personalmente, e c'era da giurarci che avrebbe vinto. Con il suo assassinio ciò non avvenne mai.

GERMANICO

GERMANICO

Germanico Giulio Cesare è nato il 15 a.c. ed è stato nominato console il 12, a 27 anni, cinque anni prima di quanto fosse consentito a chiunque, cioè a 33 anni, ma per l'erede di Augusto si poteva fare. In più lo fanno proconsole, in genere la carica veniva data ad un console a cui il senato prorogava il potere per un anno, affidandogli un comando militare o l'amministrazione di una provincia, ma sono passati due anni e Germanico è proconsole, anche questo per l'erede si può fare. Ma perchè mandarlo a sedare una rivolta?


ANNO 14 -  La Rivolta delle Legioni

Ora siamo nel 14, mentre era in corso una grossa rivolta delle legioni in Pannonia, anche gli uomini stanziati lungo il confine germanico si ribellarono ai loro comandanti, dando inizio ad un'efferata serie di violenze e massacri. La rivolta ebbe inizio presso l'esercito "inferiore" dove erano presenti 4 legioni: 
- la legio XXI Rapax, 
- la legio V Alaudae, 
- la legio I Germanica 
- la legio XX Valeria Victrix.
Germanico, allora, che era a capo dell'esercito stanziato in Germania e godeva di grande prestigio, venne incaricato di riportare alla calma ben quattro legioni. Il compito era molto rischioso, perchè doveva confrontarsi personalmente con i soldati in rivolta.

Questi: «...tenevano gli occhi a terra, quasi fossero pentiti. Ma come egli attraversò il fossato, si incominciarono a sentire lamenti confusi, alcuni gli afferravano la mano come per baciarla, si introducevano in bocca le dita per fargli sentire che non avevano più denti, altri gli mostravano le membra curve per l'età.
Quando chiese dove fosse mai l'obbedienza militare, l'antica fierezza della disciplina e chiese ai soldati dove avessero cacciato i tribuni, dove i centurioni, quelli si denudarono tutti per mostrare le cicatrici delle ferite, i segni delle percosse. Poi con grida confuse, denunciarono il prezzo degli esoneri, la pochezza delle paghe, la durezza dei lavori e li citarono uno ad uno: il fossato, le trincee, il trasporto di foraggio e di legna e tutti gli altri lavori richiesti dalle necessità o dal desiderio di non lasciare in ozio le truppe. 
Più veemente si levava il clamore dei veterani, i quali rammentavano i trenta e più anni di servizio e supplicavano che si portasse sollievo alla loro stanchezza, per non morire in quelle stesse fatiche, che quel servizio militare avesse fine, e riposo non volesse dire fame


Germanico decise di concedere loro il congedo dopo venti anni di servizio e di inserire nella riserva tutti i soldati che avevano combattuto per oltre sedici anni, esonerandoli così da ogni obbligo ad eccezione di quello di respingere gli assalti nemici; raddoppiò allo stesso tempo i lasciti a cui, secondo i testamento di Augusto, i militari avevano diritto. 

Le legioni, che avevano da poco appreso della recente morte di Augusto, arrivarono addirittura a garantire il proprio appoggio al generale se avesse desiderato impadronirsi del potere con la forza, ma egli rifiutò dimostrando grande rispetto e grande lealtà per il padre adottivo Tiberio. Questa notizia, che giunse alle orecchie di Tiberio non gli piacque.

La rivolta, che aveva attecchito tra molte delle legioni di stanza in Germania, risultò comunque difficile da reprimere, e si concluse con la strage di molti legionari ribelli. I provvedimenti presi da Germanico per soddisfare le esigenze delle legioni furono poi ufficializzati in un secondo momento da Tiberio, che assegnò le stesse indennità anche ai legionari pannoni.



I GRANDI GENERALI: SILIO E CECINA

Quell'anno c'erano presso la riva sinistra del Reno due eserciti: quello della Germania superiore agli ordini di Gaio Silio, e quello della Germania inferiore di Aulo Cecina Severo, ambedue sotto l'alto comando di Germanico. 

Gaio Silio era stato eletto console nel 13, ma tra i mesi di agosto e settembre venne chiamato in Germania Magna da Germanico e il suo posto come console venne preso dal suffectus Gaio Cecina Largo. Lasciando Roma via mare, Silio raggiunse la Germania nel 14. Aulo Cecina era un grande generale e nello stesso anno venne nominato da Germanico suo legato nella Germania inferior. Germanico sapeva scegliere i suoi uomini.

Però i soldati vennero presi dal rimorso e dalla paura, poiché era giunta un'ambasceria del Senato presso Ara Ubiorum, e temevano che ogni concessione fatta da Germanico fosse stata annullata a causa del loro comportamento. Cominciarono, così, a punire i fomentatori della rivolta, e così accadde anche nella fortezza legionaria di Castra Vetera sessanta miglia a nord (dove svernavano la V e XXI legione). Ancora una volta intervenne Germanico riuscendo a calmare e rassicurare gli animi. Otteneva sempre grande credito e fiducia.

Sedata la rivolta, Cecina poté tornare ad Ara Ubiorum (Colonia) con le legioni I e la XX, mentre Germanico, recatosi presso l'esercito superiore, ricevette il giuramento di fedeltà anche da parte delle altre 4 legioni: legio II Augusta, legio XIII Gemina, legio XVI Gallica e legio XIV Gemina.


MONETA DI GERMANICO VINCITORE SULLA QUADRIGA

Il Censimento

Ora il figlio adottivo di Tiberio, Germanico, era stato inviato come proconsole della Gallia per un censimento, ma di sua iniziativa riprese le azioni militari contro le popolazioni germaniche, invadendo i loro territori. Lo fece certamente di sua iniziativa, perchè lo stesso Tiberio gli aveva dato il proconsolato e quindi l'imperio, e chi ha un imperio è come un imperatore, può fare tutto ciò che vuole, compreso il muovere guerra a chicchessia.

Ma c'è di più, come mai Tiberio per un semplice censimento aveva ricevuto l'imperio? Se era attaccato poteva difendersi e contrattaccare, mentre con l'imperio poteva attaccare chi e quanto voleva senza dover chiedere nulla a Roma. Proconsole era un console a cui il senato prorogava il potere per un anno, affidandogli un comando militare o l'amministrazione di una provincia. Ma erano passati due anni dal consolato di Germanico. E' probabile che Tiberio sperava che Germanico muovesse battaglia e magari ci morisse.

Germanico aveva idee di gloria, ma non di potere, e non avrebbe mai attentato al trono dell'imperatore, questo Tiberio lo sapeva, ma sapeva pure che Germanico era molto, ma molto amato sia dal popolo che dai legionari, mentre lui non era amato affatto, soprattutto dal popolo che un giorno magari poteva ribellarsi.

Basti pensare che una volta Tiberio, invaghitosi di una statua che Giulio Cesare aveva posto nei suoi giardini, lasciati per testamento al popolo romano, se la fece portare nella sua reggia. Ogni volta però che Tiberio compariva in pubblico il popolo gli intimava di restituire la statua, al punto che alla fine fu costretto a farle riporre al suo posto. Tiberio non era amato, Germanico si.



DRUSO MAGGIORE
DRUSO MAGGIORE 

Germanico era il figlio di Druso Maggiore, figlio di Livia e del suo  matrimonio con Tiberio Claudio Nerone, precedente a quello con Augusto, il quale stravedeva per lui come fosse un figlio suo. 

Druso era intelligente, leale e coraggioso, purtroppo morì per una banale caduta da cavallo e tutti lo compiansero e  rimpiansero.

Germanico era molto simile a lui, anche con una notevole somiglianza nel fisico, ma pure più amabile, sapeva farsi valere con modi molto semplici, privo di atteggiamenti e di arroganza o superbia, arrivava al cuore del popolo, tutti lo amavano e stimavano, a cominciare dai soldati. 

Ora Germanico aveva sicuramente chiesto a Tiberio di invadere la Germania, compiendo ciò che suo padre Druso non aveva potuto terminare a causa della sua morte, ma Tiberio non acconsentì, era una terra inospitale, ricoperta da foreste ed acquitrini, non aveva grandi ricchezze e non era opportuno conquistarla.

Ma allora perchè gli concesse l'imperio?



ANNO 15

Tiberio al termine della prima campagna di Germanico, decise di decretargli il Trionfo, mentre ancora si combatteva la guerra. Sperava che Germanico, che stava accumulando troppe vittorie e notorietà, lasciasse la Germania e tornasse a Roma. Ma Germanico pensava alla guerra e aveva studiato con cura la campagna del 15, anticipando le operazioni alla primavera, ed attaccando per primi i Catti (come all'epoca aveva fatto suo padre).

Germanico voleva riuscire, prima di passare il Reno, ad opporre ai nemici capeggiati da Arminio, un partito filoromano, capeggiato dal suocero di Arminio, Segeste, e per questo condusse numerose trattative. Segeste era un nobile germanico, che divenne un leale alleato dei romani e che odiò Arminio, per avergli rapito la figlia Thusnelda per sposarla contro il parere del padre.

Germanico divise l'esercito in due colonne:

- una al comando di Aulo Cecina Severo, che mosse dalla fortezza legionaria di Castra Vetera (Xanten), con vexillationes di quattro legioni della Germania inferiore (circa 12/15.000 legionari), 5.000 ausiliari ed alcune schiere di alleati germani, abitanti sulla riva sinistra del Reno;

- l'altra guidata da Germanico, mosse da Mogontiacum (Magonza), al comando di vexillationes delle quattro legioni della Germania superiore (circa 12/15.000 legionari) e di circa 30000 alleati germani, della riva sinistra del Reno.



CONTRO I CATTI
LA MOGLIE DI ARMINIO

Germanico lasciò Lucio Apronio a protezione della strada e dei passaggi dei fiumi, affidandogli i bagagli dell'esercito per marciare più spedito.

Lucio Apronio ottenne poi gli ornamenta triumphalia per il suo valoroso coraggio durante la rivolta dalmato-pannonica del 6-9 e le guerre germaniche, insieme a Aulo Cecina Severo e Gaio Silio nell'anno 15.

Germanico marciò velocemente nel territorio dei Catti, dove compì orrende stragi di uomini donne e bambini, mentre i più giovani fuggivano e si lanciavano nel fiume Adrana (Eder), sopra il quale i Romani stavano costruendo un ponte per attraversarlo. Germanico si accampò intanto sulle rovine di un precedente forte, costruito dal padre Druso nel 10-9 a.c., che si trovava presso il monte Tauno.

Passati sull'altra sponda i Romani si spinsero fino alla capitale dei Catti, Mattium (nei pressi dell'attuale Niedenstein), che incendiarono e saccheggiarono. Al termine delle operazioni tornarono al fiume Reno, senza che i nemici osassero inseguirlo tanto ne aveva devastato i territori, ora che grande era il timore nei suoi confronti.

Intanto Cecina Severo riusciva, grazie alle sue trattative a dissuadere i Cherusci dall'inviare aiuti ai Catti combattendoli qua e là lungo i confini delle loro terre, in seguito batteva i Marsi facendone strage.

Germanico invece venne informato da alcuni ambasciatori inviati da Segeste (tra cui il suo stesso figlio, Segismondo), di essere assediato dal suo stesso popolo (i Cherusci), che ormai parteggiavano per Arminio, e ne richiedeva con urgenza l'intervento dei Romani. Germanico senza indugi corse a salvare il capo germano filo-romano, mettendo in fuga gli assedianti e tornando subito sul Reno.


ESTATE ANNO 15

Arminio, viene a sapere dell'alleanza di Segeste ai romani, ma soprattutto che sua moglie e suo figlio erano stati consegnati ai romani, per cui cercò più alleanze possibili con tutte le popolazioni germaniche confinanti (tra cui lo stesso zio, Inguiomero), contro l'invasore romano.

Germanico allora divise l'esercito in tre colonne:

- pose Cecina a capo di 40 coorti (20.000 armati, tra cui alcune unità ausiliarie), attraverso il territorio dei Bructeri fino al fiume Amisia (Ems); e Tacito racconta che Camavi ed Angrivari emigrarono nei territori dei Bructeri, dopo averli cacciati e totalmente annientati, in alleanza con altre popolazioni vicine, che lo scrittore latino ringrazia per «offrire diletto allo sguardo romano», senza che Roma dovesse intervenire. Dei Bructeri caddero più di 60.000 uomini.
«Suvvia preghiamo che rimanga e si conservi tra i popoli stranieri, se non l'amore verso di noi, almeno l'odio tra loro, poiché niente risulta di più prezioso che la fortuna possa procurarci, se non la discordia dei nostri nemici tra loro
(Tacito, De origine et situ Germanorum, XXXIII, 3.)

- Al prefetto Pedone affidò invece la cavalleria per recarsi nel paese dei Frisi, alleati, in direzione dello stesso fiume; fu suo padre Druso che:
«... si trovò in pericolo quando le sue imbarcazioni si incagliarono a causa di un riflusso della marea dell'Oceano. In questa circostanza venne salvato dai Frisi, che avevano seguito la sua spedizione con un esercito terrestre, e dopo di ciò si ritirò, dal momento che ormai l'inverno era cominciato...»
(Cassio Dione, LIV, 32.2-3.)

- Poi Germanico, imbarcate 4 legioni ( 20.000 legionari), le guidò verso l'estuario del fiume Amisia, così da potersi trovare tutti insieme e contemporaneamente presso il fiume. Una volta riunitisi, Germanico chiese ai Cauci gli aiuti promessi, rimpinguando con i loro armati le file del suo esercito.

- Poi inviò contro i Bructeri, Lucio Stertinio, con forze armate leggere di fanteria e cavalleria ausialiarie. Quest'ultimo una volta devastati i territori di queste popolazioni, ritrovò l'insegna della XIX Legione, caduta in mano ai Germani sei anni prima, dopo il massacro delle legioni XVII, XVIII e XIX di Varo nella foresta di Teutoburgo.

Il grosso dell'esercito, intanto, procedeva devastando l'intero territorio compreso tra i fiumi Amisia (Ems) e Lupia (Lippe), fino a raggiungere il luogo dell'eccidio delle legioni di Teutoburgo:

«...nel mezzo del campo biancheggiavano le ossa ammucchiate e disperse... sparsi intorno... frammenti di armi e carcasse di cavalli e teschi conficcati sui tronchi degli alberi. Nei vicini boschi sacri si vedevano altari su cui i Germani avevano sacrificato i tribuni ed i centurioni di grado più elevato. 

I superstiti di quella disfatta, sfuggiti alla battaglia od alla prigionia, ricordavano che qui erano caduti i legati e là erano state strappate le Aquile; e mostravano dove Varo ricevette la prima ferita e dove si colpì a morte, suicidandosi; mostravano il rialzo da dove Arminio aveva parlato ai suoi, i numerosi patiboli preparati per i prigionieri, le fosse scavate e con quanta tracotanza Arminio avesse schernito le insegne e le Aquile imperiali...»
(Cornelio Tacito, Annali I, 61)

L'onore di Roma era salvo. La disfatta subita a Teutoburgo era stata riscattata. Ma Arminio era ancora vivo, Germanico non era soddisfatto. I nemici di Roma dovevano morire.

GERMANICO - AMELIA

ANNO 16 - NON PER TERRA MA PER MARE

Giunta nuovamente la primavera, Germanico, che aveva riflettuto tutto l'inverno sulle strategie di guerra, si rese conto che i legionari romani marciavano in interminabili colonne cariche di equipaggiamenti, esposti a continue imboscate e che le Gallie, il cui popolo doveva sostentare con cibo ed armi gli eserciti romani, erano allo stremo avendo esaurito le loro risorse di cavalli.

Allora Germanico decise di avanzare in territorio nemico, via mare. L'occupazione sarebbe risultata più rapida per i Romani ed imprevista per i nemici. L'intero esercito romano, inclusi i necessari rifornimenti sarebbero giunti attraverso le foci ed i corsi dei fiumi nel cuore della Germania, con le forze pressoché intatte.

Qui si esplicò tutta la genialità di Germanico. Anzitutto si liberò del noioso compito del censimento delle Gallie che affidò a Publio Vitellio e a Gaio Anzio, e invece affidò a Silio, Anteio e Cecina la costruzione di una flotta di 1.000 navi, subito messe in cantiere.

Nella sua genialità studiò e disegnò il prospetto delle navi:
- alcune dovevano essere strette a poppa ed a prua, ma larghe ai fianchi, per reggere meglio le onde dell'Oceano;
- altre con la chiglia piatta per fare in modo che l'arenarsi non procurasse danni; dovevano procedere avanti alle altre navi per sondare il fondale e far si che si scegliesse il fondale più adatto. In quei mari c'era un grosso sbalzo delle maree che potevano portare le navi o ad arenarsi o ad essere trascinate a largo;
- poi fornì tutte le navi che dovevano caricare uomini, con timoni alle due estremità, in modo che potessero approdare sia da prua che da poppa, consentendo una discesa rapida delle truppe che avrebbero tenuto a bada eventuali assalitori;
- molte navi vennero inoltre fornite di ponte per poter trasportare macchine da guerra, cavalli e carriaggi;
- infine, tutte le navi vennero predisposte sia alla vela che ai remi, per ottenere il massimo della velocità.
- Decise poi, in gran segreto, che il luogo dove concentrare le navi fosse l'isola dei Batavi: collocata non distante dalla foce del fiume Reno, per i facili approdi onde caricare facilmente uomini, animali, strumenti e salmerie, ma non solo.
Germanico sapeva che quell'isola era già stata usata da suo padre, Druso Maggiore, che vi aveva costruito dei castra, che con rapide riparazioni gli avrebbero servito da quartier generale.



IL PONTE SUL RENO

Germanico decise di gettare un ponte sul fiume Reno, edificato a tempo di record, dove vi passò con vexillationes di quattro legioni (pari a 12.000 armati), 26 coorti di fanteria ausiliaria ed 8 ali di cavalleria, per invadere la Germania. Raggiunto il fiume Visurgi (Weser), trovò i Germani schierati a battaglia sulla sponda destra del fiume. Allora mandò in avanscoperta la cavalleria con i centurioni primipili delle 8 legioni, divisi in due colonne e sufficientemente distanziati, per non essere schiacciati dall'esercito nemico in un sol punto ma dividerne le forze.

Cariovaldo, capo dei Batavi (alleati dei Romani), una volta attraversato il fiume si mise all'inseguimento dei Cherusci senza sospettare l'imboscata. I Germani, infatti, avevano simulato una fuga per attirarlo in una piana lontana dalle legioni e circondata da boschi, dove balzarono fuori travolgendoli. I Batavi tentarono di ritirarsi ma i Cherusci chiusero ogni varco e cominciarono a massacrarli.

Cariovaldo, tentò inutilmente di sfondare l'assedio nemico, ma anche lui cadde insieme a molti nobili della sua tribù. Fu solo per l'intervento della cavalleria di Stertinio ed Emilio che i restanti batavi riuscirono a salvarsi. Varcato il fiume, Germanico venne a sapere da un disertore che Arminio nella notte avrebbe tentato un assalto all'accampamento romano. La notte stessa i romani, armati fino ai denti stettero in perfetto silenzio come se dormissero e poco dopo la mezzanotte, ci fu l'assalto dei germani che però desistettero subito per la dura risposta che ricevettero dai romani.

GERMANICO

LA BATTAGLIA DEL 16 d.c. IDISTAVISO

La mattina dopo i soldati romani erano impazienti di combattere e marciarono suonando le trombe da guerra e inneggiando fino a giungere alla piana di Idistaviso, che si estende tra il fiume Visurgis e le
colline, seguendo la sinuosità delle anse del fiume e dei colli. Alle spalle dei Germani si estendeva una fitta foresta con alberi altissimi e priva di sottobosco.

«Il fiume Visurgi divideva i Romani dai Cherusci. Sulla riva opposta si fermò Arminio con altri capi e domandò se Cesare Germanico era arrivato. Come venne a sapere che c'era, chiese di poter parlare con il fratello, il quale militava nell'esercito romano con il nome di Flavo, soldato di straordinaria fedeltà e privo di un occhio, perduto, in seguito ad una ferita pochi anni prima, sotto il comando di Tiberio. Concessagli l'autorizzazione al colloquio, Flavo avanzò salutato da Arminio, il quale, allontanata la sua scorta, chiese il ritiro dei nostri arcieri schierati lungo la riva del fiume. Dopo che questi si furono ritirati, chiese al fratello l'origine di quello sfregio sul volto. Quest'ultimo gli riferì il luogo e la battaglia. Arminio chiese ancora quale compenso avesse ricevuto. Flavo rammentò lo stipendio accresciuto, la collana, la corona e gli altri doni militari, mentre Arminio irrideva la sua servitù a Roma per quegli insignificanti e vili compensi ricevuti... continuarono a parlare, Flavo esaltando la grandezza di Roma... Arminio ricordando la religione della patria, l'antica libertà... la madre di entrambi, alleata a lui nelle preghiere, perché Flavo non volesse abbandonare parenti, amici e tutta la sua gente... e non preferisse essere traditore piuttosto che capo... A poco a poco passati ad insultarsi, poco mancò che si gettassero l'uno contro l'altro... se Stertinio non avesse trattenuto Flavo...»

(Cornelio Tacito, Annali II, 9-10.)


GLI SCHIERAMENTI

I Germani dettero dunque le spalle alla foresta, pronti a rifugiarvisi in caso di mala partita o per attirare i romani nella guerriglia come avevano fatto con Varo. I Cherusci di Arminio invece si sistemarono sui colli per precipitarsi dall'alto contro il lato destro dello schieramento romano.

I Romani disposero le proprie truppe in modo da conservare lo stesso ordine di marcia:
- lungo la prima linea gli ausiliari galli e germani; dei mercenari che erano i più esposti al pericolo;
- dietro di loro gli arcieri appiedati, in parte coperti dai precedenti;
- seguivano quattro legioni;
- più dietro ancora due coorti di pretoriani che accompagnavano Germanico e ai lati un corpo scelto di cavalleria ausiliaria;
- poi le altre quattro legioni,
- poi ancora la fanteria leggera e gli arcieri a cavallo e le altre coorti alleate.

Insomma i Romani avevano una formazione simmetrica rispetto al fronte d'attacco, per evitare di essere colpiti alle spalle.



TACITO

I primi ad attaccare furono proprio i Cherusci di Arminio, come racconta Tacito:

«Viste le orde dei Cherusci precipitarsi giù con impeto furibondo, Germanico diede ordine ai migliori cavalieri di caricare i nemici sul fianco, ed a Stertinio di aggirarli con gli altri squadroni di cavalleria e di attaccarli alle spalle; egli stesso sarebbe intervenuto al momento opportuno. In quell'istante, come augurio di buona fortuna, otto aquile attirarono l'attenzione di Germanico, che le vide volare verso la foresta per entrarvi. Egli comandò ai suoi di marciare avanti e di seguire gli uccelli simbolo di Roma, protettori delle legioni! 
E subito avanzarono i fanti schierati, mentre i cavalieri, già lanciati all'attacco, investirono le ultime fila ed i fianchi nemici, e cosa strabiliante, accadde che due formazioni nemiche fuggirono in senso opposto: quelli che occupavano la foresta si lanciarono verso la pianura, mentre quelli schierati nella piana si precipitarono verso la foresta. Presi nel mezzo, c'erano i Cherusci, che erano sospinti giù dai colli. Tra questi sovrastava Arminio, il quale a gesti, con le grida e mostrando la ferita, cercava di tenere alte le sorti della battaglia, e si scagliava sugli arcieri e li avrebbe distrutti, se non l'avessero fronteggiato i reparti ausiliari di Reti, Vindelici e Galli. 
Tuttavia grazie alla prestanza fisica, all'impeto del cavallo, ed al fatto che si era imbrattato il volto col proprio sangue per non essere riconosciuto, riuscì a passare. Alcuni sostengono che i Cauci, impegnati tra gli ausiliari romani, pur avendolo riconosciuto, l'abbiano lasciato fuggire. Egual valore o analogo inganno procurò la salvezza ad Inguiomero. Gli altri, ovunque sul campo, furono trucidati, e la maggior parte che tentava di passare a nuoto il Visurgi, furono colpiti e travolti dai dardi o per la violenza della corrente del fiume, oltre alla calca degli uomini che irrompeva, lungo le rive delle sponde del fiume che franavano. 
Alcuni, arrampicatisi con una fuga vergognosa sulle cime degli alberi e nascosti fra i rami, divennero, tra lo scherno, il bersaglio di arcieri che erano stati fatti avanzare; altri furono fatti cadere a terra dagli alberi che venivano abbattuti
(Cornelio Tacito, Annali, ii.17.)

La vittoria romana fu netta, senza grosse perdite per i Romani. Si combatté ininterrottamente dalle undici del mattino fino a notte, mentre i nemici germani uccisi coprivano con i loro cadaveri e le armi la piana per almeno diecimila passi. Infine fra le spoglie furono trovate, cosa strabiliante, anche delle catene per incatenare i Romani prigionieri, sicuri com'erano, i Germani, di poter rinnovare la vittoria di Teutoburgo. I soldati di Germanico, sul campo di battaglia, acclamarono il loro generale Germanico ma pure Tiberio Imperator e innalzarono un tumulo sul quale posero le armi dei vinti, come fosse un trofeo, e una scritta riportante i nomi dei popoli vinti: i Cherusci, i Fosi, i Dulgubini, i Longobardi ed altri. Roma era vendicata! ... ma secondo Germano non del tutto.


L'OSTILITA' DI TIBERIO

«Era quasi sicuro che il nemico germanico stesse per cedere e fosse ormai orientato a chiedere la pace, tanto che, se le operazioni fossero proseguite nell'estate successiva, era possibile portare a termine la guerra. Ma Tiberio, con frequenti lettere, consigliava Germanico di tornare per il trionfo già decretato: tutti quegli avvenimenti, felici o meno felici, potevano bastare. Germanico aveva raccolto numerosi successi in grandi battaglie, ma doveva ricordarsi dei gravi danni provocati, pur senza sua colpa, dal vento e dall'Oceano. Egli (Tiberio) inviato ben 9 volte in Germania dal divo Augusto, aveva compiuto la sua missione più con la prudenza che con la forza. Egli aveva accettato la resa dei Sigambri, costretto alla pace i Suebi ed il re Maroboduo. Anche i Cherusci e gli altri popoli che si erano ribellati, ora i Romani si erano vendicati, si potevano lasciare alle loro discordie interne. E quando Germanico gli chiese ancora un anno per concludere la guerra... gli offrì un secondo consolato... ed aggiungeva che, se fosse stato ancora necessario combattere, Germanico avrebbe dovuto lasciare una possibilità di gloria anche per il fratello Druso. Germanico non indugiò oltre, pur comprendendo che si trattava di finzioni e che per odio Tiberio gli voleva strappare quell'onore che già aveva conseguito.»
(Cornelio Tacito, Annali II, 26.)


La battaglia successiva:
IL VALLO DEGLI ANGRIVARI - LA VENDETTA SU TEUTOBURGO - II


BIBLIO

Cornelio Tacito - Annales I II III.
Cassio Dione Cocceiano -  Storia romana, LV, 29, 30, 32.
Velleio Patercolo - Storia di Roma, II 112.
Svetonio - Vite dei Cesari, Tiberio
Livio - Ab Urbe Condita Libri



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