LA COSIDDETTA DOMUS DI LIVIA





LA COSIDETTA DOMUS DI LIVIA

La cosiddetta "Casa di Livia" è una delle poche abitazioni repubblicane rimaste sul colle Palatino, nella zona occidentale, la più importante perché conserva le testimonianze più significative della fondazione e della storia dell'Urbe.

Nel 1869, per incarico di Napoleone III, l'archeologo Pietro Rosa mise in luce una casa di epoca repubblicana con murature databili tra il 75 e il 50 a.c. che erroneamente, interpretando un passo di Svetonio, venne detta casa di Livia.


L'edificio si trova poco distante dal tempio della Magna Mater, posto tra le capanne arcaiche e la Domus Tiberiana, presso la Casa di Augusto, l'abitazione privata dell'imperatore, su una terrazza più bassa del tempio e su un terreno in leggera pendenza.

La casa è posta leggermente più in basso delle case adiacenti e in origine si sviluppava su due piani, collegandosi con gli altri edifici adiacenti.

Si accedeva alla domus per mezzo di un corridoio inclinato, di cui resta il pavimento a mosaico a tessere nere su uno sfondo di tessere bianche. Una decorazione pavimentale analoga prosegue nel pianerottolo. 


Si pensa che questo non fosse l'entrata originaria, ma che questa venne chiusa in seguito a vari rimaneggiamenti. L'ingresso originale si trovava invece sul lato opposto, dove si trovano infatti tracce di un impluvium e alcuni cubicola.

Da qui si passa a un cortile rettangolare i cui pilastri dovevano sostenere una tettoia ma di questi ne restano solo le basi. Il tablino, cioè il salone della casa, in genere preposto all'accoglienza dei clientes e al disbrigo degli affari, era posto tra altre due stanze che si affacciano sul cortile, per cui metteva in comunicazione le due parti della casa.  

Nel tablino si è anche conservata una conduttura di piombo, che portava acqua alla casa e su cui, secondo l'uso, si trova il nome del proprietario, Iulia Aug(usta), che ha fatto pensare a Livia, ma anche alla figlia di Tito, Giulia.

L'IMMAGINE CENTRALE SULLA PARETE DI DESTRA RITRAE IO, ARGO E NETTUNO
L'attribuzione della casa come "di Livia" venne basata anche sul nome impresso sulla tubatura e pure per la vicinanza alla Casa di Augusto. 

RICOSTRUZIONE DELL'AFFRESCO SOPRA
Sicuramente non si tratta della casa dove Livia visse col primo marito Tiberio Nerone, se non forse un appartamento a essa riservato nella casa del marito, che era un agglomerato di numerose case più antiche.

Ma su questo gli studiosi fanno diverse eccezioni.

E' possibile però che dopo il ritorno dalla Sicilia del 36 a.c., Augusto si prendesse cura di questa abitazione modificandola in modo da rendere la "casa di Livia" una sorta di dépendance che le permettesse di estraniarsi in completo riposo. Le pitture risalgono infatti agli anni 30 a.c. e alcuni restauri in mattoni sarebbero pertinenti a dopo l'incendio dell'anno 3 d.c., però la preoccupazione di Augusto per l'indipendenza di Livia ci lascia un po' perplessi.

Ottaviano amava sua moglie ma l'aveva scelta proprio in base a questa sua mansuetudine, riservatezza di costumi e totalmente dipendente da suo marito.


Una famosa decorazione ad affreschi di II stile è stata rinvenuta. e pure ben conservata, sia nel tablinio che nei due ambienti adiacenti, oggi staccate e databili al 30 a.c. Le pareti erano più antiche, come ha dimostrato proprio lo stacco delle pitture sotto cui sono stati individuati passaggi tamponati per disporre della parete intera. Queste antiche pareti sono in opera reticolata piuttosto irregolare e risalgono al 75-50 a.c.

Pertanto la casa era più antica, una casa di valore mantenuta nel tempo, tenendo conto che il palatino occidentale fu il primo centro dell'Urbe, pieno di tradizioni e leggende, ma anche di storia che influenzò tutto il mondo.


La parete più conservata è posta destra del tablino, decorata da colonne corinzie dipinte come se si ergessero da un basso podio, su basi piuttosto alte con effetti illusionistici di prospettiva che aprivano la parete creando fondali a diverse profondità. 

AFFRESCO DEL TEMPIO DI
ISIDE A POMPEI
D'altronde anche se si chiama "Trompe l'oeil", alla francese, in realtà fu inventato dagli antichi romani. 

Le colonne dipinte infatti sostengono un soffitto a cassettoni in prospettiva. 

Al centro, dentro una finta porta aperta, si scorge Io (o Europa), la sacerdotessa amata da Giove, seduta sotto l'idolo della Dea Giunone, sorvegliata da Argo, armato di lancia e spada, e visitata dal leggiadro Mercurio che giunge a liberarla. 

Il tutto liberamente tratto del quadro del greco Nikias (del IV sec. a.c.) stimatissimo da Plinio e già celebre per l'affresco dell'Andomeda. L'affresco, di m 2,30 x 1,60 si trova nella cosiddetta "sala di Polifemo".

Come narra infatti Plinio il vecchio nella Naturalis Historia, il pittore Nikias aveva realizzato, nella prima metà del IV sec. a.c., un dipinto pressoché identico, nella tomba di Filippo II a Verghina.

AFFRESCO DELLA CASA
DI LIVIA
Io, seduta al centro della scena, è la protagonista ed ha alle sue spalle, tra le rocce, una colonna esagonale con in cima una divinità femminile, probabilmente Era, visto che Io ne era la sacerdotessa. 

Più indietro due alberi spuntano dalle rocce inondando i lati e la parte superiore della scena con le sue fronde, inquadrando ancora la centralità della figura umana di Io.

Ella è infatti dipinta con sembianze umane e ad alludere alla sua trasformazione in giovenca, ci sono solo delle piccole corna sulla fronte. Io, avvolta in un chitone blu-azzurro, è rivolta verso Argo, suo custode e carceriere. 

Quest'ultimo però, il mostro dai cento occhi, è raffigurato come un giovane atletico e quasi nudo, con in mano una spada. Sulla sinistra, dietro le rocce, sopraggiunge Ermes, in clamide color giallo-bruno e petaso grigio-azzurro, che qualcuno pensa aggiunto all'originale dipinto greco.


Comunque il suo nome è iscritto in greco sulla roccia alla sua sinistra, e dovevano esserci anche quelli di Io e Argo, come testimoniano i disegni dell’epoca del rinvenimento della villa (1869 ca.).

Ai lati sono dipinte altre due porte dipinte coi battenti aperti, dove al centro lasciavano vedere una complessa città con architetture in prospettiva, popolata da vari, piccoli e strani personaggi (quella di destra è perduta). 



A metà altezza si trovano quadretti con scene di genere, mentre un po' tutta la superficie è popolata da vari elementi decorativi minori: sfingi, figurine alate, racemi e candelabre (sorta di colonne vegetali stilizzanti i fiori dell'aloe). 

Il triclinio a sud del cortile (dove venivano serviti i pasti ai commensali sdraiati sui lettini), vicino a dove sbucava il corridoio che probabilmente portava all'accesso originario, era pure decorato da pitture, tra le quali spiccava al centro della parete davanti l'ingresso un paesaggio con simulacro aniconico di Diana.

La parete opposta all'ingresso aveva un affresco al centro con la ninfa Galatea su cavallo marino mentre fugge da Polifemo.

Nella stanza di destra si è ben conservata la parete di sinistra, con una partitura a riquadri più semplice del tablino, con ghirlande, frutta, fogliame e, in alto, un fregio a sfondo giallo con scene egittizzanti, realizzate con un'interessante tecnica a schizzo con lumeggiature.  
A differenza dell'ombreggiatura, la lumeggiatura si basa sullo schiarire, rispetto al colore di base, le zone in luce, una tecnica inventata dai romani. La stanza di sinistra era decorata da partiture simili, ma senza elementi figurati.

Nell'ambiente a sinistra del tablino le pareti sono decorate con un sistema analogo a quello degli altri due ma senza scene rappresentanti figure; la decorazione è costituita da colonne e pilastri sopra un basamento di finto marmo.




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