VEIO - VEII (Lazio)



PONTE SODO

Veio, ovvero Veii, fu un'importante città etrusca, le cui rovine sono situate presso il borgo medievale di Isola Farnese, circa 15 km a nord-ovest di Roma, all'interno dei confini del Parco regionale di Veio. Fu una città cuscinetto fra Etruschi e Latini, estendendosi l'Agro Veientano da un lato nel Lucus Feroniae, antico centro laziale dedicato al santuario della Dea sabina Feronia, dall'altra il lago di Bracciano, oltre a un tratto affacciato alla costa tirrenica, tra la foce del fiume Arrone ed il fiume Tevere.

Le mura urbane, lungo le quali si aprivano numerose porte, risalgono al VI sec. a.c.. ma l'ampliamento della popolazione arriva fino al V sec. a.c. La città, fornita di acropoli, era attraversata da una strada principale che fu lastricata poi dai romani e che collegava i principali spazi urbani. Scavi recenti, da parte della Soprintendenza, nel periodo "Ceramico" della Veio protostorica, hanno rinvenuto coppe greche di importazione del 770 a.c., in argilla figulina con decorazione geometrica, che denotano traffici di vino e l'usanza del simposio anche nella comunità etrusca, importati evidentemente dalla Grecia. 

Dal VII secolo a.c. le necropoli si estendono su tutti i poggi circostanti il pianoro. Una tra le più famose tombe dipinte è la "Tomba delle Anatre", in località Riserva del Bagno, che fa parte di un complesso di cinque sepolture, forse destinate a personaggi aristocratici. La Tomba è datata al 680-670 a.c..  Poi, nel 2006, sempre a Veio, è stata scoperta la "Tomba dei Leoni Ruggenti"datata al VII secolo a.c.. In questa sepoltura vi erano le tracce di due deposizioni, una maschile ed una femminile, e di un ricco corredo con carro a due ruote. 


SEPTEM PAGI

Edificata presso la riva destra del Tevere verso il IX sec. a.c., entrò fin dall'VIII sec. a.c. in conflitto con Roma per il controllo dei "septem pagi" e delle saline alla foce del fiume, "campus salinarum", da cui dipendeva parte della sua prosperità.


Il sale era all'epoca molto gradito ai paesi dell'entroterra, per salare i cibi e per la loro conservazione.

I Septem pagi per Plutarco significava "le sette parti", ma in realtà significa "sette villaggi", da pagus, vale a dire i territori ad ovest dell'isola Tiberina che Romolo ottenne dai Veienti dopo averne sbaragliato l'esercito ed averlo inseguito fin sotto le mura di Veio.

« La guerra fidenate finì per propagarsi ai Veienti, spinti dalla consanguineità per la comune appartenenza al popolo etrusco.. Il re romano dal canto suo, non avendo incontrato il nemico nei campi, esortato e determinato ad ottenere una vittoria decisiva, attraversò il Tevere. 
Dopo aver saputo che i nemici avevano posto un accampamento e stavano per avvicinarsi alla città, i Veienti andarono loro incontro per condurre lo scontro in campo aperto piuttosto che trovandosi rinchiusi a combattere dai tetti e dalle mura. 

POSIZIONE DI VEIO
Qui, senza far ricorso a nessuna strategia, il re romano sbaragliò l'esercito grazie alla grande esperienza dei suoi veterani; inseguiti i nemici allo sbando fino alle mura, evitò di attaccare la città difesa dai possenti bastioni e dalla stessa conformazione del sito e tornando indietro devastò le campagne... piegati da quella devastazione non meno che dalla sconfitta militare, i Veienti mandarono a Roma ambasciatori per chiedere la pace. Persero parte del territorio ma ottennero una tregua di cento anni. » 
(Tito Livio - Ab Urbe Condita) 

Romolo ottenne i territori dei Septem pagi e delle Saline, in cambio di una tregua della durata di cento anni. Questi patti vennero incisi su una stele, come ci tramanda Dionigi di Alicarnasso. E' evidente che un tempo i patti tra popoli venivano rispettati perchè per cento anni non vi furono guerre.



MUNICIPIUM AUGUSTUM VEIENS

Fu conquistata dai Romani dopo un lungo assedio all'inizio del IV sec. a.c. da parte di Marco Furio Camillo. Veio venne totalmente saccheggiata, e il culto di Giunone Regina venne trasferito dall'arx di Veio a Roma (Tempio di Giunone Regina sull'Aventino). La tradizione narra che il generale romano abbia risolto la guerra grazie ad un astuto stratagemma: fece scavare un cunicolo sotterraneo per superare la cinta muraria e introdurre i soldati direttamente in città.


LA LUPA DI ROMA DALLE ORIGINI ETRUSCHE
Comunque gli abitanti vennero deportati e il territorio (ager Veientanus) fu suddiviso tra i cittadini romani. Negli anni successivi all'incendio gallico di Roma del 390 a.c., che ridusse gran parte dell'Urbe ad un cumulo di cenere, si aprì un dibattito sulla possibilità di costruire una nuova Roma nel sito dell'antica Veio, fertile e meglio difeso naturalmente. La proposta fu tuttavia rigettata dallo stesso Marco Furio Camillo. 

Nel 396 a.c., Veio venne rifondata come colonia romana durante il I sec. a.c., poi trasformata in municipio da Augusto (Municipium Augustum Veiens) per arrestarne la decadenza, che però fu inevitabile. L'estensione e l'importanza della città romana furono infatti assai minori rispetto al periodo etrusco, finchè venne definitivamente abbandonata, in base a quanto evidenziano i dati archeologici ed epigrafici, durante il IV sec. d.c.
 La città etrusca venne definita "pulcherrima urbs" (città splendida) da Tito Livio, considerata da Dionigi di Alicarnasso "la più potente città dei Tirreni" al tempo di Romolo e "grande quanto Atene", fu tra i maggiori centri politici e culturali dell'Italia centrale, in particolare tra il VII e il VI sec. a.c., epoca in cui, dopo Caere (Cerveteri) era la più popolosa città dell'Etruria meridionale.

Sede di fiorenti botteghe artigiane già in epoca orientalizzante, sviluppò durante l'età arcaica una rinomata scuola di coroplastica (scultura in terracotta) il cui più celebre esponente fu l'etrusco Vulca, chiamato a realizzare in era monarchica le sculture del Tempio di Giove Capitolino a Roma.

Non dimentichiamo che gli etruschi insegnarono molto, nel campo dell'arte, della cultura, dell'ingegneria idraulica, nell'architettura, della gioielleria e perfino nella moda, ai romani.

Stando alle attuali conoscenze archeologiche fu anche la città che introdusse in Italia l'uso di decorare con pitture le pareti delle tombe a camera: la Tomba dei Leoni Ruggenti (circa 690 a.c.) e la Tomba delle Anatre (circa 670 a.c.), rinvenute nelle necropoli poste attorno all'altopiano, sono considerati gli esempi più antichi dell'intera penisola.

L'APOLLO DI VEIO


VEIO ETRUSCA

I resti dell’antica città etrusca di Veio, si trovano in prossimità del Borgo di Isola Farnese (Roma), poco fuori il Raccordo Anulare di Roma, su un ampio pianoro delimitato dai fossi del Piordo e della Valchetta (antico Crèmera). La Veio etrusca conserva monumenti di rilievo come il Santuario di Portonaccio, e le più antiche tombe dipinte d’Etruria: la Tomba dei Leoni Ruggenti e la Tomba delle Anatre.

La città si estendeva su un altopiano pressoché triangolare issato su un'altura di tufo con una superficie di circa 190 ettari, delimitato a sud dal Fosso Piordo e a nord dal Torrente Valchetta, ovvero l'antico fiume Cremera. Anche se oggi è un torrente, il Cremera aveva allora una portata d'acqua maggiore che soddisfaceva a tutti i bisogni della città. Venne poi prosciugato nel XIX sec.

Presso il punto più a nord del pianoro il percorso del fiume fu alterato mediante un'importante opera di ingegneria idraulica, di cui gli etruschi erano maestri e da cui molto appresero i romani, realizzata appunto in epoca etrusca.

Si tratta del Ponte Sodo, una galleria artificiale lunga 70 m e larga 3, scavata nella roccia per canalizzare il percorso delle acque del Cremera, evitando così un'ampia ansa naturale del fiume che poteva esondare.

Inoltre forniva un più comodo attraversamento del corso d'acqua in corrispondenza di una delle porte della città attraverso un "ponte di roccia". Poco più a valle del fiume s'incontrano i resti della strada romana che usciva dalla città in direzione di Capena e, ancora oltre, le rovine di un impianto termale romano di età augustea tiberiana, i Bagni della Regina, con una sorgente di acque termali calde.

Il più modesto corso d'acqua del Fosso Piordo, che lambisce la città sul lato meridionale separando il pianoro di Veio dall'altura di Isola Farnese, forma in prossimità di un vecchio mulino la Cascata della Mola, da cui inizia la visita all'area archeologica.

CASCATELLA DELLE MOLE

LE PORTE

I bordi molto scoscesi del pianoro erano un'ottima difesa naturale contro i nemici, in particolare in corrispondenza della propaggine meridionale oggi detta Piazza d'Armi, dove fu posta l'acropoli della città con i suoi antichi templi. La città disponeva comunque di una cinta muraria in opera quadrata, più volte restaurata; alla base le mura avevano uno spessore di oltre 2 m e si assottigliavano verso l'alto, raggiungendo un'altezza tra i 5 e gli 8 m. per un percorso di oltre 8 km e se ne conservano tuttora alcuni tratti.

 La città era collegata a Roma tramite la via Veientana (che collegava Veio con il Tevere) e la via consolare Trionfale. La via Cassia invece transitava, come oggi, oltre un km ad ovest del pianoro, poiché posteriore alla distruzione della città e anteriore alla colonia romana. Nel tratto in cui la via Veientana scendeva nella valle del Cremera, poco a sud di Piazza d'Armi, è ancora visibile una breve galleria scavata nella roccia dagli Etruschi (oggi Arco del Pino) per rendere esemplificare il percorso della strada.

1) - La via Veientana proseguiva fino alla base di Piazza d'Armi e piegando a destra saliva alla cittadella attraverso la Porta Dypilon,

2) - quindi la via Veientana proseguiva fino alla porta meridionale del pianoro di Veio, detta Porta Romana.

3) - Poco più a nord alla base di una tagliata con orientamento sud-est si apriva la Porta Fidene, da aveva inizio la strada che attraversava la valle del Cremera in direzione della confluenza del fiume nel Tevere (oggi presso Labaro) ove, sulla sponda opposta del fiume, raggiungibile con un traghetto, sorgeva la città etrusca di Fidene.

4) - Un'altra strada che costeggiando il Tumulo della Vaccareccia si inoltrava tra le colline in direzione del Tevere e appunto dell'abitato latino di Crustumerium (Settebagni), iniziava il suo percorso dalla porta est di Veio, detta appunto Porta Crustumerium.

5) - onde dirigersi a Capena invece si usciva da Veio tramite la porta di nord-est, detta Porta Capena. Il tratto di basolato romano che dall'antico ponte sul Cremera sale all'abitato è ancora visibile e in ottimo stato di conservazione.

6) - La strada per Falerii (Civita Castellana), capoluogo dei Falisci si raggiungeva invece dalla porta nord, detta appunto Porta Falerii.

7) - La Porta nord-ovest (oggi vicolo Formellese), Porta Formellese, era uno dei più trafficati accessi alla città e metteva in comunicazione Veio con l'area dei laghi di Bracciano, Martignano, Baccano e con le importanti città etrusche di Blera e Tuscania.

8) - La Porta Caere, o porta ovest, avviava la strada che conduceva a Careiae (Galeria) e Caere (Cerveteri).

9) - La Porta di Portonaccio, o porta di sud-ovest, dava inizio alla strada per "Campus salinarum", le saline alla foce del Tevere e collegava la città al santuario di Portonaccio alla base del pianoro.

10) - Dalla porta di sud - sud ovest, detta Porta trionfale, usciva la via Trionfale in direzione del Campidoglio. Altre postierle erano probabilmente presenti.



LE TERME

Al di sopra della Cascata della Mola, in località Campetti presso la "Porta di Portonaccio", una serie di indagini archeologiche susseguitesi a partire dal 1940 hanno messo in luce un vastissimo complesso termale di età romana (circa 10.000 m2) connesso allo sfruttamento di acque salutari.

- L'abitato risale nientemeno che all'IX sec. a.c., con tracce di capanne e materiali vari.
- Dalla fine del VII sec. a.c. vennero eretti edifici con muri in opera quadrata di tufo, a carattere abitativo e  religioso.
- Al principio del IV sec., il sito è devastato e abbandonato.
- Verso la fine del II sec. a.c. si ha una nuova fase edilizia monumentale.
- Dagli ultimi decenni del I sec. a.c. il complesso viene ristrutturato e ingrandito, con due livelli separati da un terrazzamento, ambienti coperti e ampie vasche alimentate da cisterne, insomma un grande santuario-sanatorio per cure idrotermali.
- Alla fine del I secolo d.c. il complesso viene di nuovo restaurato con impianti per il riscaldamento dell'acqua.
- Successivamente al V sec. d.c. sulle rovine del complesso si impianta un'abitazione privata che riutilizza parte dei materiali delle fasi precedenti.
- Nell'alto medioevo vi si attesta una calcara che devasta e distrugge decorazioni, statue e colonne per farne calce.




VEIO ROMANA

L'ager Veientanus fu oggetto di una intensa colonizzazione a seguito della conquista romana: piccole fattorie repubblicane si diffusero capillarmente sul territorio mentre il pianoro della città rimase disabitato, ad eccezione di alcuni santuari, durante tutta l'età ellenistica. Nel I secolo a.c. con una lex Iulia Giulio Cesare assegnò ai suoi veterani parte dei terreni e dedusse sull'altipiano una colonia romana.

Il nuovo abitato fu impegnato in uno scontro militare durante la guerra di Perugia (41-40 a.c.) e fu trasformato in municipio con l'immissione di veterani augustei (Municipium Augustum Veiens).

TIBERIO IN TRONO
La nuova città romana rimase di limitata estensione, con un piccolo foro dal quale furono asportate le 11 grandi colonne ioniche reimpiegate a Palazzo Wedekind in Piazza Colonna a Roma, oltre a una gran quantità di statue e di iscrizioni integre e frammentarie.

Nella gola formata dal Torrente Valchetta, a nord di Piazza d'Armi, si individuano i resti di un complesso termale di età augustea o tiberiana (i Bagni della Regina) sorto in corrispondenza di una sorgente di acque termali calde.

Un più importante e vasto complesso, con evidenti finalità curative, è stato messo in luce in località Campetti. In vari tratti si conservano porzioni di basolato delle antiche vie romane. Piccole necropoli ad incinerazione del periodo romano e resti di alcuni mausolei sono attestati rispettivamente all'esterno dell'antica porta nord-est e nei pressi di Isola Farnese.

Per l'approvvigionamento della città l'aqua Traiana transitava a poca distanza e presso Isola Farnese furono rinvenute tre fistulae di piombo, naturalmente romane con l'indicazione "[rei]public(ae) Veientanorum" (CIL XI, 3817; 3818).

L'ultima testimonianza epigrafica riferibile alla città romana è datata al periodo compreso tra il 293 e 305 d.c., quando il senato locale dedicò una statua a Costanzo Cloro (CIL XI, 3796). Il centro abitato risulta ancora presente sulla Tabula Peutingeriana con il nome di Veios, 6 miglia oltre la località ad Sextum (oggi Tomba di Nerone sulla via Cassia) provenendo da Roma e a 9 miglia di distanza da  Vacanas (Baccano).

Gli scavi del XIX sec. comportarono non solo che vennero asportate le 11 grandi colonne ioniche reimpiegate nel Palazzo Wedekind a Roma, ma anche l'acquisizione di varie iscrizioni e una statua
di Tiberio in trono.

IX sec. a.c. - Nel 1996 L'Università di Roma La Sapienza ha riportato alla luce una piazza lastricata, quindi il foro dell'epoca, di 40 x 80 m, risalente alla metà del IX sec. a.c., con resti di capanne rette da pali.

 VII sec. a.c. - Verso la metà del VII sec. a.c. c'è una grossa novità: una capanna di pali e fango viene abbattuta e sostituita con un edificio in blocchi di opera quadrata di tufo rosso.

COLONNE ROMANE DEL FORO DI VEIO PORTATE A ROMA PER EDIFICARE
IL PALAZZO WEDEKIND DI PIAZZA COLONNA
VI sec. a.c. - Nel VI sec. a.c. la moda è dilagata e tutte le altre capanne vengono riedificate in tufo (però grigio) con pianta rettangolare e orientate secondo una griglia ortogonale, antesignana dei cardo e decumano romani.
Risale al secolo precedente invece l'edificio religioso corredato di un pozzo rinvenuto ricolmo di frammenti ceramici che giungono fino al V secolo a.c. Tale area di culto prosegue fino al II sec. a.c.

Nel settore privato l'impianto della casa è la domus romana con atrio e cisterna circondata da un hortus che si protrae ovviamente anche nel municipium augusteo. Il settore pubblico è invece composto dalla piazza del foro circondata su tutti i lati da un portico colonnato su cui si affacciano un sacello e altri edifici pubblici; alle spalle del sacello si ergeva l'impianto termale.

IV sec. d.c. - Nel IV secolo d.c. l'intera area è in abbandono e occupata da sepolture; poco dopo viene realizzata una calcara per ottenere calce pregiata dalla cottura dei marmi spoliati. Un patrimonio preziosissimo e vastissimo viene bruciato dall'ignoranza medievale.



L'ACROPOLI

- La propaggine meridionale dell'altopiano, oggi denominata Piazza d'Armi, costituiva l'arx della città, il forte in cui erano collocati gli antichi edifici sacri della città. Le capanne arcaiche sono a pianta circolare con tetto conico sorretto da palo centrale o a pianta ellittica e fondo ribassato, con una tettoia poggiata sul muro di confine fatto di terra e scaglie di tufo.

- All'interno della città, eccezionalmente, perchè era proibito come a Roma seppellire in città, si è rinvenuta una sepoltura: un maschio inumato di circa 25-30 anni del 940-810 a.c., sepolto in un heroon, un sacello destinato al culto di un eroe o al fondatore della città.

- Nella seconda metà del VII sec. a.c., si abbandona la capanna circolare o ellittica per la casa quadrata con vicoli e strade ortogonali. Inizia la pavimentazione delle strade, l'erezione di edifici pubblici e di piccoli templi; si individuano anche abitazioni aristocratiche decorate da terrecotte architettoniche.

- Nel VI sec. a.c.c'è un primo rifacimento della pavimentazione stradale e l'erezione di una imponente cinta muraria che comprende un grande varco a dypilon (doppia porta) in corrispondenza dell'unico punto di accesso all'acropoli.
- Nel IV sec. a.c. le mura vengono ulteriormente rafforzate in vista del conflitto con Roma, e sull'acropoli sorgono alcune attività artigianali.
- Alla fine del IV sec. a.c. ha inizio l'attività agricola sul suolo dove sorgeva la città ormai scomparsa.


LA STORIA

A partire dal V secolo a.c. crebbero i motivi di attrito tra Veio e Roma, soprattutto per il possesso di
Fidenae, città alleata di Veio. 

- Nel 477 a.c. la gens romana dei Fabii venne clamorosamente annientata nella battaglia del Cremera. La posta in gioco era il controllo della navigazione sul fiume Tevere.
 
- Nel 420 a.c. Veio chiese aiuto, contro Roma, a tutte le città etrusche riunite al Fanum Voltumnae, vicino Orvieto, ma l'aiuto fu negato. Forse perchè Veio era governata da un re, mentre le altre città avevano un governo repubblicano. Un'altra tesi vuole che le città etrusche fossero impegnate contro degli invasori Galli, che minacciavano di scendere da nord. Alleate di Veio rimasero Fidenae, Falerii e Capena.

- Nel 406 a.c., Veio viene sconfitta da Roma, ma molti la datano al 396 a.c., dopo un assedio di 10 anni. Livio narra che Veio fu presa solo perchè vi fu un traditore che permise alle truppe romane di entrare in città attraverso un cunicolo che sbucava all'interno del tempio di Giunone Regina, localizzato a sud-est del pianoro. 
Marco Furio Camillo, che guidava le truppe romane, saccheggiò il santuario e ne trasferì la statua di culto a Roma per mezzo del rito della evocatio, avvenuta con il "consenso" di Giunone, espresso - narrano le fonti - con un cenno del capo (secondo altre fonti fece udire il suo "si").

Una parte del territorio veientano venne assegnata a cittadini romani. Gli scampati al massacro del
396 a.c. ottennero anch'essi la cittadinanza romana e non furono ridotti in schiavitù, ma diedero origine alle tribù Stellatina, Tromentina, Sabatina e Arniensis.

- Dalla fine del III secolo a.c. vi sono circa cento anni di silenzio delle fonti storiche, fino ad
arrivare a Giulio Cesare che assegnò lotti del territorio di Veio ai suoi veterani.

- Veio ritorna a vivere con Ottaviano Augusto, nel 27 a.c., quando diventa municipio e si trova ad
ospitare i veterani della XXII Legione Deiotariana, di stanza in Egitto. L'elemento etrusco, nel frattempo, va lentamente scomparendo dall'onomastica locale. Il periodo più florido è quello tiberio-claudio, nel quale si produsse una notevole quantità di epigrafi e ritratti imperiali.
La città arriva ad avere anche un teatro ed una porticus Augusta, nonchè un complesso termale.

Nel IV secolo d.c. Veio scompare.



IL TEMPIO

SANTUARIO DI PORTONACCIO

Il maggior tempio di Veio è quello di Portonaccio, dal quale provengono le statue acroteriali in
terracotta qui ritrovate nel 1916: Apollo, Eracle e la cerva cerinite, Ermes, Latona con un
bambino e, probabilmente, un piccolo Apollo. Queste statue possono oggi ammirarsi al Museo
Nazionale Etrusco di Villa Giulia.
Della vasta area archeologica di Veio purtroppo solo una parte è emersa con gli scavi archeologici. Un vero peccato perchè potrebbe diventare un grande polo di attrazione turistica. Il monumento più prestigioso è infatti il santuario extraurbano di Portonaccio, noto per il rinvenimento della celebre statua di Apollo, un capolavoro unico al mondo.

Dal territorio di Veio, del resto, provengono notizie circa valenti coroplasti che furono chiamati ad operare anche a Roma. Tarquinio il Superbo, nel 509 a.c., chiamò un veiente esperto di coroplastica per creare il famoso gruppo con quadriga in terracotta che doveva essere posto sul tetto del tempio dedicato a Giove Capitolino. 

Portonaccio era anche sede di un santuario, fra i più venerati di tutta l'Etruria, dedicato alla Dea Menerva (Minerva), alla quale era dedicato un tempio eretto nel 510 a.c. Esso si ergeva accanto a una sorgente di acqua sulfurea, il che fa prevedere un luogo di cura miracoloso.

Negli scavi del santuario fu ritrovata la famosa statua fittile dell'Apollo di Veio, attribuito allo scultore etrusco Vulca, oggi esposta presso il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia. Del tempio sono state ritrovate alcune parti issate sullo scheletro di un tempio delle dimensioni dell'epoca, ma le grandi pietre di tufo che giacciono in terra sono ancora vergognosamente lasciate alla rinfusa. 


L'INGEGNERIA IDRICA 

CUNICOLO DEGLI ELMETTI
Nella zona di Formello (il cui nome deriverebbe proprio dalla parola latina forma, con cui si indicavano gli acquedotti), è stata rinvenuta una vasta rete di cunicoli idrici, di cui rimangono attualmente circa 50 km di percorso, tutti di epoca etrusca, per il drenaggio dei terreni collinari soprastanti, controllando così il flusso delle acque torrentizie sia in piena che nei periodi siccità.

Il complesso sistema, oltre che i cunicoli, usava chiuse, canalizzazioni, dighe e laghetti artificiali. Tra questi:

- il Cunicolo degli Olmetti, in località La Selvotta, scavato in epoca etrusca e tuttora funzionante, fuoriesce dal banco tufaceo formando una piccola cascata. Esso garantisce una ricca portata d'acqua tutto l'anno e terminava in un grande bacino idrico che fungeva da vasca di decantazione e da serbatoio di testata di un successivo impianto di distribuzione attraverso canali, uno dei quali era diretto proprio a Veio. 

Scavato completamente nel tufo, aveva una pendenza quasi costante per consentire all'acqua di scorrere "a pelo libero" (per gravità) fino al punto terminale, per un percorso di circa 4 Km. Il cunicolo sfocia nel torrente Cremera con una cascata di circa quattro metri.

Nelle vicinanze alcuni blocchi tufacei sparsi sono ciò che rimane della muratura di un vecchio sbarramento etrusco, che delimitava un bacino artificiale ottenuto chiudendo una profonda gola con una diga larga circa 30 metri, di cui restano in sito alcuni blocchi.

- il Cunicolo Formellese, una galleria di circa seicento m scavata nella roccia, alta circa tre metri e della larghezza di circa un metro che metteva in collegamento il fiume Cremera con il Fosso Piordo.

Nella narrazione di Tito Livio, fu appunto attraverso i cunicoli sotterranei che si aprivano alla base del pianoro di Veio che Furio Camillo, dopo un assedio di dieci anni, riuscì a penetrare nella città e a conquistarla.

RESTI DI UN COLOMBARIO ROMANO

LE NECROPOLI

La gran parte di queste necropoli sono state identificate e scavate durante il XIX e il XX secolo, dato che già nel IX e nell'VIII sec. a.c. Veio aveva raggiunto una notevole popolazione, ma occorre anche tener presente che gli etruschi non utilizzavano le stesse sepolture. Una volta che la tomba era colma veniva chiusa, sigillata e mai più riaperta. Nel VI-V secolo a.c., anche nel territorio di Veio si assiste ad un contenimento del lusso esibito nelle sepolture, fenomeno comune a tutto il Latium Vetus, accompagnato dal ritorno all'incinerazione dei defunti.

- Dal Tumulo Chigi, scavato, nel 1882, da Rodolfo Lanciani, provengono l'Olpe Chigi, esempio di
tarda ceramica protocorinzia, ed una gran quantità di altri vasi di corredo che sono attualmente in fase di studio. Dallo stesso contesto, secondo analisi recenti, proviene anche il cosiddetto "alfabetario di Formello", una piccola anfora di bucchero con un'iscrizione di proprietà ed i simboli di un alfabeto.

- la necropoli dei Quattro Fontanili si trova sull'altura immediatamente a nord della Porta Capena, scavata nel 1838 e poi tra il 1963 ed il 1976, periodo in cui furono rinvenute circa 2000 tombe in parte gravemente danneggiate dalle arature.

- la necropoli di Monte Michele situata appena all’esterno della Porta Capena.
Tra le tombe più significative di quest’area troviamo la Tomba Campana rinvenuta nel 1843 databile gli ultimi decenni del VII secolo a.c. mentre il corredo della tomba risale tra il 670 e il 650 a.c., oggi conservato presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Nell'immagine a fianco è rappresentato appunto l'ingresso della Tomba Campana, in un'incisione di Luigi Canina. Da notare la coppia di felini disposti simmetricamente ai lati della porta arcuata e a guardia della stessa. In alto i loculi sepolcrali,  sicuramente di età romana, ricavati in alto nel dromos, quando questo era quasi interamente interrato.
TOMBA ETRUSCA

Altre sepolture furono messe in luce nel settore occidentale della collina tra il 1900 e il 1901 dai fratelli Benedetti e nel settore orientale con gli scavi della Soprintendenza del 1980 in cui furono individuate 6 tombe a camera datate tra il 670 e la fine del VII sec. a.c., tutte disposte lungo l'antica strada che da Veio raggiungeva Capena. 

La tomba n. 5, in particolare, si connotava come una sepoltura principesca per una coppia, un infante e un giovane adulto, contenente, oltre al corredo ceramico e metallico, un carro a 4 ruote e un'urna funeraria bronzea su cui era incisa la rappresentazione del volto di una Gorgone; l'intero corredo della tomba, databile tra il 670 e il 650 a.c., è esposto al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma.

La necropoli della Vaccareccia, estesa sulle colline che guardavano la parte orientale della città. Fu scavata da Rodolfo Lanciani nel 1889 per conto dell'imperatrice del Brasile, i materiali sono ora al Museo Pigorini a Roma. - La necropoli “Valle la Fata”, unica necropoli di Veio posta nel fondovalle, precisamente nel Fosso Piordo a S-E di Isola Farnese. 

- La necropoli Riserva del Bagno nota per il rinvenimento della Tomba delle Anatre, datata intorno il 670 a.c. e dipinta con immagini di anatre policrome in volo. 

- Le Necropoli di Casale del Fosso e Grotta Gramiccia scavate tra il 1913 e il 1916, sotto la direzione di Ettore Gabrici e Giuseppe Antonio Colini, e dove furono portate alla luce ben 1200 tombe a camera, a fossa e a pozzo, e la Tomba dei Leoni Ruggenti, situata nella parte settentrionale del sito, risalente al 690 a.c., considerata la più antica tomba etrusca dipinta, con mostri dalle ampie fauci spalancate, di aspetto vagamente felino, sovrastati da un volo di uccelli.

- La Necropoli Quarto di campetti. Situata sull'altura a nord-ovest della Porta Falerii. Scavata inizialmente nel 1840 sotto la direzione di Luigi Canina.

- La Necropoli Picazzano. Situata sull'altura a nord della Porta Falerii. Scavata inizialmente nel 1841 sotto la direzione di Luigi Canina.


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