VILLA PUBLICA




LE ORIGINI

“Saepta” può essere tradotto come “recinto” infatti il sito era chiamato anche “Ovile” il cui nome richiama la pastorizia e dà il senso della gestione del gregge. I colonnati che cingevano l'area avrebbero dato l'idea di un grande recinto, forse diviso da corde e tavole in varie sezioni, e forse visto che i gladiatori si preparavano qui, i tramezzi dovettero poi diventare permanenti e in muratura.

La stima dei beni di ciascuno si faceva infatti in un edificio accanto ai Septa, chiamato Villa, un'azienda agricola con un parco per le pecore. Prima avveniva il censimento poi la lustratio, cioè la benedizione e la purificazione dei greggi, che avveniva nella festa di Pales.

LA VILLA PUBLICA (al centro)
Il censo dei cittadini dipendeva dalla loro ricchezza, che a sua volta dipendeva dal numero delle pecore possedute, non a caso il termine denaro in latino era pecunia, da pecus, cioè pecora.

Pales o Pale era una antica divinità rurale, protettrice degli allevatori e del bestiame, venerata come "montana", in quanto foriera di pascoli abbondanti sulle alture, e "pastoria", per il mestiere dei suoi devoti, insieme a Giunone stornava infezioni e assalti di animali feroci dal bestiame grosso e minuto; secondo Tibullo, i fedeli collocavano sotto gli alberi la sua immagine scolpita nel legno.

Il 21 aprile era celebrata in suo onore la festa di purificazione delle greggi, i Palilia, o Parilia, e il 28 Aprile quella della Dea Flora. Il fatto che la Villa Publica fosse legata a due antiche Dee della vegetazione e dei greggi fa comprendere come la vita primitiva di Roma fosse eminentemente pastorale e come a questa ricchezza fosse legato il censo dei cittadini.

La Villa Publica successivamente non si occupò più di persone con pecore ma di persone con o senza beni, che fossero terreni o case. Funzionava, insieme al Diribitorium, da dependance dei Septa, e la sua origine coincide con l'origine della censura, ordinata pochi anni dopo la costituzione di questa specifica magistratura dei censori, e Tito Livio narra che venne usata per la prima volta per il census populi, il censimento della popolazione.

Il primo censimento però risale a tempi molto remoti, cioè a Servio Tulliio, che però regnò fino al 539 a.c., mentre la Villa Publica venne fondata nel 435 a.c., evidentemente Livio intendeva la prima volta che il censimento avveniva nella Villa Publica.

RAPPRESENTAZIONE DELLA VILLA PUBLICA SU UN DENARIO


Evidentemente l'edificio primitivo che accoglieva cittadini e pecore venne sostituito da una costruzione di pregio, e fu l'unico edificio pubblico del Campo Marzio, a quanto narra Livio, costruito poco prima della fine della monarchia, esattamente nel 435 a.c., poi restaurata e ingrandita nel 194, e probabilmente di nuovo nel 59 a.c. da Gaius Fonteius Capito, console in quell'anno.

Della Villa Publica (cioè ‘Casa del popolo’)non esistono rimanenze archeologiche, ma sappiamo bene della sua lontana esistenza anche perchè effigiata nei denarii d'argento, e perchè fu un edificio molto caratteristico dei Campo Marzio.

Il suo uso era quello di ospitare ambasciatori e generali stranieri, per servire come sede per i funzionari dello Stato. Negli scritti di numerosi storici antichi, incluso Livio nel libro 88 della Periochae, si dice che nel 82 a.c., 4000 prigionieri che si erano arresi nella battaglia di Porta Collina furono contenuti nella Villa Publica dal generale romano Silla e macellati a suo comando.
 

LA DESCRIZIONE

La Villa venne rappresentata su una moneta di Fonteius (Babelon, Fonteia) come un recinto murario, entro cui vi era una piazza con un edificio a due piani, di cui quello inferiore si apriva all'esterno con una fila di archi. Era di grande bellezza, come testimonia Varrone, adornata di pitture e statue.

Poichè la Villa è rappresentata sui frammenti della Forma Urbis Severiana, significa che esisteva nel II sec. d.c., ma molto ridotta nelle dimensioni e tenuta in conto unicamente come monumento antico.
Al suo interno c'era un tempietto dedicato alla Dea Flora, che veniva celebrata nei Floraria dal 28 aprile al 9 maggio, con carattere prima rurale e licenzioso, poi solo licenzioso e ludico.

Cicerone narra che la Villa Publica era vicina ai Saepta, usata per le elezioni dove votavano le assemblee centuriate e tribali e a quel che scrive, l'elefante del Bernini di fronte a santa Maria sopra Minerva sta all'incirca al centro della Villa; all'estremo sud vi era invece l'ufficio dello scrutinio dei voti di Agrippa, un lato del quale toccava un angolo dell'area dei 4 templi repubblicani di Largo Argentina.



L'USO

La Villa Pubblica era il luogo dove si stabilivano i generali in attesa del trionfo, perché essi non potevano oltrepassare il pomerium dell'Urbe come comandanti in capo di un esercito. I Romani avevano creato questa legge per evitare un restauro della monarchia da parte di qualche generale vittorioso e pure ambizioso.

Infatti Caio Giulio Cesare nel 60 a.c., di ritorno con parte del suo esercito dalla penisola Iberica dove era stato propretore, dovette rinunciare a celebrare il trionfo per potere entrare a Roma e presentare personalmente la sua candidatura al consolato.


La costruzione servì anche come quartiere di alloggio per gli ufficiali ingaggiati per censire la popolazione o arruolare i legionari, (Varrone), per i generali che chiedevano il trionfo e gli ambasciatori stranieri, come fu per gli ambasciatori cartaginesi nel 202 a.c.. (Livio), e macedoni nel 197 a.c. (Livio).

Nella Villa Pubblica c'era la sede dei censori e vi si svolgevano anche le operazioni di leva  Con Cesare furono sistemati gli edifici legati alle elezioni, sia i Saepta Iulia, completati poi da Augusto, e la Villa publica.

Le sue rovine non sono state ritrovate, ma il suo sito, giusto a nord di piazza del Gesù, era descritto come confinante coi Septa, (Cicerone e Varrone), col Circo Flaminio (Plutarco), e il tempio di Bellona, da cui il senato, riunito nel tempio, udì le urla dei prigionieri  massacrati per ordine di Silla.

Livio, Strabone e Cassio Diodoro narrano dell'evento storicamente più famoso della Villa come esempio di crudeltà e di eccessi, perpetrato dal dittatore Silla, vittorioso nella guerra civile, il quale, simulando clemenza coi vinti, raccolse 8,000 soldati sanniti, (qualcuno dice 4000), catturati nella battaglia di Porta Collina nell' 82 a.c.., forse lì riuniti con la scusa di arruolarli alle armi, all'interno della villa, e li fece scannare tutti. Si narra che le urla erano udibili dal tempio di Bellona dove si era riunito il senato, il che ha permesso di locare la Villa in direzione del Circo Flaminio.


ROBERTO LANCIANI

« A pie dell' Araceli dalla parte di S. Marco si tiene per certo che vi sieno cose di grande importanza e valore; perchè poco vi è stato cavato . . . essendo stato detto che vi siano certe case o stanze antiche sotto ripiene di bellissimi marmi e altro » Vacca, Mem. 123. 

La prova del fatto congetturato, piuttosto che asserito, dal Vacca si è avuta in tempi più a noi vicini. Il giorno 26 gennaio 1706, Francesco Bianchini copiò presso uno scultore a san Venanzio un frammento di epistilio col nome dell'imperatore Traian Decio: 

« effossum narrabat anno... 1705 in fiindamentis aedium quae spectant ad D. Monialium inter Macellum Corvorum et aedem S. Venantii. Dixit plura saxa grandis litteris inscripta ibidem iacere quae non extraxit dominus . . . nam infra solum at palmos 40 descendebatur ubi lapides iacebant. In proximarum aedium cella vinaria vidi columnas, capitulum etc. » 

Vedi cod. Veron. 347, e. 4: CIL. VI, n. 1099; la scheda fior. 1329 di Antonio giuniore: 
« questa chornicie si trovo dietro a mariano Istalla (Astalli) preso a s. marche in roma » 
e le schede 1882, 2050 di fra Giocondo 
« cimasa nela piaza de s. marche » capitello stranissimo « in sula piaza de roma de san marche »: timpano curvilineo di edicola « stava soto el pertiche de san marche » etc. 

La persuasione popolare circa l'esistenza di grandi e ricche rovine nel sito della Villa publicae delle Paliacino mi pare corroborata dal seguente documento, rilasciato da papa Clemente VIII due anni prima che Flaminio Vacca pubblicasse le sue Memorie, e che si trova a e. 660 del prot. 368 in A. S.:

« Licentia di poter Cavar, oro, è argento con dar il terzo alla Camera et le petre siano per loro.
Monsignor Cesis nro Thesoriere Generale.
Havendoci il Cavalier Andromaco Cecha data notizia di saper un luoco dentro di Roma sotterraneo, nella Pariocchia di S. Marco dove ha noti di esservi grande quantità d'Oro, Argento, Gioie, Pietre pretiose, Statue, Marmi, et altre cose simili, et essendo noi convenuti con esso acciò che riveli, et scavi, o possa scavare, et cercare detto loco senza esser impedito, o molestato in cont' alcuno da Canto della nostra Camera, o da qualumqu' altro etiam Deputati sopra simil cave, ci siamo convenuti di tutto l'Oro. Argento, Gioie, et Statue, ehe ne debba dare, et consegnare alla nostra Camera Apca la terza parte et li marmi et altre pitture siano libere della Camera, et le gioie di parte sue una della Camera.

Però in essecutione di questa mia mente et concordia gli ne farete una o più patenti di nostro espresso ordine, commandando a tutti, et ciascheduno, etiam Ministri, et officiali che non lo debbano tanto esso, quanto suoi Ministri, o Cavatori impedirlo o pertubarlo in modo alcuno per conto di detta Cava, volendo et ordinando che consignato che havera alla detta Camera la detta terza parte, che nel resto per qualunque tempo o causa, non possi essere molestato, impedito o disturbato d'alcuno, dandovi autorità di poter per d'essa causa inhibire a tutti e ciascheduno che sera necessario, et tanto seguirà questa nostra mente espressa. 
Di Monte Cavallo 1592.
Clemens papa VIII ».



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