CULTO DI SILVIA



REA E MARTE

"Il Maes ha pubblicato nel Cracas, una lettera dell'Amaduzzi all'abate Visconti, con la quale richiede notizie circa la sorte toccata alle seguenti sculture della villa. 
 « La statua di Giunone che il Boissai'do accenna come già esistente nel portico di Ottavia, e che riporta incisa in rame
 — La statua della dea Silvia, turrita, velata, polimammia, formata ad uso di termine, accennata dal Boissardo e dallo Scotto
 — La statua di Cerere riportata dal P. Montfaucon 
— La statua di Venero col cigno, riportata dallo stesso 
— La statua di Ercole venuta da Civita Lavinia, mentovata nei conti camerali 
— La testa di Caracalla mentovata nei medesimi conti 
— L'Erma d'alabastro orientale bianchissimo col petto di marmo cotognino e variegato,lodato da Boissardo 
— Le colonne di verde mischio trovate alle acque Albule . . . 

Si bramerebbe sapere se, essendo toccata porzione della villa Giulia al gran duca di Toscana, ed essendo andata in quella sua celebre galleria l'Erma di Eraclito, d'Aristofane, d' Isocrate, e di Cameade, come apparisce dalla raccolta dei ritratti antichi degli uomini illustri di Achille Stazio, del Fabbio e dell'Orsini, siavi andato anche quello di Milziade, che, oltre il suo nome, porta inciso anche un epigramma greco" .
Per mala sorte la risposta ai quesiti dell'Amaduzzi non è stata trovata.



LA DEA TURRITA

Si parla dunque di una Dea Silvia turrita, velata, polimammia, formata ad uso di termine, accennata dal Boissardo e dallo Scotto.

CIBELE TURRITA
Le Dee turrite non sono molte, nel suolo italico c'era Cibele, in genere seduta su un trono con due leoni al suo fianco, o su un carro trainato da due leoni.

Ma c'era anche la Dea Greca Tiche, personificazione della sorte, generalmente intesa in senso positivo.

Dall’età ellenistica assunse grande importanza come forza misteriosa in grado di guidare gli eventi e venne attribuita una loro propria Tiche a ciascuna città.
Suoi attributi erano la cornucopia, la spiga, il timone e la corona turrita. Il suo corrispettivo latino era la dea Fortuna. Pertanto a Roma anche la Dea Fortuna era turrita.

A cosa allude il simbolo delle torri? Alla propria terra, quella atavica, quella difesa e da difendere. Questa terra è il suolo dove abitare e il suolo da coltivare, è la madre terra che dà vita, nutrimento e morte.



LA DEA VELATA

Chi è la Dea velata? E' la Diana, la Dea Dia, la Dea per eccellenza, insomma la Grande Madre. Fu spesso rappresentata anche dalla Iside velata.

"Io sono colei che è, che è sempre stata e sempre sarà, e nessun uomo ha mai osato sollevare il mio velo" La Dea è mistero inconoscibile, con una parte visibile ed una invisibile.

E' velata perchè inconoscibile, possiamo vederne le manifestazioni ma non l'essenza, anche se noi facciamo parte di essa. Ne facciamo parte ma non ce ne accorgiamo, se e quando ce ne accorgiamo sparisce la paura della morte.



MULTIMAMMIA

Cioè con tante mammelle, come era rappresentata anche la Diana Efesina, in qualità di nutrice di tutte le creature viventi. Torna di nuovo la triplice Dea, che dà la vita, che nutre e fa crescere uomini, animali e piante, e dà la morte a questi stessi esseri.

Infatti è la Terra, la Dea Tellus, chiamata pure Dea Silvia, con tutti gli attributi della divinità, o Rea Silvia cioè la Dea declassata a donna.

La Dea Silvia era anche detta Silvana, o Dea delle selve, per sottolinearne il lato selvaggio.



FOGGIATA AD USO DI TERMINE

Il Dio Termine, sostituito poi spesso dal Dio Hermes, cioè Mercueio, fu usato spesso nella scultura per indicare la fine di un terreno, il suo limen, il suo termine, come fosse insomma garante dei limiti della proprietà.

Sostituito dal Dio Hermes diede luogo alle Erme, statue col busto di un personaggio edificato su un blocco di pietra parallelepipedo oppure leggermente rastremato verso l'alto. In questo modo il personaggio faceva blocco unico col terreno, indicando un sicuro riferimento con la terra.

Pertanto la statua della Dea Silvia posta ad uso di erma indica la caratteristica terrestre della Dea, pertanto raffigurante la natura e la Dea Terra.

MARTE E REA SILVIA (Palazzo Mattei)


REA SILVIA

Rea Silvia fu la madre dei gemelli Romolo e Remo, fondatori di Roma; morì sepolta viva da Amulio. Le sue vicende ci sono raccontate nel I libro Ab urbe condita di Tito Livio, in frammenti dagli Annales di Ennio e da Fabio Pittore.

SILVIA - ANFITEATRO DI CARTAGENA
1) Secondo una versione il Dio Marte si invaghì della ragazza e la sedusse in un bosco.
2) Livio invece riporta che Rea Silvia venne stuprata, e che per rendere meno turpe il fatto, ne dichiarò la responsabilità del Dio.
3) Stando al racconto di Livio, Rea Silvia era la figlia di Numitore, discendente di Enea e re di Alba Longa.

Il fratello minore di Numitore, Amulio, usurpò il trono e, uccise i figli maschi del fratello, e costrinse Rea Silvia a diventare una sacerdotessa della Dea Vesta, per impedirle di avere una discendenza, dato che le vestali avevano l'obbligo
della castità per trent'anni.

Quando lo zio seppe della nascita dei due gemelli di Rea la fece arrestare e ordinò a una serva di uccidere Romolo e Remo.
La serva, tuttavia, ne ebbe pietà, li mise in una cesta e li affidò alle acque del Tevere.

4) Sempre Livio, racconta invece che l'ordine di gettare i gemelli al fiume venne da Amulio.
La cesta, miracolosamente, navigò tranquilla per il fiume e si arenò nel luogo dove più tardi i gemelli avrebbero fondato Roma.



IL NOME SILVIA

REA SILVIA
Il nome Silvia sarebbe derivato da Silvana, cioè Dea delle selve, il lato selvaggio della natura. Tanto che in alcune zone ella era chiamata proprio Silvana, e da lei sarebbe derivato il nome del Dio Silvano, sicuramente suo figlio che poi cresciuto che fu divenne suo partner. E' in fondo la storia di tutte le Grandi madri, sessuate e prolifiche eppure vergini, cioè senza marito, regine incontrastate della natura, che si accoppiano col figlio maschio, da loro generato, per generare nuovamente, in una produzione infinita.

Lo storico tedesco Niebuhr propose che il nome Rea significasse semplicemente colpevole e stesse a indicare, genericamente, la donna che aveva ceduto alla seduzione adulterina in un bosco, ma commise un enorme sbaglio, perchè Rea era l'antico nome di una titanide della mitologia greca, madre di Ade, Demetra, Era, Estia, Poseidone e Zeus.

Questa divinità faceva parte degli Dei che precedettero gli Dei Oplimpici, Dei antichissimi dunque dei quali solo pochi sopravvissero e tra questi vi fu appunto Rea. Tale nome è stato riversato anche sulla madre di Romolo e Remo, Rea Silvia..

L'origine è ignota. Le ipotesi proposte lo riconducono al greco antico ‘Ρεια (Rheia), forse proveniente da ρεω (rheo) "scorrere [dell'acqua]" o ρεος (rheos) "ruscello, corrente", col possibile significato di "fluente", "che scorre", oppure su ερα (era), "terra", "suolo".



IL SOGNO DI ILIA

Negli Annales del poeta Ennio viene chiamata col nome di Ilia. A lei è dedicato uno dei brani più lunghi che ci siano giunti del Liber I, il cosiddetto "sogno di Ilia". La lunga citazione di Ennio proviene dagli Annales (vv. 34-50 Skutsch).

Ilia è l'altro nome con cui veniva chiamata Rea Silvia, madre di Romolo e Remo e figlia di Numitore, re di Alba.

CIBELE
La leggenda narra che Amulio, usurpato il trono a Numitore, avesse obbligato la nipote Ilia, a fare voto di castità come vestale, in modo che si estinguesse la dinastia.
La giovane donna venne però fecondata dal Dio Marte e dalla loro unione nacquero i gemelli Romolo e Remo.

Negli Annales di Ennio (versi 34-50) è riportato Il sogno di Ilia, in cui parla appunto Iliafiglia di Enea e Lavinia e futura madre di Romolo e Remo (si tratta della Rea Silvia del racconto di Livio, Ab Urbe condita I, 4).

Il suo sogno, che produce ancora nel lettore un senso di solitudine e sgomento, preconizza il suo incontro con il Dio Marte, l'abbandono dei neonati Romolo e Remo e la loro salvezza. Il Fatum prepara sul sangue di Rea Silvia il destino glorioso di Roma.

La vecchia tutta tremante portò in fretta una lucerna;
mentre lei così parlava e piangeva, svegliandosi in preda al terrore:
‘Figlia di Euridice, che nostro padre ha tanto amato,
la vita e le forze abbandonano tutto il mio povero corpo.
Mi è parso che un uomo bellissimo mi trascinasse attraverso un bosco
di salici, per rive e luoghi ignoti. E poi, sorella,
mi sembrava di vagare da sola, con passo lento
cercando e ricercando di te, e non riuscendo
a trovarti — nessun sentiero solido sorreggeva il mio passo.
Poi mi parve di sentire la voce di mio padre che mi chiamava
dicendo: ‘Figlia mia, prima dovrai sopportare
grandi sventure, ma poi dal fiume ti verrà la fortuna.’
Dette queste parole, sorella, il padre scomparve,
né, per quanto desiderato, più si offrì alla mia vista,
benché tanto tendessi le mani verso gli spazi celesti
del cielo piangendo, e lo chiamassi con voce amorosa.

Alla fine il sogno mi lasciò con la pena nel cuore.”




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