I VALORI DELLA ROMANITA'





MOS MAIORUM


CICERONE

"Resta, o Quiriti, che voi perseveriate in codesto proposito che portate avanti a voi. Farò dunque come usano i comandanti dopo aver schierato l'esercito che sebbene vedano i soldati molto preparati al combattere tuttavia li esortano; così io esorterò voi ardenti e sollevati a recuperare la libertà. Voi non avete, o Quiriti, non avete da combattere con un nemico tale col quale si possa stabilire una certa condizione di pace: infatti quello non desidera, come prima, la vostra servitù, ma ora, irato, il sangue. Nessuno spettacolo gli sembra essere più piacevole quanto il sangue, quanto la strage, quanto l'eccidio dei cittadini davanti agli occhi. Voi non avete a che fare, Quiriti, con un uomo scellerato e crudele, ma con una grande e orribile belva che, giacché è caduta in una fossa, deve essere sepolta. Se infatti uscirà di lì non potremo evitare la crudeltà di nessun supplizio. Ma ora è preso, è stretto, è pressato con quelle milizie che già abbiamo e fra poco da quelle che i nuovi consoli allestiranno fra pochi giorni. Gettatevi nell'impresa come fate, o Quiriti. 


VESPASIANO
Mai fu maggiore il vostro consenso in alcuna causa, mai foste tanto ardentemente uniti col senato. Né è strano: si tratta infatti non in quale condizione potremo vivere ma se potremo vivere o dovremo morire tra supplizi e vergogna. Sebbene la natura abbia destinato per tutti la morte, la virtù, che è propria della stirpe e della generazione romana, è solita respingere la crudeltà e il disonore della morte. Conservate di grazia questa virtù, Quiriti, che i vostri antenati vi hanno lasciato in eredità. Tutte le altre cose sono false, incerte, caduche, instabili: la virtù soltanto è fissa con radici saldissime; la quale mai può essere scossa con alcuna forza, mai essere smossa dal posto. Con questa virtù i vostri antenati prima vinsero tutta l'Italia, poi abbatterono Cartagine, distrussero Numanzia, ridussero sotto il potere di questo impero re molto potenti, genti molto bellicose."

Il termine mos, plurale mores, i costumi, indicava in genere i mos maiorum o mores maiorum, cioè i costumi degli antenati, che permeavano tutta la gloriosa tradizione romana. All'inizio infatti, nell'età protostorica, le fonti dei mores era il comportamento dei patres, i quali erano i genii all'interno della famiglia dove i più anziani erano i sacerdoti.  

Come scrisse Festo:
« Il costume è l'usanza dei padri, ossia la memoria degli antichi relativa soprattutto a riti e cerimonie dell'antichità. » Dunque i mores erano le credenze e le cerimonie che univano un popolo, ma anche i cosiddetti valori della romanità, attinenti soprattutto al periodo regio. 

Secondo Gaio e Sesto Pomponio i mores erano gli usi e i costumi delle tribù che si unirono e formarono Roma, insomma dei modelli di comportamento pertinenti alle familiae e successivamente, dalla metà dell' VIII sec. a.c. alle gentes, sempre rispettando le decisioni dei sacerdoti. Questi mores furono raccolti dai sacerdoti stessi, tramandandoli oralmente, o attraverso archivi segreti.

Dionigi d'Alicarnasso scrive che le prime leggi scritte furono opera di Romolo, perchè fino ad allora erano i sacerdoti o i capi tribù a far rispettare la tradizione orale. Sesto Pomponio scrisse che con i primi re iniziarono comunque le norme scritte dando luogo alle prime leggi, promulgate, come riferiscono anche Plutarco e Cicerone, dai re, o dal Pontefice o da entrambi unitamente. Che i re desiderassero garantire il popolo con leggi scritte fu un grande passo di civiltà, in un mondo dove i re, i capitribù e i padri di famiglia erano i dittatori assoluti del loro ambito.

Secondo alcuni il primo libro di norme fu il  "Liber Numae" di Numa Pompilio, non pervenuto, e i "Libris Pontificalis", non si sa se fossero un'opera a parte o una sezione del Liber, ma si sa che raccoglievano le norme di Romolo e quelle di Numa Pompilio nonchè i riti sacerdotali derivati dai mores.

Poi ci fu il "Commentarius" di Servio Tullio e più tardi i "Libris Sibyllinis", soprattutto a base di rituali, che ricevette Tarquinio il Superbo dalla Sibilla, tutti comunque scomparsi per l'incendio di Roma nel 390 a.c. ad opera dei Galli di Brenno. Comunque, sia le pratiche tradizionali che i rituali arcaici risalivano alle consuetudini collettive.

Mentre i mores identificano i costumi e usanze divengono contemporaneamente strumenti portatori di valori assumendo una caratteristica di ideologia, soprattutto nell'età imperiale, rappresentando non singoli costumi da seguire ma un esempio di virtù che si devono avere per far del bene alla comunità romana. A questo proposito il fondamento dei mores maiorum era basato su cinque virtù fondamentali: fides, pietas, majestas, vistus e gravitas.


FIDES

La fedeltà, la lealtà, la fede, la fiducia e reciprocità tra i cittadini, ma pure verità, l'onestà ed affidabilità. Il poter confidare sulla parola data, senza contratti nè testimoni.
Dalla fides derivò la "bonae fidei" ( "in buona fede" che diventò termine giuridico) o "fidem habere" ( "per essere credibili", oppure "avere fiducia"). Nel diritto romano, fides è stato estremamente importante, poichè, come in tutte le culture antiche, i contratti verbali erano frequentissimi nella vita quotidiana romana, e così la buona fede permetteva transazioni commerciali fatte con maggior fiducia, ma la fides si riscontra anche nel rapporto tra patronus e cliens o tra coniugi, ecc. Se questa buona fede viene tradita, la persona offesa potrebbe intentare una causa contro l'altra che non ha rispettato la buona fede.

Fides fu un culto molto antico, il primo tempio in suo onore risalì a Numa Pompilio, nella città di Roma. Era la Dea della buona fede e presiedeva ai contratti verbali, descritta come una vecchia donna, ma rappresentata sempre come giovane, di età superiore a Giove, evidentemente una Dea preesistente. Il suo tempio è datato intorno al 254 a.c. e si trova sul colle Capitolino di Roma, vicino al Tempio di Giove.

Livio narra che i suoi rituali venivano effettuati dai flamines maiores, che erano i sacerdoti più importanti, dopo il Pontefice. Questi sacerdoti ponevano Fides in un carro trainato da una coppia di cavalli per celebrarla in processione nella sua festa.
Si riteneva che la Fides abitasse nella mano destra di un uomo, la mano dei giuramenti, rappresentata durante l'Impero Romano sulle monete con un paio di mani coperte, a simboleggiare la credibilità delle legioni e dell'imperatore. Da lì nascerà il giuramento nei vari tribunali del mondo civile antico e moderno imponendo la mano destra su un libro, civile o sacro secondo i casi.
Augusto ne celebrò la Fides Augusta, perchè in Augusto e il suo governo si poteva aver fede.


PIETAS

La pietà, la devozione, il patriottismo, la protezione e il rispetto. Pietas non è l'equivalente del moderno derivato "pietà". La Pietas era l'atteggiamento romano del dovuto rispetto verso gli Dei, la patria, i genitori, i parenti, famigli e schiavi. All'inizio riguardava la famiglia e la fiducia e rispetto tra coniugi poi la concezione del rapporto si estese tra uomo e divinità, un senso di dovere morale nell'osservanza dei riti (il cultus) e nel rispetto agli Dei.

Secondo Cicerone, "pietas è la giustizia verso gli dei," e, come tale, richiede un'accurata osservazione dei rituali per il sacrificio e una corretta esecuzione, ma anche la devozione e rettitudine interiore della persona. Alla Dea, come narra Livio, venne dedicato un tempio nel 181 a.c.
Sempre seguendo la Pietas, Giulio Cesare dedicò nel 48 a.c., dopo la battaglia di Farsalo, un tempio a Venere Genetrice, madre di Enea antenato dei Julii (gens di Giulio Cesare). Augusto, dopo la morte di Marco Antonio e Marco Emilio Lepido fece edificare un tempio a Cesare, per onorare il suo padre adottivo.

Così alcuni romani, in qualità di pii cittadini, adottarono il cognomen Pio. L'imperatore Antonino Pio ricevette questa aggiunta al suo nome per aver convinto gli anziani del Senato a divinizzare il suo padre adottivo, l'imperatore Adriano, e per la pietas mostrata verso il padre naturale.

Come gli altri concetti astratti della cultura romana, pietas apparso spesso in forma umana, una donna talvolta accompagnata da una cicogna. Venne adottata da Augusto come pietas Augusta in nome della sua pietas, come si può vedere sulle monete del periodo. Però Cicerone, nel "De Inventione",  illustra la pietas più alta, quella del rispetto del cittadino nei confronti dello stato che nel "De republica" definisce la pietas maxima. Con Virgilio, nell'Eneide, la pietas viene a identificarsi con l'humanitas e la misericordia e si trasforma da rispetto per i consanguinei a pietà per la sofferenza altrui.



MAJESTAS

La Majestas sta ad indicare nella Roma antica la dignità dello stato come rappresentante del popolo. Proprio questa rappresentanza da parte prima delle istituzioni repubblicane poi dall'impero ha fatto sì che l'imperatore stesso fosse investito di questa majestas come rappresentante del popolo.
Da qui il reato di laesa majestatis ovvero crimine verso lo stato per coloro che deturpavano le opere pubbliche, o nei confronti dell'imperatore o del senato romano rappresentanti la majestas e le punizioni potevano essere severe perchè il crimine veniva visto come lesione all'intera comunità che l'imperatore e il senato o gli organi del governo romano rappresentavano. Majestas ha anche il significato della grandezza di un popolo, cioè l'essere fieri di essere un appartenente al popolo romano, come il miglior popolo che è superiore e migliore rispetto agli altri popoli per civiltà, cultura e costumi.


VIRTUS

Virtus deriva dal termine latino vir, uomo, e comprende ciò che costituiva l'ideale del vero maschio romano. Il poeta Gaio Lucilio sostiene che è virtus per un uomo sapere ciò che è bene, il male, inutile, vergognoso, o disonorevole. In origine designava il valore in battaglia dell'eroe e del guerriero, poi si estese ad altre attività. La virtus è tale solo se non è messa al servizio di mire personali come la ricerca del potere ma per l'interesse della comunità romana. La virtus si trasmetteva di padre in figlio e i discendenti di uomini con virtus avevano l'obbligo di seguire le orme dei propri padri e dimostrare essi stessi di avere virtus. Poi a partire dal I sec. a.c. si avrà la concezione che la virtus non è una virtù ereditaria ma anche un civis novum può ottenerla con le sue gesta e superare le gesta degli antenati.


GRAVITAS

Da non confondersi con la parola moderna gravità, tutte le regole di condotta del romano tradizionale: rispetto per la tradizione, la serietà, la dignità, l'autorità e l'auto-controllo. Di fronte alle avversità, una "buon" romano deve essere imperturbabile, come Gaio Mucio Scevola che, minacciato di tortura da re Porsenna se non rispondeva alle sue domande su Roma, pose la mano destra sul fuoco con grande gravitas, si che il re colpito da tanto valore rinunciò al dominio di Roma.  Questo contegno vale per il periodo arcaico e in parte repubblicano. Invece per l'età imperiale la gravitas appare molto meno negli scritti e dove se ne parla il concetto è cambiato, configurandosi come gentilezza, cortesia e disponibilità. Qualcuno vi vede una sorta di cortigianeria, ma gli imperatori intelligenti sapevano riconoscere gli amici dai servili, di certo Mecenate ad esempio non fu un cortigiano di Augusto ma un suo buon amico.




ALTRI VALORI DELLA ROMANITA'

Oltre ai valori fondamentali dei mores gli imperatori con le loro decisioni stabilivano quali erano i valori da rispettare per una comunità migliore. Dall'altra però anche gli autori latini: retori, storici, eruditi, giuristi, ecc. dicevano la loro su quali valori e buoni costumi basandosi molto sulla tradizione e i periodi precedenti senza trascurare le innovazioni. Il bonus civis ebbe perciò tantissimi altri valori oltre ai consueti:


DIGNITAS

GIULIO CESARE - PATER PATRIAE
La dignitas è la dignità e la situazione economica sufficientemente decente che danno prestigio al cittadino romano. Questo riguarda il rispetto degli altri in senso esterno e non interno come l'auctoritas. Dignitas è uno dei risultati finali volti a visualizzare i valori dell'ideale romano e il servizio dello Stato nelle forme di primato, posizione militare e magistrature. Dignitas è  il valore di reputazione, onore e stima. Così, un romano che mostrasse loro Gravitas, Constantia, Fides, Pietas e altri valori, sarebbe diventato un romano in possesso di Dignitas tra i loro coetanei. Allo stesso modo, attraverso questo percorso, un romano potrebbe guadagnare auctoritas, cioè prestigio e rispetto.


AUCTORITAS

L'Auctoritas è il valore del prestigio e della fiducia che gli altri accordano a un uomo, all'inizio collegato alla religione significava far accrescere, aiutare altri. In un secondo periodo divenne un valore laico, come l'affidabilità, l'ascendente cioè la sua capacità di influenzare gli altri, soprattutto in ambito oratorio. Questo secondo stato consiste in un equilibrio tra potere politico e prestigio sociale.
Cicerone, invece la considera un insieme di Dignitas e Virtus. L'Auctoritas in questo caso è una forma altissima di potere che non si ricollega necessariamente al potere politico ma esercita il comando tramite la forza di persuasione grazie al proprio carisma. L'Auctoritas implica una serie di diritti e doveri da chi ne è insignito come l'attribuire cariche pubbliche o tenere fede agli impegni presi. La figura che storicamente se ne avvicina è Ottaviano Augusto dove l'imperatore non esercita la sua autorità per i poteri che ha ma sa dar un ordine senza imporlo convincendo i propri sottoposti e avendo rispetto per le istituzioni pubbliche.


GLORIA

La Gloria è la fama che si ottiene dopo aver fatto azioni valorose, perciò strettamente collegata alla virtus, per non essere inferiore agli antenati. Elemento che caratterizza la società aristocratica all'inizio ma poi anche il civis novum. Si può anche esprimere come riconoscimento e lode da parte della comunità. Anche la Gloria in un primo momento viene ritenuta trasmittibile di padre in figlio e solo successivamente ritenuta da conquistarsi con le proprie gesta.


URBANITAS e RUSTICITAS

Urbanitas indica il buon gusto e lo spirito naturali privi di eccessi dell'uomo elegante e a modo. Al contrario la rusticitas indica maleducazione, ignoranza, mancanza di rispetto e di finezza. Con l'influenza greca nascono la raffinatezza, la cultura, la sottigliezza, l'argomentazione, il sofismo, l'eleganza e pure il lusso, in contrapposizione alla Rusticitas e all'Industia, ovvero chi si accontentava della vita semplice rustica della campagna dedita al lavoro. Queste due tendenze trovarono poi la giusta soluzione, ad esempio in Orazio che apprezza di tutto ridicolizzando però le estremizzazioni, in fondo è il principio della continentia: fare di tutto ma senza eccessi.


HUMANITAS

Humanitas è il valore che ci contraddistingue dagli animali e dalle belve feroci e agli esseri primitivi ovvero il valore della comprensione, della benevolenza, della cultura, del buon gusto e dell'eleganza. Humanitas relativo non al ruolo di cittadino o militare ma della persona in se stessa. l'Humanitas a un certo punto si fa però sempre più elitaria ovvero riguardante i ceti aristocratici che con la loro educazione superiore tentano di affinarla in disponibilità, indulgenza, mitezza, dolcezza, moderazione. Nel periodo imperiale questo valore si disgiunge dall'educazione superiore cessando di appartenere solo agli aristocratici, diventa invece affidabilità, gentilezza e buon carattere senza implicare l'educazione scolastica.


CLEMENTIA

La Clementia è il valore della clemenza cioè moderare l'animo nei confronti dello sconfitto senza esercitare vendetta, oppure la pietà del superiore che lenisce le pene dell'inferiore. È correlata alla Benevolentia o Magnitudo animi. È il comportamento di un uomo di potere in una determinata situazione, che non si fa dominare dall'ira e dalla crudeltà ma dalla benevolenza, rapporto per esempio del buon paterfamilias nei confronti dei figli alieni iuris o del buon romano verso i vinti.
Il campione di Clementia fu Cesare, seguito nell'esempio, ma non sempre con lo stesso successo, da Augusto. Molti scrissero che la clementia di Cesare fosse in realtà una strategia di potere, e in effetti lo era, Cesare era molto intelligente e capiva che la durezza provocava odio e ulteriore conflitto, tanto più che sui vinti c'era stata l'abitudine alla inflessibilità. Cesare perdonava i vinti e i nemici che si arrendevano a lui, il che facilitava molto la resa. Tuttavia sappiamo che chi è crudele trova mille scuse per esercitare la sua crudeltà, gli piace esercitarla e non può farne a meno. Solo chi ha la clemenza dentro può esercitarla fuori.

Tuttavia Cicerone precisa che bisogna essere clementi contro chi si arrende e si sottomette, ma spietati con chi invece si ribella: gli hostes. Questa è una caratteristica dei Romani nei confronti delle popolazioni vinte soprattutto quando l'impero si estenderà in maggior misura concedendo anche agli stranieri posizioni di rilievo nella politica romana. Quindi grande accoglienza e possibilità a chi si arrende e si romanizza, distruzione a chi si oppone.


PAX

Esistevano all'epoca romana due valori inerenti alla Pax: la Pax animi ovvero la serenità e tranquillità del singolo individuo e la Pax dello stato. Questo secondo valore inerente allo stato viene messo in rilevanza solo a partire dall'età augustea poiché dalla pax deriva il benessere e il buon sviluppo dello stato. Da qui viene a configurarsi come valore poiché dalla pax deriva l'impero e la situazione di sicurezza del singolo cittadino che non si vede più minacciato da guerre e può vivere serenamente. Già Cesare aveva dedicato templi alla Dea Pace nel 49 a.c. poiché si era reso conto dell'importanza per un popolo essere in pace, questa via fu poi proseguita da Augusto che ne incrementò il culto a Roma con l'Ara Pacis, un altare dedicato alla Dea Pace alla fine delle campagne militari in Spagna, naturalmente creandone la Pax Augusta.
L' imperatore Vespasiano farà poi costruire il Tempio della Pace, ma anche precedentemente nell'età regia la pace assumeva una certa rilevanza, lo stesso Numa Pompilio voleva che il tempio di Giano fosse aperto in periodo di guerra e chiuso in quello di pace. Molti poeti insisterono sulla pace come portatrice di fertilità e benessere.


AMICITIA

L'Amicitia nell'idealistica romana non intende semplicemente il concetto di amicizia tra singoli individui ma anche il legame di alleanza tra due nazioni, o il rapporto tra patronus e cliens. L'amicitia persegue e protegge comuni interessi. Il termine si avvicina anche al nostro soprattutto nel II sec. d.c. collegato ad amicus e ad amor. Lo stesso cliente del patronus veniva definito amico anche se c'era una differenza di trattamento tra clienti più intimi e quelli considerati diciamo meno amici, in realtà chiamare amicus il cliens era semplicemente un fenomeno di cortesia poteva chiedere o imporre di essere salutato con gli onori del caso.


OTIUM

Se per il modello di cittadino arcaico l'Otium significava assenza di occupazione mentre il cittadino-soldato ideale alla Coriolano o coltivava o guerreggiava, in età repubblicana viene a identificarsi con Cicerone con la colpevole mancanza di attività. Con l'influenza greca però si vede invece l'otium come riposo dalle attività quotidiane nei confronti dello stato ma attività di studio intellettuale, da cui nasce poi lo sforzo di Cicerone di vedere l'otium come attività positiva seppure con delle differenze da quello greco. Infatti nel caso romano non è tanto la tranquillità dell'esistenza privata dedicata a letteratura e filosofia, ma anche, nello stesso Cicerone, attività politica volta a migliorare la città. Nella tarda repubblica così si individuano due otium: otium luxuriosum dedito a occupazioni di nessuna utilità o vergognose e otium tranquillum sereno e imperturbato del saggio che lavora intellettualmente.


SIMPLICITAS

È il concetto di vivere secondo le origini in maniera semplice tipico dell'età arcaica, nell'età repubblicana assumerà un notevole valore ma pure rischioso, poiché espone il soggetto a non valutare i pericoli soprattutto  in età imperiale, piena di giochi di potere e di personaggi ipocriti come afferma Seneca. Così nell'età imperiale il valore della simplicitas assume il valore di atteggiamento spontaneo, ma senza esagerare nel lassismo, se non si vuole incorrere nel biasimo e nel disprezzo. Lo stesso Marziale parla di prudens simplicitas poiché non è più adatto ai tempi imperiali pieni di doppi giochi.


AMBITIOSA MORTE 

Sarebbe il valore del suicidio poiché i romani lo consideravano una forma di morte nobile da preferire a una vita vissuta senza dignità. È un gesto molto rilevante sia politicamente che pubblicamente che trova molta approvazione nella cultura romana. Nel periodo imperiale diventa anche eroismo, come il suicidio di Petronio che muore discutendo con gli amici quasi si stesse addormentando, oppure ancora il suicidio di Seneca, ma ce ne sono molti altri.


ABSTINENTIA

Disinteresse, onestà, integrità morale. Designa l’atteggiamento disinteressato, specialmente dell’amministratore nei confronti della cosa pubblica. Dunque astenersi dal compromesso e dalla corruzione, astenersi in genere dall'abuso del potere.


AEQUITAS
AUGUSTUS JUPITER

È il sentimento che ispira l'eguaglianza e la giustizia soprattutto in ambito giuridico, diversi esempi ne fa Ulpiano descrivendo la vera giustizia.


BENIGNITAS

Bontà, benevolenza. compassione, correlato sia con l'Humanitas sia con la Clementia.


CONCORDIA

Concordia, accordo, armonia all'inizio considerata all'infuori della sfera politica ma poi con l'influsso greco viene ad assumere importanza sia per la sfera politica che filosofica.


CONSILIUM

Saggezza, ponderazione, capacità riflessiva, capacità di deliberare. La parola, ricca di implicazioni, appare come uno dei valori della più antica latinità, e indica la riflessione condotta con calma e in piena indipendenza di giudizio. Con l'avvento della cultura greca il suo valore aumenterà per la capacità dell'essere di porsi domande sia su ciò che non sa, sia sulla giustezza di quanto gli è stato trasmesso.


CONSTANTIA

Fermezza, costanza, tenacia, forza d’animo, coerenza, la salda perseveranza, la stabilità di un comportamento e di una virtù etico-politica tipicamente romana. Questo valore accoppiati con gravitas svolsero un grande ruolo nella storia e nel successo del popolo romano. Constantia permetteva di tenere i Romani concentrati e attivi nei momenti di grande turbolenza e devastante sconfitta, come ad esempio la campagna di Annibale Barca, in poche parole il valore del non arrendersi mai.


CULTUS

E' l'osservanza obbligata e la corretta esecuzione delle rituali alla divinità. Le pratiche religiose romane sono state orientate più verso la corretta esecuzione di riti che sui sentimenti della persona. Gli Dei sono lieti se i riti vengono fatti con attenzione dai romani e perciò questi sperano di ottenere favori con l'esecuzione corretta di sacrifici e formule rituali. Peraltro gli Dei non chiedono di essere amati nè di sacrificarsi per loro, e le donazioni non sono mai fioretti per ingraziarsi gli Dei, ma sempre per grazia ricevuta, cioè dopo e non prima, che trattasi di un'epigrafe, un'ara o una statuina, si specifica che il Dio in questione si è comportato bene col questuante, pertanto è stato ringraziato con l'oggetto.
L'idea del buon comportamento del Dio farebbe rabbrividire le religioni monoteiste, dove si parla di amore verso Dio ma da schiavo a padrone, per cui tutto ciò che Dio fa (o si crede faccia) va bene, sia pure una catastrofe o far morire un congiunto, perchè Dio può colpire semplicemente per mettere alla prova. Per gli antichi romani se accadeva una catastrofe naturale gli Dei erano scontenti, se si perdeva una battaglia si chiamavano in causa altri Dei o si moltiplicavano le offerte, mai si pensava a una punizione divina. L'uomo non doveva sopportare ma intervenire e cambiare le cose. Col cristianesimo si avrà una totale passività che sarà la causa principale della caduta dell'impero.


DECORUM

Decoro, decenza ciò che si addice a una determinata persona. dai vestiti, alla tavola, al modo di trattare familiari e servi, o la casa in cui abitare, su certi aspetti simile alla Nobilitas.


DISCIPLINA

Disciplina, educazione, formazione civile e militare del cittadino. Disciplina è per il romano fondamento indispensabile dello Stato, che si mostra con rigidezza militare in tutti i campi della vita.


EXEMPLUM

Esempio, modello. È il valore costituito da un’azione gloriosa compiuta da un antenato, che si ha il dovere di imitare e moltiplicare. Oppure il comportamento glorioso di un imperatore o di un generale. Quando i fanti di Cesare protestarono in battaglia perchè i cavalieri erano molto più protetti di loro sulle cavalcature, Cesare smontò da cavallo obbligando tutti i cavalieri a fare altrettanto. I fanti si gettarono allora con entusiasmo nella battaglia, tanto era stato il potere dell'esempio da parte del loro generale.


HONOR

Onore cioè la posizione onorifica dopo un dato gesto legato alla virtus e alla gloria.


INDUSTRIA

Attività, operosità. Il termine designa il valore che spinge l’uomo politico alla zelante collaborazione nell’ambito dello Stato.


LIBERTAS

Libertà. atteggiamento libero fuori dagli artifici che fronteggia con fermezza qualsiasi situazione esterna. Tipico dell'aristocrazia.


MAGNITUDO ANIMI

Grandezza d'animo, l'atteggiamento distaccato e grandioso con cui il cittadino (soprattutto il nobile) che invece di pavoneggiarsi è cordiale, disinvolto e tranquillo nei rapporti con gli altri.


NOBILITAS

Rappresenta in senso astratto l’aspirazione ad essere degni delle virtù degli antenati.


PUDOR

Pudore, moralità, la riservatezza del cittadino romano che preferisce parlare di certe cose in privato piuttosto che in pubblico oltre a designare la castità e la dignità, in correlazione anche con la modestia.


RELIGIO

Non è la religione nel senso moderno della parola, ma il termine è legato al verbo latino religare ( "legare"), il legame tra la divinità e i mortali. Questo legame è collegato alla pratiche religiose e le usanze dei Romani, che devono onorare la divinità attraverso le osservanze religiose, nel tentativo di mantenere una pax deorum ( "la pace degli dèi"). In conformità con il sostantivo, l'aggettivo religiosus diventa un'esaltazione della pratica religiosa, fino alla superstizione, la quale d'altronde è caratteristica di quasi tutte le religioni odierne, religione cattolica compresa. Secondo i Romani la religio è una parte necessaria della vita, in modo da mantenere l'ordine e la normalità nella comunità o in misura maggiore, nel mondo, ma non si deve esagerare, il buon padre di famiglia è pius, ma senza indulgere al misticismo, caratteristico degli orientali.
La motivazione non risiede sui valori moderni giudaico-cristiani, legati ai doveri e al senso di colpa, ma sono basati sull'ottenimento della benevolenza degli Dei attraverso riti e sacrifici animali. Una specie di "do ut des", dove l'essere umano conta qualcosa rispetto agli Dei, mentre il prostrarsi e l'umiliarsi è una caratteristica delle religioni orientali. Il romano mantiene sempre una sua dignità, di fronte agli Dei e all'imperatore.

Per garantire una vittoria si fa la promessa di un tempio a una divinità, o nella speranza di alleviare le difficoltà, i membri della comunità di fanno sacrifici. Livio implica questa necessità nella sua descrizione della cattura della Dea Giunone (sotto forma di statua) da Veio. Livio rileva che si è contro la religio degli Etruschi se si tocca la statua a meno che non sia un membro del sacerdozio a farlo o chi lo è diventato per eredità. I soldati romani a loro volta, sono senza macchia, se non onorano la Dea e si astengono dal farlo fin quando non giungono a Roma. Questo non è legato alla pietas e la sua moralità intrinseca, ma  è correlato al concetto di cultus.



SALLUSTIO

SCIPIO
"Presso i nostri antenati in pace e in guerra vigevano i buoni costumi, grande era la concordia, minima l'avarizia. La giustizia e l'onestà valeva non con le leggi ma per natura; i cittadini esercitavano i loro diritti nelle discordie con i nemici, i cittadini con i cittadini gareggiavano in virtù, curavano l'esercito, il senato obbediva ai comandi. Nei sacrifici degli dei erano magnifici, parsimoniosi in casa, fedeli verso gli amici. Con queste arti, l'audacia in guerra, quando la pace era raggiunta con la giustizia, curavano la città. Le leggi erano ferme e sicure: infatti in guerra spesso punivano i soldati che senza ordine del console si lanciavano contro i nemici, e mantenevano in pace l'impero più con benefici che con il timore o la vendetta."



ETA REGIA

Già dall'età regia si ritenevano importanti alcuni valori, ad esempio Numa Pompilio fece un piccolo tempio elevando al Fides a ruolo di Dea, affinchè fosse importante nella mente dei Romani.



ETA' REPUBBLICANA

In tutto il periodo repubblicano i templi si ingrandirono e abbellirono in onore degli Dei e delle virtù o capacità che incarnavano. Secondo Sesto Pomponio la prima opera riguardante i mores (sempre indirettamente poiché riguarda le leges regiae) dell'età repubblicana secondo la tradizione era il Ius Papirianum di Sesto Papirio, una raccolta di tutte le leges regiae dell'età regia, ne abbiamo però la tradizione senza le prove.

La I metà del V sec. a.c. è caratterizzata solo dal regolamento dei mores in forma di massime, ma da Livio e da Dionigi d'Alicarnasso ci viene raccontato che a partire dal 462 a.c. i plebei, resisi conto che i Pontefici emanavano i mores solo in favore loro o dei patrizi, cominciarono a chiedere un'opera scritta che riassumesse l'essenza dei mores in modo tale da fermare il monopolio dei Pontefici su questi regolamenti orali, tramandati e conosciuti solo dai sacerdoti.

Nel IV sec. a.c. Appio Claudio Cieco divenne un esempio di vita, per le sue imprese leggendarie e per la sua integrità, abilissimo inoltre nell'attività oratoria e retorica rientrante appunto nell'otium del bonus civis. Da non scordare anche le sue Sententiae. Viene considerato un anticipatore su molti aspetti della figura di Catone il Censore.

Così con un decemvirato  legislativo durato pochi anni circa, nel 450 a.c. fu emanata la legge delle XII Tavole, una raccolta di massime dei mores dell'epoca. Ma siccome l'opera era di difficile interpretazione, venne affidata ai pontefici, che li rivelavano solo negli ambiti dove le XII Tavole non vigevano.
Tiberio Coruncanio invece, primo pontefice plebeo,  rivelò i rituali e come venivano emanate le XII Tavole e da qui derivarono i primi giuristi laici. A questi si aggiunsero lo Jus usucapionis (di Appio Claudio Cieco) e lo Jus Flavianum (di Gneo Flavio).

Nel III secolo a.c. Gneo Nevio nelle sue opere fa trasparire l'ideologia eroica; nelle sue "Cothurnatae" trasmette i valori riguardanti la guerra e i soldati. In vari frammenti del Bellum Poenicum traspaiono valori come la virtus, la gloria, l'onore del soldato:
« ed essi preferiscono morire lì sul posto piuttosto che tornare con vergogna presso i concittadini. »
(Gneo Nevio)

È la prima opera a noi pervenuta che ci parla dei valori della romanità; qui si sofferma sul guerriero romano. Non sappiamo se prima venivano messi in rilevanza i valori romani ma da qui partirà l'evoluzione di questi in relazione al mos maiorum.

Tra il III e il II sec. a.c. lo storiografo Ennio che nella sua opera degli Annales, come nella sua opera epica, oltre che di gesta si parla dei valori dell'ideologia aristocratica e celebrano la storia di Roma che è stata possibile grazie alla virtus di singoli individui: i grandi mores come usi e costumi dei nobili e magistrati come Quinto Massimo. La descrizione di questi valori Ennio la trae da grandi condottieri e uomini di potere:
« Moribus antiquis res stat Romana virisque. »
« Lo stato Romano si fonda sugli antichi costumi e sui grandi uomini. »
(Quinto Ennio)

Il primo giurista a noi noto fu Sesto Elio, diventato poi anche console, il quale nel 198 a.c. fece un'opera di analisi delle XII Tavole e dell'interpretazione pontificale oltre alle Legis Actiones chiamata tripartita (lat. tripertita). Anche quest'opera non ci è pervenuta, ma sicuramente poteva essere di grande aiuto per capire i collegamenti mores-XII Tavole e mores-Legis Actiones. I mores dovevano comunque essere ancora molto seguiti nel I secolo a.c. se il giurista Gaio Svetonio Tranquillo narra di un editto di censura del 92 a.c. che pone i mores come regolamenti ai quali tutte le consuetudini si devono adeguare; in caso contrario verranno ritenute inique.



LA CULTURA ELLENICA

Successivamente a Roma vennero esportati i valori ellenici, come cultura. arte e filosofia. Il romano è per l'azione, la razionalità, la fedeltà alla patria, l'onore agli Dei, la vita frugale e il disprezzo per la morte. I greci si pongono domande sull'universo e sugli uomini, e fanno della mente uno strumento così raffinato da far diventare il pensiero una piacevole ginnastica della mente. Il ben ragionare fa ben parlare, e la retorica è un ulteriore godimento, per cui l'otium non è, come lo giudicano i romani, un imbelle far nulla, ma è un esercizio della mente che arricchisce e dà diletto. La saggezza non viene tanto dai costumi quanto dalla ricerca, la ricerca porta all'innovazione e l'innovazione varia i costumi. Così i mores rischiano l'invalidazione ad opera della cultura greca.

Da Tito Maccio Plauto,  Terenzio, che lo considera suo maestro, si ispira nelle sue opere teatrali riportando i valori ellenici aggiungendovi però anche valori morali, compresi quelli dell 'Urbanitas. Grazie al Circolo degli Scipioni, a Pacuvio, ad  Accio, ai poetae novi e alla satira di Lucilio fino a Lucrezio nel I se.o a.c. che fa conoscere la dottrina epicurea alla plebe, la cultura greca con la sua etica e i suoi modelli fanno breccia a Roma.
Dà il suo contributo anche Catullo coi suoi carmen caratterizzati dalla ricerca dell'amore e della voluptas sottraendosi ai doveri e agli interessi propri del civis romano, dove assumono importanza i sentimenti personali e non l'interesse e il benessere della collettività. Ed anche Properzio che rifiuta il mos maiorum e i valori della civitas preferendo un'esistenza dedicata all'amore utilizzando l'elegia.



LA CONTROCULTURA ELLENICA: CATONE

Roma fu sempre influenzata, anche se limitatamente, dalla cultura greca, ma quando vennero a contatto con la loro cultura, gli studiosi romani impararono la dialettica, la filosofia, la logica e queste furono applicate al diritto, un diritto che ormai, grazie all'influenza greca, si stava man mano trasformando da tradizionalista, con i riti e costumi romani, a ragionato e pratico: la nascita dei vari ius civile, ius gentium, ius honorarium nati dallo studio dei giuristi e dai loro pareri sui casi concreti da cui scaturisce del diritto più pratico e lontano dai tradizionalismi.
A questo ambiente ellenizzante, si oppone la figura di Catone il censore il quale dal 184 a.c. si presenta come campione delle antiche virtù romane contro il degenerare dei costumi e le manie di protagonismo ispirate dal pensiero greco. Catone, a favore dei valori antichi romani, farà anche varie opere che ne esalteranno le caratteristiche: il De agri cultura in cui si danno dei precetti per il giusto comportamento di un proprietario terriero (pater familias) da una parte come attività sicura mentre dall'altra l'attività di soldato cioè espone le caratteristiche che doveva avere un buon cittadino-soldato che si doveva basare su virtù come la parsimonia, duttilità e industria valori tipici anche della precettistica dei mores maiorum nel tempo successivo, il Praecepta ad filium:

TRAIANO - L'OPTIMUS
« Vir bonus, Marce fili, colendi peritus, cuius ferramenta splendent. »
« Uomo buono, Marco figlio mio, è l'esperto agricoltore i cui arnesi splendono. »
(Catone il censore)

« Orator est, Marce fili, vir bonus dicendi peritus. »
« L'Oratore è, Marco, figlio mio, un gentiluomo esperto nel parlare. »
(Catone il censore)

Il Carmen de moribus a noi non è pervenuto ma ci sono pervenuti solo due frammenti dal Noctes atticae di Gellio:

« Dice: nel foro era costume vestirsi in modo decoroso, in casa quanto bastava. Compravano i cavalli a prezzo più caro dei cuochi. Non c'era onore nel fare poesia e se qualcuno vi si applicava o partecipava assiduamente ai banchetti era chiamato parassita »
(Catone il censore)

« Dallo stesso libro si trae anche quella sentenza di chiarissima verità :"Infatti la vita umana è quasi come il ferro se la eserciti. Se non la eserciti, tuttavia, la ruggine la distrugge. Parimenti vediamo uomini consumarsi esercitandole »
(Catone il censore)

In queste opere Catone lotta contro il Circolo degli Scipioni, non tanto per combattere contro la cultura greca in se stessa ma vuole andare contro i suoi elementi illuministici di critica e di pensiero sui valori, infatti per Catone le due culture Romana e Greca possono coesistere ma la prima non deve far corrodere le sue basi etico-sociali costituite dai mores dall'azione di critica della seconda. Anche se man mano inevitabilmente la cultura greca scorrerà in quella romana.




ETA' IMPERIALE

Con l'avvento degli imperatori romani, spesso i mores venivano decisi da questi tramite le varie costituzioni che ne delineavano i limiti. L'impero romano non fu mai assoluto e gli imperatori dovettero sempre fare i conti sia col senato che con la popolazione. Le ultime informazioni sui mores come regolamenti risalgono al II sec., ad opera del giurista Giuliano dal quale sappiamo che i mores dovevano essere seguiti solo se non vi erano leggi contrarie.
Per i periodi successivi dell'ambito religioso pagano poco sopravvisse; come i sacrifici fatti dal senato sull'altare della vittoria per buon auspicio nelle guerre, poi eliminati nel 382 ad opera del cristianesimo imperiale, nel 380 inoltre l'editto di Tessalonica dichiarò la religione cristiana religione di stato, imponendola come obbligatoria e proibendo qualsiasi altra, e il rex sacrorum fu eliminato come figura istituzionale  nel 390. Il che dimostra, nonostante venga divulgato il contrario, che il cristianesimo non si propagò spontaneamente ma per imposizione con severissime sanzioni che prevedevano anche la morte.


LUCILIO

Nei pochi frammenti arrivatici dell'opera satira di Lucilio traspare la sua tecnica di satira e di lamento nei confronti della politica e delle condizioni sociali (anche se in parte fu influenzato dalla corrente ellenica) del suo tempo ma non solo, dai frammenti pervenutici ci parla anche di un valore importante l'Urbanitas (il bon ton)


CICERONE

Figura emblematica sulla scia di Catone e di Panezio è quella di Cicerone che tramite le sue orazioni e opere filosofiche vuole dare una base ideale, etica politica ripresa dalla tradizione dei mos maiorum alla classe dominante però anche facendo assorbire la cultura greca senza eliminare valori fondamentali romani come l'otium e l' humanitas. Tra le opere più significative ci sono il "De oratore", e Sentenziae del Pro Sestio.
L'humanitas si classificava come codice di buone maniere ma favoriva l'epicureismo cioè il disinteresse per la politica cosa che Cicerone non poteva sopportare poiché un uomo romano si deve interessare alla politica e alla vita pubblica.
Cicerone nella sua opera "Cato maior" idealizza Catone come simbolo della vecchiaia vista come valore di saggezza, anche se oggi Catone sembra più un intransigente che non un saggio, dall'altra con l'opera "Laelius" parla del suo amico Lelio e dei fondamenti dell'amicizia, sempre come valore. Poi c'è il "De officiis" che si basa sullo stoicismo di Panezio per formulare una morale contro il disimpegno politico dell'epicureismo, illustrando valori come l' honestum, l'utile, la beneficentia, la magnitudo animi, il decorum e il galateo.


MARCO TERENZIO VARRONE

Anche Varrone si occupa dei costumi e si rende conto come i suoi predecessori della loro decadenza e ne parla nelle "Saturae Menippeae" (opera satirica) emblematica è il Sexagensis che racconta di un ragazzo che addormentatosi si risveglia dopo sessant'anni e si accorge che Roma è cambiata in peggio.


CORNELIO NEPOTE

Anche Cornelio Nepote fa un'opera sull'argomento dei valori romani nel suo caso però col "De viris illustribus" si sofferma sui valori originali di Roma antica mettendoli a confronto con altre tradizioni di altri popoli. I romani si distinguono tutti dagli altri con i loro maiorum istituta però senza criticare come invece fanno Catone o Cicerone.


SALLUSTIO

Questo autore con le sue opere come il Bellum Catilinae parlerà di vari personaggi del periodo catilineo tra cui Catone e Cesare messi a confronto e ai cui personaggi appiopperà valori ben precisi talvolta modificando alcuni fatti: un Catone caratterizzato da integritas, severitas, innocentia e magnitudo animi, un Cesare con munificentia, misericordia e anche lui conmagnitudo animi affermando che tutti e due erano importanti e positivi per lo stato romano. Tramite queste opere-ritratto esporrà i valori tipici che secondo lui caratterizzavano alcuni personaggi della storia. Oltre ciò fa anche una riflessione sul dilagare del malcostume che secondo lui è dovuto a lotte continue tra le varie fazioni.


CESARE

Riguardo a Cesare importanti per il mos maiorum e la sua analisi sono le opere del "De bello Gallico", in cui si racconta la sua campagna militare in Gallia, non come una semplice cronaca di guerra ma analizza il mos gallicus e la struttura politica gallica con a capo la figura dei druidi. Questa opera ci fa capire che la struttura politica-giuridica della Roma più antica con i suoi sacerdoti e il collegio dei Pontefici non era molto dissimile da quella gallica. Nel De bello civili oltre alla guerra civile si sofferma su valori come la pax e la clementia. Ma la vera svolta nei suoi commentarii è l'esaltazione dell'onore e del valore dei soldati, elogio che si configura come promozione propagandistica dei valori della romanità, come faranno poi Augusto e Marco Aurelio e non più studio filosofico o protesta contro la decadenza dei costumi.


AUGUSTO

Centrali in questo periodo sono le figure di Augusto e Mecenate e la loro attività propagandistica dei valori romani come unione della comunità e l'osservanza dei quali era utile per il benessere della collettività. Viene instaurandosi un tentativo di ripristino degli antichi valori dopo la continua crisi e la loro inosservanza nel periodo precedente dovuta al dilagare della crisi in tutti gli ambiti e in tutto l'impero. I più grandi poeti anche se legati a Mecenate non si sentono obbligati a far risplendere i valori romani nelle loro opere poiché li sentono importanti anche loro e le loro idee coincidono con quelle propagandistiche di Augusto.


VIRGILIO e TEOCRITO

Teocrito nella sua poesia mette in risalto il mondo pastorale nella sua semplicità, e Virgilio lo imita nella prima giovinezza scrivendo le Bucoliche. Più avanti farà un'opera le Georgiche che sembrano ispirate da un programma augusteo di ripristino del mondo agricolo, in quanto la campagna italica produceva solo vino perchè molto più redditizio sia del grano che di altre colture. Augusto tuttavia per scongiurare che un qualsiasi evento, naturale e non, potesse lasciare i Romani senza cibo, obbliga la coltura del grano almeno su una parte di terreno. Così Virgilio fa sua la propaganda augustea dell'Italia contadina e guerriera che ha come clima l'agricoltura e la guerra contro Antonio.


ORAZIO

Orazio a differenza degli altri autori decide di analizzare tramite la satira i vizi invece dei valori. Vizi come gli eccessi, la stoltezza, l'ambizione, l'avidità, l'incostanza il tutto volto non a cambiare il mondo ma soltanto di trovare una soluzione alla crisi che pochi possono percorrere. La critica però non è mai aspra ma ironica e godibile.


SENECA

Seneca illustra i valori come la beneficentia e la clementia nelle opere del De Beneficiis e il De Clementia: Nel primo illustra il rapporto tra benefattore e beneficiato, nel secondo illustra a Nerone come si comporta un buon imperatore che deve avere come valore massimo la clementia. Lui credeva che con la sua filosofia un imperatore guidato bene poteva diventare un buon imperatore forse era questa la sua risposta alla crisi.


GIOVENALE

Stanco della realtà corrotta di Roma e delle false virtù che altri ostentano ottenendo quel riconoscimento che egli, incapace di falsità, non riesce a ottenere. In realtà Giovenale non ama la gente, è pieno di invidia e rancori, e pur essendo un bravo scrittore resta indigesto ai mecenati. Con la sua satira prende di mira personaggi della sua epoca ma non contemporanei per paura delle conseguenze denunciandone la corruzione, nelle sue opere ci dice anche però che vorrebbe che Roma ritornasse agli albori pastorali poiché sono quelli il periodi migliori senza corruzione e false virtù.


CECILIO STAZIO, MARZIALE E QUINTILIANO

Con le sue opere sostiene che gli imperatori dell'età Flavia vogliano esercitare un controllo sulla cultura come in realtà cercò di fare anche Nerone e tentare un programma di restaurazione civile e morale. Stazio con le Silvae e la sua retorica fatta con celeritas analizza i valori tipici di quel periodo imperiale, tra cui la simplicitas già menzionata da Ovidio nelle Epistulae e ancor prima da Seneca, poi riprende alcune idee di Cicerone ma sarà utilizzata anche da autori successivi quali Plinio il Giovane e Marziale.

Diverso è Quintiliano che vede una Roma completamente allo sbando e la crisi dell'eloquenza. Le sue opere si soffermano sulle virtù e i valori che devono avere un buon insegnante e un buon Oratore analizzando in modo preciso l'arte retorica e i rimedi per uscire dalla crisi e corruzione dell'oratoria e dell'eloquenza.


TACITO

Tacito nell'opera "De vita et moribus Iulii Agricolae"  esalta i valori del suocero Giulio Agricola per la conquista della Britannia e la virtù guerriera: la virtus. Ma esalta la figura del suocero anche quando era sotto un brutto imperatore come Domiziano, perchè anche qui mostra la sua fedeltà, la moderazione e l'operosità che lo accompagnavano da sempre.


SVETONIO

Quando ormai sembra che l'influenza alessandrina abbia avuto la meglio sulla cultura e la tradizione romana e la tradizione nasce un'opera di esaltazione delle Gesta di Augusto però sotto la spinta descrittiva della tradizione romana e non ellenica.


MARCO AURELIO

L'imperatore Marco Aurelio era un sostenitore degli antichi valori romani. A differenza degli altri però lui non si limitava a propagandarlo tramite gli intellettuali dell'epoca ma lo afferma nella sua opera senile "Ricordi o Colloqui con se stesso" dove espone quali sono gli autentici valori della romanità, e così esorta:
« Pensa in ogni momento che sei un romano ed un uomo e che devi eseguire ciò che hai tra le mani con dignità coscienziosa e sincera, con benevolenza e libertà e giustizia. »

L'esortazione sembra rivolta proprio a se stesso, con gli antichi ideali romani della virtus, della gravitas e della iustitia. Marco Aurelio sentiva il dovere di mettere tutte le sue energie al servizio del tutto, di subordinare ogni suo sentimento ed azione all’interesse del tutto.


AULO GELLIO ed EUTROPIO

Aulo Gellio con le sue "Noctes Atticae" è un osservatore attento e scrupoloso dei periodi precedenti e soprattutto del loro pensiero anche in quest'opera troviamo valori tipici romani ripresi da altri autori più antichi Aulo Gellio li riprende e li fa propri esaltando alcune personalità del passato e le loro idee. Un altro, uno degli ultimi, è lo storico Eutropio questo è uno degli ultimi innovatori della cultura dei valori e della morale romana col suo compendio il Breviarium ab Urbe condita sotto la scia di storici precedenti traspare nostalgia per il passato e per la vita pastorale e il grande periodo monarchico.
Dalla Tarda Età imperiale a Giustiniano: Dalla fine del III al VI secolo


Il CRISTIANESIMO

Dal I sec. d.c. viene a diffondersi lentamente la religione cristiana che viene combattuta dagli imperatori assiduamente poiché i cristiani adorano un Dio assoluto che non ammette la presenza di altri Dei, pertanto sono contro tutti gli Dei romani, imperatore compreso, e per questo verranno perseguitati sino alla fine del III secolo, dopodichè inizierà la persecuzione dei pagani da parte dei cristiani.

Ma all'inizio del IV sec. il Cristianesimo si fece largo nella cultura romana, cambiando gli antichi valori romani che non furono poi così di libertà e uguaglianza come venne propugnato all'inizio, tanto è vero che non vi fu mai una condanna cristiana della schiavitù, che decadde per suo conto col declinare dell'impero. In quanto al potere la stessa Chiesa cattolica non solo non cercò di limitarlo negli imperatori, ma ne creò uno proprio, di tipo assolutamente gerarchico assolutista e del tutto temporale, con possedimenti sempre più vasti, che finì addirittura per sovrastare quello imperiale, sostenendo che solo il papa poteva sancire la corona di ogni imperatore.

Con i vari editti prima il cristianesimo venne prima permesso (Editto di Milano) poi diventò con una colossale prevaricazione unica e obbligatoria religione di Stato e fu infine qualificata cattolica, quando avvenne lo scisma dalla chiesa ortodossa (Editto di Tessalonica), anche se pochi sanno che il cattolicesimo è scismatico e l'unica religione ortodossa è invece.. quella ortodossa.


GIUSTINIANO

Giustiniano, grande esempio di illuminazione e tolleranza, ristabilì, pur essendo pagano, la libertà di ogni culto nonchè uno studio dei Giuristi classici e una raccoltà delle loro idee e di conseguenza anche dei valori in cui credevano e il caso dell'opera del Digesto. Alla sua morte torneranno imposizione e intolleranza religiosa ad opera del cattolicesimo, che inquadrerà giuliano come una figura demoniaca in quanto libertaria verso tutte le religioni.




I VALORI DEGLI IMPERATORI ROMANI

Le virtù degli imperatori sono sempre termini chiave per gli studiosi onde interpretare gli aspetti ideologici, politici e sociali dell’impero romano. Varie sono le virtù collegate con gli imperatori:

AUGUSTO - PATER PATRIAE
Le virtù fondamentali sono 4: virtus, clementia, iustitia e pietas, iscritte sullo scudo aureo conferito ad Augusto il primo imperatore
Lo studioso E.S. Ramage sottolinea l’importanza di queste quattro virtù personali insieme con victoria, felicitas e liberalitas nella propaganda di Augusto in Gallia, Spagna e Africa
Anche M.P. Charlesworth discute principalmente di queste quattro virtù, benchè insieme con la providentia, in un articolo, ormai vecchio, ma ancora importante, è sempre citato negli studi sulle virtù imperali.
Presentate nella propaganda popolare attraverso il medium delle monete, a partire dall’età di Augusto e per almeno tre secoli, si credeva che gli imperatori possedessero le quattro virtù del primo imperatore come canone derivato dalla filosofia greca

Ma ora si riconosce che le quattro virtù non corrispondono alle quattro virtù cardinali della filosofia greca e non costituivano canone, tanto più che altre virtù specifiche erano associate ai diversi imperatori.


LA MODERATIO


La virtù della moderatio propria di Tiberio. Si dice che Tiberio mettesse in mostra le quattro virtù di Augusto per segnalare il collegamento con lui e quindi per giustificare il suo governo; ma poiché le monete scoperte con il termine di moderatio in legenda sono attribuibili solo agli anni di Tiberio, si può pensare che questa fosse una sua virtù specifica; infatti la moderatio fu usata specialmente proprio a proposito di Tiberio, intesa con il significato di “tolleranza nelle punizioni e nei comportamenti ingiusti

Contro di lui erano attive le opposizioni al principe ed al principato e per di più l’ostilità dei ceti dirigenti, che rendevano infatti la situazione politica quanto mai instabile. Proprio in questa situazione instabile Tiberio cercò di impedire una riduzione, nel numero e nell’autorevolezza, di senatori e di cavalieri, perché aveva bisogno della loro collaborazione nell’amministrazione dell’impero romano. Perciò la presentazione della moderatio con il significato di “tolleranza nelle punizioni e limitazione nei comportamenti visibilmente ingiusti” era segno di un suo atteggiamento particolare verso i senatori e cavalieri, mentre il possesso di determinate virtù era presentato come mezzo di propaganda politica. Perciò, l’analisi delle virtù dichiarate di ogni imperatore può essere utile per comprendere la situazione congiunturale del suo periodo di potere. Esse erano efficace e immediato mezzo di propaganda politica ed erano presentate al pubblico tramite epigrafi, monete, scritti letterari, monumenti eccetera.

Quindi per ogni ricerca sulle virtù imperiali non si devono sottovalutare le monete come fonte speciale e abbondante; infatti A. Wallace-Hadrill analizza le personificazioni di concetti astratti sulle monete, tra cui naturalmente vengono comprese anche le virtù.


LA LIBERALITAS

Tra le undici virtù che compaiono sui denarii il Noreña analizza specialmente la liberalitas, confrontando
la frequenza di questo termine sulle monete con la frequenza di congiaria, cioè atti concreti della liberalitas degli imperatori, e in base ad «una forte correlazione tra l'enfasi sulla generosità del numero e del tipo di generosità data da una successione di imperatori» conclude che la liberalitas sulle monete «non era affatto casuale ma era il dimostrabile prodotto della pubblicità imperiale». Dunque si tratta di una scelta precisa e non indifferente, che trova spesso corrispondenza e riscontro in altre fonti documentarie (letterarie e storiche)

Per esempio J.R. Fears analizza specialmente l’età di Traiano, confrontando fonti varie come il Panegirico di Plinio, le monete, i rilievi della colonna di Roma e dell’arco di Beneventum e vi riconosce una precisa volontà di ricupero delle virtù repubblicane.


INDULGENTIA

Mentre per ogni virtù degli imperatori ci sono molti studi come quelli, per esempio, sull’indulgentia di J. Gaudemet (1967), sulla liberalitas di H. Kloft (1970) o sulla clementia di M.B. Dowling (2006), il Fears offre una bibliografia per ogni virtù anche in un certo numero di epigrafi riferibili a comunità locali si possono individuare termini in qualche modo connessi alle virtù dei personaggi che vi sono lodati.

Tuttavia sembra che le virtù dei notabili locali non siano state studiate ancora sufficientemente. Scarsa attenzione si era prestata alla loro stessa presenza nelle epigrafi onorarie fino a una serie di contributi negli anni ’80, come quelli di V. Neri (1980), di M. Christol (1983) o di W. Eck (1984; 1996). Ma per le singole virtù nelle iscrizioni locali gli studi non sono numerosi tuttora.


BENEVOLENTIA

T. D’Errico fa l’analisi della benevolentia e degli aspetti che collegano questa virtù ai ceti medioalti, cioè senatori, cavalieri, notabili locali, raccogliendo epigrafi dalla metà del II al V sec. d.c. (1996); come solo una parte di uno studio totale delle virtù nelle epigrafi tra I e III secolo d.c.


LIBERALITAS LARGITIO

E. Forbis presenta l’analisi della liberalitas e della largitio (1993), accettando l’opinione di C.E. Manning sulla trasformazione dei diversi significati della liberalitas (1985).
Per altro c’è una serie di studi sulle diverse virtù applicate a Tiberio e agli altri membri della famiglia imperiale nel Senatus Consultum de Cn. Pisone Patre (Eck-Caballos-Fernàndez)
Dunque è E. Forbis che presenta il primo e unico studio sistematico su virtù e termini laudativi nelle epigrafi onorarie e nelle tabulae patronatus in tutta Italia, tranne Roma, nei primi tre secoli d.c. Raccogliendo 482 iscrizioni e pensando alla funzione e all’importanza delle iscrizioni onorarie nella società romana, la sua ricerca dà certamente un contributo agli studi della società locale in Italia.


PIUS FELIX AUGUSTUS

Ci sono altri epiteti come pius, felix e invictus che accompagnano Augustus quasi come una parte di nome. Dopo che Antonino succedette ad Adriano nell’anno 138, il senato gli conferì l’epiteto di Pius, posto immediatamente dopo Augustus, che poi Commodo usò dal 183, accompagnandolo con Felix dal 185 (Magioncalda 1991, pp. 48-49).
Questa coppia di epiteti costituì un’espressione sempre più canonica tra gli imperatori successivi; Pius Felix Augustus o Augustus Pius Felix. A questi due s’aggiunse anche invictus attribuito per primo Commodo e poi utilizzato anche da Settimio Severo (Mastino 1981, p. 39, n. 89; DE, IV, Invictus, pp. 79-80). Furono questi tre aggettivi che cominciarono ad essere usati come espressioni comuni associate con Augustus (Mastino 1981, pp. 38-40), pur con numerose variazioni: Pius Invictus Augustus, Pius Felix Invictus Augustus eccetera.


INVICTUS

Il Charlesworth spiega come fosse importante pietas; era la virtù con cui l’imperatore provocava dagli dei la felicitas che era indicata dal fatto che l’imperatore era invictus (Charlesworth 1943). Infine l’espressione di Invictus Pius Felix Augustus era adottata da tutti gli imperatori nel III secolo (Magioncalda 1991, p. 49).


NOBILISSIMUS

Un altro epiteto è nobilissimus, attributo a Commodo nel 186, poiché fu il primo imperatore nato in solio: quando nacque nel 164, suo padre Marco Aurelio era già imperatore. Nel 186 per la prima volta emerse su monete il termine nobilitas e si pensa che anche questo fatto appunto indicasse il riferimento alla nascita dell’imperatore già in condizioni principesca.


CAESAR

L’espressione congiunta con Caesar Settimio Severo la usò per la prima volta per suo figlio, Geta, nel 198. Nobilissimus Caesar era attribuito solo a tutti i Cesari nel III secolo.




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