BIBLIOTECHE ROMANE



BIBLIOTECA D'ALESSANDRIA

LE BIBLIOTECHE GRECHE

Tutte le grandi civiltà antiche si sono preoccupate di raccogliere biblioteche. Presso i Greci si usava, come materale scrittorio il papiro. Della Grecia arcaica e classica però non si sa quasi nulla salvo la biblioteca di scuola che era annessa al Liceo di Aristotele, ma furono piú note quelle di Teofrasto e dei figli di Pisistrato.

La grande diffusione delle biblioteche è di epoca ellenistica e le piú famose furono quelle di Alessandria e di Pergamo. Ad Alessandria per la munificenza dei Tolomei furono fondate due biblioteche entro complessi edilizi connessi al culto: la prima, Progettata da Tolomeo Soter nel 238 a.c., fu creata da Tolomeo I con un fondo iniziale di 200.000 volumi di papiro, ebbe sede nel Museo. Nel periodo di massimo splendore essa possedette alcune centinaia di migliaia di volumi. La direzione di questo istituto fu affidata a personaggi di spicco della cultura, fra cui i critici letterari e filologi Zenodoto di Efeso, Aristarco e Aristofane di Bisanzio, lo scienziato Eratostene, i poeti Apollonio Rodio e, forse, Callimaco. Questi compilò il catalogo dei volumi posseduti dalla biblioteca su 120 tavolette (pinakes). Funzionò sino ai tempi di Cesare, quando fu distrutta da un incendio.

La biblioteca fu un importante centro di studi ricco di centinaia di migliaia di rotoli di papiro, con un proprio scrittorio ad una scuola filologica. Sorta originariamente nel quartiere di Brucheion, ebbe successivamente, proprio per la sua rapida espansione, una succursale presso il tempio di Serapide, il Serapeion, fondata da Tolomeo II Filadelfo.

Celebre fu quella organizzata dagli Attalidi di Pergamo con una dotazione di 200.000 volumi. Costituita in modo simile a quella di Alessandria, la biblioteca, fondata da Eumene II (197-158 a.c.), fu un altro importante centro di cultura greca. Secondo Plinio, proprio Eumene Il avrebbe introdotto l'uso della pergamena (che da Pergamo prese il nome) come materiale scrittorio in sostituzione del papiro, in quanto molto piú resistente e tale da permettere la scrittura su entrambe le facce. Antonio la fece trasferire ad Alessandria per compensare le perdite causate nel Museo dall'incendio.

La biblioteca fondata a Pella da Antigono Gonata fu trasferita a Roma da Emilio Paolo (168 a.c.). Nel III e II secolo a.c. si diffusero le biblioteche connesse ai ginnasi delle maggiori città greche ed ellenizzate. Una biblioteca specialistica fu quella sorta a Cos nel IV sec. a.c. nella scuola medica.

Le biblioteche ellenistiche furono centri propulsori per lo sviluppo del sapere in più ambiti, da quello letterario a quello scientifico e fu proprio ad Alessandria che vennero analizzati per la prima volta da un punto di vista “critico” i poemi omerici, con la conseguente suddivisone in ventiquattro libri rispettivamente per l’Iliade e per l’Odissea, operata da Zenodoto di Efeso, bibliotecario dal 285 al 265 a.c.



LE GRANDI BIBLIOTECHE INGLOBATE DALL'IMPERO ROMANO


BIBLIOTECA D'ALESSANDRIA d'EGITTO

BIBLIOTECA DI ALESSANDRIA
La Biblioteca di Alessandria in Egitto, fiorente soprattutto nel III sec- ac., purtroppo distrutta, sembra disponesse di una delle più grandi collezioni del mondo classico.

 La fine della Biblioteca e del relativo Museo sarebbero collegate a quella del Serapeo, la biblioteca minore di Alessandria, distrutte per volontà dell'imperatore Teodosio I del 391, ostile a qualsiasi forma di erudizione pagana.  

La Biblioteca di Alessandria, fatta per contenere un deposito esaustivo di scritti greci, aveva circa 490.000 rotoli, con argomenti di scienze: astronomia, fisica, geometria, matematica, nonchè trattati di arte: architettura, scultura, mosaico, pittura, nonchè epica, religione, prosa, poesia, storia e ricerche varie. Siamo d'altronde nell'epoca della maestra della scuola alessandrina Ipazia, smembrata viva e bruciata per volontà del Vescovo, cioè di quel Cirillo che per merito di ciò fu fatto santo dalla Chiesa Cattolica.


BIBLIOTECA DI PERGAMO

La Biblioteca di Pergamo (Turchia), nel III sec. ac. fondata da Eumene II con un patrimonio di 200.000 volumi, come narra Plutarco, era seconda solo a quella di Alessandria, in emulazione ai Tolomei. Quando questi ultimi fermarono l'esportazione del papiro, un po' a causa della concorrenza e un po' a causa di carenze, gli abitanti di Pergamo, cioè i Pergameni, inventarono una nuova sostanza da usare nei codici, chiamata appunto "pergamena" dalla loro città. Fatta di sottile pelle di vitello (nato morto o in stato fetale), precedette il vellum e la carta. La leggenda narra che Marco Antonio diede a Cleopatra tutti i 200.000 volumi di Pergamo per la Biblioteca di Alessandria come regalo di nozze.


BIBLIOTECA DI ATENE

BIBLIOTECA TI ATENE
Nell'antica Grecia abbiamo notizia di una biblioteca pubblica ad Atene, fondata da Pisistrato intorno al 550 ac., e della raccolta privata di Aristotele. Secondo la testimonianza del geografo Strabone (63 - 24 dc.), sappiamo che già il filosofo Aristotele (384 - 322 ac.) uomo di immensa cultura, fu uno dei
primi a collezionare molti libri, anzi ad avere la prima vera biblioteca personale. Nel 132, come narra Pausania, che ne ricorda colonne in marmo frigio (pavonazzetto), tetto dorato e decorazioni di alabastro, la biblioteca venne ricostruita da Adriano. Poi l'edificio venne distrutto nel sacco di Atene dal popolo germanico degli Eruli, nel 267. Nel V sec. al centro del cortile fu costruito un edificio cristiano, la grande cultura greca sotto i colpi del cristianesimo era ormai morta per sempre.


BIBLIOTECA DI RODI

Se ne sa poco, se non che fosse tra le più ricercate, ma sicuramente molto meno fornita di Alessandria, Pergamo o Atene.


BIBLIOTECA DI ANTIOCHIA

Ne abbiamo diverse menzioni tra cui del citatissimo Euforione di Calcide (275 - 200 a.c.) poeta e bibliotecario greco antico. Fu direttore della prestigiosa biblioteca di Antiochia e autore di opere di erudizione storica in prosa; fu anche filologo e critico letterario. E' chiaro che aveva tutti i numeri per dirigere una biblioteca, molto famosa tra l'altro anche se più modesta a paragone di quelle di Alessandria, Pergamo o Atene.


BIBLIOTECA DI CESAREA MARITTIMA

La Biblioteca teologica di Cesarea Marittima, del tardo III secolo dc. con sede nell'odierna Israele, fu una grande biblioteca cristiana. Grazie a Origene di Alessandria e all'erudito sacerdote Panfilo di Cesarea, la scuola si fece una reputazione di avere la più vasta biblioteca ecclesiastica dell'epoca, contenendo oltre 30.000 manoscritti: Gregorio Nazianzeno, Basilio Magno, San Girolamo e altri vennero a studiare presso questa biblioteca.


BIBLIOTECA DI COSTANTINOPOLI

La Biblioteca Imperiale di Costantinopoli, fondata nel 330 dc.- fu distrutta in gran parte o bruciata dai crociati durante la Quarta crociata.


BIBLIOTECA DI CELSO

La Biblioteca di Celso fu una biblioteca antica con sede presso la città ionica di Efeso, nell'Anatolia occidentale. Fu realizzata in età traianea, in onore di Gaio Giulio Celso Polemaeno, illustre personaggio dal cursus honorum romano, fra l'altro proconsole d'Asia nel 106. L'edificio fu realizzato ad opera del figlio di Celso, Gaio Giulio Aquila, il quale lasciò in eredità alla città di Efeso i denarii per l'acquisto dei libri.La splendida biblioteca di cui ancora si possono ammirare ampi resti, costituisce anche il monumento sepolcrale dello stesso Celso, la cui tomba giace nei sotterranei dell'edificio.





BIBLIOTECHE ROMANE


BIBLIOTECHE PRIVATE

Durante la Repubblica Romana, il modo principale con cui i libri entravano in circolazione derivava dalla presentazione di copie che gli autori offrivano agli amici, ai patroni, ai proprietari di collezioni private, e altri. I testi venivano copiati dagli schiavi e posti poi in vendita. Gli stessi gestori delle librerie erano in genere schiavi, oppure liberti. I Romani conoscevano ormai la pergamena e la rilegatura dei librim il cui antesignano fu Cesare, che piegò i fogli in due e li ammucchiò fermandoli con delle fettucce dimodochè  non occupassero troppo posto nei carri (si pensi al rotolo con l'anima di legno). Non solo i romani rilegavano i libri ma avevano personale specializzato per questo: i "glutinatores" cioè i rilegatori.

Questo pubblicizzare i componimenti da parte degli autori continuò ad essere un mezzo di diffusione importante, anche dopo la creazione di biblioteche pubbliche, poiché questi donavano una copia delle proprie opere alle biblioteche. Biblioteche e librerie non erano la stessa cosa, esattamente come oggi. Nelle librerie i libri si sfogliavano ma averne a casa propria permetteva di leggere a piacimento soprattutto con gli amici, e particolarmente nelle cene, dove si discorreva di cultura e si declamava, talvolta con schiavi appositi ma più spesso invitando i nuovi autori che recitavano i propri versi o leggevano dei passi di prosa.


LE LIBRERIE

Verso la fine della Repubblica i negozi di libri avevano una cattiva reputazione, in parte perchè si pensava alla cultura greca che lì veniva diffusa come a una degenerazione dell'animo romano, in parte perchè non tutte le librerie erano all'altezza di copiare correttamente il greco o di tradurlo correttamente in latino.

L'attività principale della libreria era quella di fornire libri richiesti dai propri clienti, il che significava individuare e reperire copie da cui trascrivere, un bel problema in una città che aveva solo biblioteche private. Con l'impero si ampliò il ruolo del commerciante di libri. Roma diventò il centro della cultura attirando scrittori, letterati, studiosi, studenti e insegnanti da tutto il mondo circostante. Questo moltiplicò le richieste e spinse le librerie a investire in libri con diverse copie per ottemperare alle molte richieste.

Quanto fosse esteso questo campo si comprende dal Curriculum Vitae di Valerio Eudemone, molto stimato dall'Imperatore Adriano: 
"Commissario delle Finanze di Alessandria; 
Direttore delle Biblioteche, sia greche che latine; 
Segretario della Corrispondenza in Greco; Procuratore della Licia e di altre sei regioni in Asia Minore; Commissario delle Eredità; 
Procuratore della Provincia d'Asia; 
Procuratore della Provincia di Siria; 
Prefetto dell'Egitto.
Durante il suo mandato come Direttore delle Biblioteche, Eudemone portava con sé un bagaglio di abilità ed esperienze in economia e finanza che avranno certamente beneficiato la gestione delle biblioteche delle quali era direttore, sebbene non tenesse questo incarico molto a lungo.

Verso la metà del II sec. ac. la cultura greca venne diffusa a Roma da un circolo di patrizi guidati da Scipione l'Emiliano di cui si diceva che, durante la III guerra punica, nel 146 ac., mentre dal suo posto di generale osservava bruciare la vinta Cartagine, citò i versi di Omero su Troia in fiamme. Suo padre, Emilio Paolo, distruttore dell'impero macedone, non prese bottino per sé, ma lasciò a Scipione e all'altro suo figlio la biblioteca reale.


LE BIBLIOTECHE

Le biblioteche private di Roma antica furono parecchie e considerevoli, perchè l'aristocrazia romana oltre ad amare l'erudizione greca e latina, reputava la biblioteca un segno di prestigio. In epoca imperiale si moltiplicarono le biblioteche nelle dimore degli imperatori e nelle case di filosofi, retori, scrittori e poeti.

Le varie operazioni che si svolgevano in una biblioteca erano di comparare i testi tra loro, correggerli e completarli quando male interpretati o mancanti di alcune parti, oltre a disporli negli scaffali e magari pubblicarli.

Essi venivano sistemati con un certo criterio negli scaffali e nelle stanze, per poi fornirli in lettura. La biblioteca era composta da una o più grandi sale nelle quali i libri erano rotoli di pergamena attorno a un'asticella di legno chiusi poi con un cordoncino, oppure fogli rilegati in quaderni.

Questi erano custoditi in scaffali contenuti in appositi armadi, collocati in nicchie che si aprivano lungo le pareti. In alcune i lettori avevano accesso diretto alle opere e per questo venivano considerate del tipo “a scaffale aperto”.

In altre i lettori non prelevavano i libri direttamente, ma un inserviente, che Apuleio chiama "Promus librorum", andava agli speciali armadi dove venivano conservati i volumi e li portava ai lettori. Il direttore si chiamava Procurator e solo molto più tardi troviamo il termine bibliothecarius in Frontone. 

Gli autori erano divisi in poeti e prosatori e disposti in ordine alfabetico, così come le loro opere. Un aiuto a reperire opere ed autori era dato dagli indices, i cataloghi. Nella sala si potevano trovare appositi tavoli da lettura, ma si potevano anche ammirare molteplici statue, sia degli autori piu’ illustri (come testimonia Plinio a proposito di Varrone), sia di Minerva o delle Muse.


I Cataloghi

In biblioteca, infine, ci si recava al mattino, quando c’era piu’ luce per leggere. Quintiliano e Seneca ci informano di come le biblioteche avessero cataloghi che descrivevano il contenuto stanza per stanza, così come oggi si usa per le sale di una galleria d'arte, ma poi il contenuto di ogni sala era elencato in ordine alfabetico di autore. 
Sappiamo anche che nella biblioteca Ulpia gli scaffali erano numerati, perciò supponiamo lo fossero anche nelle altre. I libri, costituiti com'è noto di papiro e più tardi di pergamena, erano a forma di rotolo: il volumen, così detto appunto perché si avvolgeva e si svolgeva intorno ad un bastoncino: l’umbilicus, fissato all'ultimo foglio. 

I fogli di papiro, di cui esistevano varie qualità, dalla più scadente alle migliori, venivano incollati uno di seguito all'altro dal lato più lungo, e la striscia che si formava era abbastanza lunga. Fu Cesare a inventare questo antesignano del libro, durante le sue campagne militari, affinchè i suoi scritti non pesassero troppo ma soprattutto occupassero meno spazio sul carro.

Gli autori dividevano la loro opera in libri, ogni libro veniva arrotolato e chiuso in una custodia: capsa o theca di cuoio. La lettura avveniva svolgendo il rotolo gradatamente da sinistra verso destra e un cartellino attaccato all' umbilicus portava il titolo dell'opera e il numero del volume.

Il libro, in origine un insieme di tavolette cerate legate insieme, sostituite poi dalla pergamena, ancora ai tempi di Marziale (40-104 d.c.) stupiva per l'innovazione e la praticità la praticità. 

I fogli di pergamena erano tagliati, piegati e cuciti insieme a formare quaderni (il quaternio aveva 16 pagine dei nostri giorni) che venivano ancora cuciti insieme a seconda delle necessità, e presentava il grande vantaggio di poter essere scritto sulle due facce mentre sul volumen si poteva scrivere da una sola parte.

Il papiro cercò di adeguarsi alla forma del codice ma, assolutamente inadatto, cadde rapidamente in disuso. Verso gli ultimi tempi della Repubblica si usò acquistare i libri dal bibliopola a cui si ordinavano anche copie, e la figura del libraio si confonde con quella dell'editore.

Officine scrittorie esistevano sia presso le biblioteche private che in quelle pubbliche. Ecco come lo studioso Romolo Staccioli descrive, in base ai resti e ai documenti, la Biblioteca Ulpia:
 “L’aula, rettangolare, e originariamente aperta con un lato colonnato sul cortile della Colonna, era pavimentata con lastre di granito grigio inquadrate da fasce di marmo numidico o «giallo antico». Due ordini di colonne in pavonazzetto, sormontate da un fregio con motivi vegetali, ornavano le pareti. Grandi nicchie erano poste al di sopra di tre gradini che le rendevano accessibili, destinate a ospitare gli armadi di legno nei quali venivano conservati i libri. Nella parete di fondo s’apriva una grande edicola che conteneva la statua dell’imperatore o, forse, quella di Minerva, dea della sapienza. L’altra aula della biblioteca era esattamente di fronte, al di là della Colonna, concepita, essa stessa, come una sorta di grande «libro» illustrato”.

Per ovviare ai problemi di umidità vi erano intercapedini poste tra i muri delle sale interne e quelli esterni dell’edificio.

Vitruvio nel De Architectura ricorda come “le biblioteche devono essere rivolte a oriente in modo da sfruttare il sole del mattino; inoltre i libri non imputridiscono. Infatti nelle stanze volte a sud e a ovest i libri vengono danneggiati dalle tignole e dall’umidità a causa del sopravvivere dei venti umidi, rendendo i rotoli ammuffiti con l’infondere loro aria umida

Mentre Vitruvio dettava regole sull'orientamento migliore degli ambienti delle biblioteche (De architectura I 2, 7 e VI 4,I), i loro possessori si ingegnavano di adornarle con ringhiere di marmo, statue e mosaici.

Con l'avvento del cristianesimo molte di esse furono riciclate nei monasteri dell'epoca medievale, dove vennero adoperate per scrivere sugli ampi margini, vista l'irreperibilità all'epoca della pergamena, e talvolta copiate dagli amanuensi che potevano rivendere le opere ai signori che avevano avuto la fortuna di ricevere un'istruzione ormai negata al popolo. Purtroppo gli amanuensi raramente furono studiosi appassionati, per cui le opere furono copiate in modo incompleto, o inesatto o addirittura travisato.



IL PROBEMA DELLE TRADUZIONI

Varrone nel De Agricoltura, cita cinquanta libri che consiglia alla moglie di leggere, naturalmente tutti greci. E' l'epoca delle biblioteche private, con libri ottenuti in prestito e copiati o regalati da amici. Spesso erano copie di presentazione da parte degli autori.

Coloro che volevano copie ma non conoscevano l'autore potevano prenderli in prestito da amici che invece lo conoscevano e quindi copiarli. Una volta che l'autore aveva distribuito le sue copie dono o quelle di presentazione, il suo libro era divulgato e chiunque poteva farne una copia.

Difficile invece comprare libri, poiché a Roma c'erano ancora poche librerie. Cicerone narra che sulla scalinata di una taberna libraria, vicino al Foro, Attico ottenne la copia di Serapione che aveva acquistato per Cicrone da una libreria romana.

Del resto una copia prodotta da un proprio copista, fatta da un libro preso in prestito, poteva esser controllata nella fedeltà all'originale, ma non si poteva farlo con una copia acquistata da un libraio, di cui non si sapeva la qualità della traduzione.

Cicerone espose a suo fratelloi la difficoltà delle traduzioni dei libri in latino:
"Per i libri in latino non so dove andare; le copie sono fatte e vendute strapiene di errori." 
Spesso i librai usavano "scribi incompetenti e che non ricontrollavano i testi", e occorreva pertanto portarsi in libreria un esperto di libri; così Cicerone cercò l'aiuto dell'esperto Tirannione per aiutare il fratello a scegliere i libri.



LE LIBRERIE

La libreria era praticamente uno scriptorium, cioè una copisteria.

Il librario possedeva una copia delle opere prrincipali, come Omero, Euripide, Platone, Aristotele, con poche copie di ciascun autore, da vendersi direttamente dal banco.

Diceva infatti Cicerone che "i libri che uno vorrebbe avere non sono quelli che sono in vendita", cioè i soliti.
Invece i libri si compravano bene all'estero, soprattutto ad Atene, a Rodi e ad Alessandria.

Una delle prime collezioni di Cicerone proveniva dalla Grecia; Attico suo buon amico, che allora viveva ad Atene, gliela raccolse coi suoi soldi.

Costava così cara che Cicerone dovette chiedere ad Attico di attendere un po' per il rimborso, dichiarando "ego omnes meas vendemiolas eo reservo " cioè "sto risparmiando tutte le mie spigolature per questo."
Attico era ricchissimo per cui non ci furono problemi. Ma da qui si desume che i libri erano merce da ricchi, almeno come collezione.




EPOCA REPUBBLICANA


BIBLIOTECA DEGLI SCIPIONI

Le prime di cui abbiamo notizia risalgono agli ultimi secoli della Repubblica. Furono prede di guerra confiscate dai generali vincitori ai vinti, come ad esempio quella portata dagli Scipioni in seguito alla conquista di Pella nel 167 a.c., che diventò poi centro di cultura attorno a cui si riunirono tutti gli artisti, in uno dei primi circoli culturali che prese il nome dagli Scipioni.

Gli Scipioni non solo furono grandi patrioti, valenti generali e uomini dalla mente innovativa, ma pure studiosi e amanti della conoscenza e dell'arte. Si sa che Scipione e suo fratello acquisirono tramite loro padre la collezione libraria della biblioteca macedone che il generale pretese interamente per sè rinunciando però a qualsiasi altra ricchezza del bottino di guerra. .

La biblioteca indubbiamente vasta fu iniziata verso la fine del V sec. ac. da Archelao I re di Macedonia, così amante della cultura greca da chiamare Euripide ed altri famosi letterati ateniesi presso la sua corte. La biblioteca fu arricchita poi da Antigono II Gonata, (277-239 ac.) anche lui grande amatore delle arti. Scipione fu quindi in grado di offrire accesso a quegli scrittori latini che godevano della sua amicizia, e a fornire scritti greci introvabili.

Ennio, che i romani consideravano il padre della letteratura latina, tradusse dal greco in latino la singolare storia utopico-filosofica di Evemero, che narra di un viaggio immaginario verso un'isola sconosciuta dell'Oceano Indiano. Ennio deve aver ricevuto il testo greco da Scipione, poiché Evemero aveva passato più di un decennio presso la corte macedone e certamente aveva fatto in modo che la biblioteca reale contenesse alcune copie delle sue opere.


BIBLIOTECA DI SILLA

La biblioteca di Silla, arricchita dai bottini di guerra, possedeva la rarissima e preziosisima collezione di Aristotele. Questa era infatti capitata in una famiglia dell'impero di Pergamo che l'aveva riposta sottoterra per salvarla dalle razzie degli agenti reali. Fu infine venduta ad un bibliofilo, Apelliconte di Teos, che la portò ad Atene. Nell'86 ac. Silla prese Atene e, quando Apelliconte morì poco dopo, si impossessò dei suoi libri e se li portò a Roma.
Così Silla, conquistata Atene durante la prima guerra contro Mitridate (88-86 a.c), si porta a Roma la biblioteca di Apellicone di Teo, grande raccoglitore di testi rari il quale, secondo la tradizione, avrebbe acquistato a Scepsi i resti delle biblioteche di Aristotele e Teofrasto.

Questa collezione includeva opere di Aristotele e del suo successore, Teofrasto, ma dovevano venire restaurati, dato che l'umidità ed i vermi l'avevano danneggiata. Apelliconte li aveva fatti spesso ricopiare, restaurando il testo dove mancava, ma non essendo uno studioso, aveva commesso molti errori. Dopo la morte di Silla, la collezione passò a suo figlio Fausto, che non se ne interessò molto, lasciandola alle cure del bibliotecario responsabile. Tirannione di Amisos, un saggio grammatico greco che viveva in Italia ed era abile nella manutenzione e organizzazione dei libri, riuscì ad entrare nelle buone grazie di Fausto (e del bibliotecario) e gli fu permesso di revisionare e riparare i contenuti della biblioteca sillana, rendendo i libri nuovamente usabili e leggibili.
Poi Fausto, il figlio di Silla, venne ucciso mentre combatteva contro Cesare in Africa nel 46 ac. Si sa che parte della biblioteca confluì in quella di Cicerone.

A Roma durante il II sec. a.c. vennero dunque diffondendosi le biblioteche private, su modello di quelle ellenistiche. Fu proprio a seguito alla conquista della Grecia da parte dei romani che fu portata nella capitale una grande quantità di libri, come bottino di guerra.

Molti intellettuali disponevano di una propria biblioteca, che mettevano a disposizione di chiunque volesse servirsene. Tra essi possiamo ricordare Lucullo, probabilmente la più famosa, e quella di Cicerone, che con l’aiuto dell’ esperto amico Attico, raccolse numerosi testi, e nella quale confluirono anche i libri di Silla, e quella dei Pisoni ad Ercolano.

Plutarco, narra la stessa cosa di Paolo Emilio, che aveva depredato la biblioteca del re Perseo, ultimo re dei Macedoni, sconfitto a Pidna (168 a.c.) e Lucio Licinio Lucullo che ne trasferì a Roma un'altra, importante e ricca di opere filosofiche, dopo la guerra contro Mitridate (72-70 a.c.) permettendone magnanimamente la consultazione ai cultori del greco. Ma tutte queste biblioteche erano prelevate in toto, non frutto di un lavoro e una ricerca.

D'altronde i romani erano stati impegnati nella lunga, eccezionale impresa di dominio sugli italici e popoli limitrofi, per cui non avevano avuto tempo di elaborare la loro povera, anche se antichissima letteratura, e si basarono sulla letteratura greca per i loro interessi culturali. 

Gli antichi romani non erano affatto ignoranti, e secondo Tito Livio già intorno al V sec. a.c. i giovani aristocratici romani andavano in Etruria a studiare lettere, e probabilmente il greco, che conoscevano anche attraverso contatti con i greci dell'Italia meridionale. Basti pensare che l'alfabetizzazione in epoca imperiale era nella stessa percentuale di quella odierna.

Esemplare il caso di Livio Andronico, originario di Taranto, uno dei più importanti centri della Magna Grecia, fu portato a Roma come schiavo da Livio Salinatore nel III sec. a.c., dove gli venne resa la libertà per i suoi meriti di precettore e dove riuscì ad introdurre per la prima volta i poemi omerici, adattandone alcuni contenuti ed espressioni, che altrimenti sarebbero rimasti di difficile comprensione, alla maniera latina (ad esempio identificò le Muse con le riconoscibilissime Camenae, divinità romane delle fonti venerate nel santuario di Porta Capena )facilitando così, la diffusione della letteratura greca.

Verso la fine dell'età repubblicana o privati cominciarono a permettersi le proprie biblioteche affidandole alle cure di dotti liberti, spesso gli stessi precettori dei propri figli. Queste biblioteche erano sistemate spesso nelle ville suburbane, per gli studi letterari nella pace agreste, ma anche perchè era uno status simbol di ricchezza.
Scrive Petronio:

“A che fine innumerevoli libri e biblioteche , delle quali a stento il proprietario durante la propria esistenza riesce a leggere i cataloghi?.. Per molti , ignari perfino dei primi rudimenti delle lettere, i libri non sono strumenti di studio, ma ornamento da sala da pranzo.. Giustificherei pienamente questa ostentazione se fosse dettata dal desiderio di studio: invece queste opere di sacri ingegni, separate dai ritratti di costoro, vengono riunite per il decoro e l’ornamento delle pareti”



BIBLIOTECA DI SULPICIO GALLO

Sulpicio Gallo, che Cicerone reputava "uno dei nobili romani più devoti allo studio delle lettere greche", fu un esperto di astronomia, di certo con una biblioteca ben fornita che, oltre a raccogliere molti autori filosofici e letterari greci, includeva molte e rare opere greche sull'astronomia. Gallo potrebbe aver ricevuto da Scipione il testo di un rinomato poema sulle costellazioni scritto dall'erudito poeta Arato che lo scrisse su suggerimento di Antigono Gonata e ci doveva sicuramente essere una copia nella biblioteca macedone; tuttavia quest'opera doveva esser troppo semplice per un valido studioso come Gallo. I testi più seri erano reperibili solo nella Biblioteca di Alessandria, e forse Gallo ordinò che gli venissero fatte delle copie e mandate a Roma.  Appena prima della Battaglia di Pidna del 148 a.c., Emilio Paolo lo chiamò affinché parlasse alle truppe e spiegasse scientificamente l'eclisse lunare che stava per sopraggiungere, in modo che i soldati romani non si spaventassero e pensassero che fosse un segno negativo degli Dei; Gallo poi scrisse effettivamente un trattato sull'eclissi.


BIBLIOTECA DI POLIBIO

Polibio, generale e politico greco trasportato a Roma come ostaggio dopo Pidna, e che divenne amico intimo di Scipione, visse a Roma e scrisse una storia dei romani sul cinquantennio dallo scoppio della II guerra punica (218-202 ac.), fino alla distruzione dell'impero macedone portata a termine da Emilio Paolo nel 168, il quale si era portato a Roma la prima biblioteca conosciuta e registrata nella storia.

Polibio scriveva in greco coll'intento di spiegare al mondo greco cosa aveva permesso a Roma di salire così rapidamente all' immenso potere economico, militare e civile che aveva, chiaramente per ingraziarsi i romani ma pure perchè era rimasto sinceramente abbagliato dalla civiltà dell'urbe. Sicuramente attinse alla storia monumentale della Sicilia scritta da Timeo perché, come lui stesso annuncia, continua "da dove Timeo ha lasciato".

Ma Polibio conosce e giudica molti autori, per cui deve aver avuto una fornita biblioteca, in larga parte ottenuta copiando i testi di Scipione, noto tra l'altro per la sua generosità, e non solo aveva opere note, come quella di Timeo di Tauromenio, ma pure meno note e accessibili, come quelle di Caritone e Sosilo. Inoltre viaggiava molto e quindi poteva fare acquisti in merito. Un soggiorno ad Atene, per esempio, avrebbe potuto fargli recuperare una copia della storia di Timeo, dato che costui aveva scritto là e Atene era il posto dove i librai fecero la loro prima comparsa:

- Critica Teopompo, autore di una massiccia storia dei tempi di Filippo II padre di Alessandro Magno, per le sue bugie, acrimonie e pettegolezzi.
- Critica Filarco, che aveva trattato della storia greca del III sec. ac., come scrittore sensazionalista piuttosto che storico.
- Critica Filino, che aveva descritto la I guerra punica, perchè troppo filocartaginese.
- Critica Caritone e Sosilo, che si occuparono della II guerra punica dato che facevano entrambi parte delle file annibaliane, come "chiaccheroni pettegoli".
- Apprezza invece Sicione, famoso generale e politico del Peloponneso nella II metà del III sec. ac.,
per le memorie di Arato.


BIBLIOTECA DI VILLA DEI PAPIRI - POMPEI

La Villa dei Papiri ad Ercolano in Italia, è l'unica biblioteca dell'antichità classica che si sappia sia sopravvissuta a tutt'oggi - grazie alla cenere vulcanica del Vesuvio che, trasformandosi in tufo, ha preservato i rotoli per duemila anni. La collezione privata di questa Villa potrebbe una volta esser appartenuta a Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Giulio Cesare, durante il I secolo ac. Sepolta dall'eruzione del Vesuvio che distrusse la città nel 79 dc., fu riscoperta nel 1752 e circa 1800 rotoli carbonizzati furono rinvenuti al piano superiore della Villa stessa. Usando tecniche moderne di recupero, come l'immagine multispettrale, sezioni di rotolo prima illeggibili sono ora srotolate e decifrate. È probabile che esistano ancora altri rotoli seppelliti nella parte del sito archeolgico inferiore della Villa ancora da scavare.


BIBLIOTECA DI CICERONE

Le biblioteche erano molto spesso patrimonio delle ville e delle ricche domus, e non sempre per reale interesse di studio (Petronio, Luciano), perchè i prezzi dei libri erano salati per cui solo i ricchi potevano provvedersi di una biblioteca, contentandosi altri di qualche libro di filosofia o di poesia o letteratura. Pertanto qualcuno ne sfoggiava come pstentazione di ricchezza, ma la maggior parte erano veramente apprezzate perchè i romani studiavano più di quanto non si faccia oggi, sia perchè esistevano le scuole pubbliche di base, sia perchè i maestri privati si pagavano poco a meno che non fossero molto illustri, sia perchè anche le famiglie modeste sentivano la necessità di mettere colti insegnanti a fianco dei figli. Vedi Cesare la cui famiglia viveva nel malfamato e povero quartiere della Suburra, dando però a Giulio una ottima istruzione sia di latino che di greco.

BIBLIOTECA DI ALESSANDRIA
Siamo nel giugno del 56 ac.: Cicerone è in campagna e si occupa di sistemare la sua biblioteca di Anzio: Att. IV, 4a. 5, 3. 8, 2. Cicerone viene aiutato dal liberto Tirannione per l’ordinamento dei libri, ma richiede ad Attico la presenza di due rilegatori (glutinatores, Att. IV, 4a, 2). Sempre a giugno Attico invia Dionisio e Menofilo, che preparano etichette (sittibae), che riscuotono l’approvazione di Cicerone: Att. IV, 5, 3. 8, 2. Si sa che nella sua biblioteca confluirono i libri di Silla, e quella dei Pisoni ad Ercolano. Ma sicuramente aveva libri anche a Roma, a Tusculum e a Formia, proprietà che gli vennero purtroppo completamente distrutte.

In una lettera ad Attico, Cicerone si lamenta di una copia del suo De Finibus fatta da Cerellia, una donna che era sua amica o parente e ben nota ad Attico. Se ne crucciava perché Cerellia aveva fatto la copia da un'altra copia che aveva in qualche modo ottenuto dal bibliotecario di Attico, prima che Cicerone fosse pronto a farla circolare ufficialmente. Cerellia era "ovviamente incendiata dall'entusiasmo per la filosofia", afferma Cicerone con un po' di misoginia. Ma Cerellia era molto interessata alla filosofia e sembra avesse una collezione di opere alla quale era decisa di aggiungerci l'ultima uscita di Cicerone. Cerellia era forse un'eccezione come donna che possedesse una biblioteca, perchè alle donne non era concessa l'erudizione che spettava agli uomini, a meno che non si trattasse di patrizi dall'animo illuminato che concedevano il sapere anche alle figlie. Infatti Tullia, la figlia di Cicerone, è detta da suo padre doctissima.

(Cicerone, Epistulae ad Atticum, IV.4a.1)
« ...Gran bella cosa farai venendomi a trovare. Ti accoglierà la magnifica sistemazione dei miei libri nella biblioteca, fatta da Tirannione. Quello di essi che mi resta è assai meglio di quanto mi aspettassi. Vorrei anche che tu mi mandassi un paio dei tuoi copisti che servano a Tirannione nel lavoro di incollatura o, in generale, come aiutanti, e fa' che portino della pergamena per farne i titoli, quelli che voi greci chiamate, credo, sillobi. Tutto questo, però, se non ti reca disturbo. Ma, sopra tutto, vieni tu, e fai in modo di fermarti un po' in questi paraggi e di condurre anche Pilia, il che mi sembra giusto ed è tanto desiderato da Tullia. E poi, perbacco, hai comperato davvero una magnifica compagnia di gladiatori; mi dicono che combattono splendidamente! Se tu avessi voluto darli in affitto, con codesti due spettacoli potevi ripagartene la spesa. Ma di tutto ciò a più tardi: l'essenziale è che tu venga e mi raccomando, te ne prego, provvedi per i librai. »
« Prebelle feceris si ad nos veneris. Offendes designationes Tyrannionis mirificam in librorum meorum bibliotheca, quorum reliquiae multo meliores sunt quam putaram. Et velim mihi mittas de tuis librariolis duos aliquos, quibus Tyrannio utatur glutinatoribus, ad cetera administris, iisque imperes ut sumant membranulam, ex qua indices fiant, quos vos Graeci, ut opinor σιλλοβους appellatis. Sed haec, si tibi erit commodum. Ipse vero utique fac venias, si potes in his locis adhaerescere et Piliam adducere. Ita enim et aequum est et cupit Tullia. Medius fidius ne tu emisti λοχον praeclarum. Gladiatores audio pugnare mirifice. Si locare voluisses, duobus his muneribus liber esses. Sed haec posterius. Tu fac venias et de librariis, si me amas, agas diligenter. »

Cicerone peraltro era riuscito ad ottenere i servizi di Tirannione, l'esperto che aveva messo in ordine la biblioteca di Silla. Ma il piacere non durò a lungo perchè nel 46 ac. scrive a Publio Sulpizio, comandante
delle forze armate in Illiria ( penisola balcanica):
« Dionysius, servus meus, qui meam bibliothecen multorum nummorum tractavit, quum multos libros surripuisset nec se impune laturum putaret, aufugit. Is est in provincia tua: eum et M. Bolanus, meus familiaris, et multi alii Naronae viderunt, sed, quum se a me manumissum esse diceret, crediderunt. Hunc tu si mihi restituendum curaris, non possum dicere, quam mihi gratum futurum sit. »
« Il mio schiavo Dionisio, che maneggiava la mia preziosa biblioteca, ha rubato molti dei miei libri e, sapendo che sarebbe stato punito, si è nascosto. Si trova nella tua zona. Fu visto dal mio amico Marco Bolano e numerose altre persone a Narona, ma lui ha detto che l'avevo liberato e gli hanno creduto. Se tu riuscissi a farmelo ritornare, non ti dico quanto te ne sarei grato. »
(Cicerone, Ad Familiares 13.77.3.)
Ma lo schiavo si nascose permanentemente presso una tribù dei Vardei vicino a Narona e Cicerone non recuperò mai più i suoi volumi.

Quando gli morì la amatissima figlia Tullia Attico invitò Cicerone ad andarlo a trovare nelle prime settimane dopo la morte di Tullia per poterlo consolare. Tullia era la figlia da lui definita doctissima, che partecipava alle discussioni di filosofia ed era stata istruita sulla cultura greca. Così Cicerone si recò nella grande biblioteca di Attico, dove lesse tutto quello che i filosofi greci avevano scritto circa il superamento del dolore, "ma il mio dolore sconfigge ogni consolazione". Contro le grandi sofferenze non servono le riflessioni.


BIBLIOTECA DI TITO POMPONIO ATTICO

In qualità di ricco cittadino, T. Pomonio Attico ebbe nella sua casa sul Quirinale una biblioteca molto fornita alla quale spesso Cicerone ricorse, nonostante egli stesso ne fosse fornito a Roma e fuori Roma.
Di lui dice C. Nepote: 
"Tito Pomponio Attico non diceva nè poteva sopportare la falsità. E così la sua affidabilità non era senza severità nè la sue severità senza facilità, al punto che era difficile a acapire se gli amici lo venerassero di più o lo amassero. Di qualunque cosa fosse richiesto, era molto cauto nel promettere, perché riteneva che fosse di persona non liberale ma leggera promettere quello che non si può mantenere. Ma poi nel mantenere quello che avesse una volta accordato, metteva un tale impegno, da sembrare che trattasse non un affare affidato da altri, ma suo proprio. Mai ebbe a pentirsi di un impegno preso; riteneva infatti che in quella faccenda fosse in giuoco la sua riputazione, che era la cosa a cui teneva di più. e così si trovò a dover trattare tutti gli affari dei Ciceroni, di M. Catone, di Q. Ortensio, di A. Torquato, inoltre di molti cavalieri romani."
Si può immaginare se un tipo così retto e leale potesse tenere una biblioteca per vanto. Non solo era un uomo profondamente istruito ma essendo pure generoso, si sa che volentieri mise a disposizione i suoi libri, giungendo a prestarli o a farli copiare. Egli amava la letteratura e odiava la guerra. Quando Cinna mosse guerra a Roma egli andò ad Atene, per studiare soprattutto, ma trovò anche il modo di aiutare i più bisognosi ragione per cui molto lo amarono e stimarono gli Ateniesi.
Anche perchè rimanendo saggiamente apolitico, Attico sopravvisse a tutte le traversie dell'epoca e morì serenamente nel suo letto nel 32 con la sua proprietà intatta. Cicerone dopo la morte di sua figlia si recò presso di lui per cercare conforto nei libri, segno evidente che la libreria di Attico era molto più fornita della sua.


BIBLIOTECA CALPURNIO CISONE CESONINO

I resti cospicui della biblioteca di una villa romana, affiorati sulla fine del Settecento dagli scavi di Ercolano, appartenuta probabilmente a L. Calpurnio Pisone Cesonino risultano costituiti in prevalenza di opere del filosofo epicureo Filodemo di Gadara, che rifugiato presso Calpurnio Pisone radunava com'è lecito supporre i giovani allievi romani nella biblioteca dell'ospite. Il carteggio di Cicerone ci documenta sui suoi sforzi per procurarsi libri in Grecia e a Roma, con l'aiuto di T. Pomponio Attico e perfino sul suo desiderio di conoscere -come si ordinasse una biblioteca (Ad Att., 1, 7). Dopo il ritorno dall'esilio i resti delle sue raccolte saccheggiate furono messi insieme e riordinati dal grammatico Tirannione e da abili schiavi(Ad Att., IV, 4a, 1; 5, 3; 8, 2).


BIBLIOTECA DI TERENZIO VARRONE

Roma possedeva rinomate biblioteche che non erano state formate con bottini di guerra, ma  messe su con pazienza e dispendio da personaggi dedicati alla letteratura e al sapere. Tali collezioni inclusero sin dall'inizio opere latine, sebbene la maggioranza fosse greca. Una di queste era la bella biblioteca di Cicerone, e più preziosa quella del suo caro amico Attico,  di grande ricchezza ed erudizione, che parlava il greco quasi come lingua madre. 
Sembra però che Varrone, a giudicare dalla quantità e varietà dei suoi scritti, avesse una biblioteca che le superava entrambe, rivale dell'alessandrino Didimo, infaticabile compilatore e filologo, ma Varrone era anche lui instancabile, producendo senza sosta file di libri e monografie su tutti gli argomenti: agricoltura, lingua latina, storia di Roma, religione, filosofia, geografia, tecnologia. 

Le sue opere sono quasi tutte scomparse, se non qualche brano del suo libro sull'agricoltura. Discutendo chi avesse scritto in materia, Varrone elenca non meno di cinquanta autorità greche, che si presume avesse consultato. Tale meticolosa ricerca necessitava di una biblioteca eccezionalmente rifornita. La villa di Varrone con la sua biblioteca fu saccheggiata da Marco Antonio; Dopo la morte del dittatore, Varrone fu inserito nelle liste di proscrizione sia di Antonio che di Ottaviano, interessati più alle sue ricchezze che a punire i congiuranti, da cui si salvò grazie all'intervento di Quinto Fufio Caleno, grande amico di Cesare, per poi avvicinarsi a Ottaviano a cui dedicò il De gente populi Romani volto alla divinizzazione della figura di Giulio Cesare.


BIBLIOTECA DI LUCULLO

"Tra i cittadini romani famosi per le ricchezze e per il lusso, famosissimo era Licinio Lucullo, il cui solo nome rievoca banchetti sontuosi, splendide ville, suppellettile fastosa. Ma Lucullo fu anche un prudente generale nella guerra contro Mitriade, un uomo di vasta cultura, un accorto raccoglitore di opere d'arte. Spese moltissimo denaro per comprare una notevole quantità di libri, che sistemò nelle vaste sale della sua casa romana, permettendone a tutti la lettura. Questa decisione gli attribuisce una lode anche più grande del merito che ebbe scegliendo e comprando tutti quei libri. D'altra parte egli stesso, quando era libero dalle occupazioni politiche, era solito trattenersi nei portici, che circondavano la biblioteca, per discorrere di filosofia con i molti dotti romani e greci che frequentavano la sua casa".

La biblioteca di Lucullo derivava da bottino raccolto durante le sue vittoriose campagne militari in Asia Minore settentrionale. Deprivato del comando nel 66 ac., si ritirò a vita privata e, assistito dall'immensa ricchezza che aveva accumulato come generale vittorioso di tante battaglie, si dedicò a stravaganze ed eccentricità varie. Mantenne una sontuosa villa a Roma e altre nella provincia, istallando biblioteche in ognuna, ricolme di libri che aveva riportato dalle guerre.
Le biblioteche ricalcavano la forma della devastata biblioteca di Pergamo: un insieme di stanze per le raccolte, colonnati dove i lettori potevano stare, e sale dove si potevano riunire e parlare. Generosamente, Lucullo rese disponibili le sue collezioni non solo agli amici e parenti, ma anche ai letterati greci che vivevano a Roma.
I greci si reacavano da Lucullo perché i suoi libri, provenendo dagli stati greci dell'Asia Minore, erano scritti in greco, ma poi nella sua biblioteca vennero aggiunti anche i libri in latino, anche se pochi rispetto a quelli greci. Gli scrittori latini avevano cominciato appena due secoli prima, e la loro produzione era solo una frazione di quello che era disponibile in greco.

(Plutarco, Luc. 42.1.)
« Ciò che Lucullo fece per stabilire una biblioteca deve certo esser menzionato. Raccolse molti libri ben scritti e l'uso che ne fece fu più lodabile del fatto che li avesse acquistati. Aprì le sue biblioteche a tutti, e le colonnate e le sale tutt'attorno divennero accessibili ai greci senza restrizioni, i quali arrivarono lì quasi si trattasse di una riunione delle Muse, e passavano insieme intere giornate, evitando felicemente i loro altri doveri. »
La biblioteca di Lucullo fu ereditata da suo figlio, che fu ucciso a Filippi nel 42 ac. mentre combatteva dalla parte di Bruto e Cassio.

BIBLIOTECA TRAIANEA


EPOCA IMPERIALE

Durante il periodo imperiale, il numero delle biblioteche pubbliche a Roma passò dalle 3 del I sec. alle 28 del 377, come attesta Publio Vittore nel "Dei Cataloghi Regionari Riportati In Principio Di Ciascuna Regione"

BIBLIOTHECAE XXVIII publicae: ex iis praecipuae duae, Palatina et Ulpia.

Le grandi biblioteche del mondo antico servirono come archivi degli imperi, deposito di sacre scritture, di libri di saggezza, di letteratura, di poesia, di epica, di scoperte di fisica, astronomia e geografia e pure di storia. Il volumen, cioè il rotolo che si svolgeva in orizzontale, durò fino al IV - V sec. dc., ma per i documenti anche fino all’XI; fu detto rotulus quello a svolgimento verticale che persistette nel Medioevo per usi particolari come brani liturgici o amministrativi.
Già dal II sec. dc. prese forma rettangolare a fogli piegati e riuniti insieme, assumendo il nome di  codex, ma l'invenzione risale a molto prima, quando giulio Cesare scoprì che i fogli piegati e rilegati con nastri occupavano meno posto e pesavano meno sui carri da guerra. E siccome lui doveva scrivere ogni sera le battaglie del giorno, togliere l'anima di legno ai rotoli fu una grande scoperta. Il codex dunque consentiva di scrivere su ogni facciata ed era molto più maneggevole. Si diffuse durante il IV sec. nell’Occidente latino e durante il V sec. nell’impero bizantino. Fin dall’inizio, l’impulso venne dato dai cristiani che copiarono la Bibbia sul codex.


BIBLIOTECHE PUBBLICHE

Svetonio, nella biografia di Caligola, narra che Caligola stimasse Virgilio e Livio così poco che "fu vicino a bandire i loro scritti e le loro statue da tutte le biblioteche", il che fa pensare che come minimo tutte le biblioteche della sua epoca avessero opere di questi due autori. Ma i libri delle biblioteche riguardavano non solo gli autori passati ma anche quelli presenti, che per farsi conoscere donavano i loro scritti alle biblioteche pubbliche. Infatti le risorse di scrittori e poeti non consistevano molto sulla pubblicazione e la vendita nelle librerie, quanto l'essere famosi procurava loro molti vantaggi, dall'avere inviti continui a cena, al favore dei mecenati che facevano loro elargizioni, al diventare precettori di classi ricche, o ottenere incarichi ufficiali dagli imperatori, o semplicemente vivere a corte nel lusso e nella mondaneità.
Comunque se per un serio approfondimento delle opere greche ci si doveva recare ad Alessandria d'Egitto, per quelle latine bisognava cercare a Roma. Roma, come Alessandria, curò che i testi delle librerie fossero accurati e senza errori di trascrizione. Così per gli acquirenti di libri, se la libreria non possedeva l'opera ordinata, sapevano che il librario mandava il suo scriba alla biblioteca per farne una copia fedele del testo originale.
Il crescere della cultura invitò le librerie ad aver ampia disponibilità delle opere di autori contemporanei che andavano per la maggiore, specialmente i poeti. Per le opere più antiche, spesso venivano regalata ma soprattutto provenivano da copie commissionate. Uno dei metodi usati per rifornire la Biblioteca Palatina e la Biblioteca del Portico di Ottavia era quello di inviare scribi a trascrivere libri posseduti dai vari magnati romani, tipo i volumina della biblioteca di Pollione. Alcune delle biblioteche più note dei tempi repubblicani, come quella di Varrone o Lucullo o Silla, subirono confische nella Guerra Civile, anche queste a rinsanguare le biblioteche pubbliche e private, che insieme alle collezioni di Pollione, di Attico e di altri, sotto Augusto Roma si rifornì ampiamente di testi sia latini che greci. 

 
I BIBLIOTHECARI
Vespasiano nominò Direttore delle Biblioteche Dionisio di Alessandria con alle sue dipendenze un personale di uomini liberi delle classi più elevate. Dionisio era un famoso erudito greco di Alessandria che successivamente divenne Segretario degli Affari Greci. Il Direttore delle Biblioteche non era un incarico a lunga scadenza, come quando veniva dato quale vertice di una carriera burocratica per liberti imperiali. Gli impiegati delle biblioteche perdevano il beneficio della lunga relazione con il proprio capo, ma ci guadagnava la gestione, avendo superiori capaci di gestire sia le collezioni che l'economia.

Nelle biblioteche imperiali, gli addetti provenivano dalla familia Caesaris, e a capo di ogni gruppo c'era un bibliothecarius. Nel 144 Marco Aurelio al suo precettore Marco Cornelio Frontone scrive di aver letto due libri molto interessanti ed è sicuro che anche l'altro li vorrà leggere, ma non deve prenderli presso la biblioteca del Tempio di Apollo, dato che quelle copie ce l'ha lui, bensì deve ingraziarsi il bibliothecarius Tiberianus "il bibliotecario di Tiberio".

Gli impiegati" della bibliotheca erano perloppiù scribi, ma pure "conservatori" o restauratori (dei rotoli) e vilici, cioè assistenti, o commessi incaricati di prendere e riporre i rotoli in uso. Tutti questi dovevano saper leggere e scrivere, cosa normale nell'antica Roma, ma con un minimo di erudizione sui testi sia greci che latini.



BIBLIOTECA DI ASINIO POLLIONE

Roma non si preoccupò di fornire biblioteche pubbliche fino all'età di Cesare, vhi ebbe la prima idea di dare a Roma una biblioteca pubblica fu Giulio Cesare (SVET., Caes., 44, 2), grande estimatore di testi greci e latini (parlava e scriveva correntemente il greco), progettando di suddividerla in due biblioteche gemelle: una che contenesse testi greci ed una i testi latini, per "costruire una biblioteca di libri greci ad uso pubblico ed una di libri latini, entrambe molto grandi, ed il compito di costruirle ed organizzarle fu assegnato a Marco Varrone" che, come narra Svetonio, volle realizzare una magnifica biblioteca pubblica e che Terenzio Varrone, l'uomo più erudito del suo tempo, doveva organizzare. La morte gli impedì di realizzare questo come molti altri progetti.

La biblioteca sorse così solo nel 37 a.c. ad opera di Asinio Pollione, che la costruì sull'Aventino, nell'atrio del tempio della Libertà. Asinio Pollione, deluso nelle sue aspirazioni politiche, cercò la fama come illuminato sostenitore delle arti e delle lettere; ed in effetti ebbe l'onore di restare nella storia come colui che istituì la prima biblioteca pubblica a Roma, nell'Atrio della Libertà, da lui restaurato in memoria del trionfo sui Parti (39 a.c).

Anche il nucleo di questa biblioteca era bottino di guerra: fu divisa, come d’abitudine, in due sezioni, una greca e una latina, e le sale furono ornate dalle immagini dei più grandi scrittori; tra questi, sommo onore, l’immagine di Varrone, unico tra i viventi.

Asinio Pollione, statista, comandante, poeta e storico, godeva dell'amicizia di Catullo, Orazio e Virgilio, tre dei più grandi poeti romani. Egli realizzò dunque nel restaurato Atrio della Libertà, al Foro, una biblioteca greca e una latina, come le aveva immaginate Cesare, ornate dalle immagini dei più celebri scrittori, tra i quali Varrone, unico fra i viventi (PLiN., Nat. hist., VII, II5, XXXV, 10; SVET., AUg., 29). Di sicuro Marco Terenzio Varrone che aveva scritto l'opera "Sulle biblioteche" era il più accreditato al compito, ma l'assassinio di Cesare nel 44 ac., pose fine al progetto.

Quando Pollione aprì la prima biblioteca pubblica, sebbene si trovasse dinanzi a circa sette secoli di scritti tra i quali scegliere per la sua sezione greca, ne aveva solo due per quella latina. In teoria aveva quindi abbastanza spazio per farvi entrare tutto ciò che considerava di valore.

Sappiamo della biblioteca di Pollione perché viene citata in vari scritti, ma la sua è scomparsa nel nulla. Pollione aveva messo una statua di Varrone nella sua biblioteca, a esprimere la sua profonda sstima in questo erudito. La statua era in posizione centrale, appena fuori dal Foro, e la biblioteca era composta da due sezioni, una per le opere in greco e l'altra per quelle in latino, una sistemazione che Cesare aveva ideato per la sua biblioteca e che verrà mantenuta in tutte le successive biblioteche romane.

Quella di Pollione era elegantemente adornata da statue di autori famosi, incluso un autore vivente, il saggio Varrone. Poiché Varrone morì nel 27 ac, la biblioteca deve aver aperto le porte ad un certo punto durante la precedente dozzina d'anni.



BIBLIOTECHE DI AUGUSTO

Le grandi biblioteche del Foro, erano diverse biblioteche separate, fondate al tempo di Augusto e per volontà di Augusto, vicino al Foro Romano. Edificò pure biblioteche presso il Portico di Ottavia vicino al Teatro Marcello, nel Tempio di Apollo Palatino e nella stessa Biblioteca Ulpia presso il Foro di Traiano, come attestano Svetonio in Augustus 29.3 (Palatino); Plutarco, in Marcellus 30.6 e Cassio Dione 49.43.8 (Portico di Ottavia).

BIBLIOTECA DI AUGUSTO
Lamenta Ovidio caduto in disgrazia che "offre ai lettori le opere di uomini illustri di cultura passati e presenti" ma non tiene nulla della produzione di lui, né la biblioteca del Portico di Ottavia né quella di Pollione. Qundi se ne deduce che la Biblioteca Palatina ospitava scritti sia precedenti che contemporanei ad Ovidio, e le altre due tenevano almeno quelle contemporanee, come le poesie di Ovidio.

Per migliorare l'efficienza del governo Augusto assoldò moltissimi schiavi appartenenti al servizio imperiale. Coloro che si dimostravano abili, man mano che aumentava la loro anzianità e posizione, ottenevano la manumissio, l'affrancamento, e continuavano a lavorare come liberti. Questi schiavi e liberti gestivano l'intera forza impiegatizia, dal più basso commesso di un insignificante dipartimento al capo del più importante ufficio imperiale: erano, in effetti, i classici "dipendenti pubblici". Passavano l'intera vita a svolgere le loro mansioni e i più ambiziosi facevano carriera salendo i gradini delle promozioni.



BIBLIOTECA PALATINA

Augusto, che seguiva tutti gli intenti edificatori di Cesare traendoli dai molti appunti lasciati dal prozio, istituì poi una biblioteca nel 28 a.c. con sede sul Palatino, ed in particolare nel portico del Tempio di Apollo, vicino al suo palazzo, composta da due aule absidate con all’interno delle nicchie per gli armadi.

Così Augusto aprì sul Palatino, vicino alla reggia, una biblioteca che raccoglieva tutti i testi del diritto romano (IUVEN. Sat., I, 1, 128 e seg) e dove l'imperatore presiedeva occasionalmente le sedute del Senato (SVET. Aug. 29).

Le sale erano adorne di clipei raffiguranti gli autori più famosi mentre, in una delle absidi, vi era conservata una grande statua dello stesso Augusto in veste di Apollo. Ricca di tutti i testi del diritto romano, anche questa biblioteca fu divisa in due sezioni, una greca e una latina. Essa venne ornata e arricchita di statue e fu fatta dirigere dal grammatico Pompeo Macro.

Distrutta dall'incendio del 64 d.c. e ricostruita da Domiziano, fu di nuovo preda delle fiamme al tempo di Commodo nel 191 d.c., finchè sparì nell'incendio del 363 d.c.

I resti della biblioteca sul Colle Palatino sono scarsi ma rivelano che sin dall'inizio gli architetti romani per edificare le biblioteche pubbliche non copiarono affatto i greci, ma trovarono un loro stile. Dato che era uso archiviare le lingue separatamente, gli architetti fornivano due strutture, in genere gemelle. Nella Biblioteca Palatina esistevano infatti due sale identiche messe fianco a fianco.

Nel centro del muro posteriore di ognuna c'era una sala, con la statua di Apollo, poiché il suo tempio era adiacente alla biblioteca. Lungo i muri laterali poi erano poste 18 nicchie con sotto un podio e una scalinata. Le nicchie erano fatte per i libri.

Incastrati dentro di esse, come si evince da illustrazioni e antiche fonti, venivano poste le librerie, "armaria", allineate con scaffalature chiuse da sportelli. Questi potevano essere completamente chiusi oppure formati da vimini o listelli di legno incrociati che ne lasciavano scorgere il contenuto.

Le librerie erano numerate ed i numeri registrati sul catalogo, vicino ad ogni titolo per indicarne la posizione. I rotoli della collezione bibliotecaria venivano sistemati orizzontalmente sulle mensole con le estremità visibili e una targhetta di identificazione. Quindi, quando gli utenti salivano le scale e aprivano le porte, le targhette erano subito visibili. Le scaffalature superiori necessitavano però di una scaletta portatile, la quale doveva esser disponibile sul podio, come quelle attuali.

Mettendo le collezioni librarie dentro nicchie lungo i muri, si aveva il centro della sala disponibile per i lettori con tavoli e sedie. Quindi, coi libri lungo le pareti e una sistemazione per i lettori al centro, le biblioteche romane somigliavano alquanto alle sale di lettura correnti e per nulla alle biblioteche greche che consistevano di piccole stanze dove venivano collocati i libri, stanze che si aprivano su colonnati dove i lettori consultavano i rotoli.

Ma nel caso delle Biblioteca Palatina il colonnato del tempio di Apollo era attaccato alla biblioteca, per cui si poteva portarvi i libri e leggerli là, per godersi il fresco nella stagione calda..
Terminate le guerre Augusto iniziò a ricostruire o abbellire Roma, a partire dal 28 ac., col Tempio di Apollo sul Palatino, vicino alla sua dimora, e accanto a questo la seconda biblioteca di Roma: "la Biblioteca del Tempio di Apollo" o "la Biblioteca Palatina", suddivisa in sezione greca e sezione latina, come quella di Pollione.

L'organizzazione della biblioteca fu affidata al grammatico Pompeo Macro (SVET. Caes.56); diretta poi dal liberto di Augusto, Caio Giulio Igino, (SVET., Do grammat.). Distrutta dall'incendio neroniano del 64 e ricostruita da Domiziano, poi di nuovo danneggiata nel 191 al tempo di Commodo, perì definitivamente nell'incendio del 363 (AMMIAN MARC. XXIII, 3, 3)



BIBLIOTECA PORTICO D'OTTAVIA

In seguito altre biblioteche furono istituite da Augusto e dai suoi successori; nel IV sec. a Roma si contavano ben ventotto biblioteche pubbliche. In tutto il territorio dell'impero sorsero biblioteche pubbliche e tra i piú ricchi si diffuse l'uso di possedere una propria biblioteca privata in cui gli schiavi lavoravano alla copiatura e alla collazione delle opere.

Cinque anni dopo la Palatina, Augusto ne fece edificare un’altra, a cui diede il nome della sorella, la Bibliotheca Octaviae, ovvero fu la sorella di Augusto che fondò, col permesso e i fondi di Cesare, una biblioteca per perpetuare la memoria del figlio Marcello, morto nel 23 a.c, una biblioteca pubblica sicuramente congiunta con il portico d'Ottavia.

Si iniziò così la costruzione del Portico d'Ottavia con una doppia biblioteca, un tempio a Giove Statore e a Giunone Regina, dedicato a Marcello nel 23 ac. (PLUT.,Marcellus 30), con testi greci e latini, archiviati separatamente come allora si usava.
La biblioteca, eretta nella corte dello spazioso colonnato semiquadrato del Portico, venne diretta dal grammatico e poeta Caio Melisso, liberto di Mecenate. Distrutta sotto Tito, nell'8o, fu restaurata da Domiziano e ricostruita con larghissimi mezzi.
Forse ricostruita dopo un successivo incendio insieme al portico di Ottavia da Severo e Caracalla, nel 203 (C.I.L., VI, 1034). L'entrata principale del portico d'Ottavia era accanto alla chiesa di S. Angelo in Pescheria, dove gli avanzi di una sala, oggi visibili, potrebbero aver riguardato la Biblioteca.

Quando la biblioteca del Portico di Ottavia fu distrutta dal fuoco nell'80 dc., Domiziano la fece ricostruire e si prese cura di far rimpiazzare alcune delle collezioni perdute con copie provenienti da Alessandria. Il fuoco colpì ancora durante il regno di Commodo, ma la biblioteca fu restaurata dall'Imperatore Gordiano, che ci aggiunse anche 62.000 libri lasciatigli da Quinto Sereno Sammonico, un erudito già tutore di Geta e Caracalla.



BIBLIOTECA DI TIBERIO  (o Biblioteba domus Tiberiane)

Un'altra biblioteca pubblica fu costruita da Tiberio e fatta annettere al portico del Tempio di Augusto. Nel II sec. d.c. Frontone e poi Gellio, e Flavio Vopisco nel IV sec. parlano ancora di una Bibliotheca Domus Tiberianae, ricca di opere latine, ma non sappiamo se è la stessa biblioteca annessa al Tempio di Augusto o un'altra voluta da Tiberio e inclusa nel suo palazzo. Secondo alcuni Tiberio ne edificò una nei pressi del tempio del Divo Augusto e ne ricavò un’altra all’interno del complesso palaziale della Domus Tiberiana.

Tiberio costruì insomma una biblioteca annessa al tempio di Augusto al Palatino (SVET., Tib. 74; PLIN., Nat. hist. XXXIV 43) che però venne dedicato soltanto al tempo di Caligola. L'edificio funzionava ancora nel 69 (SVET., Galba I) ma fu distrutto dal fuoco prima dell'anno 79 (PLIN., Nat. hist. XII 94) e restaurato da Domiziano insieme al tempio di Augusto (MART., Epigr. IV 53-, XII 3, 7 s99.).

BIBLIOTECA DI CELSO (Grecia)
Di questa Bibliotheca domus Tiberianae, ricca di opere della letteratura latina, parlano Frontone (Epist. IV 5) e Gellio (Noctes Att. XIII 2o, i) nel II secolo e Flavio Vopisco (SCRIPT. FIIST. AUG., Probus 2, I) nel IV secolo. Forse fondata dallo stesso Tiberio, ma improbabile che si tratti della biblioteca annessa al tempio di Augusto, trasportata al palazzo di Tiberio dopo l'incendio dell'edificio.

Alla morte di Augusto nel 14 dc., Roma aveva solo queste tre biblioteche pubbliche: quella di Pollione vicina al Foro; quella del Portico di Ottavia, vicino al Foro, e quella di Augusto sul Colle Palatino. Il suo successore Tiberio ne aggiunse una e forse due, sempre sul Palatino, ma non ne è rimasta traccia.

La biblioteca di Tiberio doveva esser stata di considerevole grandezza, dato che si racconta che fosse decorata con una statua di Apollo alta quasi 15 m e posta al centro della sala nel muro postriore, come per la Biblioteca Palatina,con due file di nicchie, una sopra all'altra, per le librerie, struttura poi compiata nelle biblioteche successive.


Due epigrafi romane ci informano che due impiegati di biblioteca che lavorarono durante il regno di Tiberio, Caligola e Claudio, cioè tra gli anni 14 e 54 dc. Una lapide in marmo bianco, fatta a forma di altare e decorata con sculture come si conviene a un uomo facoltoso, ricorda poi un certo Tiberio Giulio Pappo, che "era intimo con Tiberio e quindi responsabile di tutte le biblioteche degli imperatori da Tiberio Cesare fino a Claudio Cesare".
Un'altra lapide marmorea riporta di un certo "Tiberio Claudio Scirto, liberto di Augusto, Direttore delle Biblioteche"; Dunque un ex schiavo di Augusto, non solo liberato cioè reso liberto ma l'aveva onorato dell'alta carica di direttore delle biblioteche augustee.
Due iscrizioni funerarie riportano ancora di Scirto nominato o confermato da Tiberio come: "Direttore delle Biblioteche" (procurator bibliothecarum). Tiberio aveva sotto la sua tutela quattro o cinque biblioteche pubbliche che necessitavano di un responsabile. Si suppone anche che Scito non fosse uno studioso ma un semplice amministratore che aveva fatto carriera.
Una bibliotheca templi Augusti è citata anche da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia 34.43, che cita anche Gellio, 13.20.1 insieme a una domus Tiberianae bibliotheca



BIBLIOTECA DI VESPASIANO

Vespasiano aggiunse la sua biblioteca, testimoniata anche da Gellio, come parte del Tempio della Pace che eresse vicino al Foro dopo la fine della I guerra giudaica nel 70 dc., fra gli anni 71-75, a est del Foro di Augusto, che secondo Plinio, fu uno dei tre più begli edifici di Roma. Venne distrutta dal fuoco sotto il regno di Commodo e si crede restaurata da Settimo Severo e Caracalla (H. A, Tyr. trig., 31, 10). La biblioteca, ricordata da Gellio, sembra fosse ricca di opere di antiquari e grammatici latini. Alcune rovine pare siano state identificate per quella di Vespasiano, ma senza certezza e comunque troppo frammentarie per trarne  informazioni.
Nel 191, un altro incendio distrusse il Tempio della Pace di Vespasiano e sicuramente anche la biblioteca, ma furono entrambi restaurati completamente dato che erano in piena forma nel 357.



BIBLIOTECA TEMPLUM PACIS

Durante l’ anno 75 d. c. l’imperatore Vespasiano ne fece realizzare un’altra annessa al Templum Pacis, nel Foro della Pace, cioè all'incirca nella zona dove oggi via dei Fori Imperiali incrocia Largo C. Ricci. Secondo Plinio era uno dei tre edifici più belli di Roma; fu distrutta dal solito ricorrente incendio al tempo di Commodo e sembra venne restaurata da Settimio Severo. Secondo Aulo Gellio, l'autore delle Noctes Atticae, essa era ricca soprattutto di opere di autori latini.



BIBLIOTECA DI TRAIANO o BIBLIOTECA ULPIA

Fu memorabile la biblioteca "Ulpia" che Traiano fondò nel Foro da lui costituito nel 113, che Gellio (XI, 17, I) chiamò Bibliotheca templi Traiani e Flavio Vopisco designava, al principio del sec. IV, come Bibliotheca Ulpia (H- A., Aurel., I, 7. I, 10. 8, I. 24, 7; Tacitus, 8, 1: Carus et Numer., II, 3; Probus, 2, 1). I resti di una delle sezioni delle quali la biblioteca constava, e precisamente quello ad
occidente della Colonna coclide, ci sono stati restituiti nel corso di recenti scavi della zona imperiale.

Il Foro di Traiano si estende a fianco del Campidoglio, separato da questo da Via dei Fori Imperiali. Il Foro Traiano si riconosce immediatamente perchè da esso svetta alta nel cielo la famosissima Colonna Traiana con le rovine archeologiche della biblioteca che constava di due sale gemelle, una per le opere greche e una per quelle latine.
Mentre nella Biblioteca Palatina le sale erano affiancate, qui invece erano speculari, ai lati opposti del portico quadrato con la Colonna al centro. Chi voleva consultare opere in entrambe le lingue, doveva camminare circa 40 m da un'entrata, dopo il portico con la Colonna, e arrivare all'altra entrata.

La sala dalla parte del Campidoglio, a sud-ovest della Colonna, è ben conservata e i resti, sebbene stiano sotto Via dei Fori Imperiali, sono accessibili in un sotterraneo col soffitto formato da travi che sostengono la strada. Si possono vedere il pavimento, la porzione inferiore dei muri e una quantità di frammenti marmorei che provengono dalle decorazioni.
La biblioteca era ancora in piedi nel 456, perché un oratore che fece un panegirico per l'imperatore in quell'anno, si gloriò di aver ottenuto in ricompensa una sua statua tra quelle degli autori che ornavano la biblioteca.
Traiano non aveva badato a spese facendo usare marmo e pietra, materiale quasi tutto importato. Il pavimento era lastricato con grandi rettangoli di granito grigio d'Egitto, separato da strisce di marmo giallo del Nord Africa. Il materiale di costruzione dei muri, in cemento ricoperto di mattoni, era totalmente rivestito di pavonazzetto, proveniente dall'Asia Minore. Ogni nicchia era incorniciata con marmo bianco e sovrastata da una modanatura di marmo bianco. Le colonne che sorreggevano la galleria erano di pavonazzetto, con base e capitelli di marmo bianco, e stavano di fronte a pilastri di pavonazzetto che decoravano lo spazio della parete tra le nicchie.

La statua nella sala sul fondo era di marmo bianco, sicuramente di Traiano. La sala a sud-ovest, era spaziosa con 27,10 m ai lati e 20,10 m nella parte anteriore e posteriore. molto ariosa, dato che si alzava per due piani ed era coperta da un soffitto a volta, forse volte a crociera. Il muro che formava il retro della sala aveva al centro una sala per alloggiare una statua di grani dimensioni; ad entrambi i lati del recesso si trovavano un livello superiore e uno inferiore di nicchie per librerie, due per livello.

Le pareti che formavano i lati della sala avevano ognuno un livello superiore e inferiore di sette nicchie. Sotto il livello inferiore stava un podio, con tre scalini di fronte ad ogni nicchia per l'accesso ai libri. Le nicchie superiori sono andate distrutte, ma resta una fila di colonne sul podio nell'intervallo tra una nicchia e l'altra, sorreggendo la galleria del livello superiore.

Le nicchie delle parti laterali avevano una larghezza di m 1,6, mentre quelle del recesso sul retro erano  più strette, con 1,35 m in larghezza. L'altezza dovrebbe essere il doppio della larghezza, cioè 3,23 m. La profondità è di 0,625 m. La cornice marmorea delle nicchie lasciava uno spazio tra i lati delle nicchie con dentro le librerie di legno. Veniva inoltre lasciato dello spazio nel retro, dato che la profondità delle nicchie era maggiore della profondità delle librerie. Tutto ciò per evitare il contatto dei rotoli con le pareti, preservando i rotoli dall'umidità.
Con sette librerie superiori ed inferiori in ogni parete laterale e quattro su quella posteriore, si ottenevano 36 librerie, contenenti circa 10.000 rotoli. Raddoppiando per la biblioteca  gemella, diventano ben 20.000 rotoli. Tacito, Cfr. Scriptores Historiae Augustae 8.1., menziona un libro che si trovava "nella sesta libreria della biblioteca di Traiano" (in bibliotheca Ulpia in armario sexto).

Una scalinata sul retro dell'edificio forniva l'accesso alla galleria. La parte di fronte alla Colonna Traiana e all'altra sala gemella, era aperta; non c'era muro, ma solo quattro colonne coperte da trabeazione che servivano da entrata. Anzichè porte c'erano partizioni di bronzo poste tra le colonne quando si voleva chiudere le biblioteca. A nord-est l'entrata veniva illuminata dalla luce mattutina mentre le finestre negli altri tre lati del semicerchio formato dalle volte del tetto assicuravano luce per il resto del giorno.




LE BIBLIOTECHE DELLE TERME


Già dal II secolo ac., Roma aveva le sue terme pubbliche con le sue biblioteche anch'esse pubbliche.  Le biblioteche imperiali erano frequentate da scrittori, avvocati, filosofi, insegnanti, studiosi e così via ma non solo, visto che la fama di Roma come grande centro culturale e soprattutto degli studi latini attirava eruditi da tutto il mondo conosciuto. Dopo Traiano vennero costruite molte altre biblioteche a Roma, ma in modo da poter essere usufruite da un pubblico più vasto e differente. Insomma vennero
incorporate nelle terme pubbliche imperiali.

Queste biblioteche erano come al solito due sale, ognuna in un'abside poco profonda nel muro che recintava il grande complesso termale, una nella parete lungo il lato occidentale e l'altra nella parete lungo il lato orientale. I lettori che volevano consultare i libri in greco e latino, dovevano camminare circa 300 m. L'abside nel muro occidentale è abbastanza conservato: al centro della parete ricurva che formava il retro dell'area, c'era una grande nicchia per una statua; ad entrambi i lati c'erano nicchie per i libri - due file, una sopra l'altra, di cinque nicchie ciascuna, venti in tutto. Le nicchie, che misuravano 4,45 m di altezza, 2,06 m di larghezza e 0,73 m in profondità, sono più grandi di quelle della Biblioteca Palatina o della biblioteca del Foro di Traiano.


BIBLIOTECA DELLE TERME DI NERONE

Già dal II sec. ac., Roma aveva le sue terme pubbliche e diventarono così popolari che per la metà del secolo successivo ce n'erano circa duecento. Tuttavia solo gente facoltosa aveva i mezzi necessari per frequentarle: erano tutte di proprietà privata e facevano pagare l'entrata.
L'inconveniente finì quando il ministro di Augusto, Marco Vipsanio Agrippa, concesse ai cittadini romani le terme pubbliche gratuite.

Le prime grandi terme imperiali furono edificate da Nerone. Da cui il motto dell'epoca: "Che c'è peggio di Nerone? Che c'è meglio delle sue terme?" Ne sono rimaste scarsissime rovine.

Quelle che invece conservano molti resti che ne rivelano grandezza e splendore, sono le Terme di Traiano, terminate nel 109 dc., con diverse porzioni della biblioteca.

Gli imperatori successivi vollero essere ancor più munifici, e fecero costruire terme che non solo erano gratuite, ma erano anche decorate sontuosamente e attrezzate oltre misura. In aggiunta, oltre ad offrire tutti i normali servizi termali - sale calde, sale bollenti, bagni freddi, stanze dei massaggi, e così via - questi complessi venivano adibiti anche a centri ricreativi e culturali: intorno all'edificio che ospitava i servizi termali venivano costruiti giardini con viali per il passeggio, cortili per ginnastica o giochi, stanze per riunioni o spettacoli, e biblioteche.


BIBLIOTECA DI AGAPITO -  IV - V secolo d.cVEDI


BIBLIOTECA DELLE TERME DI DIOCLEZIANO

Più grandi delle Terme di Caracalla, furono quelle edificate nel 305 dc. da Diocleziano. Probabilmente c'era una biblioteca anche lì, ma non possiamo esserne sicuri, né potremo mai esserlo, dato che pare faccia parte delle porzioni interrate e che giacciono sotto le attuali costruzioni e strade 
di Roma.


BIBLIOTECA DELLE TERME DI CARACALLA

Nelle Terme di Caracalla, iniziate nel 212 , ci sono due sale dentro il muro di delimitazione, con circa 260 m di distanza tra gli angoli sud-ovest e sud-est. Mentre le biblioteche di Traiano sono absidali, quelle di Caracalla sono rettangolari di m 36,3 x 21,9.
I lati lunghi erano il frontale e il posteriore di ciascuna sala. Il frontale non aveva parete ma un imponente colonnato marmoreo di dieci colonne attraverso il quale si entrava nella biblioteca. Sicuramente c'erano pannelli di bronzo per chiudere la biblioteca di notte.

Al centro della parete posteriore c'era il solito recesso che doveva aver alloggiato la statua colossale dell'imperatore. Negli spazi ad entrambi i lati del recesso e lungo pareti laterali, c'erano le nicchie per le librerie, in due file sovrimposte, tre per fila ad ogni lato del recesso e cinque per fila su ogni parete laterale, per un totale di 32 librerie. Sotto la fila più bassa un podio con gradini di fronte ad ogni nicchia e colonne che sorreggevano il piano superiore.

Almeno da Traiano in poi le biblioteche fecero parte delle terme pubbliche e continuarono a farlo perlomeno fino all'inizio del III secolo. Un catalogo degli edifici importanti di Roma che risale al 350 indica che c'erano a quell'epoca XXIX biblioteche in città.
Le terme pubbliche erano frequentate da tutti, uomini e donne, giovani e vecchi, ricchi e poveri. Non solo ci si lavava e si nuotava ma ci si divertiva, si faceva sport, si passeggiava negli splendidi giardini ornati di statue, alberi, siepi e fontane, si giocava a palla, si ascoltavano discorsi eruditi, chiacchierare con amici, si assisteva a spettacoli, si mangiava o si andava appunto in biblioteca.



LA DECADENZA

Le antiche biblioteche di Roma cominciarono a decadere quando gli imperatori, sotto la minaccia barbarica, trasferirono le loro sedi lontano da Roma, ma soprattutto con l'affermazione del cristianesimo, durante il quale iniziò la decadenza della cultura con una riduzione fortissima dell'alfabetizzazione. Per giunta la cultuta greca e romana in qualità di culture pagane, vennero perseguitate e i libri furono in larga parte distrutti.

Già nel IV secolo d.c. le biblioteche di Roma erano abbandonate e deserte; la biblioteca di Alessandria venne distrutta alla fine del IV sec. nel famoso episodio in cui venne linciata e smembrata la giovane scienziata e matematica Ipazia, per istigazione del vescovo Cirillo che poi venne fatto santo.
In Oriente la biblioteca imperiale di Bisanzio rimase in funzione anche se con alterne vicende fino al sacco dei Turchi (1453).




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