VILLA DI PUBLIO FANNIO SINISTORE (Boscoreale)





La Villa di Publio Fannio Sinistore venne così chiamata per la presenza di questo nome su un vaso, anche se con molta probabilità era di proprietà di Lucius Herius Florus, come testimoniato dal ritrovamento di un sigillo.

La villa è una piccola struttura con un ambiente rustico di modeste dimensioni ed una zona residenziale. Gli affreschi presenti, tutti risalenti al 40-30 a.c. ed oggi conservati in diversi musei come il Metropolitan Museum di New York, al Museo archeologico nazionale di Napoli, al Louvre di Parigi e al Musée Royal de Mariemont a Morlanwelz, in Belgio, erano tutti in II stile pompeiano.

Tra i dipinti più rappresentativi una veduta di una città, presente in un cubicolo, una Venere con Eros con alla destra Dioniso ed Arianna e sulla sinistra le Tre Grazie, raffigurati invece sulla parete di un oecus ed ancora nello stesso ambiente sovrani macedoni ed ellenistici oltre a figure alate. Le opere di maggiori importanza sono rappresentate però da diverse megalografie, ossia affreschi a grandezza naturale



IL PAGUS

Questa piccola cittadina alle pendici del Vesuvio secondo alcuni autori si sarebbe chiamata Pagus Augustus Felix Suburbanus. I Pagus, da cui il termine "pagano" (usato dai cristiani in senso spregiativo per i seguaci della religione romana), era un territorio rurale con diverse ville, che divenne però un sobborgo (suburbius = sub urbis) della vicina Pompei in età augustea (27 a.c. – 14 d.c.)

- Tra la fine dell’Ottocento 1894-1895 e gli inizi del Novecento in questo territorio vennero scoperte una trentina di ville rustiche di piccole e medie dimensioni a conduzione familiare o gestite da schiavi, insieme però a sontuose ville residenziali.

- Nel 1900 riemerse la Villa di Publio Fannius Sinistore scavata nel Fondo Vona in Via Grotta a Boscoreale, con i suoi splendidi affreschi di tardo II Stile e megalografie simili a quella della Villa dei Misteri a Pompei.

Nel corso del I secolo appartenne a due proprietari tra cui Publius Fannius Synistor come risulta da un’iscrizione trovata in loco, ma cambiò proprietari nella sua fase terminale; non conosciamo però il nome di colui che la edificò e di chi commissionò gli affreschi.

CUBICOLO - METROPOLITAN MUSEUM DI NEW YORK

Il proprietario della villa è stato identificato come Publius Fannius Coepio, personaggio del seguito di Augusto ma si sa pure, grazie ad un sigillo rinvenuto, che negli ultimi tempi la casa dovette essere abitata da un certo Lucius Herius Florius.

La villa fu costruita intorno al 40-30 a.c, successivamente venduta all’asta nel 12 d.c..
Sappiamo che il rinvenimento della Villa fu dovuto a Vincenzo de Prisco, funzionario del Ministero delle Finanze ed archeologo dilettante, motivato soprattutto dall’introito che poteva ricavare dalla vendita illegale di queste opere; una per tutte la vendita del Tesoro di Boscoreale al Louvre.

Infatti gli affreschi della Villa di Fannius furono subito staccati, smembrati e venduti; oggi sono sparsi in tutto il mondo: da Napoli, a NewYork, a Parigi, ma anche in Belgio ed Olanda.

La villa era divisa in due parti: un sontuoso quartiere residenziale con al centro un grande peristilio e un quartiere rustico con magazzini, stalle, sotterranei, cucina e alloggi servili. Il Metropolitan Museum di New York, acquistò all’inizio del XX secolo gli affreschi staccati dal cubiculum M e ricostruì la stanza da letto integrandola con i pezzi originali.

La stanza presenta composizioni architettoniche con vedute prospettiche di vari edifici, recinti sacri, ma anche mura, propilei, torri, balconi e grotte.

Nel recinto superiore ci sono decorazioni di un recinto religioso con una statua di Ecate. Gli oggetti sono rappresentati così meticolosamente da sembrare reali; tra le colonne, sul lato sinistro, si scorge un santuario noto come syzygia (manifestazione complessa di un insieme divino) con una trabeazione sostenuta da due pilastri. Al centro del santuario la figura di una Dea con una fiaccola accesa in ogni mano.

L’architettura magnificamente dipinta va “illusoriamente” ed oltre misura, al di fuori dello spazio
occupato dalla stanza stessa, in un mondo favoloso e fantastico abitato da divinità, satiri, pescatori.

GLI ARGENTI - METROPOLITAN MUSEUM DI NEW YORK

SALVATORE DI GIACOMO
(poeta, drammaturgo e saggista)

Nell’agosto del 1894, seppi dall’avvocato Pietro De Prisco, a Boscoreale, la storia degli scavi intrapresi da suo fratello Vincenzo.

Voi conoscete certamente, caro signore, la favola posta in giro, da questi superstiziosi contadini, sulla scoperta che abbiamo fatto e sulla sontuosa villa pompeiana che i nostri scavi hanno rimesso alla luce. Si è detto che un nostro zio prete ci abbia indicato il pezzo di terra sotto il quale avremmo rinvenuto un tesoro: si è detto ch’egli, morendo, ci abbia raccomandato di scavare sotto le nostre viti e che seguendo il suo consiglio, noi ci siamo arricchiti con la suppellettile dei nostri padri antichi. Vi dirò, invece come sono andati i fatti.

Siamo quattro fratelli. Mio padre possedeva un pezzo di terra limitrofo a quello che apparteneva a un signor Pulzella. Il Pulzella scopre un avanzo di fabbrica remota. Continua lo scavo, penetra in una piccola stanzuccia sotterranea e s’inoltra in un secondo cubicolo. 

Ma qui, siccome egli era penetrato nella nostra proprietà, si dovette arrestare. E per venti anni ci tenne nascosta la sua scoperta. Intanto, morto nostro padre, nel 1888, toccò in sorte a mio fratello Vincenzo il terreno sotto il quale era penetrato il vicino. 

Mio fratello appura del tentativo del Pulzella, sospetta di aver sotto le sue viti qualche casa pompeiana, raccoglie un po’ di denaro e coraggiosamente continua lo scavo.Mio fratello scoperse subito un secondo e un terzo cubicolo. Tutte e due queste camere, comunicanti fra loro e con quella che aveva esplorato il Pulzella, facevano parte del bagno.

L’ultima di esse, il calidarium, aveva la sua vasca rettangolare rimpetto a una nicchia ornata e rivestita di stucco a spicchi. La precedeva il frigidarium col suo spogliatoio, e il così detto apoditerium precedeva tutte.

ARGENTI - METROPOLITAN MUSEUM DI NEW YORK

”Si scava ancora, si va avanti ed ecco il serbatoio dell’acqua, ed ecco venir fuori la caldaia che presenta un sistema riscaldatore affatto nuovo. Ed ecco vasi, anfore, utensili da cucina, utensili campestri; vetri, anelli, monete…"

"E infine quel tesoro d’argenti lavorati al quale vostro fratello ha fatto pigliare tranquillamente la via di Francia".
“È vero. Ma sono seguite, in Italia, tali circostanze, riguardo al fatto degli argenti, che mio fratello non ha potuto far a meno di avviarli per la via d’oltr’Alpi."
Il cagnuolo dell’avvocato, che ci aspettava nel cortile, ci precedette, scodinzolando allegramente, fino allo scavo e si mise, a un tratto, ad abbaiare davanti a una porta.

La porta s’aperse di dentro in una specie di fossato quadrato ov’ erano ancora in piedi le mura e si vedevano stanze delle quali alcune avevano un leggiadro pavimento a mosaico. Riconobbi la parte rustica della villa, con la sua cucina che aveva nel centro il suo focolare di mattoni e nella parte nord-est l’impronta d’una grande scansia di legno. 

Ecco il larario, la cella vinaria, la stanza rurale ove Vitruvio raccomandava che si tenessero le vanghe, le forcine, le falci, le zappe, strumenti che furon qui tutti rinvenuti sul posto e che ora fanno parte del bel piccolo Museo De Prisco a Pompei. 

Un vasto locale, pur a pianterreno, era serbato per i dolia, ne’ quali il ricco proprietario poneva il vino, il grano, la carne salata, perfino il miglio che occorreva a’ suoi uccelli. Ecco la cameretta del portinaio, che rimase asfissiato mentre fuggiva e cadde colla mano sulla bocca: l’impronta di gesso del suo cadavere è lì, nello stesso Museo De Prisco.

ARGENTI - METROPOLITAN MUSEUM DI NEW YORK

Vidi ancor la caldaia, vidi il bagno, col suo bel pavimento a mosaico, diverso in ogni stanzetta del bagno stesso. In una camera vicina il De Prisco aveva raccolto: una svariata collezione di lampade, le tegole e le grondaie del tetto, i dadi, o tesserae, con cui giocavan gli schiavi, le anfore pel vino, alcune delle quali, dette litteratae, avevano sulla pancia, inciso, il nome del vino o quello del suo fabbricante. Su di una leggo:

G. F. SCOMBR
SCAVRI
EX OFFICINA SCAVRI

e su di un’altra:
GEMINIAN - T. T. H.

In una scodella sono monete d’oro, d’argento, di bronzo, pietre preziose, anelli, monili, amuleti: in un coccio di vetro è del vino quasi pietrificato, ma che, soffregato, odora ancor forte. E lì, su un’altra tavola, accanto alla forma del villicus o portinaio, è il gesso del mezzo busto d’un cadavere femminile, il cadavere d’una vecchia, la quale ha sulla bocca un panno che le si rannoda dietro, sopra la nuca…

Per sei anni non si parlò, né a Napoli né fuori di Napoli, del tesoro di Boscoreale. Il silenzio era stato interrotto soltanto quando i giornali francesi avevano annunziato la compera che aveva fatto il Rothschild dell’argenteria preziosa rinvenuta nel pozzo della villa pompeiana e il dono che, dallo stesso Rothschild, era venuto al Louvre di quella splendida, forse unica collezione di coppe, di vasi, d’anfore e piatti lavorati a sbalzo da’ più aristocratici e squisiti artefici greci. 
Poi tutto tacque e il nostro Governo si consolò della perdita con l’acquisto d’un interessante mosaico scavato a Torre Annunziata e rappresentante Platone in mezzo a’ suoi discepoli. (Si tratta del mosaico rinvenuto il 14 luglio 1897 nel fondo della Signora Giuditta Masucci-d’Aquino sito in contrada Civita del comune di Torre Annunziata. In tale fondo fu scavata una villa rustica dal 31 maggio 1897 al 12 novembre 1898)

METROPOLITAN MUSEUM DI NEW YORK
Una nuova casa, assai più vasta della prima che fu scoperta nel 1894, è venuta a luce a un tiro di fucile da quella, e Vincenzo De Prisco, che aveva comprati altri terreni intorno al campicello. Nella nuova casa il De Prisco non trova argenti, non utensili degli usi domestici o campagnoli, non monete, non impronta di cadaveri d’uomini o bestie. 
Ma le antiche pareti rimaste in piedi hanno svelato alla meraviglia e all’ammirazione nostre i più interessanti affreschi i quali, fin ad oggi, si siano rinvenuti in queste esplorazioni pazienti del vasto territorio pompeiano.

Un pagus abbastanza folto di ville e di villette, d’uno stile architettonico la cui fisionomia rivelatrice scombussola un tantino la teoria archeologica de’ così detti quattro stili vitruviani.
Prima maniera de’ decoratori antichi fu, come si legge nello scrittore romano, d’imitare le varie combinazioni che si fanno con incrostazioni di marmo.

Seguirono cornici con riquadrature di giallo e di rosso; edifici coi rilievi delle colonne e dei frontespizi, scene tragiche o comiche, paesaggi nei corridoi e, in alcuni luoghi, anche quadri con figure, rappresentanti immagini di Dei, o favole, o fatti di guerre di Troia, o viaggi di Ulisse.

Ma – soggiunge Vitruvio – queste pitture, che gli antichi copiavano da cose vere e possibili, sono adesso, per depravato costume, disusate in tutto. Gl’intonachi offrono allo sguardo confuso non creature ma mostri. Scambio di colonne son canne sulle pareti: invece di frontespizi son pur lì arabeschi ornati da foglie ricce, o da viticci o da candelabri che reggono figure: sui teneri gambi di fiori ipotetici stanno altre figure sedute!
Ottant’anni dopo la morte di Vitruvio, la storia delle decorazioni pompeiane diventa, da quel tempo fino alla catastrofe del 79, ancor più confusa, e agli archeologi e agli studiosi delle vicende dell’arte riesce sempre più difficile la conoscenza dell’aspetto esterno della casa romana.

Nella penombra di un vasto locale ove il De Prisco conserva adesso, staccati da’ muri, que’ magnifici quadri, io son rimasto lungamente a contemplarli, mentre la memoria degli occhi miei s’andava, a mano a mano, risovvenendo di analoghe rappresentanze, intravedute, or qua or là, nelle riproduzioni di scenari architettonici dipinti in anni più assai vicini a noi. 
AFFRESCO DEL CUBICOLO
In qualcuna di codeste romane architetture mi è parso di ritrovare il motivo germinatore di quegli sfondi quattrocenteschi su’ quali or si agitano le figure suggestionanti della Torre di Babele di Benozzo Gozzoli, or quelle bizzarre e tenere del Botticelli, o tra una folla di cavalli e di armati, le guerresche figure del Carpaccio.

Ecco gli stessi pensili balconcelli sporgenti, ecco le travi quadrate e rosse che ne reggono il peso e vengon fuori simmetricamente dal muro, ecco torricelle quadrangolari sormontate da piccoli tetti a scaglioni e, più in su, colonnati che non sono fantastici e che quasi terminano più severamente e più sontuosamente la fabbrica assorgente.

Nella parte bassa ella ha una porta dal cui disegno armonioso non si scostano quelli della nostra Rinascenza: le riquadrature, gli ornati, la elegante cimasa sull’architrave, lo stile de’ battenti degli usci, che alla mano del visitatore offrono un mascherone il quale addenta un largo anello, le colonnine laterali a capitello jonico, tutto questo è stato evidentemente imitato nel nostro bel Cinquecento: due secoli hanno più da vicino profittato degli elementi svariati che forniva loro l’arte antica.
Gli affreschi architettonici rinvenuti dal De Prisco non appartengono ad alcuno di quelli additati dal Vitruvio come arbitrari: un sentimento ragionevole ha guidato la mano del pittore e l’ha fatta obbedire alle leggi comuni della prospettiva e della statica. 
CITAREDA - METROPOLITAN MUSEUM DI NEW YORK
Ma chi, visitando Pompei e scendendo dal Foro verso le Terme private, si mette dietro la Basilica, vede una parte della città costruita a scaglioni sul posto delle demolite mura di cinta.

Così si fece, quando, sotto la dominazione romana, la ridente colonia venerea vide assicurata la sua pace. Così a un punto del vasto anfiteatro di Napoli noi vediamo, affacciantisi nelle acque azzurrine del golfo, le ville di Mergellina e di Posillipo, incantevoli presepi popolati di torri, di colonnati biancheggianti e di terrazze.
Guardate la suonatrice di cetra: ella, fra tante filarmoniche ritrovate in effigie a Pompei, ha una fisionomia più viva, più espressiva, più reale. Chi ha posato per questo quadro simpatico e vivace? Si direbbe quasi che sia stata la padrona di casa. 
E quella piccina che le sta accanto ed ora fissa i grandi occhi neri maliziosi nello spettatore come dovette, nel momento in cui fu ritratta, affissarli nel pittore che le aveva forse detto di rimanersene lì per conferire maggior verità al dipinto, quella piccina non è forse una qualche servetta? 

(L’affresco della cosiddetta “citareda” è anch’esso al Metropolitan Museum di New York e proviene dal grande “triclinio” o “sala di Afrodite” con il fregio a figure megalografiche).

La casa scavata ultimamente dal De Prisco è disposta su due livelli. Vi si accede dal più basso. Il vano di accesso non è ancora stato scoperto, ma esso era certamente posto nella parte bassa, la quale, più che ad atrio, è configurata a peristilio. Una stalla assai vasta e un lararium si son trovati a levante di questa parte della villa; ad occidente era la cella vinaria. 
Nella parte alta è un peristilio esastilo in tutti i quattro lati e sul lato destro del peristilio sono le camere da letto, il bagno e la latrina: di rimpetto stanno due triclini, uno estivo, l’altro invernale. La figurina di genietto riprodotta in questo articolo era sulla parete di entrata al triclinio invernale. Gli affreschi – più di cento – si son trovati sparsi qua e là sulle pareti del portico del secondo peristilio.
(Il genio alato fu acquistato nel 1903 dal Louvre di Parigi e proviene dal lato sinistro dell’accesso al grande triclinio, mentre un altro, posto sul lato destro dell’ingresso alla sala, è oggi conservato all’Allard Pierson Museum di Amsterdam).
METROPOLITAN MUSEUM DI NEW YORK
Il Ministero della Pubblica Istruzione ha incaricato un’apposita Commissione per gli studii sulla nuova casa e sulle sue pitture. Aspettiamo con viva impazienza questo giudizio. La pubblicazione officiale sarà, a quanto si dice, sontuosa."

IL SEGUITO
La commissione citata dall’Autore era stata eletta nell’agosto 1900 dal Ministro della Pubblica Istruzione on. Niccolò Gallo e doveva riferire al ministro circa l’importanza o meno dei dipinti e se quindi essi dovessero essere conservati allo Stato impedendosene l’esportazione all’estero. 
La commissione, riunitasi più volte, stabilì all’unanimità la grande importanza degli affreschi ed espresse il parere che tutti dovessero essere acquistati dallo Stato, perché di enorme interesse artistico. Ma le raccomandazioni caddero nel vuoto. 
Nel 1903 infatti gli affreschi della villa furono messi all’asta e il Governo Italiano acquistò solo pochi pezzi, determinando così la dispersione del gruppo di opere. (viene solo da piangere!) Di Giacomo si riferisce agli affreschi del cubicolo o stanza da letto dell’appartamento nobile. Tali affreschi sono oggi conservati al Metropolitan Museum di New York. Essi furono venduti al museo statunitense dagli antiquari Canessa di Napoli nell’agosto 1903.





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