DECIMO GIUNIO GIOVENALE ( 50-127d.c.)




Nome: Decimo Giunio Giovenale
Nascita: 50 d.c.
Morte: 127 d.c.
Professione: retore e poeta










LETTERA DI MARZIALE A GIOVENALE

«Mentre tu forse ti aggiri inquieto,
Giovenale, per la chiassosa Suburra,
o consumi la collina di Diana signora;
mentre da una soglia all'altra dei padroni
la toga sudata ti sventola e su e giù
per il Celio maggiore e il minore ti schianti le gambe,
me, dopo tanti dicembri, la mia bramata,
Bilbili, superba d'oro e di ferro,
ha accolto e fatto contadino».
………….
«.mi godo lunghi e sfacciati sonni.
 per recuperare quanto ho perduto a Roma
dove per trent'anni non ho mai potuto dormire.
Qui si ignora la toga; se chiedo una veste, mi si dà
la più vicina, da una sedia azzoppata.
E quando mi alzo, mi accoglie il focolare
con una gran bracciata di sterpi del querceto qui accanto,
che la contadina incorona tutto intorno di pentole.
Così mi piace vivere, così mi piace morire».

Decimo Giunio Giovenale (50-127 d.c.) visse al tempo degli imperatori Traiano ed Adriano, tra il I e II sec. d.c.. Nacque ad Acquino, nel Lazio, da una famiglia poco benestante secondo alcuni per cui dovette andare a Roma, diventare clientes e pagarsi così gli studi di retorica,  rivelando ben presto scarso interesse per la filosofia, ma secondo altri la sua famiglia era benestante per cui potè fornirgli, prima ancora di venire a Roma, di tutti gli studi necessari.
Le notizie sulla sua vita sono poche e incerte, ricavabili dai rari cenni autobiografici presenti nelle sue sedici Satire scritte in esametri giunte fino ad oggi e da alcuni epigrammi a lui dedicati dall'amico Marziale. Sembra che venisse adottato da un ricco liberto,  probabilmente soldato prima e poi maestro di scuola, prima di redigere, a Roma e già in età avanzata (forse quarantenne), le 16 "Satire" che compongono la sua opera. Forse esercitò l’avvocatura, ma probabilmente con scarso successo. Non mostra amare, invece, la filosofia.

Poiché nella prima satira, scritta poco dopo il 100 d.c., si definisce non più iuvenis (v.25), quindi almeno quarantacinquenne, la data di nascita deve essere approssimativamente fra il 50 e il 60. Intorno ai trent'anni cominciò forse ad esercitare la professione di avvocato, dalla quale però non ebbe i guadagni sperati e ciò lo convinse a dedicarsi alla scrittura, alla quale arrivò in età matura, circa a quarant'anni.



 IL CLIENS INSODDISFATTO

Visse soprattutto all'ombra di uomini potenti, nella scomoda posizione di cliente, come del resto il suo amico Marziale, ha contatti anche con Stazio e Quintiliano, ma forse questa condizione ebbe anche rovesci di carriera, o per lo meno si creò delle inimicizie. Privo di libertà politica e di autonomia economica fu proclive al pessimismo, ma non fu l'unica causa, perchè Giovanale era piuttosto invidioso di chi aveva successo e il fatto di non riuscire a farsi amicizie lo attribuiva alla sua incapacità di fingere. Pertanto chi sorrideva era un falso, e solo lui era sincero.
Giovenale, di indiscussa bravura, era tuttavia un misantropo e soprattutto le donne che odia apertamente e che pertanto, come i potenti, non saranno state amichevoli con lui. Giovenale odiava i protetti di successo e odiava le donne che avrebbe voluto totalmente asservite ai maschi, inoltre odiava ferocemente gli omosessuali, che denigrano la classe del maschio potente. (forse proprio a causa delle allusioni più o meno esplicite contenute nella sua opera): per questo motivo, a 80 anni, secondo alcuni, sarebbe stato fatto governatore dell'Egitto dall'imperatore Adriano (in realtà, si sarebbe trattato di un esilio). E lì sarebbe morto, di sicuro dopo il 127 (ultimo accenno cronologico rinvenibile nelle sue satire).

Giovenale considerò la letteratura mitologica ridicola, troppo lontana dalla morale corrotta in cui viveva la società romana del suo tempo, così considerò la satira indignata non soltanto la sua musa e l'unica forma letteraria in grado di denunciare l'abiezione della società contemporanea. Del resto nella civiltà che lo attorniava, ebbe in orrore tutto ciò che non è "romano": detestava gli orientali, l'ellenismo, i liberti arricchiti, tutto ciò che, a suo giudizio, sottraeva ai romani le proprie conquiste.

L'eterno rimpianto dei tempi antichi è per Giovenale rimpianto della sopraffazione dell'uomo sulla donna, dei padri sui figli di cui avevano diritto di vita e morte, e soprattutto della condanna agli omosessuali. Ovvero l'omosessualità andava bene solo se esercitata sugli adolescenti, una pedofilia insomma, ma tra pari era molto sconveniente.
Ma Cesare faceva sesso con donne e uomini, e tutti adulti, e Ottaviano che amava solo la sua livia ed era un moralizzatore, considerava Mecenate come un fratello, e Mecenate era omosessuale.



COME PERSIO

Come scrittore di satire, Giovenale è stato spesso accostato a Persio, anche se Giovenale non crede che la sua poesia possa influire sugli altri  perché non ha fiducia nell'uomo, in lui sono connaturate l'immoralità e la corruzione.

I motivi di questo canonico accostamento sono i seguenti:
- entrambi manifestano l'intenzione programmatica di ricollegarsi alla tradizione della satira latina di Lucilio (più che di Orazio);
- entrambi rivestono il ruolo del poeta censore del vizio e dei costumi ed utilizzano le forme ed i toni dell'invettiva: la satira non è più il sorriso condiviso tra poeta e lettore sulle comuni miserie dell'umanità, ma il grido di sdegno del maestro di morale che addita ex cathedra i comportamenti negativi; essi dunque recuperano il rigorismo cinico-stoico, un atteggiamento etico profondamente inviso ad Orazio;
- dal punto di vista dello stile, condividono entrambi il manierismo anticlassico che emerge come reazione al classicismo di regime, rispettivamente augusteo (Persio) e flaviano (Giovenale). La destinazione dei loro scritti è ormai esclusivamente la recitatio, e gli espedienti retorici utilizzati sono studiati e diretti a questo fine;
- sono inoltre sorprendentemente accomunati dalla cronologia relativa alla tematica che trattano: Giovenale scrive dell'età di Persio (quella giulio-claudia), pur vivendo diversi decenni dopo: nella satira 1° afferma infatti polemicamente che parlerà dei morti, non perché i vivi siano meno corrotti, ma perché i defunti non sono in grado di vendicarsi.

Mentre la satira di Lucilio ed Orazio era una conversazione costruttiva, arguta, garbata, ironica verso gli altri e verso se stessi, la satira di Giovenale, come quella di Persio, è irosa, livida e moralista, piena di quella rabbia suscitata dalle aspettative insoddisfatte. Orazio prende nota e in fondo ride della piccineria di certi uomini, Giovenale è rabbioso perchè questi uomini piccini sono stati preferiti a lui.

L'intento moralistico, come in Persio, è una delle componenti più importanti di Giovenale, così come l'astio sociale, perchè nessuno darebbe i giusti onori ai grandi letterati come Mecenate, Virgilio ed Orazio che invece ebbero nel periodo augusteo, perché i tempi sono mutati, e lui è povero e solo.

Questa avversione alle iniquità e le ingiustizie, che lo portò anche a  versi di protesta, interpretata da alcuni come spirito democratico, non fu in favore degli emarginati, che anzi disprezzava come deboli, ma contro coloro che avendo il potere non gli riconoscevano il suo valore. Più che un democratico  Giovenale fu un idealizzatore del passato, quando il governo aveva una sana moralità "agricola".

Negli ultimi anni della sua vita il poeta rinunciò alla violenta indignazione per un atteggiamento più distaccato e indifferente, riavvicinandosi alla tradizione satirica. Le riflessioni diventano più pacate, ma della vecchia rabbia coperta.



LA POESIA E LA RETORICA

« Stulta est clementia, cum tot ubique
vatibus occurras, periturae parcere chartae »
« È stupida clemenza,
in questo brulicare di poeti,
graziare carte condannate al macero »
(Sat. I, 1, 17-18)

Con Giovenale si afferma la seconda corrente sofistica, costituita da autori come Tacito e Giovenale ma anche dai poeti novelli, cioè quelli che riprendevano con un'imitazione manieristica la poesia alessandrina e i neotereoi. Adriano stesso era uno di questi poetae novelli.



PUBBLICAZIONE DELLE SATIRE

Le Satire di Giovenale costituiscono l'unica produzione letteraria giunta ai nostri giorni del poeta latino: 3873 esametri, suddivisi in 16 satire, pubblicate in 5 libri secondo un ordine forse indicato dall'autore stesso:
I:    1-5;
II:   6;
III:  7-9;
IV: 10-12;
V:   13-16.
Divisibili anche in due gruppi:

1-7: componimenti più originali in cui prevale l'indignatio;
6-16: componimenti in cui il tono è maggiormente tradizionale e moralistico;

Dell'ultima satira ci rimangono solo i 60 esametri iniziali. Questa lacuna, presente in tutti i codici deriva sicuramente dalla perdita di una pagina dell'archetipo, secondo Ettore Paratore. Le satire di Giovenale sono l'ultima espressione del genere definito da Quintiliano come romano per eccellenza (satura tota nostra est, Quint. Inst. orat., X, 1, 93), il che tra l'altro doveva convenire benissimo a Giovenale, odiatore dei Graeculi e della loro letteratura e filosofia.

Intorno al 100 Giovenale pubblica la prima raccolta di satire, in età relativamente avanzata se, come sembra ragionevole, era più anziano o coetaneo di Marziale. È il suo momento di sbottare: Semper ego auditor tantum? Dovrò sempre stare solo a sentire? (Sat. I,1).


La Data

Probabilmente la morte di Domiziano nel 96 e anche l'amicizia con Marziale, che gli dedicò diversi epigrammi, lo spinsero ad uscire allo scoperto,  per farsi finalmente ascoltare.
La composizione o la pubblicazione è da collocarsi grazie a poche ma sicure indicazioni cronologiche interne fra il 100 e poco dopo il 127 d.c. Infatti nella Prima satira (che però non tutti gli studiosi ritengono la prima in ordine cronologico) si trova un accenno al processo contro Marco Prisco, proconsole d'Africa ed emulo di L.Verre, mosso da Plinio il Giovane nel 100, mentre un'allusione al consolato di Lucio Emilio Iunco (cos. 127) compare nella quindicesima satira, la penultima:
« Nos miranda quidem, sed nuper consule Iunco
gesta super calidae, referemus moenia Copti. »
« noi invece una strana vicenda, accaduta da poco, quando era console Iunco
narriamo quale avvenne tra le mura della calda Copto, »
(Sat. XV, 5, 27-28)
In base a questo accenno è lecito ritenere che la pubblicazione sia di poco posteriore al 127. Nella stessa satira Giovenale riferisce di una conoscenza diretta dell'Egitto, che è tra i pochi tratti biografici sicuri, ma che probabilmente ha dato origine alla diceria riferita in un breve biografia, probabilmente del IV sec. riportata dal codice Pithoeanus in base alla quale Giovenale sarebbe stato inviato in Egitto in esilio da un potente personaggio offeso da una sua satira, per morirvi poco dopo di crepacuore.
Scrisse comunque fino all'avvento dell'imperatore Adriano e non si sa con certezza la data della sua morte, sicuramente posteriore al 127, ultimo termine cronologico ricavabile dai suoi componimenti.



LO STILE

Giovenale non è snello e scorrevole come quello di Orazio, ma altisonante e magniloquente; si perde il gusto del ridiculum in favore del sublime, con un intenzionale riferimento alla tragedia ("stile satirico sublime"): insomma molto di testa e poco sentito, se non nella rabbia giustificata da un intreccio di moralismi.
Il presunto "realismo" giovenaliano non è la realtà: tutto in lui è esasperato, contorto e grottesco.
L'intento della satira di Giovenale è diverso da quello di Orazio che dà un divertente spaccato della società, e pure di Persiom che intende detrahere pellem, strappare la maschera di perbenismo della società, lo scopo di Giovenale è invece di restituire, o almeno così crede, il senso del male ad una società che ne ha perso la cognizione ed esibisce il vizio come una moda. Per cautelarsi da odi e vendette, attacca in genere le generazioni passate, l'ambientazione abbraccia principalmente l'età giulio-claudia e l'età dei Flavi.
Infine non bisogna dimenticare un altro tratto caratteristico dello stile giovenaliano: la tendenza alla sententia lapidaria ed icastica, che condensa una situazione in un flash di straordinaria efficacia. Gran parte dei "modi di dire" latini di uso comune in italiano proviene da Giovenale ("panem et circenses", "quis custodiet
custodes?", "mens sana in corpore sano", etc.).
Metro: esametro.



LE SATIRE

Tutta la società romana del suo tempo è da Giovenale giudicata e condannata: i figli viziosi dell'aristocrazia, soggiogati dai vizi importati dall'oriente, la plebe si pasce di spettacoli gladiatori e corse (panem et circenses) le donne, piuttosto  che filare la lana nella domus del marito o del padre, sono diventate ninfomani,  come la Messalina/Licisca nella sesta satira.
L'indignazione di Giovenale non è giustificata perchè ai suoi tempi la ricchezza non è più il solo appannaggio dell'aristocrazia dominante ma sorgono nuove classi facoltose di nuove mercanti, liberti compresi, le scuole sono ormai aperte a tutti e la cultura dall'élite senatoria si estendono a nuove aree di popolazione e si arricchiscono della finezza culturale greca, nuove convenzioni sociali e nuove leggi consentono un miglioramento della condizione femminile, ma ciò non piace a Giovenale, che odia la raffinatezza, la cultura greca, le donne e i gay.

Per Giovenale è difficile non scrivere satire per via della quotidiana indignatio, strumento scelto per la denuncia dei vizi degli uomini. Denuncia non rivolta verso individui in particolare, per via della scarsa libertà politica dell'epoca. Giovenale vede lo sfacelo morale dei suoi tempi dove i suoi coetanei vedono l'approssimarsi di una nuova "età dell'oro" dopo la fosca stagione domizianea.
Non crede alla possibilità di un riscatto e rinnega il pensiero moralistico tradizionale che propone, di fronte alla corruzione e al vizio, risposte di carattere filosofico (la posizione del saggio stoico), di morale sociale. Giovenale non solo rifiuta, ma anzi demistifica questa morale consolatoria, che in ultima analisi lascia tutti i vantaggi pratici ai corrotti, riservando alle persone oneste solo il conforto della propria integrità morale: ben magra consolazione, di fronte al piatto vuoto.
Gli oggetti di denuncia sono:

- la realtà;
- il clientelarismo; nella seconda satira parla della salutatio mattutina e della sportula (ossequio al patrono con relativa mancia);
- la corruzione dei costumi; nella terza satire racconta di Umbricio, onesto e povero cliente, che con un discorso lungo e approfondito critica la vita romana attuale e la Roma greca, rievocando il mos maiorum (costume degli antichi) ormai corrotto dalle influenze orientali;
- la futilità dei problemi affrontati dall'imperatore; nella quarta satira narra del dono di un rombo (un pesce) all'imperatore, il quale convoca il consiglio imperiale per decidere come cuocerlo;
- la donna; nella quarta satira fa invettiva contro la donna nel matrimonio;
Nella seconda parte della produzione satarica di Giovenale al posto dell'indignatio subentra il ludus, quindi l'ironia e lo scherno.


Gli argomenti

Libro 1°:

I - Introduzione - contro le declamazioni Il poeta si chiede quanto dovrà sopportare che cattivi poeti e letterati occupino la ribalta, assieme a tutti gli altri corrotti. Il poeta decide di descrivere quel che vede, anche se conviene alla fine con un interlocutore che è più sicuro parlare dei morti. Giovenale sostiene che la sua satira si oppone alle vacue declamationes alla moda e la sua Musa ispiratrice è la dilagante corruzione morale: di fronte allo spettacolo del vizio assunto a sistema di vita è "difficile est saturam non scribere"; se anche la natura si oppone, i versi li fa l’indignazione: si natura negat, facit indignatio versum.
Il perchè se la prenda coi cattivi poeti e non con chi li giudica sembra evidente. Giudicare chi ha il potere è pericoloso.

II - Vengono ora colpiti i viziosi che fingono virtù; poi coloro che mascherano i loro vizi sotto il mantello della filosofia greca. Gli Orientali sono per Giovenale l'estremo della degradazione umana, siano essi Graeculi che sussurrano nelle orecchie dei loro protettori, togliendo spazi ai buoni romani di stirpe rustica (come l'autore) che così sono ridotti alla vita miserabile del cliente, o Egiziani descritti come poco più che bestie, dedite al cannibalismo.
Persino una cortigiana, Larronia, li giudica severamente; almeno lei non nasconde i propri vizi, e le donne perdute, con poche eccezioni, non affettano costumi maschili; ma i pervertiti invece si vestono effeminatamente in pubblico; c'è chi difende cause in vesti trasparenti, chi sposa un suonatore di corno; ma peggio ancora che partecipare ai misteri della Bona Dea, vestito e truccato da donna, è quel che ha osato fare un Gracco, quando è sceso come gladiatore nell'arena. Insomma fustiga l'ipocrisia dei perbenisti e insieme l'omosessualità dilagante, per lui una vera fissazione.

III - caotica e decadente Roma. Un amico del Poeta, di nome Umbricio, lascia Roma resa invivibile dal caos e dalla mancanza di ordine pubblico per stabilirsi in Campania. Alla corrotta, persino pericolosa vita nell'Urbe e la modesta ma sana e virtuosa vita nei piccoli municipi italici. Roma è una città i cui quartieri poveri sono pericolosi e malsani, a differenza delle fastose dimore dei ricchi; beati i tempi che, sotto re e tribuni, videro Roma contenta di una sola prigione.
- In una cittadina assistiamo a una rappresentazione teatrale, col pubblico che assiste rapito, ben diverso dallo smaliziato e schizzinoso pubblico dell'Urbe, e con i maggiorenti confusi e indistinguibili tra la folla.
IV - Uno dei bersagli preferiti di Giovenale, un liberto arricchito, ha speso una somma enorme per una triglia che mangerà da solo. Su questo spunto si innesta la narrazione di una seduta dei consiglieri dell'Imperatore Domiziano (adombrato nella perifrasi calvo Nerone) convocati in gran fretta per decidere della... cottura di un rombo di enormi dimensioni che un pescatore aveva appena recato in dono. La scena termina coi consiglieri che, sempre in bilico sul baratro della disapprovazione, gareggiano in piaggerie.

V - Descrive il disagio dei clientes umiliati alla cena del ricco Virrone attraverso il dialogo con un cliente che, una volta tanto, invece di dover fare la fila per la sportula è stato invitato a cena dal suo patrono; ma anche così, quale differenza fra il cibo che gli viene servito e quello del padron di casa e degli ospiti di riguardo! Al poveretto non è nemmeno permesso dare opinioni sul servizio; i raffinati schiavi che servono il padrone (a lui è destinato un magro africano) lo guardano di traverso. Se solo un dio gli donasse la rendita di un cavaliere, tutto cambierebbe, ma in realtà il patrono fa questo, insinua Giovenale, solo per godersi lo spettacolo delle sue sofferenze.


Libro 2°:

VI - Contro le donne, immorali e viziose. E' la più lunga (occupa da sola un intero libro); un vero saggio di misoginia, mettendo al bando l'immoralità e i vizi delle donne. Per correggere la pazzia di un amico che vorrebbe sposarsi, nonostante Roma offra innumerevoli modi di suicidarsi, Giovenale descrive a quali abissi di corruzione le donne siano ormai giunte, sedotte dagli esempi della malsana letteratura greca e dal desiderio di apparire sofisticate; notevole in particolare la descrizione dell'insaziabile lussuria di Messalina, prima moglie dell’imperatore Claudio, che si  si prostituisce nei bordelli col nome di Licisca, “lassata viris, nondum satiata, recessit” (stanca, ma non sazia, smise) Messalina, definita Augusta meretrix ovvero "prostituta imperiale"
Ma la disapprovazione si estende a tutte le donne che non rispettino il modello ideale della matrona dei tempi della repubblica, quindi anche alle donne troppo colte o desiderose di avere un ruolo nella società.  .
Le descrizioni  di Giovenale sui comportamenti delle matrone romane sono piene di livore, si racconta di avvelenamenti, omicidi premeditati di eredi sia pure i propri figli, gli schiavi maltrattati, e ovviamente tradimenti e leggerezze morali imperdonabili agli occhi di Giovenale. Significativa questa frase pronunciata da una matrona come riassuntiva di quanto esposto: "O demens, ita servus homo est?" ("Oh stupido, così schiavo è l'uomo?")(satira VI,222).


Libro 3°:

VII - La decadenza degli studi, delle arti e della letteratura è legata alla crisi dei costumi: Chi vuol declamare deve affittarsi le sedie per gli spettatori, Stazio deve vendere un suo poema inedito ad un mimo, perché non c'è più un Mecenate. Inutile anche cercare la gloria come storico, avvocato, maestro di declamazione; la sola speranza ormai è nell'intervento dell'Imperatore.

VIII - Tema della nobiltà di nascita e di spirito. La vera nobiltà: nascere titolati non significa essere nobili; quella che conta è la nobiltà dei sentimenti. La nobiltà che risiede solo nella illustre progenie, e non ha da esibire che alberi genealogici o statue di antichi consoli non ha alcun valore; Cetego e Catilina con le loro azioni indegne hanno trascinato la loro famiglia nel fango, e un homo novus senza antenati ha guadagnato gloria imperitura opponendo alla loro corruzione le virtù italiche.

IX - In forma dialogica, un ritratto vivido e umoristico di un povero gigolo, Nevolo,  un omosessuale che si guadagna da vivere soddisfacendo gli appetiti dei ricchi e all'occasione delle loro mogli, che si lamenta del suo destino e anela a un'impossibile "redenzione": in pochi squarci lirici delle satire vediamo una rappresentazione idealizzata ma commossa della vita nei municipia, nelle antiche e un po' dimenticate città italiche come Aquino, sua patria. Si lamenta comicamente della propria condizione soggetta agli sbalzi d'umore dei suoi "patroni", e vagheggia un improbabile mutamento di fortuna.


Libro 4°:

Nel 4° e 5° libro Giovenale assume un atteggiamento più distaccato, pur non rinunciando del tutto alla violenta indignatio, propugna come unici veri beni quelli interiori, quali la virtù, mentre quelli esteriori non sono che apparenza e non portano alla felicità, con uno stile un po' stoico, ma non convince.

X - Sulla insensatezza dei desideri umani. Se quello che chiediamo agli Dèi non ci giova perché continuiamo a chiederlo? Ricchezza e potere sono causa di rovina, come per Seiano, delle cui statue fuse sono stati fatti pitali. La fama di oratore è stata esiziale a Demostene e Cicerone; se questo avesse solo pubblicato i suoi ridicoli versi sarebbe morto di vecchiaia, ma la sua seconda filippica lo ha perduto. Una lunga vita? guarda Nestore e Priamo, vissuti per vedere la rovina della patria o della famiglia. La bellezza che le madri implorano per i figli fu fatale a Lucrezia, a Ippolito, a tanti altri. Solo desiderio lecito è mens sana in corpore sano. Siamo noi a fare dea la Fortuna e l'innalziamo in cielo.

XI -  Il poeta invita l'amico Persico ad una cena in una sua casa in campagna; non si aspetti cibi lussuosi o lusso sfrenato, come presso tanti riccastri di Roma, alcuni dei quali si sono ridotti alla miseria. Cibi sani e gustosi, freschi, serviti da schiavi che non soffrono il freddo e le percosse, non sanno scalcare alla perfezione, ma ti guardano in faccia e capiscono il latino se li interroghi. Niente danzatrici seminude, ma letture da Omero e Virgilio, e piacevoli conversari su chi sia il miglior poeta, poi, dimentichi delle beghe familiari e dei giochi in corso a Roma, un bel bagno di sole e un salto alle rustiche terme, piaceri da godere con moderazione. Ma se Giovenale ama tanto il vivere parco, perchè si arrabbia tanto per il lusso altrui?

XII - Contro i cacciatori di eredità. Il poeta sta per celebrare con un sacrificio la salvezza insperata di un amico naufragato; non certo perché spera di ereditare da lui (ha già tre figli) ma per amicizia. Nessuno ormai conosce questo puro sentimento, tutto si fa per interesse; se c'è una ricca eredità in ballo qualcuno potrebbe arrivare a sacrificare sua figlia, come Ifigenia.


Libro 5°:

XIII - Questa volta si scaglia contro gli imbroglioni. Un amico ha subito una truffa per diecimila sesterzi, Giovenale tenta di consolarlo con una serie di consolidati luoghi comuni; non sa forse che dare denaro al prossimo è pericoloso? guarda nei tribunali, quante cause di questo tenore; e se anche si vince, raramente si recupera il denaro. Per fortuna i sesterzi non erano duecentomila! Chi ruba non crede più agli Dèi, o si convince che non si interessino a lui, ma aspetta che gli capiti un malanno, ecco che lo assale la paura della punizione. il rimorso, non la vendetta, è la prova che gli Dèi non sono ciechi e sordi.

XIV -  Tema dell’educazione dei figli e dell’utilità degli exempla. Giovenale esalta l’educazione che un tempo i genitori impartivano ai propri figli, fondata sull’onestà e sulla parsimonia. Nell’epoca contemporanea invece contano solo i soldi: "nessuno ti chiede donde venga il denaro, purché tu ne abbia". E' la cattiva educazione che i figli ricevono dai genitori tramite l'esempio; perché meravigliarsi se un figlio sperpera il resto del patrimonio che il padre ha quasi dilapidato costruendo ville? La figlia di un'adultera impara l'arte nella stessa casa materna. Sola l'avarizia non si insegna, i giovani non vi prestano orecchio, solo da anziani possono diventarlo.. Però impareranno la disonestà perfettamente e il padre che l'ha inculcata ne farà presto le spese; il padre si premunisca contro il veleno. Al cattivo esempio dei contemporanei è decisamente preferibile la moderazione dei buoni tempi antichi;

XV - Quando il poeta si trovava in Egitto ha assistito ad un terribile conflitto tra due città del Delta in cui uno degli sconfitti è stato sbranato e divorato. Giovenale prende spunto da questo episodio di cannibalismo verificatosi in Egitto nel 127 per attaccare superstizione e fanatismo religiosi; gli uomini dovrebbero sentirsi tutti fratelli, ora invece sono peggio dei serpenti; perché c'è chi non crede a Polifemo e ai Lestrigoni?  Proprio questa satira potrebbe avere originato la notizia del viaggio in Egitto dell'autore ormai ottuagenario.
Avendolo l'imperatore Adriano allontanato da Roma, con il pretesto di un incarico militare, per punirlo di alcuni versi offensivi nei confronti di un suo protetto (forse il bellissimo Antìnoo), pur nell'incertezza della notizia, emerge proprio da questa satira, vv. 43-45, una conoscenza diretta dell’Egitto: "… per la corruzione dei costumi, come io stesso ho constatato, quel popolo barbaro non è inferiore alla famigerata Canopo".

XVI - Giovenale descrive i privilegi della vita militare. E' incompleta. Si tratta solo di un frammento di sessanta esametri in cui il poeta elenca ad un amico, secondo il consolidato schema, i vantaggi della vita militare; il soldato è giudicato nella sua coorte e chi vuole testimoniare contro deve aver coraggio a sfilare davanti a tutti quei soldati. Anche questa satira è alla base delle dicerie circa il presunto incarico militare in Egitto di Giovenale.



L'ESITO

Giovenale non è mai menzionato (con l'eccezione di Marziale) da scrittori contemporanei, o del II e III secolo. La prima menzione come autore è in Ammiano Marcellino, XXVIII,4, 14, attorno al 380. Gli scrittori cristiani apprezzarono il moralismo e l'odio contro la Roma pagana. In generale, dal Medioevo in poi, tutti gli scrittori di satire vi si ispirano (Dante Alighieri lo pone nel limbo delle anime illustri Purg. XXII, 13-15), anche se scelgono il modello di Orazio.

IL GIOVANE GIOVENALE
Rispetto ad Orazio le satire di Giovenale sono molto più veementi, meno controllate per via dell'intensità del contenuto. incontrerà il favore del pubblico nel IV. Ben noto fu anche a Petrarca, agli umanisti, poi ad Ariosto, Parini, Alfieri, Hugo e Carducci.
Bene accolta dal cristianesimo fu pure la sua misoginia. Giovenale odia le donne, in special modo quelle emancipate e libere, a suo dire oscene e spudorate, in parole povere quelle che non lo ameranno mai.

Ma forse ancor più odiata fu l'omosessualità, che Giovenale divide in due categorie, quello che non può farne a meno e quello che lo fa di nascosto. Entrambi sono per lui condannabili, ma il secondo  particolare, perchè può nascondersi ed essere stimato nonostante l'onta. Così il poeta rimpiange l'antico pastore latino non contaminato dai costumi orientali,  contrapposto al molle omosessuale  urbano e raffinato. Ne è talmente scandalizzato che nella seconda satira dice sulle unioni tra omosessuali:
« Liceat modo vivere; fient, fient ista palam, cupient et in acta referri »
« Vivi ancora per qualche tempo e poi vedrai, vedrai se queste cose non si faranno alla luce del sole e magari non si pretenderà che vengano anche registrate. »
(Giovenale, Satira II, vv 135-136.)

Il disprezzo per gli omosessuali chiama in causa anche gl'imperatori Ottone e Domiziano, sfiorando il reato di lesa maestà (satira VII, 90-92) per via del quale si suppone sia stato esiliato in Egitto alla fine della sua vita: avrebbe infatti osato prendersi gioco della relazione tra l'imperatore Adriano e il bellissimo Antinoo, suo amante noto soprattutto per la sterminata quantità di ritratti pervenutici. Tuttavia, la notizia del presunto esilio di Giovenale ci è tramandata da un anonimo biografo addirittura del VI secolo.

E' evidente la paura di Giovenale per le proprie tendenze omosessuali, che, come accade ancora oggi, tanto più si fanno esigenti tanto più devono essere represse violentemente all'esterno, senza poterle riconoscere al proprio interno.

Muore dopo il 127 (termine post quem ricavabile dal riferimento ad un fatto accaduto sotto il consolato di Iunco del 127), ma non conosciamo la data precisa.



SATIRE 3.1 - 20

Anche se sono turbato per la partenza di un vecchio amico,
tuttavia lo approvo per il fatto che ha deciso di stabilirsi nella
solitaria Cuma, e di donare almeno un cittadino alla Sibilla.
Cuma, porta di Baia, è un approdo piacevole, luogo di rifugio
delizioso. Io poi alla Suburra preferisco persino Procida.
Infatti quale luogo, tanto misero, tanto desolato abbiamo visto,
da non ritenere che sia peggio aver timore degli incendi, dei
continui crolli, dei mille pericoli di questa città tremenda, e dei
poeti che recitanto i loro versi in pieno agosto?
Mentre tutta la casa trovava posto su un carro solo, Umbricio si
fermò presso gli archi antichi e l’umida porta Capena.
Qui, dove di notte Numa dava convegno alla sua amica, ora
tempio e bosco della sacra fonte s’affittano ai guidei, i cui unici
beni sono un cesto e del fieno (ogni albero infatti deve pagare la
sua tassa al popolo e la selva, dopo che sono state allonanate le
Camene, è ridotta in miseria); scendiamo nella valle di Egeria e
nelle sue grotte, differenti da quelle naturali.
Come sarebbe più presente la volontà del dio nelle acque, se
l’erba chiudesse ancora con una cornice verde le unde e i marmi
non violassero il tufo nativo.


- E le opportunità di riso universale che lui offre,  le
sottovaluti? Un mantello informe e sdrucito, una toga
sordida come poche, una scarpa col cuoio rotto che  si
slabbra o i margini di tutti quegli strappi ricuciti che
mostrano lo spago or ora usato!
Niente di piú atroce ha la sventura della povertà che
rendere l’uomo oggetto di riso. ‘Vergogna, fuori! via dai
cuscini dei cavalieri chi non ha il censo imposto dalla
legge! il posto è riservato ai figli dei ruffiani, in qualunque
casino siano nati! Qui, tra i rampolli azzimati di  un
gladiatore o di un maestro d’armi, può battere le mani solo
il figlio di un banditore ben nutrito!
’ Cosí piacque a
quell’inetto di Otone che volle segregarci.

- Accade mai che sia ben visto un genero con meno averi e
dote della sposa, qui, fra questi? che un povero sia
nominato erede? o accettato in consiglio dagli edili? Da
tempo avrebbero dovuto i Quiriti in miseria a schiere
serrate migrare. Non è facile che emerga chi alle proprie
virtú vede opporsi la penuria del patrimonio; a Roma poi
lo sforzo è disumano: una casa da miserabili costa
un’enormità e cosí mantenere servi o mangiare un
boccone. Farlo poi con stoviglie di terraglia ci sembra una
vergogna, ma non lo troveresti indegno scaraventato in
mezzo ai Marsi o alla tavola dei Sabini, dove un saio
ruvido e scolorito ti farebbe felice.
Del resto, diciamo la verità, in gran parte d’Italia la toga
s’indossa solo da morti. Persino quando le solennità
festive vengono celebrate in un teatro d’erba e sulla scena
torna una farsa ben nota, mentre tremano i marmocchi in
grembo alle madri per il ghigno livido delle maschere,
vestiti tutti a un modo puoi vederli, dai posti d’onore a
quelli del popolo; e agli edili, come segno dell’alta carica,
 basta una tunica bianca per primeggiare.
Fra noi invece l’eleganza dell’abito è tutto e il superfluo si
attinge a volte in borse altrui. Male comune questo:
viviamo tutti da straccioni pieni d’arie. Ma perché farla
lunga? a Roma tutto ha un prezzo. Per salutare Cosso
qualche volta o perché Veiento, sia pure a labbra chiuse, ti
getti uno sguardo, tu quanto paghi? Chi si rade, chi ripone
la chioma dell’amato e la casa trabocca di focacce  in
vendita: prendile e tienti stretta questa fregatura. Come
clienti, non c’è verso, siamo costretti a versare tributi, ad
aumentare i redditi di servi per benino.


- E qui Umbricio dice:
«A Roma non c’è piú posto per un lavoro onesto, non c’è
compenso alle fatiche; meno di ieri è ciò che oggi possiedi
e a nulla si ridurrà domani; per questo ho deciso di andarmene
là dove Dedalo depose le sue ali stanche, finché un
accenno è la canizie, aitante la prima vecchiaia e a Lachesi
resta ancora filo da torcere: mi reggo bene sulle gambe e
senza appoggiarmi a un bastone: giusto il tempo per
lasciare la patria.
Artorio e Càtulo ci vivano, ci rimanga chi muta il nero in
bianco, chi si diverte ad appaltare case, fiumi e porti,
cloache da pulire, cadaveri da cremare e vite da offrire
all’incanto per diritto d’asta.
Un tempo suonavano il corno, comparse fisse delle arene
di provincia, ciarlatani famosi di città in città; ora offrono
giochi e quando la plebaglia abbassa il pollice decretano la
morte per ottenerne il favore; poi, di ritorno, appaltano
latrine. E perché mai non altro? Sono loro quelli che la
fortuna, quando è in vena di scherzi, dal fango solleva ai
massimi gradi.
Ma io a Roma che posso fare? Non so mentire. Se un libro
è mediocre non ho la faccia di lodarlo o di citarlo; non so
nulla di astrologia; non voglio e mi ripugna pronosticare la
morte di un padre; non ho mai studiato le viscere di rana;
passare ad una sposa bigliettini e profferte dell’amante lo
sanno fare altri, e di un ladro mai sarò complice: per
questo nessuno mi vuole quando esco, come se fossi un
monco, un essere inutile privo della destra.
Chi si apprezza oggi, se non un complice, il cui animo in
fiamme brucia di segreti, che mai potrà svelare?
Niente crede di doverti e mai ti compenserà chi ti fa parte
di un segreto onesto; ma a Verre sarà caro chi sia in grado
di accusarlo quando e come vuole.
Tutto l’oro che la sabbia del Tago ombroso trascina in
mare non vale il sonno perduto, i regali che prendi e con
stizza devi lasciare, la diffidenza continua di un amico
potente.
La gente che piú cerco di evitare, quella amatissima dai
nostri ricchi, faccio presto a descriverla e senza  riserve.
Una Roma ingrecata non posso soffrirla, Quiriti; ma
quanto vi sia di acheo in questa feccia bisogna chiederselo.
Ormai da tempo l’Oronte di Siria sfocia nel Tevere e con
sé rovescia idiomi, costumi, flautisti, arpe oblique,
tamburelli esotici e le sue ragazze costrette a battere nel
circo.
Sotto voi! se vi piace una puttana forestiera con la mitra
tutta a colori! O Quirino, quel tuo contadino indossa
scarpine e porta medagliette al collo impomatato! Lasciano
alle spalle Sicione, Samo, Amídone, Andro, Tralli o
Alabanda, tutti all’assalto dell’Esquilino o del colle che dal
vimine prende nome, per farsi anima delle grandi casate e
in futuro padroni.
Intelligenza fulminea, audacia sfrontata, parola pronta e
piú torrenziale di Iseo, eccoli: chi credi che siano? Dentro
di sé ognuno porta un uomo multiforme: grammatico,
retore, pittore e geometra, massaggiatore, augure,
 funambolo, medico e mago, tutto sa fare un greco che ha
fame: volerebbe in cielo, se glielo comandassi.
In fin dei conti non era mauro, sàrmato o trace quello che
s’applicò le penne, ma ateniese d’Atene.
Ed io? non dovrei evitare la porpora di questa gente? che
prima di me firmi un documento o sul letto migliore alle
cene si stenda chi a Roma è giunto con lo stesso vento che
porta prugne e fichi secchi? Non conta proprio niente,
nutriti d’olive sabine, aver respirato sin dall’infanzia l’aria
dell’Aventino? Adulatori senza pari, questo sono, gente
pronta a lodare le chiacchiere di un inetto, le fattezze di un
amico deforme, a confrontare il collo oblungo di un
invalido con quello di Ercole mentre da terra solleva
Anteo, ad ammirare con voce strozzata che piú stridula
non è nemmeno quella del gallo quando copre la sua
gallina. Adulazioni simili anche a noi sarebbero permesse,
ma a quelli per lo piú si crede. Quale attore infatti meglio
di un greco interpreta Taide, la moglie o Dòride senza un
velo di trucco? Non è un commediante che recita, è una
donna! E giureresti che dal ventre in giú sia tutto una
pianura sgombra con alla fine un’esile fessura.
Antíoco, Stràtocle e Demetrio, con quell’effeminato di
Emo, non sono eccezioni di meraviglia: è tutto un paese di
commedianti. Ridi e lui scoppia a ridere piú forte; vede un
amico in lacrime e lui piange senza provar dolore; ai primi
freddi invochi un po’ di fuoco e lui indossa una pelliccia;
dici che hai caldo ed eccolo che suda.
Troppo diversi siamo, è chiaro: chi notte e giorno senza
posa è in grado di assumere l’espressione dei visi  altrui,
pronto ad applaudire e lodare se l’amico ha ruttato bene,
pisciato senza inciampi o se il pitale d’oro ha rimbombato
finendo capovolto, ha tutto dalla sua.
Aggiungi in piú che niente è sacro o al sicuro dal  loro
cazzo, non la madre di famiglia o la figlia vergine, non il
moroso imberbe o il figlio intatto; e se non c’è di meglio ti
stuprano la nonna.
 [Per farsi temere non c’è segreto che gli sfugga della tua
casa.] Ma lascia perdere le chiacchiere che si fanno ai
ginnasi, visto che parliamo di greci, e ascolta la
scelleratezza di un maggiorente paludato: quel vecchio
stoico intendo, cresciuto sulla riva dove caddero le penne
 del cavallo di Gòrgone, che denunciandolo fece uccidere
Bàrea, discepolo e amico. Dove regna un Protògene,  un
Ermarco o un Dífilo, che per vizio innato non vogliono
amici in comune, ma solo a sé legati, non c’è posto per un
romano. Basta una goccia di veleno, sí, quello di patria
natura, istillato da un greco in orecchie meschine, e subito
vengo messo alla porta, perdendo anni e anni di servizio:
in nessun luogo importa meno disfarsi di un protetto.
Non illudiamoci che l’affannarsi in corse notturne  di un
poveraccio avvolto nella toga abbia rispetto e merito, se un
pretore può scaraventare di brutto il littore a salutare il
risveglio di Albina e Modia, prima che il collega lo preceda
dalle due vedovelle. 




LE MASSIME FAMOSE

- Dovrò io sempre soltanto ascoltare?
Semper ego auditor tantum?


- L'onestà è lodata e muore di freddo.
Probitas laudatur et alget. (I, 74)


- Da ciò le ire e il pianto. (I, 168).
Inde irae et lacrymae.


- Nessuna fiducia nell'aspetto esteriore. (II, 8)
Frontis nulla fides.


- Nei numeri è la sicurezza.
Defendit numerus. (II, 46)


- La critica è indulgente coi corvi e si accanisce con le colombe.
Dat veniam corvis, vexat censura columbas. (II, 63)


- Che cosa farò a Roma? Non so mentire.
Quid Romae faciam? Mentiri nescio. (III, 41)


- Ciascuno ha tanta reputazione
quanti sono i quattrini nella sua cassaforte.


- Quantum quisque sua nummorum servat in arca,
tantum habet et fidei. (III, 143-144)


L'amara povertà non ha in sé nulla di più crudele
del fatto che rende ridicoli gli uomini.
Nil habet infelix paupertas durius in se
quam quod ridiculos homines facit. (III, 152-153)



- Non è facile emergere per coloro alle cui virtù è ostacolo la scarsezza dei mezzi.
Haud facile emergunt quorum virtutibus obstat res angusta domi. (III, 164)


- Tutti qui viviamo in una condizione di ambiziosa povertà. (III, 182-183)
Hic vivimus ambitiosa | paupertate omnes.


- A Roma tutto | ha a un prezzo.
Omnia Romae | cum pretio. (III, 183-184)


- Un uccello raro sulla terra, e in tutto simile a un cigno nero.
Rara auis in terris nigroque simillima cycno. (VI, 165)


- Ma chi farà la guardia ai guardiani stessi?
Sed quis custodiet ipsos custodes? (VI, 347-348)


- Nulla è più insopportabile di una donna ricca. (VI, 460)
Intolerabilius nihil est quam femina dives.


- Un uomo fortunato è più raro di un corvo bianco.
Felix ille tamen corvo quoque rarior albo. (VII, 202)


- Tutti desiderano possedere la conoscenza, ma relativamente pochi sono disposti a pagarne il prezzo.
Omnes discere cupiunt artem oratoriam, sed nemo magistris vel rhetoribus debitam dignamque laboris molestissimi mercedem vult solvere. (VII)


- La virtù è la sola e unica nobiltà. (VIII, 20)
Nobilitas sola est atque unica virtus.


- Pane e giochi.
Panem et circences. (X, 81)

- Animo equilibrato in un corpo sano.
Mens sana in corpore sano. (X, 356)


- Nessun colpevole può essere assolto dal tribunale della sua coscienza. (XIII, 2-3)
Se | iudice nemo nocens absolvitur.


- Un uomo subisce una pena infamante per un crimine che ad un altro conferisce una corona. (XIII, 105)
Ille crucem sceleris pretium tulit, hic diadema.


- La vendetta è il piacere abietto di una mente abietta. (XIII, 190-191)
Semper et infirmi est animi exiguique voluptas | ultio.


- Il bambino ha diritto a tutto il rispetto.
Maxima debetur puero reverentia. (XIV, 47)


- Quanto più i quattrini aumentano, tanto più ne cresce la voglia.
Crescit amor nummi quantum ipsa pecunia crevit. (XIV, 139)


- La natura, dando le lacrime al genere umano, attesta di averlo dotato
anche di un cuore facile alla commozione.


- Questa è la parte migliore della nostra coscienza.
humano generi dare se natura fatetur,
quae lacrimas dedit. Haec nostri pars optima sensus. (XV, 131-133)

- Chi abbraccerebbe la virtù per se stessa, se anch'essa non riservasse dei vantaggi?


- Coloro per i quali l'unica gioia consiste nel mangiare possono dare soltanto quell'unico, bestiale significato alla propria esistenza.


- È pura follia fare una vita da poveraccio per essere ricco quando morirai.


- I giovani sono tutti diversi tra loro; i vecchi, invece, si assomigliano tutti.


- Il viaggiatore con le tasche vuote al ladro canterà in faccia.
- In molte case un amante ha salvato un matrimonio in crisi.


- Le lacrime delle donne sono solo sudore degli occhi.


- L'infelice povertà nulla ha in sé di più doloroso, che l'esser esposta ai motteggi degli uomini.


- Molti individui, come i diamanti grezzi, nascondono splendide qualità dietro una ruvida apparenza.


- Nessuno ha mai raggiunto gli abissi della malvagità tutti in un colpo.


- Questo voglio, così comando, che il mio volere valga da ragione.


- Se vuoi gustare veramente un piacere, conceditelo raro.


- Una moglie perfetta, bella, elegante, ricca, feconda, di buona famiglia e di ottima moralità ­ ammesso che esista ­ sarebbe insopportabile per chiunque. Quale nobiltà, quale bellezza, quale virtù valgono tanto da sentirsele rinfacciate di continuo?

- Puoi vedere il figlio di gente libera scortare lo schiavo di
un ricco; e un altro regalare a Calvina o a Catiena quanto
incassa un tribuno di legione, per godere di loro una o due
volte; ma tu, se ti arrapa il faccino di una puttana in
ghingheri, ti blocchi ed esiti a far scendere Chione dal
trono.


- Produci a Roma un testimone degno di chi ospitò la dea
dell’Ida, si mostri Numa o chi dal tempio in fiamme salvò
l’atterrita Minerva: prima s’indagherà sul censo, per ultimo
sulla moralità. ‘Quanti schiavi mantiene? quanta terra
possiede? con che numero e ricchezza di piatti cena?’

- Ognuno gode di fiducia pari al denaro che serra in
cassaforte. 


- Su tutti gli dei puoi giurare, di Samotracia o nostri, l’idea è
che un povero, snobbato dagli stessi dei, non tenga conto
delle folgori divine.



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