COLONNA ANTONINA






COLVMNA DIVI MARCI

La colonna di Antonino Pio era un'antica colonna situata nel Campo Marzio, nella Roma Imperiale, eretta tra il 161 e il 162 in onore dell'imperatore Antonino Pio e di sua moglie Faustina maggiore da parte degli imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero.
Oggi, a causa dell'incuria e di un incendio, ne resta solo la splendida base, che dà un'idea della sua bellezza, conservata nei Musei Vaticani.

La colonna sorgeva di fronte all'Ustrinum Antoninorum, dove era avvenuta la cremazione del corpo dell'imperatore ed era in granito rosso egiziano, il prezioso marmo utilizzato già al tempo dei faraoni per la costruzione degli obelischi. 

L'USTRINUM ANTONINORUM IN CUI E'
VISIBILE LA COLONNA ANTONINA
A differenza della precedente colonna di Traiano e della successiva colonna di Marco Aurelio, costruita pochi anni più tardi, questa colonna non possedeva decorazioni sulla superficie del fusto. Si sa che misurava 14.75 m in altezza e 1.90 in larghezza e che ospitava alla sua sommità una statua di Antonino Pio, come mostrato in una moneta con l'effigie dell'imperatore. Era inoltre recintata da uno steccato o da una cancellata.

I resti della colonna vennero riportati alla luce nel 1703, quando alcuni edifici nella zona di Montecitorio vennero rasi al suolo, e dissotterrati nel 1705 da Francesco fontana, figlio di Carlo Fontana. 

La colonna era rotta in più punti. Secondo Giuseppe Vasi in una descrizione delle sue stampe nel Libro II - Le Piazze principali con obelischi, colonne ed altri ornamenti, Clemente XI voleva rialzarla ma l'idea venne abbandonata poiché alcune parti erano andate perdute. 

Di certo al papato non mancavano i mezzi per sostituire i pezzi mancanti nè le maestranze adatte, direi che ne aveva di eccezionali all'epoca, ma non se ne fece niente e i resti vennero accatastati vicino a palazzo Montecitorio. Essendo stato tuttavia Papa Clemente uno dei più illuminati in fatto di arte viene da pensare che le guerre d'Europa all'epoca dovettero preoccuparlo più dell'obelisco.

Viene anche da chiedersi che fine avesse fatto la statua dell'imperatore, dato che usava porle in bronzo dorato sopra le colonne, seppur rovinata doveva purtuttavia essere visibile, invece nessuno ne accenna.

ANTONINO PIO E FAUSTINA
Dal che deriva che o era già stata rinvenuta e fusa o venne fusa successivamente per sostituirla con la statua di S. Paolo.

Anche Benedetto XIV pensò di rialzare la colonna, tanto che nel 1741 ordinò all'architetto Ferdinando Fuga di posizionare il basamento, riccamente decorato e restaurato tra il 1706 e il 1708 subito dopo la sua scoperta, al centro di piazza Montecitorio. 

Però si limitò al basamento e su di esso fece erigere una statua. Ma il risultato raccolse molte critiche. Nel 1759, durante il pontificato di Clemente XIII, i frammenti della colonna, depositati in alcuni capannoni, vennero stranamente danneggiati da un incendio. Dico stranamente perchè il marmo si bruciava nelle calcinare, cioè nei forni, per cui un incendio di piccolo conto non poteva danneggiare granchè.
Risulta un ulteriore tentativo di restauro nel 1764, ma anche questo con pochi risultati.

Fu Pio VI che nel 1789 decise di utilizzare quanto rimaneva della colonna per restaurare l'obelisco di Montecitorio, ritrovato nel 1748. Questa scelta venne effettuata poiché il granito rosso esiste solo in Egitto e non vi erano possibilità di importarlo, perchè le cave erano praticamente esaurite e il poco che restava veniva venduto a caro prezzo.

Oggi ne rimangono solo la base (custodita nel cortile della Pinacoteca ai Musei Vaticani sin dal 1787 e soggetta già a forti restauri) e la terminazione, con la firma dell'architetto Eraclide e la data di estrazione dalla cava, del 106 d.c.




IL BASAMENTO

La base è composta da un grande dado, con quattro facce sulle quali si trovano tre rilievi e un'iscrzione dedicatoria con l'Apoteosi di Antonino Pio e Faustina.

Sul lato opposto è rappresentata infatti l'apoteosi di Antonino Pio e di sua moglie Faustina mentre ascendono verso gli Dei sorretti da un genio alato Aion, genio signore del tempo e dell'eternità. Il genio regge in mano i simboli del globo celeste e del serpente ed è affiancato da due aquile romane.

Ai due lati, in basso, proteggono l'apoteosi la Dea Roma, in abito amazzonico e seduta presso una catasta di armi, e la personificazione del Campo Marzio, rappresentato come un giovane che sorregge l'obelisco importato da Augusto da Eliopoli ed utilizzato per la monumentale meridiana del Campo Marzio.

L'impostazione del rilievo è tipica delle scene di apoteosi, come si nota nell'Apoteosi di Sabina in un rilievo dal cosiddetto arco di Portogallo, l'ingresso del Tempio del Sole.
Mentre le figure della parte inferiore sono statuarie e sedute o distese, la figura superiore al centro domina la scena, una figura alata e in movimento, che si innalza obliquamente recando in cielo i personaggi da deificare.

Le due figure imperiali, in alto, sembrano già appartenere a un mondo superiore, che ha però come base le due figure in basso, enormi e divine seppur terrene.

Nonostante alcune critiche sulla staticità delle figure in basso un po' troppo accademiche, il contrasto della figura alata dirompente e impetuosa, dona all'insieme una plasticità emotiva e vibrante come poche, con una squisita fattura che dà rilievo ai significativi particolari,  come lo scudo di Roma personificata e il delicato panneggio della figura sdraiata. 

Sugli altri due lati sono rappresentate due scene quasi identiche, riguardanti le due consacrazioni delle figure imperiali, una per Antonino e una per Faustina, al mondo del divino e della storia. Vi sono raffigurati i membri del rango equestre intenti a celebrare il decursio o decursius, ovvero la giostra a cavallo durante la cerimonia funebre, coi relativi vessilliferi, all'esterno, e un gruppo di pretoriani all'interno.

Questo rito, che doveva aver avuto luogo attorno all'ustrino dove si era svolta la cerimonia di cremazione, prevedeva due tempi: anzitutto la processione a piedi con i lari e i penati, poi la giostra a cavallo. Nella raffigurazione le due cerimonie vengono invece necessariamente rappresentate insieme.

Il moto circolare della giostra, con i cavalieri posti su due piani principali, in file di due o tre, poggianti su sottili lembi di terreno ad altezze diverse, come visti di scorcio dall'alto già è in parte presente nella colonna Traiana ma qui arditamente sottolineato con un effetto di mobilità e movimento.

Il  contrasto tra sfondo levigato e l'animata scena accentua l'effetto plastico dell'insieme, accentuando illusoriamente il rilievo e il movimento delle figure.

LA DECURSIO


LANCIANI

Per ciò che spetta alla colonna del divo Marco, se ne trova frequente ricordo negli Atti del Consiglio comunale. Cosi nella seduta del 9 luglio 1573 Girolamo del Bufalo e Virgilio Crescenzi furono deputati ad esaminare lo stato del monumento, e riferire sulle opere necessarie al suo ristauro. Con diligenza, della quale ben pochi esempi si potrebbero trovare nell'archivio Capitolino, i deputati ebbero compiuto il lavoro in dodici giorni, dimandando al Consiglio la somma di 500 scudi, per far fronte alle spese, e questa somma fu loro concessa nella seduta del giorno 28. 

Ma non per questo fu riparata la colonna, che minacciava rovina a causa di uno squarcio ai due terzi dell'altezza, del quale si ha il ricordo nella vignetta 34 di Stefano du Perac « [Colonna mezza guasta dal fuoco al segno A] » . 

Infatti nella seduta dell'11 aprile 1578 torna di nuovo in discussione la proposta del 1573, e si vota che, tanto i travertini sopravvanzati alle fabbriche di Campidoglio, quanto i condotti di pietra, riconosciuti inutili per la distribuzione dell'acqua Vergine, si debbano vendere, e il prezzo ottenuto dall'asta « applicari debeat ad Coluranam antoninam conservandam ».

Il prezzo deve essere stato stornato una seconda volta: poiché agli 11 di agosto del 1586 il Consiglio, nuovamente chiamato a deliberare « super columna Antonini reparanda » ricorre un'altra volta all'eròico mezzo di eleggere una Commissione « ne tam nobilis et honorata antiquitas ad nihilum redigatur » .

La Commissione riuscì composta del priore dei Caporioni, di Girolamo Altieri, e di Paulo e Battista del Bufalo, ma non concluse nulla, sapendosi da ognuno che la colonna sarebbe certamente crollata senza l'energico intervento di Sisto V. Ligorio, Torin, XV, e. 101' dice: «la spira qui sotto [di una base finamente intagliata] fu dell'ornamento di uno dell'edifitij dell'ordine corintio che fu già dove è la colonna historiata dell'Antonini, dove furono cavati molti marmi et sassi quadrati, ma quei pochi ornamenti che ivi erano, tutti sono stati consumati da Scarpellini ». 

Sullo stato e sull'aspetto della piazza Colonna verso la metà del cinquecento vedi il Ball. com. tomo XXX, a. 1902, p. 239 e seg. tav. X. Era circondata dalle case di Ambrogio Lilio, dei Sederini, degli Ubaldi, dei Simii, dei Bufalo - Cancellieri, e dei lacobacci, ognuna delle quali ricca di marmi di scavo. La prima, quella del Lilio o Gigli, conteneva scolture trovate, forse, nella vigna « a la radice del colle de gli Hortoli » descritta dall'Ai dovrandi a p. 198 della edizione Mauro.

Circa le case dei Bufalo de' Cancellieri, che formavano il cantone della piazza sul Corso (palazzo Ferraioli), estendendosi lungo tale via sino al cantone di via di Pietra, vedi Stoina, tomo I, p. 104, Adinoltì, Roma nell'età di messo, tomo II, p. 359-364, Archivio Soc. rom. Storia patria, tomo VI, p. 44.5.

Il cod. barb. vatic. XXX, 89 cosi ne parla: « Piazza Colonna: in facciata di quella casa alta in via Lata ch'era d'uno de Buffali et bora è di mr. Fabritio Lazzaro dottore celebre : Sedente Paulo III Pont. opt. Max. suadente urbis ornatu Iobapta Bubalus solo equavit instauravitq. anno D. 1548 ».

« Dentro nello scoperto è un pilastro appoggiato al muro con busti 2 di mezzo rilievo, a man dritta d'homo vecchio raso, et alla manca di donna attempata co spessi capelli e ricci (CIL. VI, 1924). Dentro questa casa di mr. Fabritio è ancora una rara statua nuda di Venere » e il titolo sepolcrale di « Fortis pedisequus domus palatin ». (ivi VP, 8658).

Gli lacobacci, alla lor volta, sono ricordati come raccoglitori di teste e busti, a preferenza di marmi di maggior mole. 

L'Aldovrandi ricorda, in fatti, di aver visto in casa di M. Giacomo lacovacci presso alla Dogana una sola figura « di donna vestita all'antica assai bella: il resto del museo era formato da « molte teste antiche » fra le quali una « di mezzo rilevo di pietra cotta. testa fittile votiva trovata nelle favisse di qualche santuario. A. ricorda pure una testa di Venere col petto cosi picciolo, che con tutta la sua base si tiene in pugno » . 



 Il 1. XX dei conti dell'architetto Domenico Fontana, intitolato « misura et spesa della colonna Antonina restaurata 1589 " contiene interessanti particolari intorno l'opera di Sisto V. « Misura et spesa del opera ch'à fatta fare il cavaliere Fontana in la colonna Antonina qual stava per ruinare... fatto acconciare dalli scarppellinì . . . perchè le pietre di marmi et travertini sonno di quelli del Settizonio, con ha- verli fatto fare il piedistallo di novo, con . . . peduccio di travertino sopra la colonna sotto alla statua, con la mettitura in opera della statua del s. Paolo . . . con haver fatto tirar dentro li pezzi che avanzavano fora in tre lochi, con il muro attorno a detta colonna sotto al piedistallo novo . . . mesurati per noi sottoscritti et re visti da Monsignor della Cernia » . 

Le seguenti partite sono di particolare interesse. 

« Per la manifattura di tre cerchi di ferro grossi delli ferri die havevano ser- vito alla guglia fatti per tener stretto e forte la colonna mentre se ci lavorava acciò non si aprisse in fora (scudi 21). Per la condottura della statua del s. Paulo tolta alla fondaria di palazzo et fatta condurre con 8 cavalli et gente appresso. 

Per haver fatto la capra in cima a detta colonna . . . perchè il capitello non patisse quando verrà addosso il peso della statua perchè era tutto crepato, la qual capra fu fatta 2 volte perche la statua fu posta la prima volta con la faccia voltata verso la strada che viene dal populo, e poi N. S. volse che si voltasse con la faccia verso s. Pietro (se. 350). 

Per la fattura del peduccio di travertino qual e delle ruine del Setizzonio (se. 88). Per la condottura di 4 colonne di marmo cipollino che sonno nelle 4 cantonate del piedistallo condutte dal Setizzonio (se. 20). 


Per haver lavorato tutti li marmi quali sonno entrati deverà la rottura grande di detta colonna abozzati di fuora dove si sonno intagliate le storie et la- vorate per di dentro dove fa il tondo et il vano della scala allumaca . . . qual pigliano li detti quadri l'altezza di tre giri del historie in detta colonna il primo giro longo palmi 7, altezza palmi 3, il secondo longo palmi 11, altezza palmi 6, il terzo giro longo palmi 14, alto palmi 7, (se. 323,50. — Totale scudi 5880,11) ». 

Leonardo Sormani da Savona, l'autore della statua, non era alle prime prove quanto al modellare il tipo di s. Paolo. Al f. 107 del Registro dei mandati camerali del 1556 è segnata questa partita. 
« M.° Leonardo sculptori scuta 60 monete ad bonum computum statuam marmoream S. Pauli per ipsum faciendam ad ornatum portonis castri S.ti Angeli die 4 febbruarii 1556 ». 

Nei conti di Gian Pietro carreggiatore pontificio, per gli anni 1583-89, è registrata una notizia artistica di non comune interesse, anch'essa relativa al tipo del s. Paolo:  
« 1583 Per la portatura della statua di marmo del s.Paolo fatta dal Bresciano tolta nelle botteghe delli ss. Panzani a Termini et condotta (alla cappella del Presepe in S. M. maggiore) con 8 cavalli qual poi l'ha fornita M. Leonardo Sormanno, che il detto Bresciano la finì mai, qual era troppo grossa ».


Quella collocata in cima alla « columna centenaria divi Marci » fu modellata in creta, in gesso, e in cera dal Sormanni e da Tommaso della Porta, insieme alla compagna da collocarsi sulla colonna Trajana: 

« quale sopradette statue sonno state fatte da M.° Leonardo Sormanno et M° Thomasso della Porta sopradetti et sonno state stimate da M.° Prospero Bresciano, et M.° Paolo Oliviero Romano, et non essendo stato d'accordo tra loro fu eletto per 3" M.° Feliciano folignate scultore il quale ha dichiarato et messo scudi 550 . . . » . 

Il san Paolo fu poi fuso da Bastiano Torrigiani e indorato da Tomaso Moneta, e pella fusione servi un pezzo di pilastro di metallo antico tolto al Pantheon. (Sig!)

Così afferma il Bertolotti, Artidi Subalpini p. 105, ma non saprei indicare la fonte dalla quale ha derivata tale informazione. Posso aggiungere ai documenti già riferiti il seguente tratto dai protocolli del notaio Nicolò Compagni (n. 781, e. 557), dal quale parmi risultare un fatto ignoto: che cioè altri artisti abbiano preso parte al concorso pel modello della statua, e abbiano preparati gli accordi col fonditore o traiettatore, nel caso la sorte avesse loro sorriso nella diffìcile prova. 

« Die XIX ianuarii 1586. Domini M. Andrea Orisco de Rocca Contrada e Joanni del danese de bicelle diocesis marsichane traiettatori di lor spontanea volunta promettono servire a ms. Costantino de servi fiorentino scultore presente etc. in traiettare la figura di san Paolo di mitallo di palmi vinti dì altezza che si ha da mettere su la collonna Antonina et fare tutto quel tanto che lì sarà commandato dal d.° m. Costantino e sera di bisogno per ridurre a perfettione la detta statua nel loco dove detta figura si fundera et promettono stantiare dormire et mangiare nel luoco istesso dove si fundera detta statua et che mentre la detta opera non sarà finita et ridutta a perfectione li suddetti m. Andrea et Johanni promettono non pigliare altra opera a fare ne et lavorare in proprio uso sino detta opera non habia la sua perfettione o vero da esso ra. Costantino non li sia data occasione di bavere a fare altro in detto luoco per servitio di detta statua habino d'attendere alla detta statua con ogni diligenza accortezza sufficienza sin tanto sera finita.
Et caso che per qualsivoglia diffetto o impedimento o disastro de la su detta statua di san paolo non venisse il getto in tal caso i su detti Andrea e Giovanni non siano tenuti a rebuttar tal statua » .


PIEDESTALLO DELLA COLONNA DI ANTONINO PIO 
ED IMMAGINI CHE VI SONO SCOLPITE 

Ottimo imperatore qual fu Tito Elio Antonino detto da soavità e giustizia dei suoi costumi per soprannome il Pio. Non era il senato che a lui vivente decretasse tale onore come opinava un uom dotto ma assolutamente i suoi figli per adozione Marco Aurelio Antonino cognominato poi il Filosofo e Lucio Vero furon quelle che dopo la morte di lui dirizzarono nel Campo Marzio e forse nel luogo stesso dove la pira funebre avea consumato gli avanzi del buono imperatore su questo ampio ed insigne piedestallo la mole d una immensa colonna tutto il pezzo reggente sulla sommità il simulacro del decesso Augusto per onorarne in lunghi secoli la memoria.

Attesta ciò l'iscrizione che leggiamo in una faccia del pedestal concepita con brevità e con dignità nei seguenti termini 
DIVO ANTONINO AVG PIO ANTONINVS AVGVSTVS ET VERVS AVGVS TV S FILII 
attestan ciò l'effigie scolpite negli altri tre lati del marmo stesso e lo provano finalmente le romane medaglie che la testa nuda d Antonino Pio col titolo di Divo ci presentano da una parte dall altra questa colonna medesima coll'epigrafe Consecratio.

I deboli argomenti co quali vorrebbesi evitar la forza de riferiti per appoggiar l'opinione che ad Antonino Pio tien dedicata questa colonna in vita vedonsi dissipati nella soggiunta nota 1:

- Fa veramente pietà quando si vedono uomini eruditi proporre gravemente delle opinioni frivole anzi evidentemente smentite da mille prove e ciò solo per ostentazione d ingegno o per istudio di novità Crederebbesi mai che il Vignoli il quale aveva innanzi agli occhi le immagini e la epigrafe del piedestallo e conosceva la medaglia colla colonna e colla leggenda Divo incisa in fronte alla sua stessa Dissertazione sostenesse poi seriamente essere stato già il gran sasso eretto se  e dedicato dal senato ad Antonino ancor vivo e pensasse di più che il piedestallo liscio e molto maggiore fosse stato in appresso attenuato dal lavoro di queste mortuali rappresentanze e dall intaglio della nuova iscrizione.

E perchè tutto ciò perchè una medaglia in bronzo d'Antonino Pio col suo quarto consolato e colla leggenda Felicitas offre per tipo una specie di colonna Valeva meglio certamente ignorare che cosa mai quella colonna se pure è tale volesse dire e che relazione avesse con quella epigrafe che avanzare tali assurdità.

Pure mi sembra che possa darsene qualche spiegazione senza sognare La poca sveltezza di quella colonnetta che si prenderebbe anche per un cippo o per un ara me la fa credere una colonna milliaria incisa in questo conio colla iscrizione Felicitas quasi per augurare un buon viaggio e ritorno all'imperatore il quale durante il suo impero non fece che un sol viaggio nella vicina Campania Capitolino in Antonino Pio Non dovea dunque farsene memoria tanto solenne a guisa degli Adventus o delle Profectiones o Expeditiones d altri Augusti poteva però con questa ben intesa e semplice aliusione felicitarsi dal senato e segnarsene l'epoca e la ricordanza.

Abbattuta la gran colonna e danneggiata da incendj trattene poi ad altro uso le grandiose reliquie rimane ancora il piedestallo che esponiamo a far fede della magnificenza del monumento. Esso è massiccio e d un sol pezzo lavorato egregiamente sì per l'intaglio sì per la scultura specialmente nella faccia opposta a quella della iscrizione della quale osserviamo il disegno alla tavola XXIX certamente di non oscuro soggetto ma pur bisognoso d'alcuna nota.

La composizione è divisa in tre gruppi i quali riempiono tutto il campo senza confondersi nei loro contorni e senza cagionar quell'imbarazzo che per mal inteso studio d imitar la pittura ci si offre nelle composizioni de più rinomati bassirilievi moderni.
Il primo occupa l'alto del quadro e consiste in un giovine ignudo ed alato che sembra sollevar sulle ali.
Antonino Pio e Faustina Seniore sua moglie espressi qui in mezze figure ed accompagnati da due grandi aquile. I gruppi al basso consistono quello a sinistra de riguardanti in altra figura giovanile seminuda e giacente con sulle ginocchia un obelisco quello a destra in una Roma galeata e vestita sino a piedi assisa su d un cumulo d'armi.
L'opuscolo da monsignor Giovanni Vignoli pubblicato l'anno 1705 con che illustra la colonna d'Antonino Pio e il suo piedestallo mi permette maggior brevità in esporre questo monumento avendone già egli occupate le più necessarie osservazioni.

Taccio perciò delle effigie de consecrati imperatori dello scipione o scettro aquiligero d Antonino Pio delle aquile poste qui per simbolo d apoteosi così dell Augusto che dell'Augusta.
Egli nel giovine alato che li reca all'empiro pensa rappresentarsi il Genio del mondo. Potrebbe ciò essere ma ne mancano prove. Io porto opinione esser quello piuttosto il Genio della eternità poichè il globo celeste sparso di stelle e della mezza luna e cinto dallo Zodiaco ch'egli sostiene nella sua manca è appunto quel simbolo che solo in molte medaglie distingue l'Eternità.

 Alcune volte vi insiste la fenice e qui vi si avvolge il serpe forse con pari significato. L'epigrafe AETERNITAS che si legge spesso intorno alle medaglie impresse con tipi di Consecrazioni parmi che accresca probabilità alla congettura proposta. E forse era essa tanto probabile che non sarebbe sfuggita al senso di quell'erudito se non fosse stato egli preoccupato da un'altra idea che lo forzava ad allontanarsene. Il Vignoli riconosceva il Genio dell Immortalità che sarebbe quasi un sinonimo dell'indicato nell'altra figura giacente e reggente un obelisco.
Denominazione ugualmente inaccurata e assai più inverisimile di quella imposta alla prima figura. La miseria delle sue prove basta a farne dubitare e quella che son per proporre e che mi sembra più vera spero che persuaderà ugualmente che me il giudizioso lettore.

Non occorre qui dimostrare quanto spesso le antiche arti sì presso i Greci che presso i Romani abbiano amato non meno che la poesia di personificare i luoghi o d'immaginarsene i Genj. Non solo le città i monti i fiumi le selve son rappresentati in figura umana ma i Genj de luoghi in genere quei delle vie de teatri e dei porti sino degli acquedotti e del circhi si soglionsi osservare per lo più quelle personificazioni che cosa o luogo umile e terrestre ne simboleggiano come appunto i fiumi le vie e nelle monete d'Adriano.

Circo Massimo. Giace questo come la figura del nostro hassorilievo ed ha le mete sulle anche come la nostra figura tien l'obelisco si appoggia inoltre col destro gomito ad una ruota Può ora dubitarsi che la figura giacente di cui parliamo non rappresenti un qualunque luogo di Roma insignito da obelischi e ricordandoci della guglia posta nel centro del Campo Marzio e che su questo campo ardevano i roghi de Cesari può egli dubitarsi che non rappresenti la personificazione appunto del Campo Marzio.

Non mi pare che ne abbisognino ulteriori conferme ma n'è una di molto peso il veder l'apice dell'obelisco sormontato così da un globo come d'un globo ci descrive Plinio ornata la sommità di quello che Augusto dopo la conquista d Egitto aveva nel centro del campo medesimo inalzato a segnar coll'ombra appunto di questo globo la varia lunghezza del giorni.

Nè il Campo Marzio così con giovanili sembianze effigiato è unico a senso mio ne monumenti di quell'età. Colle forme stesse e pur seminudo e giacente ma senza obelisco vedesi ne bassirilievi Capitolini già dell arco di M Aurelio ammirare l'ardente rogo dal quale si solleva al cielo sul dorso d una femmina alata l anima della minore Faustina.       

(ENNIO QUIRINO VISCONTI - IL MUSEO CLEMENTINO - 1820)












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