ACQUEDOTTO CORNELIO - TERMINI IMERESE (Sicilia)



ACQUEDOTTO DI TERMINI IMERESE IN CONTRADA FIGURELLA

Dopo la distruzione di Imera da parte dei Cartaginesi, nel 409 a.c., circa due anni dopo, a pochi km dalla distrutta Himera, i Cartaginesi, insieme ai profughi Imeresi, fondarono presso le naturali terme la nuova città di Termini Imerese nel 407 a.c., nel luogo dove oggi sorge l'attuale Termini Imerese, purtroppo insediata sopra l'antica.
 
Nel 260 a.c., nel corso della I guerra punica, i Romani subirono presso la città una durissima sconfitta ad opera di Amilcare, ma nel 253, essendo consoli Caio Aurelio Cotta e Publio Servilio Gemino (Polyb., i, 39, 13), la città greco-cartaginese, la Thermai Himeraiai, venne conquistata da Roma e nel 252 a.c. divenne una colonia. 

LE TERME
Da allora Termini rimase fedele a Roma, e venne soggetta a tributo.
Dopo la conquista di Cartagine, nel 146 a.c.,
Scipione Emiliano restituì a Terme le opere d'arte sottratte dai Cartaginesi ad Imera.
Sparsi nel sottosuolo della città sono resti di antiche strutture perlopiù in opus reticulatum che testimoniano la presenza di coloni romani di età augustea.

Il nome di Thermai Himeraìai (in latino Thermae Himerae) si dovette all'esistenza di sorgenti di acque calde, ancor oggi utilizzate.

Infatti le Terme moderne, nella città bassa, occupano lo stesso luogo di quelle romane, delle quali conservano ancora alcuni resti. Note già molto prima della distruzione di Imera, queste acque sono ricordate da Pindaro nella XII olimpica.

Secondo il mito, esse sarebbero sgorgate ad opere delle Ninfe, che volevano compiacere Atena, e in esse si sarebbe bagnato per la prima volta Ercole, dopo la lotta contro Erice. Le monete di Termini, che sul dritto hanno la testa di Ercole e sul rovescio tre Ninfe, derivano da questo mito.


Il suo monumento più rappresentativo è costituito dai resti di un acquedotto, forse il più grande di tutta la Sicilia, che portava l'acqua da sorgenti poste a 8 km dalla città, costruito in opera cementizia con paramento a blocchetti.

Vari tratti dell'acquedotto fra cui due vasche di decantazione dell'acqua e una torre esagonale che aveva la funzione di castello di compressione sono ancora visibili, e pure alcune arcate, a semplice o doppio ordine, che sono sparse per la campagna. 

Una iscrizione era posta sulla torre esagonale, il castello di compressione dell'acquedotto, in cui su cinque dei lati si aprivano finestre, e dall'ultimo lato partiva il condotto. Oggi l'iscrizione è scomparsa (per non dire trafugata), ma ne conosciamo il testo: "Aquae Corneliae ductus P. XX", l'ultima indicazione (venti piedi) corrisponde forse all'area di rispetto ai lati del manufatto.

Il testo, insieme alle varie particolarità costruttive, nonchè gli avvenimenti storici di Termini connessi anche con l'iscrizione, ci fanno datare l'acquedotto, almeno nelle sue prime fasi (portò l'acqua a T. fino al 1860), alla fine del II o agli inizi del I sec. a.c.


La parte più monumentale dell’antica opera idraulica è il maestoso ponte di contrada Figurella a doppie arcate (in origine nove nell’inferiore, quindici nel superiore: due archi per ogni ordine sono crollati), alto 16 metri e lungo in origine 101 metri.

L’acquedotto Cornelio, pur nella sua brevità, è per alcuni aspetti paragonabile alle opere idrauliche di città di rilievo di gran lunga maggiore; la sequenza dei sifoni, ad esempio richiama alla mente i grandiosi acquedotti di una città importante come Lione, e la levatura delle soluzioni tecniche fa della nostra una delle più interessanti opere idrauliche romane, che siano state eseguite nelle province dell’impero.

La struttura, in opera cementizia con paramento in blocchetti, e archi in laterizio, è la stessa dell’anfiteatro e della curia, e mostra d’appartenere allo stesso progetto edilizio, identificabile con quello della colonia augustea.

I ruderi in contrada Figurella sono i più belli, ma sono anche quelli che hanno subito di più le ingiurie del tempo e degli elementi, pur essendo stati restaurati dalla Soprintendenza alle antichità di Palermo, in due riprese, nel 1937 e nel 1943 consistenti nel riempimento, con muratura di mattoni, di alcuni archi abbattuti e in rappezzi e solidificazioni vari.



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