TEMPIO DI BELLONA



AL CENTRO IL TEATRO MARCELLO


IL TEMPIO IN CIRCO FLAMINIO

Era un antico tempio romano eretto in Campo Marzio, vicino al tempio di Apollo Sosiano e al teatro di Marcello, dedicato a Bellona, divinità italica della guerra poi adottata dai romani.
Fu promesso in voto nel 296 a.c. da Appio Claudio Cieco dopo una vittoria sugli Etruschi, nella zona conosciuta come "in circo Flaminio", al di fuori del pomerium cittadino, ma in prossimità delle mura, e venne dedicato pochi anni più tardi.

Il console del 79 a.c. della stessa famiglia del fondatore, Appio Claudio Pulcro, vi pose le imagines clipeatae (ritratti su scudi) dei suoi antenati, perpetuando il legame tra il tempio e la gens Appia che l'aveva edificato.

Publio Vittore nel registrare in questa regione il tempio di Bellona lo indica posto verso la porta Carmentale, avanti a cui era la Colonna Bellica. Nei seguenti versi di Ovidio poi si addita a tergo del Circo, cioè dietro la parte convessa del medesimo:

"Prospecit a tergo summum brevis area Circum,
Est ubi non parvae parva columna notae.
Hinc solet hasta manu belli praenuntia mitti
In regem et gentes, cum placet arma capi."


TEATRO MARCELLO (sinistra), TEMPIO DI APOLLO SOSIANO (al centro)
TEMPIO DI BELLONA (destra)
Qui più volte si riunì il Senato per vicende che coinvolgevano stranieri, tipo ricevere gli ambasciatori di popoli non alleati, o comandanti militari.che tornavano a Roma dopo la vittoria in guerra, o per il saluto ai proconsoli in partenza per la provincia loro assegnata.

"L'indicata posizione si trova ora occupata in parte dal monastero di Tor di Specchi, ove per altro nessun resto di antico edifizio si rinviene. La Colonna Bellica, donde si soleva dai Consoli tirare l'asta verso quel popolo a cui si voleva intimar la guerra, dovendo stare avanti al detto tempio, ed essere rivolta verso la porta Carmentale, indica la direzione del medesimo tempio essere stata posta verso la via antica che dalla detta porta andava al Circo. In questo stesso tempio, e non in un locale distinto, sembra che si solesse riunire il Senato per ricevere i trionfatori prima di entrare in Città, come anche si costumava di fare nel vicino tempio di Apollo;  e perciò doveva essere di una ragguardevole grandezza."

TEMPIO DI APOLLO (3 colonne a sinistra)
TEMPIO DI BELLONA (destra)
Un paio di secoli dopo, il console del 79 a.c. della stessa gens di Appio Claudio Cieco, e cioè Appio Claudio Pulcro, lo restaurò e vi aggiunse i clipei con le immagini dei suoi antenati, tramandando così il culto di Bellona e la gloria della sua gens.

Il tempio, al di fuori del pomerium cittadino, è stato identificato nei resti di un podio rinvenuti nei lavori degli anni 1930 per la liberazione del teatro di Marcello, che appartengono ad una ricostruzione di epoca augustea, non ricordata dalle fonti antiche, ma che si ebbe probabilmente nella fase di trasformazione di tutta l'area per la costruzione del teatro.
I resti del podio sono costituiti dal riempimento in cementizio tra le strutture portanti dell'elevato che erano costruite in blocchi in opus quadratum, asportati dopo l'abbandono per essere reimpiegati e quindi ora mancanti.
Il dedicante fu probabilmente un altro membro della gens Appia, Appio Claudio Pulcro, console del 38 a.c. e trionfatore sugli Hispani nel 33 a.c., fedele alleato di Ottaviano nonchè parente di Livia.


Monastero di Tor de specchi 


Il Monastero di Tor de’ Specchi si trova ai piedi del Campidoglio fra la basilica di s. Maria in Aracoeli e le rovine imponenti del Teatro di Marcello.


Santa Rita in Campitelli

I resti del podio sono costituiti dal riempimento in cementizio tra le strutture portanti in blocchi (opera quadrata), asportati dopo l'abbandono per essere reimpiegati e quindi ora mancanti.

SANTA RITA IN CAMPITELLI
Sul podio c'è attualmente la struttura della chiesa di Santa Rita in Campitelli, presso la scalinata dell'Ara Coeli, qui spostata dalle pendici del Campidoglio durante i lavori degli anni 1930.

 L'elevato doveva essere, come nel vicino tempio di Apollo Sosiano, parte in marmo e parte in travertino.

Dalla pianta sulla Forma Urbis Severiana risulta che il tempio fosse un "periptero", cioè con colonne su tutti i lati della cella, esattamente sei colonne sulla facciata e nove sui lati lunghi, pertanto un tempio di rilevante ampiezza.

Al podio si accedeva per mezzo di una lunga scalinata frontale.

L’edificio doveva essere ancora in buono stato di conservazione nel V secolo, come possiamo capire da un’iscrizione del 420 che a esso si riferisce.



COLUMNA BELLICA

Dinanzi al tempio di Bellona si trovava la columna bellica, il cui recinto è stato recentemente riconosciuto in un tratto di lastricato di forma circolare visibile presso il teatro di Marcello. Il singolare monumento era costituito essenzialmente da una piccola colonna che segnava la zona dove, a partire dal III secolo a.c., venivano svolti i rituali per la preparazione di una guerra.

Narra Servio, sulla dichiarazione di guerra contro Pirro, re dell'Epiro, non potendo procedere all'indictio belli secondo il rito, poiché i confini del nemico si trovavano oltremare, un soldato di Pirro venne catturato e costretto ad acquistare un appezzamento di terra  (ager hostilis) vicino al Circo Flaminio, ut quasi in hostili loco ius belli indicendi implerent.

Successivamente in quel luogo, davanti al tempio di Bellona, venne consacrata una colonna, non si sa se in pietra o in legno, dalla quale veniva lanciata l'asta nel territorio considerato nemico..

Secondo altri era la colonna a rappresentare simbolicamente il territorio nemico, per cui si scagliava la lancia contro la colonna. In realtà l'asta veniva lanciata nel territorio posto accanto alla colonna, perchè doveva conficcarsi al suolo e lì restava fino al termine della guerra.

In seguito il rito continuò con la colonna  e l'ultimo esempio conosciuto è del 179 d.c., sotto Marco Aurelio.

Un'area circolare con la pavimentazione rifatta di fronte al tempio è stata interpretata come il luogo dove il monumento sorgeva, anche sulla base delle indicazioni date dalle fonti antiche. Nei pressi, davanti al tempio di Apollo Sosiano, sorgeva invece il perirrhanterion, dove si svolgevano le cerimonie lustrali alla fine delle campagne militari.



I FEZIALI

Le fonti riportano sin dall’età della monarchia un collegio sacerdotale dei feziali, la cui attività veniva richiesta nei momenti più significativi dei rapporti con altre comunità. Durante l’età monarchica il re, e poi il senato, designavano di volta in volta il collegio dei feziali, i quali avevano un compito di intermediari fra gli dei e gli uomini e di vittima designata in caso di rottura della fides.

Le formule ed i riti dello ius fetiale presentano un’elaborazione giuridica raffinata, simile a quella dei pontefici nel campo del diritto privato, ma non erano loro a prendere le decisioni di politica estera, anche se le formule della rerum repetitio, nella dichiarazione di guerra, nella conclusione formale di un foedus, nella deditio internazionale, testimoniano contenuti giuridici.

ROSETTA DEL TEMPIO
Nella rerum repetitio il feziale, nel momento in cui varcava il confine della comunità presso cui si stava recando, e prima di esporre i postulata del popolo romano, chiedeva di essere ascoltato da Giove, dai confini del popolo in questione, chiarendo la propria posizione di publicus nuntius del popolo romano, inviato iuste pieque: vi è la consapevolezza di entrare in un territorio straniero, e la necessità di esporre i motivi di un’azione che in sé potrebbe essere illegittima.

Informati gli Dei, la stessa dichiarazione veniva poi ripetuta più volte, onde essere certi che la comunità tutta era stata informata della legittimità della presenza del feziale romano nel suo territorio e delle richieste di cui egli stesso era portatore. Trascorsi i dies sollemnes senza che avvenisse la riparazione richiesta, il feziale faceva constatare agli Dei il comportamento inadeguato, e rendeva noto che sarebbe tornato a Roma, dove si sarebbe deciso il da farsi.

A Roma il re convocava il senato e chiedeva ad ogni senatore il suo parere, con la formula:
Quarum rerum, litium, causarum condixit pater patratus populi Romani Quiritium patri patrato Priscorum Latinorum hominibusque Priscis Latinis, quas res nec dederunt nec solverunt nec fecerunt, quas res dari, solvi, fieri oportuit, dic”, inquit ei quem primum sententiam rogabat, “quid censes?” Tum ille: “Puro pioque duello quaerendas censeo itaque consentio consciscoque”.

Alla delibera del senato seguiva l’invio del feziale per la dichiarazione di guerra, che avveniva attraverso il lancio dell’asta in territorio nemico e la pronuncia di una formula alla presenza di almeno tre uomini puberi appartenenti alla comunità nemica.
Da un lato le parole pronunciate dal feziale durante il giuramento esecratorio, dove si invoca la punizione divina sul popolo romano se Roma per prima verrà meno al trattato “publico consilio dolo malo”, dall’altro la formale richiesta rivolta dal feziale al re di essere nominato regium nuntium populi Romani, e la risposta del re "Quod sine fraude mea populique Romani Quiritium fiat, facio".

La formula più antica secondo Livio prevedeva una serie di domande e risposte, ciascuna delle quali ha un contenuto giuridico preciso: esse erano dirette ad accertare l'investitura di chi compiva la deditio da parte della propria comunità, nonché l'essere questa in sua potestate, e quindi capace di decidere autonomamente della propria sorte. Inoltre veniva elencato dettagliatamente ciò che si intendeva ricompreso nella deditio, onde non lasciare margine ad incertezze e a possibili future contese.

La deditio di un comandante che avesse promesso al nemico, senza l'assenso del senato e del popolo, la conclusione un trattato, mentre Roma non intendeva onorare la promessa, doveva essere iusta, e cioè i colpevoli dovevano essere consegnati nudi e con le mani legate dietro alla schiena.

Le implicazioni religiose e giuridiche sono evidenti: la promessa è stata fatta da un comandante romano, e quindi Roma ne è comunque coinvolta. Non onorarla rappresenta un scelus impium, dal quale Roma si libera consegnando colui che ha promesso, e ciò può fare in quanto lo stesso comandante, avendo promesso iniussu populi Romani, non aveva alcun potere di impegnare Roma.

Il collegio sacerdotale dei feziali rifletteva in termini giuridici sui rapporti con comunità straniere, elaborando formule e riti con una tecnica simile a quella utilizzata dai pontefici, nell’isolare il dato rilevante dal punto di vista giuridico, e nell’escogitare le parole ed i gesti che andavano rispettivamente pronunciate e compiuti per raggiungere il risultato voluto.





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