LUCIO ICILIO



ICILIO, NUMITORIO E VIRGINIA
Nome: Lucius Icilius
Nascita: Roma, -
Morte: -
Professione: Politico e militare Romano
Carica pubblica: Tribuno (dal 456 a.c. al 449 a.c.)


Lucio Icilio (Roma, ... – ...), politico e militare romano, fidanzato di Verginia, uccisa dal padre Lucio Verginio nel 449 a.c., per impedire il suo disonore a causa del decemviro Appio Claudio.

Lucio Icilio fu il tribuno che nel 456 a.c., mentre erano consoli Marco Valerio Massimo Lettuca e Spurio Verginio Tricosto Celiomontano, e fu promotore della questione sulla distribuzione delle terre pubbliche sull'Aventino, ai Plebei. La Repubblica romana sorta con la cacciata dei re etruschi (509 a.c.) aveva un carattere molto classista. Consoli, senatori e sacerdoti potevano essere solo patrizi, e solo loro, o i loro clienti, potevano occupare la terra.
Tra Consoli e Tribuni vi furono quindi forti contrasti, per due ragioni, una era che i consoli all'epoca erano aristocratici e poco amavano la plebe, e l'altra era che gli aristocratici, cioè gli ottimati, poichè le ricchezze non erano mai sufficienti, miravano sempre ad accaparrarsi il demanio pubblico.

I tribuni però erano talmente esasperati e determinati che giunsero a minacciare di gettare i Littori dalla rupe Tarpea se la legge non venisse approvata, Infine la "Lex Icilia de Aventino publicando", che consentiva ai plebei di costruire sull'Aventino, tramite l'assegnazione dei terreni pubblici sul colle Aventino in proprietà privata, venne approvata Così i plebei potettero costruirvi le loro abitazioni, dando luogo a un quartiere plebeo compatto e unitario, centro della lotta di classe plebea nei decenni successivi.

Lucio Icilio era fidanzato a Virginia, una giovane particolarmente bella di famiglia plebea, di cui si incapricciò però il decemviro Appio Claudio, durante il secondo decemvirato. Appio Claudio, dopo aver tentato inutilmente con denaro e promesse di corrompere la fidanzata di Icilio, convinse e costrinse un suo cliente, Marco Claudio, a sostenere che Verginia fosse una sua schiava, tanto più che il padre di lei, Lucio Verginio, in quel momento era impegnato nella campagna contro gli Equi sul monte Algido.

MORTE DI VIRGINIA
Marco Claudio, mentre la ragazza era nel foro, cercò di rapirla sostenendo che fosse una sua schiava, ma la gente, che conosceva lei e il padre di integerrima fama, non gli credette e protesse la giovane. Allora Marco portò la causa in tribunale, presieduto proprio da Appio Claudio.

I difensori della ragazza testimoniarono la paternità romana di Verginia, e chiesero che ogni decisione fosse sospesa fine al ritorno del padre. In un primo tempo Appio Claudio acconsentì, poi però pretese che Virginia avrebbe dovuto seguire Marco Claudio fino a sentenza definitiva.

Icilio disperato arringò la folla e minacciò pure i littori, sostenuto anche dall'intervento di suo zio Publio Numitorio, anch'egli conosciuto come persona degna di stima. Allora la folla cominciò a ribellarsi all'ingiustizia e a difendere la fanciulla permettendole così di tornare a casa, prima di ripresentarsi in giudizio per il giorno successivo, quando Claudio avrebbe emesso la sentenza definitiva.

NUMITORIO ARRINGA LA FOLLA
« Se vuoi cacciarmi via di qua, o Appio, sperando di far passare sotto silenzio ciò che non vuoi venga alla luce,» gridò Icilio, «dovrai ricorrere alle armi. Questa ragazza diventerà mia moglie e per ciò io voglio che sia pura il giorno delle nozze. Dunque chiama pure tutti i littori, anche quelli dei colleghi, ordina che si tengano pronti con le verghe e con le scuri, ma stai pur sicuro che la promessa sposa di Icilio non passerà la notte fuori dalla casa di suo padre. » (Tito Livio, Ab urbe condita, II, 45)

Immediatamente il fratello di Icilio e il figlio di Numitorio furono mandati ad avvertire il padre di Virginia di tornare a Roma entro il giorno successivo, e i due furono così veloci, che Virginio ottenne dal proprio comandante il permesso di tornare a Roma per difendere sua figlia, prima che allo stesso comandante arrivasse l'ignobile ordine di Appio Claudio di trattenerlo sul campo.

Il giorno dopo mentre la folla si accalcava per assistere al processo, e il padre cercava di sobillarla per ottenerne l'aiuto, la giovane arrivò nel foro, accompagnata dalle matrone.
« Ma il pianto silenzioso delle donne che li accompagnavano commuoveva più di qualsiasi discorso » (Tito Livio, Ab urbe condita, II, 47)

Il processo iniziò con le dichiarazioni del padre Verginio, ma Appio Claudio lo interruppe immediatamente, confermando la sentenza del giorno prima e accordando la schiavitù provvisoria a Marco. Virginio si indignò e gridò:
« Mia figlia, Appio, l'ho promessa a Icilio e non a te, e l'ho allevata per le nozze, non per lo stupro. A te piace fare come le bestie e gli animali selvatici che si accoppiano a caso? Se questa gente lo permetterà, non lo so: ma spero che non lo permetteranno quelli che possiedono le armi!. »
(Tito Livio, Ab urbe condita, II, 47)

Appio Claudio intimò allora ai Littori di intervenire per sedare la rivolta, e all'intervento piuttosto brutale dei littori la folla si disperse, lasciando sola la ragazza con suo padre. Allora Verginio, ottenuto il permesso di appartarsi nel tempio di Venere Cloacina con la figlia, la uccise.
« Così, figlia mia, io rivendico la tua libertà nell'unico modo a mia disposizione! »
(Tito Livio, Ab urbe condita, II, 48)

Immediatamente poi fuggì dal foro prima dell'intervento dei Littori richiamati dal decemviro, quindi Icillo e Numitorio, sobillavano i presenti, prima di fuggire a loro volta
« Icilio e Numitorio sollevarono il corpo esanime della ragazza e lo mostrarono al popolo, lamentando la scelleratezza di Appio, la bellezza funesta di Verginia e la necessità che aveva portato il padre a un simile gesto. »
(Tito Livio, Ab urbe condita, II, 48)
Mentre Verginio, raggiungeva il campo sul monte Algido cui era stato assegnato, per raccontare il crimine di Appio ai suoi compagni d'arme, Icilio raggiungeva il campo allestito contro i Sabini, sobillando i militi a sua volta.
« Anche lì, su istigazione di Icilio e Numitorio, scoppiò una rivolta contro i decemviri: infiammò gli animi il ricordo dell'assassinio di Siccio, inasprito dalla recente notizia della ragazza così vergognosamente disonorata per soddisfare la libidine »
(Tito Livio, Ab urbe condita, II, 52)

Così quando nel campo si seppe della sollevazione in atto a Roma, anche il commilitoni di Icilio si posero in marcia su Roma contro i decemviri. Soldati e civili plebei riunti si mossero dall'Aventino raggiungendo il monte Sacro per abbandonare la città. Sotto la minaccia di una nuova secessione, i Senatori intervennero, per transare con i secessionisti, inviando Marco Orazio e Lucio Valerio, posti a capo della rivolta popolare, sul Monte Sacro, mentre i decemviri, molto impopolari tra la plebe, cominciavano a temere per la propria vita.

Al termine dei negoziati, i decemviri dovettero rinunciare al proprio magistrato, il tribunato della plebe venne ripristinato, furono indette le elezione dei tribuni popolari, e dopo un breve interregno, anche quelli dei consoli. Icilio, come Verginio, fu elettro tribuno della plebe nel 450 a.c.. con Publio Numitorio, Caio Sicinio, Marco Duilio, Marco Titinio, Marco Pomponio, Caio Apronio, Publio Villio e Caio Oppio.
Marco Orazio e Lucio Valerio, eletti consoli, rafforzarono i diritti della plebe promulgando le Leges Valeriae Horatiae, tre provvedimenti legislativi favorevoli alla plebe che, tra gli altri diritti, stabilivano l'inviolabilità dei tribuni della plebe e le modalità delle loro elezioni e riconoscevano valore giuridico ai plebisciti. Appio Claudio e Spurio Oppio Cornicene si suicidarono in carcere, mentre gli altri ex-decemviri vennero condannati all'esilio.

Nel frattempo Equi, Volsci e Sabini si erano uniti contro Roma, ma prima di partire per la guerra, i due consoli fanno incidere nel bronzo le leggi delle XII tavole. Marco Orazio si occupò dei Sabini mentre il suo collega marciò contro Volsci ed Equi e li vinse, nonostante un esercito demoralizzato e sconfitto sotto i decemviri. Marco Orazio, dalla sua, dopo una fase incerta, riuscì a sconfiggere i sabini.

Lucio Icilio chiese allora al Senato il trionfo per i due consoli, ma il senato, avverso ai due per aver difeso il popolo, lo negò. Icilio allora si rivolse ai Comizi Tributi che l'approvarono. Per la prima volta nella storia di Roma, ignorando la volontà del Senato, il popolo romano decretò il trionfo per i due consoli, e Icilio venne glorificato come amico del popolo. Un altro grande passo in favore della democrazia.



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