TRIUM FONTIUM AD AQUAS SALVIAS



I RESTI DEL TEMPIO DELLA DEA
Il "Trium fontium ad Aquas Salvias", luogo ove oggi sorge il complesso abbaziale delle Tre Fontane, anticamente individuato con il nome di Acque Salvie, consiste in una piccola valle situata sul percorso dell’antica via Laurentina.

Il toponimo secondo alcuni unisce la citazione delle sorgenti della zona al nome della famiglia che possedeva la tenuta in epoca tardo-latina. 

(2) BASOLATO ROMANO DEL SANTUARIO DELLA DEA
Naturalmente questa è una supposizione, anche se a Roma è esistita la gens Salvia, ma non se ne ha più notizia dopo il 175 d.c.

Altri suppongono vi fosse una cultura di salvia, di cui il nome stesso testimonia le sue virtù curative che gli antichi romani le riconoscevano.

Infatti salvia ha la stessa radice del verbo salvare e della parola salus (salvezza, ma anche salute).

Presso i Romani la salvia doveva essere raccolta con un rituale particolare, senza l'intervento di oggetti di ferro, in tunica bianca e con i piedi scalzi e ben lavati, il che conferma trattarsi di una pianta sacra, e sicuramente dedicata a una Dea, insomma emblema della Dea o suo attributo.

Del resto non poteva dedicarsi l'area alle acque della salvia se il locus non fosse stato sacro. 

E sacro doveva essere in quanto arricchito da ben tre fonti, con all'epoca, evidentemente tre relative fontane. Fontane che il cristianesimo ha dichiarato essere sgorgate miracolosamente ad opera di san Paolo, un po' disdicevole, perchè nell'immaginario collettivo, e pure negli antichi miti, le fonti sono appannaggio del femminile, siano ninfe o Dee.

Si sa del resto che su ogni santuario pagano il cristianesimo si affrettò ad edificare, dopo aver demolito il precedente, un santuario cristiano che cancellasse il ricordo del precedente.

Ed infatti qui sorge oggi un complesso abbaziale detto delle Tre Fontane, che inizia con un bel giardino, subito dopo aver oltrepassato l’Arco di Carlo Magno.



ARCO DI CARLO MAGNO

Dal viale di ingresso, detto delle Acque Salvie in virtù dell'antico sito, si giunge in uno spiazzo sul quale si erge l’Arco di Carlo Magno, che introduce a tutto il complesso.

ARCO DI CARLO MAGNO
L’arco, sorto a scopo difensivo, presenta nella parte inferiore, un corridoio a tre archi, di cui il mediano è in marmo, munito di solidi cardini a sostegno di una pesante porta; la costruzione risalirebbe a papa Onorio III (XIII sec.). 

La costruzione è chiamata Arco di Carlo Magno perché verso il XIII sec. le pareti interne, quelle laterali tra il primo e il secondo arco, vennero affrescate con un ciclo decorativo, oggi quasi completamente scomparso, quando l’abbazia donò, anzi prestò a Leone III e questi a Carlo Magno
le reliquie di Sant’Anastasio, che per  miracolosa intercessione contribuirono, se non determinarono, la conquista di Ansedonia. 

In cambio il papa e Carlo Magno donarono al monastero, nell’anno 805, alcune proprietà in Maremma e nell’arcipelago toscano. Inoltre le reliquie tornarono al monastero più miracolose che mai.


IL COMPLESSO ABBAZIALE

Dalla porta di Carlo Magno è possibile avere la visione generale di tutti gli edifici presenti: 
RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO
DELLA DEA DIA

- sulla sinistra quelli monastici col chiostro e il monastero; 

- di fronte, la chiesa dedicata ai Santi Vincenzo e Anastasio, praticamente intatta dal tempo della sua edificazione nel secolo XII; 

- sulla destra, la chiesa di Santa Maria Scala Cœli, la più piccola delle tre chiese presenti 

- la chiesa dedicata a San Paolo, cui si arriva attraversando un breve vialetto alberato.

Nei viali dell'abazia si notano imponenti rovine romane, infatti l'area di "Ad Aquas Salvias", posta subito fuori dall’abitato cittadino, subì varie indagini archeologiche alla fine del XIX sec. che hanno attestato testimonianze risalenti al I sec. d.c.

Ed è il medesimo sito in cui nel V secolo venne edificata la chiesa di San Paolo Ad Tres fontes, attualmente compresa nell’abbazia delle Tre Fontane.

MOSAICO DELLE QUATTRO STAGIONI

IL MONASTERO

Il primo insediamento nel monastero risale al VII secolo ad opera di monaci greci, per i quali Onorio I fece costruire un monastero accanto alla chiesa.

Fu poi affidato ai monaci benedettini dell'Abbazia di Cluny, e poi ancora ai monaci cistercensi di S.Bernardo di Chiaravalle, gli unici che riuscirono a restaurarlo e perfino abbellirlo nel 1221

Nell'Ottocento, Napoleone invasore ordinò la confisca dei beni religiosi, e i monaci cistercensi dovettero abbandonare il monastero. Nel 1868 venne invece ridato alla chiesa che lo dette ai di frati Trappisti, i quali bonificarono il bosco e restaurarono il monastero.

Nel 1936 gran parte del territorio dell'Abbazia fu espropriato per ordine di Mussolini per la realizzazione dell'Esposizione Universale di Roma per il 1942, mai realizzata per la guerra.



CHIESA SANTA MARIA SCALA COELI

Nella chiesa, che sta ai lati dell'altare vi sono due finestrelle: quella di sinistra lascia vedere un altare pagano dedicato alla Dea Dia, divinità agricola romana cui tributavano culto gli Arvali.

ALTARE DELLA DEA DIA
Infatti il ritrovamento più importante fu l'ara della Dea Dia, per l'appunto di epoca romana, reperita nel sottosuolo e divenuta poi l'altare di S. Zeno. Sembra che l'ara sia stata in parte cancellata nelle sue iscrizioni o dal tempo o forse per dedicarlo al culto cristiano.

Dalla finestrella di destra si vedono le tracce di un antico cimitero cristiano, considerato l'ultima prigione di san Paolo prima della sua morte. Il cimitero però divenne cristiano in seguito, perchè prima ovviamente era pagano, come dimostrano i bei sarcofaghi in marmo qui rinvenuti.



LA DEA DIA

Il Lucus Deae Diae (o dei Fratres Arvales) era un bosco sacro, dedicato al culto della Dea madre (Dea Dia, detta anche Bona Dea, in seguito identificata con Cerere), posto sotto la protezione di Marte. 

SARCOFAGO PAGANO CON GENII E MEDUSA
Al suo interno sorgevano gli edifici sacri dei Sacerdoti Arvali e probabilmente anche qui sorgevano diversi edifici, altrimenti non si comprende come vi fossero tre chiese vicinissime tra loro in mezzo a un bosco.

Evidentemente il vasto bosco del Trium Fontium ad Aquas Salvias era dedicato all'antica Dea, nel cui bosco scorrevano le fonti a lei dedicate e pertanto miracolose.

Pertanto qui dovevano trovarsi vasche per le acque, presso cui si svolgevano abluzioni, processioni e relativi miracoli.

Sembra che gli Arvali, sacerdoti della Dea Dia, invocassero nei loro riti quattro Dee: Deferunda, Coinquenda, Commolenda e Adolenda, che erano in realtà i quattro aspetti di un'unica divinità.

Deferunda è colei che trasferisce, Coinquenda colei che taglia, Commolenda colei che polverizza, Adolenda colei che fa nascere. Sembra l'avvicendarsi di vita e morte. Di certo non poteva essere ignorata una Dea così potente.



LE ARVALIA

La Dea Dia veniva festeggiata in maggio, il 17 del mese, nelle Arvalia, festa dei campi, con processioni e sacrifici. E' evidente che al "Trium Fontium ad Acquas Salvias", cioè alla triplice fonte delle acque salvie c'era un santuario della Dea Dia che raccoglieva in sè la Dea primordiale.

Da essa deriva infatti la parola Dio, che evidentemente non viene da Deus (Dio) ma da Dia (Dea), da cui deriva inoltre il nome Diana.

MOSAICO LE QUATTRO STAGIONI
Le cerimonie di stato si svolgevano nel tempio della Dea sito al quinto miglio della Via Campana. Il primo ed il terzo giorno, le celebrazioni avvenivano in città, con sacrifici e banchetti. Il secondo, nel lucus della Dea, lungo la Via Campana, o comunque ovunque vi fosse la Dea con i suoi sacerdoti.

Ai sacrifici si aggiungeva una danza, con il canto del famoso Carmen degli Arvali. Si svolgevano le corse di carri nel circus del bosco. Mentre gli Arvali facevano un sacrificio di espiazione per ogni lavoro che era stato fatto su quella terra.

Gli Arvali, detti anche "Fratelli di Romolo", erano dodici sacerdoti addetti al culto della Dea Dia, esecutori di un'antichissima cerimonia di purificazione dei campi, gli Arvalia, una lustrazione particolare e poco conosciuta, per la sua segretezza. Infatti, era i soli sacerdoti, a parte, più tardi, i seguaci di Mitra, a seguire un culto segreto e misterico.

CHIESA SS. VINCENZO E ANASTASIO CON COLONNE DI SPOLIO


LA CHIESA DI SAN PAOLO

Nella chiesa di San Paolo alle Tre Fontane vennero costruite anticamente tre edicole nei luoghi dove sgorgava l’acqua e successivamente la chiesa che venne completamente ricostruita nel XVI sec. per volere del cardinale Pietro Aldobrandini che ne affidò il progetto all’architetto e scultore Giacomo della Porta tra il 1599 ed il 1601.

La facciata si presenta con un architrave sopra la porta d’ingresso, su cui è collocata una targa marmorea: S. Pauli apostoli martyrii locus ubi tres fontes mirabiliter eruperunt (luogo del martirio di san Paolo Apostolo dove tre fonti sgorgarono miracolosamente). La leggenda infatti narra che la testa dell’apostolo Paolo, decollato, abbia rimbalzato per tre volte per terra prima di fermarsi e che ad ogni balzo dal suolo sia scaturita una polla d’acqua: la prima calda, la seconda tiepida e la terza fredda.
Naturalmente le leggende si incrociano ma le acque sorgive c'erano da molto prima del santo Paolo.

Due statue sono dedicate ai santi Pietro e Paolo e si trovano sopra il timpano della facciata dove possiamo anche vedere lo stemma degli Aldobrandini. Entrando un vestibolo porta all’interno, nel vestibolo è conservato un mosaico cosmatesco dell’alto medioevo che si trovava nella chiesa che vi sorgeva precedentemente all’attuale.

L’interno si presenta ad unica navata con due cappelle laterali, tre nicchie custodiscono le tre fontane, ma l’acqua non sgorga più dal 1950. Le nicchie hanno colonne di porfido nero sulla cui sommità è collocata una conchiglia su cui si erge una testa in marmo di San Paolo.

Accanto alla prima fontana è posta una colonna dove, secondo la leggenda, San Paolo venne legato durante la decapitazione. Il porfido nero si reperiva in Egitto e di certo non era accessibile dopo la caduta dell'impero, per cui sicuramente è una colonna di riporto del tempio della Dea.

Nella navata centrale possiamo ammirare un mosaico policromo risalente al II sec. che mostra le immagini delle Quattro Stagioni, che venne qui collocato quando Papa Pio IX fece restaurare la chiesa nel 1867.

Benchè si narri che  che il mosaico provenga dal mitreo del palazzo imperiale di Ostia, a parte il fatto che il suddetto mitreo aveva esclusivamente mosaici in bianco e nero, a parte il fatto che con il simbolismo del mitreo le stagioni non abbiano mai avuto a che fare, è evidente che il mosaico facesse parte delle decorazioni del santuario, ancora pagano nel II sec. d.c. e il susseguirsi delle stagioni d'altronde mentre ben si addicono alla Dea dell'agricoltura, non si comprende cosa avrebbero a che fare con un apostolo.

E' sufficiente comunque osservare le imponenti rovine delle grandi colonne e architravi in marmo che giacciono all'entrata del complesso abbaziale per comprendere quale dovesse essere l'imponenza del tempio della Dea (1), purtroppo demolito e distrutto.





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