CULTO DI VERTUMNO



VERTUMNO

"Ma a te, o Mamurrio, scultore della mia immagine bronzea,
la terra osca non consumi le industriose mani,
a te che hai saputo fondermi, abile in molte esperienze.
Unica è l'opera, ma ad essa è tributata una molteplice lode"


(Properzio - Vertumnio chiede una sua statua a Mamurrio)

In una Roma che si trasforma Vertumno, temendo il suo oblio, si rivolge al sabino Mamurio Veturio, abile fabbro e scultore, nonchè fondatore della gens Veturia, legato anch'egli alla più antica tradizione di Roma antica.

In una ricorrenza di capodanno, il Vertumno di Properzio si paragona ad una vecchia divinità guerriera che sta per essere scacciata dal suo posto esattamente come veniva scacciato il vecchio Mamurio durante le Mamuralia: una forma di bronzo che forse sta per essere di nuovo fusa dato che Roma si espande e cambia.

Ma per Properzio a questa morte segue una rinascita che riconduce all'origine di ogni cosa, come un  rito simile ad arcaiche cerimonie delle genti che popolavano l'Italia antica:
"Un tempo, prima di Numa, ero un tronco d'acero sbozzato
con frettolosa falce, un dio povero in una grata città"


Insomma Properzio parla dell’aedes di Vortumno situata sull’Aventino senza descriverlo; Orazio vede la statua in un angolo di Roma. Forse Vertumno non è stato tolto ma solo relegato a divinità minore.
Vari studiosi pongono Vertumno in relazione col Dio Voltumna, il cui santuario, il fanum Voltumnae, presso Volsinii, era il luogo di riunione della lega etrusca.

La statua di Vertumno nel Vicus Tuscus, godeva molta popolarità tanto che molti scrittori vi allusero, ma di essa si sa tuttavia solo che era di bronzo, forse in sostituzione di altra lignea, di arte primitiva (Properzio, IV, 2, 61), di fattura probabilmente etrusca. I molti attributi assegnati dagli scrittori a Vertumno hanno reso difficile la sua vera rappresentazione. A Roma venne spesso associato a Silvano essendo entrambe due divinità agricole e rusticane, una di origine etrusca, l'altra di origine latina. Più tardi venne anche associato a Priapo.

In realtà l’unica statuetta etrusca assimilata a Vertumno, o ad un suo devoto che tiene in mano un lituo, si trova al Museo Archeologico di Firenze, ma si sa che il cristianesimo fece strage di templi e di immagini pagane.

IL VERTUMNO DI FIRENZE

LA PREMESSA 

Un giorno Numa ricevette da Marte l’ancile, uno scudo sacro  che discese dal cielo. Il re chiese consiglio alla ninfa Egeria che spiegò che quel dono era l'eterna garanzia dell’invincibilità di Roma, a patto che fosse conservato nella stessa città.

Numa si rivolse all’abile scultore Mamurio che dovette forgiare ben undici copie identiche in bronzo dell’ancile, in modo che un eventuale ladro non avrebbe potuto distinguere la copia dall’originale. Dunque a quale miglior scultore avrebbe potuto rivolgersi una divinità? Se Mamurio fa una statua nessuno mai la dimenticherà.



IL DIO

Vertumno era un'importante divinità etrusca, presiedeva al cambiamento stagionale e alla crescita delle piante, e per questa sua capacità in fase tarda si immaginò che avesse l'abilità di mutar forma. Inoltre aveva il potere di arrestare o respingere le acque del Tevere. Ovviamente fu il figlio-vegetazione della Grande Madre Natura che moriva e risorgeva ogni anno, quando la natura si assopiva in autunno, moriva in inverno e risorgeva un primavera.

Marco Terenzio Varrone lo mette a fianco di Opi, Quirino e altri, tra gli Dei introdotti già da Tito Tazio, e Vertumno è anteriore ai contatti con la città di Volsinii, e d'altronde iscrizioni sul Dio si ritrovano in tutto il mondo italico tranne che in Etruria. Ancora, pare risalisse al regno di Numa Pompilio la statua del Dio che sorgeva all'uscita del Foro.

VERTUMNO TRASFORMATO IN VECCHIA SI PRESENTA A POMONA

OVIDIO

Ovidio, nelle sue metamorfosi, immagina una divertente seduzione da parte del Dio nei confronti della Dea Pomona, dove Vertumno utilizza con impegno la sua abilità di assumere forme diverse.

Il poeta, conquistato dalla mitologia ellenica, esalta l'affinità fra il Dio delle stagioni e la Dea che presiede alla crescita della frutta: due divinità preposte all'abbondanza e alla generosità della natura. In effetti i due Dei condividevano una festa (Vertumnalia), che cadeva il 13 di agosto.

"Già Proca governava il popolo del Palatino
e sotto questo re ci fu Pomona, amadriade
di cui nessuna coltivava con più zelo l’orto,
nessuna era più appassionata delle piante da frutto:
di qui il suo nome. Non le piacciono campagne e fiumi,
ama la campagna e i rami carichi di frutti. Non porta
nella destra un giavellotto, ma una falce adunca,
con cui controlla la vegetazione, e spunta i rami
che s’intralciano tra loro, compie gli innesti incidendo
la corteccia, e offre la linfa a piante estranee.
Non le lascia soffrire la sete; con rivoli d’acqua
irriga le fibre ricurve della radice porosa.

Qui è tutta la sua passione, dell’amore non ha desiderio.
Temendo la violenza dei contadini, richiude
i frutteti, e tiene lontani gli approcci dei maschi.
Che cosa non fecero i satiri, gioventù esperta
nel ballo, i Pan con le corna cinte di fronde di pino,
Silvano, sempre più giovane dei suoi anni,
e il dio che spaventa i ladri col membro o con la falce,
per possederla? Ma tutti li superava in amore
Vertumno, e tuttavia non aveva più fortuna degli altri.
Quante volte, nelle vesti di un rustico mietitore,
portò un cesto di spighe, ed era il ritratto autentico del mietitore!

Spesso, con le tempie fasciate di fieno,
dava l’impressione di avere falciato l’erba;
spesso portava in mano un pungolo, e avresti giurato
che aveva appena staccato i giovenchi sfiniti;
con una falce, era un potatore di viti,
con una scala, avresti pensato che andava a raccogliere
pomi, con la spada diventava un soldato, e con la canna
un pescatore. Con tutti questi travestimenti trovava
il modo di avvicinarla e godersi lo spettacolo della bellezza.

Mettendosi in testa una benda colorata, appoggiandosi
a un bastone, sistemandosi una parrucca bianca,
si travestì da vecchia ed entrò nell’orto ben coltivato,
e ammirò i pomi. “Quanto sei brava!”, le disse;
e lodandola molto, le dava baci che una vecchia vera
non avrebbe mai dato, e sedette ingobbito
per terra, guardando i rami curvati dal peso.
C’era di fronte un olmo adorno di splendida uva;
lo lodò insieme alla vite compagna, ma aggiunse:
“Se questo tronco stesse là celibe, senza tralci
di vite, non avrebbe che il fascino delle sue fronde;
e anche la vite, che nell’abbraccio dell’olmo riposa,
se non fosse sposata giacerebbe riversa per terra.

Te però non ti tocca l’esempio di quest’albero: fuggi
il matrimonio e non ti dai cura di accoppiarti.
Se lo volessi! Avresti più pretendenti di Elena,
e di quella che provocò la guerra dei Lapiti,
della moglie dell’audace Ulisse.
Anche adesso che i pretendenti li sfuggi e respingi,
in mille ti desiderano, uomini e semidei,
e dei e geni che abitano i monti Albani.
Ma tu se sei saggia e vuoi fare un buon matrimonio,
se vuoi dar retta a questa vecchia che ti ama
più di tutti, più che non credi, respingi le nozze volgari
e prenditi Vertumno per compagno di letto!

Su di lui prendi me per garante, che lo conosco
come lui conosce se stesso. Lui non vagabonda per tutto il mondo,
ama queste ampie campagne, non fa come fanno la maggior parte
dei pretendenti, che amano quella che hanno appena vista;
tu sarai il suo primo e ultimo amore, a te sola
dedicherà i suoi anni. Aggiungi che è giovane e ha il dono
naturale della bellezza, sa assumere tutti gli aspetti:
diventerà quello che gli ordini, e puoi ordinargli di tutto.
E poi avete le stesse passioni, se tu coltivi
i frutti, lui li riceve per primo e nella mano lieta
tiene i tuoi doni; ma adesso non cerca più i frutti degli alberi
né i succhi benigni delle verdure dell’orto,
non desidera altro che te. Abbi misericordia
del suo amore, fa’ conto che sia lui stesso a pregarti.
Temi gli dei vendicatori, la signora dell’Idalio che odia
i cuori duri e l’ira tenace di Nemesi di Ramnunte."

(Ovidio - Metamorfosi)



VOLSINII

Il fanum Voltumnae (in latino, traducibile come "santuario di Vertumna") era il santuario federale etrusco, conosciuto dalle fonti antiche, ma di incerta identificazione. Il santuario era dedicato al dio "Voltumna" o Vertumno, probabilmente un aspetto del Dio Tinia (equivalente a Giove). Ogni anno a primavera vi si riunivano i capi dei "dodici popoli" della Lega che raccoglieva le dodici città etrusche, delle quali la più antica e importante era Tarquinia: vi si eleggeva il capo supremo della Federazione Etrusca, vi si tenevano feste religiose e vi si prendevano deliberazioni di politica interna ed estera. Il rescritto di Spello, emesso dall'imperatore Costantino I (333-337) consentiva agli Umbri di Spello l'esonero di recarsi a Volsini per partecipare alle feste religiose annualmente tenute dal "Coronatus della Tuscia e dell'Umbria".

La festa che vi si svolgeva in onore di Vertumno non aveva carattere politico, ma religioso, e si svolgeva più verosimilmente ad Orvieto che a Bolsena, perché Orvieto si trovava sul confine fra l'Etruria e l'Umbria. Tito Livio cita diverse volte il santuario con il nome di Fanum Voltumnae e riporta che gli Etruschi vi tenevano i concili federali tra la fine del V e gli inizi del IV secolo a.c., ma non ne indica la precisa collocazione. È da escludere comunque che per Tito Livio il Fanum Voltumae, centro federale degli Etruschi, si trovasse a Volsini. Lo storico, infatti, in altra occasione, presenta Volsini, assieme a Perugia ed ad Arezzo, solo come capoluogo del proprio singolo Stato (Storia di Roma, X, 37: Etruriae capita Volsinii, Perusia, Arretium).

RESTI DEL TEMPIO ETRUSCO SULLA RUPE DI ORVIETO

IL TEMPIO

Una sua statua era nel vicus Tuscus presso il Foro; essa era in bronzo e Properzio, (iv, 2, 61) immagina che sostituisse un arcaico simulacro ligneo. Era incoronata dai piccoli bottegai con i fiori della stagione, con offerte di frutta o degli strumenti e vesti proprie del loro mestiere. Essa venne rinnovata nell'età di Diocleziano (244- 313).

Nel 264 a.c. il console Marco Fulvio Flacco guidò il suo esercito contro la città di Volsinii per domare la ribellione e la distrusse. Venne riportato a Roma un ricco bottino, tra cui numerosissime statue in bronzo, offerte in dono agli Dei. Il Dio Vertunno, ovvero la sua statua venne invocato con il rituale dell'Evocatio con cui si pregava il Dio di trasferirsi a Roma dove avrebbe ricevuto onori anche maggiori. Volsinii è stata variamente identificata con Orvieto (detta Volsinii Veteres) o con Bolsena (cdetta Volsinni Novi).

Negli scavi del santuario dell'area sacra di Sant'Omobono a Roma, è stata rinvenuta la base di uno di questi donari, identificato dall'iscrizione di dedica del console Flacco. Fu inoltre edificato sull'Aventino un tempio dedicato al dio Vertumnus o Vortumnus, dove sarebbero state presenti pitture raffiguranti il console Flacco quale trionfatore.
L'Aedes Vertumni era dunque situato sul colle dell’Aventino, forse nei pressi delle Terme Surane. Infatti sull'Aventino venivano accolte le divinità straniere provenienti dalle città conquistate con il rito dell’evocatio per il quale si trasferiva nell’Urbe la divinità protettrice della città sconfitta. Non a caso, nei pressi del tempio di Vertumno era anche il tempio di Diana, il tempio di Giunone Regina (fasti sui Veienti, capitolazione di Veio nel 396 a.c.); e quello di Minerva; e, in un bosco sacro, il tempio della Bona Dea.



GLI ATTRIBUTI

VERTUMNO
Le poche rappresentazioni note del Dio lo mostrano come un giovane con la barba, coronato da spighe o foglie verdi e recante la cornucopia. Alcuni lo hanno identificato in una statuetta bronzea da Isola di Fano, ora al Museo Archeologico di Firenze, rappresentante forse Mercurio; oppure in una statuetta bronzea portante una falce, trovata nel santuario di Diana presso Nemi (ora al Museo di Villa Giulia), che forse è Silvano; o del bronzo bifronte del museo di Cortona che forse è Turms, il Mercurio etrusco.

La falce era effettivamente un attributo di Vertumno, che con esso potava e faceva gli innesti, ma  sicuramente aveva una connessione col mondo lunare ed infero, la falce come simbolo della luna e come portatrice di morte.

Orazio riferisce di una statua bronzea di Vertumno posta in fondo al Vicus Tuscus presso il Tempio dei Dioscuri, all'ingresso del Foro Romano, opera di Mamurio Veturio, il grande fabbro a cui Numa Pompilio fece riprodurre undici scudi identici all'ancile che Marte aveva donato a Roma facendolo piovere dal cielo.






E qui che Properzio presta voce a Vertumnio, il Dio trasformista:

"Perchè ti meravigli che io assuma tante forme in un corpo solo?
Apprendi gli aviti connotati del dio Vertumno.
Sono etrusco, nato da etruschi, e non mi pento
di avere abbandonato in guerra i focolari di Volsinio.
Mi piace questa gente, e non m'allieto d'un tempio d'avorio,

è sufficiente per me poter vedere il Foro romano.

Un tempo per di qui scorreva il Tevere e dicono
che si udiva il tonfo dei remi sulle acque percosse;
ma dopo che esso cedette tanto ai suoi figli,
sono chiamato il dio Vertumno per la deviazione del fiume;
oppure poichè v'è l'uso di recarmi i primi frutti al mutare delle stagioni,
credete che da qui derivi il culto del dio Vertumno.



Per me si colora la prima uva di acini violacei,
e la chioma della spiga si gonfia di chicchi lattiginosi.
Qui vedi le dolci cerase, qui le prugne autunnali,
e rosseggiare le more nei giorni d'estate.
Qui l'addetto agli innesti scioglie i suoi voti con una corona di frutti,
nel quando il pero produce mele contro il volere del suo tronco.
Tu, menzognera fama mi nuoci; il significato del mio nome è diverso:
credi soltanto al dio che parla di se stesso.

La mia natura è adatta ad assumere tutte le forme:
mutami in qualunque figura vorrai, potrò ugualmente piacerti.
Vestimi di tessuti di Cois, sarò amabile fanciulla,
se indosso una toga, chi potrebbe negare che sono un uomo?

Dammi una falce e cingimi la fronte di un serto di fieno intrecciato:
giurerai che l'erba è stata falciata dalla mia mano.
Un tempo portai le armi e, ricordo, in esse ero elogiato;
con il peso d'un cesto sul capo ero un mietitore.

Non amo le risse, ma quando mi è stata imposta una corona,

allora griderai che il vino mi ha dato alla testa.
Cingimi il capo di una mitra, ruberò la parvenza di Bacco,
se però mi darai un plettro, la involerò a Febo.

Con le reti in spalla mi trasformo in cacciatore, se prendo la canna,
sono il dio che ama cercare la piumosa preda.
Inoltre Vertumno ha sembianze di auriga, o di quello
che ora su un cavallo ora sull'altro sposta il suo lieve peso.

Mi si presti la circostanza, catturerò pesci con l'amo,
e andrò elegante venditore nella disciolta tunica.
So curvarmi sul bastone come un pastore, o anche portare
cestini pieni di rose in mezzo alla polvere delle vie.
Che dire poi - ciò che mi procura grandissima fama -
dei doni dell'orto che divengono preziosi nelle mie mani?

L'anguria verdastra e la zucca dal ventre rigonfio
diffondono il mio nome, e il cavolo legato da un lieve giunco;
non si schiude fiore nei prati, che non venga prima deposto
con grazia quale ornamento sulla mia fronte, dove poi langue.
Il nome mi venne dato dalla lingua dei miei avi,
ispirato dal fatto che rimanendo uno mi mutavo in tutte le forme;
e tu, o Roma, mi attribuisti come ricompensa ai miei Etruschi
(da ciò si denomina oggi il vico Tusco),

fin dal tempo in cui i Licomedi vennero come alleati
e infransero le armi sabine del feroce Tazio.
Io stesso vidi le schiere sbandarsi, e piovere i dardi,
e i nemici volgere le spalle in vergognosa fuga.
Ma tu, padre degli dèi, fa' che la romana gente togata,
continui sempre a passare davanti ai miei piedi.
Restano sei versi (non voglio trattenerti mentre corri
in tribunale per un avallo): questo è il traguardo di creta per i miei giri.

Un tempo, prima di Numa, ero un tronco d'acero sbozzato
con frettolosa falce, un dio povero in una grata città.
Ma a te, o Mamurrio, scultore della mia immagine bronzea,
la terra osca non consumi le industriose mani,
a te che hai saputo fondermi, abile in molte esperienze.
Unica è l'opera, ma ad essa è tributata una molteplice lode".


(Properzio - Elegie IV-2)


POMONA

POMONA

Nel mito romano Vertumno si innamorò della Dea Pomona e, per avvicinarsi a lei, mutò il proprio aspetto più volte ma senza buoni risultati. Pensò infine di trasformarsi in una saggia anziana e stavolta Pomona si avvicinò. Evidentemente le attenzioni del Dio non le dispiacquero perchè più tardi i due si sposarono.

Pomona è la Dea romana dei frutti, ma anche dell'olivo e della vite.  Ovidio la descrive con una falce nella mano destra il che sembra alludere al mondo infero. Infatti in alcuni miti lei è la Dea dei frutti autunnali, prima che la natura si addormenti e non dia più frutti. L'autunno è facilmente collegabile con la morte di tutte le creature, uomini compresi.

Le era dedicato un bosco sacro denominato Pomonal, situato a sud del XII miglio della via Ostiense, nei pressi dell'attuale Castel Porziano. Al culto della Dea era preposto un flamine minore, il Flamen pomonalis, che nell'ordo sacerdotum era il meno importante.

Non si conoscono feste (Pomonalia) in suo onore, forse Vertumno univa le sue feste con quelle della Diana Nemorense, a cui Pomona, antica Dea Tellus, era stata assimilata. Vertumno poteva infatti trasformarsi come tutti i figli della Dea Tellus, come ad esempio Proteo, da cui il termine proteiforme. Ma questa potrebbe essere secondo alcuni un'invenzione di Ovidio, perchè la tradizione latina, comunque, ricordava che Pomona sarebbe stata la compagna di Pico.

Nel 1989, in Lunigiana ci fu il ritrovamento di una stele dedicata a Pomona, sulla cui autenticità c'è stato qualche dubbio a causa dell'intervento di uno scalpellino locale che ha ripassato alcune lettere nell'intento di renderle più visibili. Giovanni Mennella, docente di storia romana all'Università di Genova, in un articolo su una rivista di storia locale, tende comunque ad attribuire l'iscrizione all'epoca rinascimentale, escludendo dunque l'età classica.



VERTUMNALIA

Le sue feste erano dette Vertumnalia, celebrate al termine dell'estate, dove si festeggiava anche Pomona. Durante la festa gli venivano offerte le primizie dei raccolti stagionali. Successivamente gli si attribuirono onori divini nell’ambito del commercio: Orazio parla della sua statua eretta in fondo al vicus Tuscus (da qui la presunta origine etrusca). Nel suo tempio tempio sull’Aventino, il 13 agosto gli veniva offerto un sacrificio.

"Mi piace questa gente, e non m'allieto d'un tempio d'avorio,
è sufficiente per me poter vedere il Foro romano.
Un tempo per di qui scorreva il Tevere e dicono
che si udiva il tonfo dei remi sulle acque percosse;
ma dopo che esso cedette tanto ai suoi figli,
sono chiamato il dio Vertumno per la deviazione del fiume;
oppure poichè v'è l'uso di recarmi i primi frutti al mutare delle stagioni,
credete che da qui derivi il culto del dio Vertumno".



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