ARRETIUM - AREZZO (Toscana)



L'ANFITEATRO DI AREZZO


LA STORIA

Al sorgere della potenza di Roma la città, insieme alle consorelle etrusche, tentò di arginarne le tendenze espansionistiche, ma l'esercito messo insieme da Arezzo, Volterra e Perugia fu sconfitto a Roselle, presso Grosseto, nel 295 a.c.; e così nel III secolo a.c. Arezzo fu conquistata dai Romani che latinizzarono il suo nome etrusco Arretium.

Durante l'epoca romana, specialmente nel periodo repubblicano, Arezzo divenne un simbolo e un bastione dell'espansione romana a nord,  grazie alla sua posizione strategica che ne faceva tappa obbligata per chiunque volesse raggiungere Roma. Arezzo si trovò dunque a doversi difendere dai Galli Senoni che marciavano contro Roma. In suo soccorso giunse una robusta armata guidata dal console Lucio Metello, che trovò la morte in battaglia ma arrestò l'avanzata dei Galli. Del fatto rimane traccia in un toponimo, Campoluci, che indica il tratto di piana vicino all'Arno in cui il console combatté e morì. Dopo il fatto, Arezzo divenne sede di un presidio romano permanente.
Verso la metà del III sec. a.c. politicamente tutta l'Etruria era passata dagli etruschi ai romani, anche se l'arte etrusca e i suoi raffinati costumi vennero ampiamente riconosciuti e copiati dai romani, a cominciare dal vestiario, all'arredamento, alle suppellettili, alle armi e alle insegne di guerra. 

Nel 224 i Galli Gesati sconfissero nuovamente l'esercito romano, probabilmente nei pressi di Arezzo. Poi vi fu il passaggio di Annibale in Italia nel 217 a.c.. Il console Flaminio attendeva con le sue legioni presso Arezzo  ma Annibale girò alla larga , fingendo dirigersi a Roma e attirando Flaminio nell'imboscata del Trasimeno.
Il pericolo di Annibale non provocò la rivolta degli etruschi aretini contro Roma, o almeno nel 211 il console M. Claudio Marcello, e l'anno dopo il console C. Terenzio Varrone, seppero ristabilire l'ordine. a soprattutto gli aretini sapevano che le ricchezze raggiunte coi romani non sarebbero procedute coi cartaginesi, i quali, molto mano civili e potenti dei romani, non avrebbero concesso nè ricchezze nè libertà.

Tanto è vero che nel 205, all'esercito romano per l'ultimo attacco a Cartagine diretto da P. Cornelio Scipione,
mentre Caere dette frumento e viveri, Populonia ferro, Tarquinia tele per le vele, Volterra grano, e Perugia, Chiusi e Roselle ancora  legname; Arezzo, da sola, fornì: “tremila scudi, altrettanti elmi, giavellotti corti, aste lunghe, giavellotti tutti di ferro, in ugual numero per ciascuna specie fino a raggiungere la somma di 50.000; e scuri, zappe e falci, gabbioni e macine quante ne occorrevano per 40 navi da guerra; e 120.000 moggi di frumento e viveri per i decurioni e per la ciurma” (Tito Livio 28, 45).



MUNICIPIUM

Dopo la vittoria di Zama del 202 a. c. la romanizzazione delle colonie romane in Etruria accellerò con notevoli risultati. Nella guerra sociale (91 a.c.) le popolazioni etrusche, a differenza di quelle italiche, rimasero infatti fedeli a Roma: per cui ottennero la cittadinanza romana.
Quando Arezzo nell'anno 89 a.c. ebbe la sospirata cittadinanza romana venne ascritta alla tribù Pomptina, una delle tribù rustiche che traeva il nome dalle campagne pontine. Così la sua prosperità economica  dell'età ellenistica aumentò in età romana, come si può osservare da San Cornelio-Castelsecco, imponente santuario extraurbano, forse del II sec. a.c., che ricevette più tardi un'imponente sistemazione scenografica con un sontuoso teatro-tempio, come usava nei santuari laziali.

PORTA STUFI
Il territorio municipale aretino era vastissimo: più ampio di quello della nostra provincia e uguale a quello dell'antica diocesi aretina che non è difficile ricostruire: dal Tevere all'Arbia e all'Ombrone, da Certignano nel Valdarno fino all'Orcia. 1 centri più importanti del territorio erano detti “pagi”; i più piccoli “vici”. Le autorità locali, i cosidetti “magistri pagi” o “magistri vici” dipendevano da quelle centrali.

Arezzo dunque si arricchì di grandi edifici pubblici, come il complesso delle terme e del teatro, posto nei pressi della Fortezza, e il Foro, che doveva trovarsi  tra la Porta Crucifera e piazza Vasari, mentre varie zone residenziali si estendevano in piazza Vasari, via Albergotti, via dei Pescioni, piazza Colcitrone, San Niccolò, via Cesalpino, e oltre.

Qui nacque l’industria della "terra sigillata": i vasi corallini prodotti dai vasai aretini si diffusero in tutto il mondo conosciuto fino all'India. Intanto venne ammesso alla reggia e all'amicizia di Cesare Ottaviano Augusto, l’aretino Gaio Cilnio Mecenate (68 - 8 a.c.), discendente dei lucumoni di Arezzo, in veste di primo ministro e consigliere dell’imperatore, Mecenate darà grande impulso all’attività sia economica che artistica.

Nel I sec. d.c., epoca del massimo splendore della città per il fiorire dell'industria di ceramica 'sigillata', i cui splendidi esemplari possono essere ammirati nel Museo Archeologico 'Gaio Cilnio Mecenate', Arezzo continuò ad espandersi fino alle pendici delle colline di San Pietro e San Donato (aree precedentemente occupate da sepolcreti ed officine) ed ebbe come limite estremo le vie Crispi e Guadagnoli, dove furono eretti, nel II sec. d.c., un ninfeo e l'anfiteatro, che oggi accoglie il Museo Archeologico.


Sappiamo che il Consiglio comunale era composto da un centinaio di Decuriones o consiglieri: detti anche senatores, centumviri, eletti tra i cittadini più ragguardevoli per censo ed onori e decidevano su tutti gli affari del Comune, a maggioranza semplice.
Supremi magistrati del municipio erano i Duoviri iuredicundo: rinnovati ogni anno (da luglio a luglio) erano eletti dal popolo nei comizi dei mese di marzo. Esercitavano il potere esecutivo ed in parte anche quello giudiziario, civile e penale, ed avevano i privilegi e gli onori dell'eponimato, della toga praetexta, della sella curulis e dei fasci privi di scure.
Gli altri due magistrati importanti ma inferiori ai Duoviri erano gli Aediles (= duoviri aedilicìa potestate) che si occupavano delle vie, degli edifici sacri e pubblici, della politica annonaria, dei mercati, delle terme. Varie erano le cariche minori (curatores, segretari, archivista) e numerosi i banditori e le guardie.



I VASAI ARETINI

Stanford University Library - Stanford, California .

"Era veramente Arezzo al tempo antico il luogo dei vasai, dacché dentro la città e fuori d'ogni intorno s'incontrano le loro vestigia. Il che più si è verificato nello scorso mese di gennaio nel fare le forme da viti in un campo del piano, distante un km dalla porta Fiorentina, detta anche di s. Lorentino. Il qual piano, che si
estende alla sinistra del fiume Castro, ritiene tuttora il nome di Orciolaia, quantunque non si abbia memoria che al tempo presente e nel medioevo orciuoli o pentoli siansi ivi composti. Ma perchè quel nome ritrovasi nelle vecchie carte, e frequenti appariscono gl'indizi delle antiche figuline, deduciamo con certezza, che a noi deriva fino dai tempi romani.

Così in modo generico si denominò la contrada a ponente fuori della città, dove non soltanto gli orci, ma ogni sorta stoviglie si produssero fino alle più eleganti ed ornate. L'importanza del luogo e la novità dell'argomento m'invitano a condurre il lettore come per mano, dipartendomi dall'antica porta ora distrutta della città fino all'Orciolaia, e quivi mostrargli le scoperte che sotto ai miei occhi si sono palesate.

L'antica via per la quale dall'alta piaggia di Morello scendendo al piano, e passato il ponte del Castro, dirittamente colà si giunge, entrava in città per Porta Fori, situata quasi a capo la piaggia, e la solcava da ponente ad oriente, proprio sulla linea, che decumana chiamarono i Gromatici e veramente augurale desunta dai libri rituali degli etruschi. Ed invero dirittamente oltrepassando la cresta più elevata del colle urbano o dell'arce, discendeva all'altra porta orientale, che nel medio evo serbava il nome di porta Agurata, vale a dire augurata, donde fu il principio della città.

Partendoci adunque dalla porta Fori, così detta dalla vicinanza del Forum, posto molto probabilmente dove sono le fabbriche e l'orto del vescovado, osserviamo che lassù posta la cinta, che torreggiava e coronava la città: inoltre per un atto dei primi del 1200 si trae la notizia, che la chiesa di Muiello, ove rimane oggi il seminario, era situata presso quella porta; e lo stesso suo nome conferma la rovina delle mura, che furono sicuramente etrusche, come per altre vestigia, che sono nei fondi di via dell'Orto, si argomenta.

Neppure a dugento passi dalla detta porta, e a destra della via, rimaneva la celebre figulina di Marco Perennio da me e dall'egregio Angiolo Pasqui descritta in queste Notizie, e che ha fornito le più mirabili e delicate opere rilevate nelle leggere stoviglie, mostrandoci di quanta perfezione ed eleganza vestivasi l'arte, e quale gusto si era trasfuso in tutta Italia al tramonto della romana repubblica.
Producevansi terraglie da tavola, le quali splendevano di un rosso corallino, succeduto al nero caduto di moda, e dominante nel tempo etrusco. La qual cosa pure si verificò in quella esplorazione; che là dove erano infiniti i frantumi di vasi rossi, e gli scarichi della fornace, non ne apparve di quei neri: dei quali i saggi e gli avanzi si rinvennero sotto il piazzale del lavoro di Perennio: segno che prima che ponesse mano alla sua officina i neri vi si producevano. Abbiamo di questo fatto la conferma in diversi punti della città di Arezzo; che dove lavoravansi le stoviglie nere sovente si istituirono quindi le figuline delle rosse, come alcune di quelle cessarono e scomparvero senza questa successione.

Nella via alquanto più giù a destra dobbiamo indicare, che sorgeva un antico edifizio, precisamente dove la casa fa angolo colla piazza di s. Maria iu Gradi. Qual fosse precisamente la sua forma non so dire; certo vi si scoperse un pavimento a mosaico con ornati lineari a vari colori: ed il genere suo indicava, che l'edifizio apparteneva ai tempi di Augusto, o poco dopo.

Giunti alla porta di s. Lorentino si ha il ricordo che nel gettare le fondamenta del baluardo a destra, che la protegge, per le fortificazioni di Cosimo I nel 1552, venne fuora la celebre scultura etrusca in bronzo della Chimera, la quale andò ad ornare le Gallerie di Firenze, e di recente fu trasportata al nuovo Museo etrusco fiorentino. Insieme ad essa furono trovati molti idoli votivi in bronzo; onde s'induce essere stato quel luogo sacro, e decorato di un tempio etrusco. E perchè un altro deposito votivo di oggetti in bronzo, e numeroso
e ricco venne alla luce nel 1872 nell'altra parte del colle fuori di porta Agurata presso il luogo che si chiama Fonte Veneziana, non senza ragione possiamo argomentare, che qualche culto speciale si tenesse nelle vie principali, che proseguivano la forma urbis, e forse nelle stazioni designate ai sacrifizi o lustratione, si come si
ha nelle tavole eugubine, e nelle arvali.

Dalla porta s. Lorentino al ponte del Castro detto delle Carciarelle il diritto tratto della via sta sull'antico, il quale per essere selciato aveva serbato nel medioevo il nome di via de Silice. Né alla sua destra né alla manca ci è cognito, che vi fossero antichità, non già perchè non trovate, ma per non averci badato nei lavori
campestri, e così essersi il tutto disfatto. La chiesa soppressa di s. Lorentino, che si distacca al lato destro risale al secolo duodecimo, e fu un piccolo monastero dei Camaldolesi: nell'edificarla pare non siensi serviti dei residui di antiche fabbriche all'infuori di qualche pezzo di travertino. Questi residui però sovente s'incontrano in quella spianata fra la chiesa ed il fiume, e si veggono sparsi nei campi i frantumi di embrici degli edifizi romani disfatti.

Perché sia dato il nome di Carciarelle al ponte, forse dalle varie fornaci figulinarie, che apparivano quasi sotterra, e aventi la forma di piccole carceres, derivò quel vocabolo: o più propriamente dirsi dovea Calcinelle, dalle macerie frequenti, che là si estendevano; a ciò facendomi pensare un atto del 1315 (nelle carte di s. Bernardo) che nomina così un terreno fuori di porta Buia, ora murata, la quale rimaneva prossima e costruita sopra la riva dello stesso Castro.

Or cominciano le fabbriche de' vasi aretini a manifestarsi, ricordando l'illustre storico Marco Attilio Alessi, che a suo tempo l'anno 1492  furono trovati gran quantità e numero di frammenti con lettere nei fondi di ciascun
vaso figurati con maravigliosa industria ed arte: e ne trascrisse i sigilli, che furono editi dal Gori. Dai quali si scorge che la fabbrica era tenuta da Lucio Calidio con una buona schiera di operai: i quali lavoravano al modo e con figure simiglianti a quelle di Perennio, come ho veduto in qualche frammento trovato in Roma: né diversa può esserne l'età, come dallo stile si deduce, e dalla paleografia dei loro nomi.
Oltre la Calidia comparisce fra i bolli copiati dall'Alessi anche quella di Lucio Domizio, che doveva esserne congiunta, o molto prossima. Ma dal tempo del Gori non è più apparso segno della figulina di Calidio in quel luogo, né alcun saggio in Arezzo del suo lavoro. Mi resta il sospetto che lo scarico sia da ricercarsi nell'aia del podere dei conti Saracini, distante incirca cento passi dal ponte, e fiancheggiata dalla ripa: giacché ivi, come a fior di terra, emergono sovente dopo la pioggia frantumi di vasi rossi finissimi, e v'indicano l'esistenza di un tal fabbrica, la quale può ben darsi che d'un'altra si tratti.

E di vero nel costruire il ponte della ferrovia casentinese (due anni or sono), che sta sopra a quello della strada a brevissimo tratto, si verificò un altro scarico, che non si sa che fosse, essendosi conosciuta la scoperta troppo tardi, e quando il lavoro murario era terminato, ed ogni cosa ricoperta.

A questo proposito viene opportuno, quanto narra il Vasari nella vita del suo antenato Lazzaro dipintore, che questi aveva un figlio di nome Giorgio, il quale attese alle antichità di vasi di terra aretini, e ne ritrovò i modi del colore rosso e nero.
« Dicono che cercando in un luogo di vasi, dove pensavano, che gli antiqui lavorassero, trovò in un campo di terra al ponte alla Carciarella, luogo così chiamato, sotto la terra tre braccia, tre archi delle fornaci antiche, et attorno cercando vi truovoreno di quella mistura vasi rotti infiniti, e degli interi quattro » . Or questo avvenne verso il 1480 a tempo di Lorenzo il Magnifico, il quale ebbe da Giorgio in dono quei vasi: e molto probabilmente era una fabbrica diversa da quella ricercata poi dall'Alessi, e dall'altre due da me ricordate.

Passato il ponte del Castro, a sinistra della strada, e del corso del fiume, dovette essere la industria ceramica, se ancora alla destra del fiume l'abbiamo notata floridissima. Ora prima di entrare nel terreno contiguo alla strada a mancina, di proprietà della sig. vedova Viviani, che me ne ha concesso l'agio di esplorarvi, non vo' tralasciare, che nel campo di fronte lievi vestigia sotterra rimangono di un'antichissima strada, la quale dal ponte ove univasi con altra, teneva la sinistra del fiume, e si dirigeva verso il prossimo Montione, dove sgorgano le acque acidule, il cui nome deriva da Mons Jonius. In quel campo giorni sono il lavoratore raccolse un frammento di patella rossa col bollo: Tx "H'RS, il quale si scioglie in Lucii Tiziis; un servo di Lucio Tizio, che aveva la sua fornace a Fonte Pozmolo, sotto le mura di Arezzo a tramontana.

La breve striscia di terra, da me in diversi punti esplorata, ora di proprietà Viviani, apparteneva ad un benefizio ecclesiastico: la qual cosa è bene a sapersi, quando si tratta di luoghi, che abbiano vestigia di antichità. Non nel nostro caso, ma talvolta si può perfino risalire alla conoscenza del possesso primitivo, e come dal dismesso culto pagano, o dal fisco imperiale o regio sia passato alla chiesa.
Il maggior lato dell'appezzamento tiene una linea obliqua, che andrebbe a far capo al ponte del fiume, onde può essere, che sia sulla traccia di una via scomparsa: perocché ho osservato, che buona norma per ripigliare le vie antiche, dove si sia perduto ogni segno, è di seguire i confini agraiì. Prima di questo anno, nelle stagioni che il campo veniva a vanga, il colono recavami ora una moneta, per lo più imperiale (una sola volta un asse onciale alquanto ridotto con ROMA), ed ora dei frantumi dei vasi con questi nomi di artefici: RASIN, in tazza figurata. — PROTI , servo probabilmente di L. Calidio. — CAMVRI, nella forma di un piede. Come nella forma del piede destro i seguenti: CLOD • PROC. (C). Clod{ii). Proc{ull).

Nello scavare pertanto le forme o fosse da viti, i lavoranti trassero all'aperto tegoli e coppi e grossissimi mattoni infranti, confusi con residui di vasi neri e rossi; ed in un punto estremo del campo s'incontrarono in un muro formato di grossi ciottoli impastati con calce durissima. Volli allora girarlo attorno, e mi si presentò di
forma quadrata, un po' irregolare, della quale il lato di mezzogiorno non orientava perfettamente, ma inclinava a sud-ovest.
Tre degli angoli aggettavano come che sopra vi fossero costruiti dei barbacani o speroni per maggiore fortezza. Il pavimento era formato della stessa materia del muro, dove ad alto spessore erano stati battuti e livellati i ciottoli nell'impasto di calce. Il medesimo si approfondiva in giro per circa un metro, ed isolato non aveva collegamento con altro edifizio.
Esaminato il modo di costruzione e la sua forma mi sono convinto, che non poteva risalire ad età molto antica, ma probabilmente al tempo medievale, senza potere intendere quale ne sia stato lo scopo. E ciò mi persuadeva ancora l'assoluta mancanza dei frammenti fittili di altro lavoro figulinario; mancanza che non si sarebbe verificata, se quell'edifizio avesse avuto qualche relazione coll'opificio.
Ma a pochi metri discoprivasi il piazzale del lavoro dei figlili, il quale era formato di terra fortemente battuta, ricoperta di leggero strato di rena e di minuta ghiaia. Quantunque vi fosse passato per mezzo un filare di viti, si poterono determinare i lati, e misurare l'ampiezza dell'area, che è quasi quadrata. E costituisce come un
rialzo spianato sopra il suolo per circa mezzo metro, dove si lavorava all'aperto: dinanzi a mezzogiorno si scaricavano in basso le scorie e gli spurghi di fabbrica.

A venti passi da questo piazzale esisteva un condotto d'acqua formato di coppi rimboccati uno sopra l'altro da fare il vano intemo. Aveva la pendenza lievissima verso una vasca interamente disfatta. Seguitolo, non ho trovato, donde prendesse l'acqua, e dove veramente facesse capo: ma dove pareva che terminasse, ne apparve un altro colla pendenza dall'altra parte costruito a mattoni, a modo di zanella larga da 29 a 30 cm, quanto un piede romano. Si dirigeva questo probabilmente ad una vasca, la quale avrà dato alimento ad un'altra figulina.
L'acqua incondottata nei coppi sgorgava in ima vasca, il cui piano, solo ritrovato manomesso, era composto di un massello di mattoni e di calce ed oltremodo durissimo. Ivi l'argilla decantavasi, e discioglievasi, e forse passava in altro recipiente per averla sempre più raffinata. Ma dove rimanesse precisamente la fornace non mi fu dato di accertare, e solo per le scorie invetriate dal fuoco per i bruciaticci, e per la terra arrossita l'ho potuta supporre fra il piazzale del lavoro ed il luogo principale di scarico.

Il sito dello scarico del vasellame si prolungava per alcuni metri, ed appariva da circa 30 cm dalla superficie attuale del suolo. Generalmente nel piano di Arezzo si trovano le antichità romane a più d'un m di profondità; ma qui per la vicinanza del fiume hanno i fossati abbassato il terreno. Aperto lo scarico, vi si riconoscevano due strati bene distinti: il superiore dai 70 ai 90 cm componevasi di vasi rossi, l'inferiore appena di 20, di vasi neri, con un intermezzo di terriccio che non superava i 30 cm, e talvolta spariva del tutto da quasi insieme confondersi i due generi di stoviglie. Tanto nell'uno che nell'altro si vedevano dei vasi attaccati e insieme fortemente impastati per la violenza del fuoco.

Lo strato dei vasi neri toccava il suolo vergine cioè non mai smosso. C'indicava che si cominciarono a cuocere boccali e vasi a pignatte piuttosto grandi con qualche ornamento rilevato nell'attaccatura dei manichi. Forse anche dell'anfore vinarie col piede a punta; ed ancora delle lucerne della forma ordinaria, due delle quali meritano esser notate.
Lucerna con vernice nerastia, e priva del manico: nel tondo superiore quattro lune crescenti disposte verso la periferia, e nel di dentro un archetto a pumtini che chiude una palmetta : fra le lunette una foglia di palma rivolta al centro. Altra lucerna mal cotta e nerastra, con quattro cerchi concentrici intorno al foro superiore, a
sinistra una protuberanza ove sono incise tre linee e rilevato un punto.

Quando poi la fabbrica prese vita con buon numero di operai si produssero unicamente i vaselli da convito dalle ciotole piccolissime alle ben capaci, e dai piattelli a vassoi, cioè dalla patella alla paropsis. Dapprima non si distinsero di alcuna marca; poi a ciascuno dei figuli talentò contrassegnare l'opera propria: la quale all'infuori della forma elegante, la più comune ed usata, e l'argilla decantata e ben cotta, e la vernice nera più o meno vivace, non era abbellita di alcun rilievo di figura o di ornato.

Ma ben presto si vede apparire il segno o il nome intero, o abbreviato, che s'imprimeva nella faccia esterna del vaso, e quattro e sei volte intorno al centro, e talvolta quivi ripetuto. Le impronte sopra i vasi neri, ed i rossi, e le comuni ad ambedue sono le sequenti. Comuni tanto ai neri che ai rossi:

- Nelle quali tre serie si osserva, che il figlilo Dassius produceva l'una e l'altra specie di vasi, sebbene vi adoperasse un diverso suggello; e che il nome del proprietario (lì. 28) C • SE è lo stesso del n. 10 C-2; il quale può essere un Sestio o un Sergio, nomi che s'incontrano nei vasi aretini.
- Si rileva ancora, che alcune marche segnarono dal principio della fabbrica i soli vasi neri, e che altre furono esclusivamente dei rossi, e che per la maggior parte improntarono tanto l'una che l'altra specie di ceramica.
- L'officina pertanto segna il termine della produzione e dell'uso delle terraglie nere, che per più secoli non solo prevalsero in Etruria, ma nell'Italia tutta, e l'adottamento di quelle in rosso, che dal I sec. a.c. infine a tutto il romano impero non più si dismise. Fu il favore, che il nuovo genere aveva ottenuto, e la fama, che per gli eleganti rilievi se n'era diffusa, che naturalmente fecero decidere i figuli a tale cangiamento.
- Quelli, di cui qui abbiamo i nomi, mostrano di non essersi succeduti l'uno all'altro, ma di aver lavorato insieme; sia perchè si trovano negli scarichi commiste le opere loro, sia perchè concordemente variarono il colore dei vasi, e infine per la paleografia. Indistintamente poi servironsi dei nomi e dei segni ornamentali, onde il segno equivale al nome del figulo ed usavasi a volontà, e non già che abbia precedenza di tempo: come invece apparirebbe negli assi sestantari ed onciali di Roma, dove il segno convenzionale fu adottato prima del nome scritto.

MINERVA
E che sia avvenuto che Arezzo cominciasse ad acquistarne alcuna fama, si vede per la moneta librale etrusca che emise, nella quale da un lato impresso la rota, e dall'altro un'anfora, della forma di quelle etrusco campane, le quali sono talvolta coronate nel corpo da un tralcio di edera o di vite. L'altra osservazione si è, che i nomi dei lavoranti dei vasi rossi, che succedettero nei primi del secolo primo a.c. si appalesano presso che tutti quanti di greca origine, e lavorano o per conto proprio, o di qualche potente doviziosa famiglia romana {Pereimia, Memmia, Coìvielia, Viòla ecc.).

Infine, perchè si stabilirono in altri luoghi d'Italia, e di fuori, molte figuline, che fecero concorrenza, alle aretine; queste non oltrepassarono certamente il tempo di Augusto, e così ben presto mancarono. Fu pertanto la industria ceramica importata in Arezzo dalla Campania in prima, e poi alimentata da greci artefici, che traevano i modelli dalle migliori opere loro, e non già un' industria paesana, quantunque l'argilla aretina vi fosse stata assai idonea.

Rilevandosi chiaramente che i lavoratori stessi fecero seguire alla produzione delle terraglie nere quelle rosse, converrà bene adesso accennare in qual tempo avvenne che in Etruria, anzi in Italia tutta, si preferirono vasi di colore vivace corallino adornandoli di rilievi con maggior gusto e leggiadria.

Se nella nostra esplorazione fosse apparsa qualche moneta, la questione si sarebbe resa più facile: nel difetto noi potremo risolverla con due altri elementi non meno sicuri: l'uno paleografiao, e l'altro della fabbrica e dell'uso il più antico delle terraglie rosse in Arezzo. Nel modo che sono scritti i nomi di Antiochus, Nicephor{us), riconosciamo che i vasi neri si lavoravano ancora dopo il 640 di Roma: che prima di questo tempo non segnavasi il eh e il ph, testimoni i monumenti e le monete. D'altro lato poi vi sono prove esuberanti per manifestarci che i vasi corallini si producevano prima di Siila, cioè prima del 670. Onde se noi riportiamo l'età dell'officina, che abbiamo esaminato, tra la fine del II e il principio del I sec., ricordandoci, di quanto ornai è noto sopra i vasi aretini, non saremo lontani dal vero.

Naturalmente l'accoglienza che nelle varie contrade d'Italia si fece delle ceramiche coralline, lasciando per sempre le nere, non avvenne in modo simultaneo ma progressivo, in prima nelle città principali, poscia diramandosi nei centri minori, e più lontani dalle vie consolari. Può darsi che il novello costume si dipartisse proprio da Arezzo, sembrandomi ciò molto probabile, per la designazione che gli antichi davano di aretini (arretina vaso) ai vasi rossi.
Ma anche provenuto fosse dalla Campania dall'isola di Samo si sarà sempre sparso non poco lume dalla recente scoperta, poiché non solo si è avvantaggiata la nostra conoscenza della ceramica italica di quel periodo, ma ritrovandosi di sovente associati i vasi neri o rossi ai monumenti o alla suppellettile funebre, ne sarà dato di stabilire meglio l'età, che è la cosa la più essenziale nella loro dichiarazione."



LA GUERRA SOCIALE

Arezzo poi, insieme a gran parte dell'Etruria, si schierò con Caio Mario dei populares contro Cornelio Silla degli optimates. E nell'82 a.c. il console Papirio Carbone, capo del partito democratico, battuto a Faenza, riparò su Arezzo e così il console Norbano battuto presso Chiusi da Pompeo.

L'ANFITEATRO
Circa 100.000 morti costò la guerra civile e tra le città più martoriate dalla vendetta di Silla fu Arezzo: smantellata e saccheggiata, requisite e date ai sillani le fabbriche di ceramica e le fonderie, eseguite espropriazioni di ogni genere, dato inizio alla triste politica della distribuzione delle terre ai veterani contro i diritti degli antichi proprietari.

Gli “Arretini veteres” vennero soppiantati nella loro città e nella loro terra da una colonia di veterani sillani: detti “Arretini fidentiores”. La vecchia Arezzo sarebbe scomparsa per sempre se M. Tullio Cicerone con la sua orazione Pro Caecina non avesse perorato la causa di Arezzo e di Volterra.

Il sottosuolo della città conserva ancora le rovine della crudele distruzione sillana dell'81 a.c. e da qui dipendono il materiale vario rinvenuti in diverse parti della città ma specialmente quell'enorme scarico ritrovato oltre le mura a nord della città vicino al muro laterizio scavato dal Pernier. Dopo la rappresaglia sillana ci fu la ricostruzione e a questa il Fatucchi riferisce un terzo impianto urbanistico il cui cardine massimo era dato dalla direttrice Via delle Gagliarde - Via Fontanella Piaggia di S. Lorenzo - Via Pellicceria e di cui sono visibili alcuni resti di decumani minori.



CESARE

SCORCI DELL'ANFITEATRO
Un'altra sciagura venne poi a causa dell'essersi schierati a favore di Catilina nella famosa congiura del 64 a.c.: .Quando nell'autunno del 63 l'esercito dei disperati di Catilina venne annientato sulla montagna pistoiese molti dei morti erano flesolani ed aretini. Giulio Cesare, di cui era proverbiale la clemenza anche verso i nemici, resosi conto dell'inevitabile declino di Arezzo a causa dello spopolamento, impiantò una colonia di suoi veterani che presero il nome di “ Arretini Julienses ”. Ancora oggi restano tracce della centuriazione cesariana, per es. tra Arezzo e Foiano. Contemporaneamente fondò a Siena la "Sena Julia", pertanto Cesare fu il fondatore di Siena.

Arezzo crebbe sotto il dominio Romano sia in abitanti che in ricchezze.. In epoca Augustea con i suoi 100000 abitanti divenne la terza città d’Italia, dopo Napoli-Pompei e Roma, espandendosi verso la pianura sul versante sud della collina e allungando le mura. Sono di questa epoca l’Anfiteatro, edificato nel II sec. e sfuggito alle successive distruzioni barbariche, il teatro e le terme.

Anche l'agricoltura era fiorente, Plinio il Vecchio menziona l'ottimo grano “ siligo ” della Valdichiana e Plinio il Giovane l'ottimo vino dal nome etrusco di “talpona”.

Arretium dunque risorse e la sua l'industria raggiunse il top con la famosa ceramica a rilievo a vernice rosso corallina che per circa un secolo, a partire dalla fine del I sec. a.c., venne esportata in tutto il mondo allora conosciuto. Se ne sono trovati resti perfino in India. Con Augusto poi la popolazione urbana raggiunse le 30.000 persone.



LA CULTURA

La vita culturale ebbe la geniale figura di Mecenate, il cui nome è diventato sinonimo di protettore di artisti. Per il I secolo a.c. si può ricordare anche Tito Pomponio Attico, letterato amico di Cicerone e per il sec. 1 d. c. la poetessa Sulpicia “l'unica poetessa della letteratura latina che aveva villa e possessi nei dintorni di Arezzo (in Sulpiciano oggi Pieve S. Giovanni) che non amava molto la sua terra in quanto poco “ adatta ad una giovane donna la villa e il freddo fiume della campagna aretina" ” (A. Fatucchi). Amava invece Roma dove c'era vita e si apprezzava la sua arte.

Per quanto riguarda l'attività artistica nell'Arezzo romana, specie scultura e ceramica, basta visitare il Museo Archeologico. Sia la conoscenza della topografia di Arezzo romana che gli avanzi archeologici di essa sono ben più ricchi di quelli dell'Arezzo etrusca. Molti i resti di strade romane sia all'esterno che all'interno della città: Via Vittorio Veneto, Corso Italia, Via delle Gagliarde, Via M. Perennio, Via Vecchia di S. Clemente. Soltanto sul lato nord e nord-est della città H Fatucchi riconosce quattro strade romane.



I MONUMENTI


Il foro
Il foro etrusco-romano non ha lasciato tracce visibili ma si sa bene dove era ubicato: tra l'abside dei Duomo e la Fortezza specialmente nella depressione che ivi si trovava e che venne colmata. Quanto a edifici termali si conoscono l'ubicazione e qualche resto di almeno tre: presso la porta S. Clemente, in Via delle Terme (presso la Piazza di Porta Crucifera) e in Via dei Ninfeo - Via Crispi.

L'Anfiteatro
E mentre il teatro si trovava nella parte alta della città (tra la Fortezza e Viale Buozzi) l'anfiteatro, come si vede ancora, era nella parte bassa presso la chiesa di S. Bernardo. Situato nella zona meridionale della "città murata", è accessibile da Via Margheritone e da Via F.Crispi. Realizzato tra la fine del I e l'inizio del II sec. d.C. con blocchi in arenaria, laterizi e marmi, presenta una forma ellittica, a due ordini di gradinate.

L'asse maggiore misura m. 121 e il minore di 68; la capienza raggiungeva, presumibilmente, gli 8-10 mila spettatori.
Purtroppo è stato ripetutamente rimaneggiato tanto da servire da cava di pietre e di altro materiale sia per la costruzione della chiesa e del convento di San Bernardo nel XVI sec., oggi sede del Museo Archeologico, sia per innalzare le mura medicee e ampliare il Seminario alla fine del Settecento, quindi è stato parzialmente interrato. Tra i resti è visibile parte della platea con intorno pochi ruderi degli ambulacri, pittorescamente incorniciati da pini e cipressi.


I Templi


I resti o indizi di molti templi si individuano in ogni parte della città; e vicino, il tempio di Giunone Lucina (la etrusca Uni) la popolare Dea dei parti e delle madri, sulla splendida cima di Castelsecco.

Già nel 123 Adriano aveva fatto costruire la Chiusi Firenze cioè la Cassia Nova o Adrianea, che non passava per Arezzo, che passò dalla VII regione della riforma di Augusto alla VI, la Tuscia annonaria e Umbria cisapperminica della riforma di Diocleziano.


Le Necropoli

La necropoli più antica di Arezzo si trovava a sud-est della città e occupava il Poggio del Sole; le tombe a fossa risalgono alla prima metà del VI secolo a.c. e contenevano buccheri e, nel periodo tardo-arcaico, anche ceramica a figure nere di produzione etrusca e attica, gioielleria, ecc. In genere i cippi tombali sono emisferici e a base rotonda. I cippi funerari, così come lo stile dei più antichi bronzetti, farebbero individuare in Chiusi e Volterra i centri principali di maggiore contribuzione alla formazione della cultura locale. All'inizio dell'età Ellenistica, in rapporto al notevole incremento della città e della sua popolazione, anche il numero delle tombe aumenta in misura considerevole. I riti dell'inumazione e dell'incinerazione risultano avere coesistito.


Museo “Gaio Clinio Mecenate”

POCHI RESTI DEL TEATRO
Il Museo è intitolato a Gaio Cilnio Mecenate e ha come sede l'ex monastero di S. Bernardo, edificio pregevole che sorge sui resti dell'anfiteatro romano (metà del II secolo d.c.) le cui volte sono visibili al primo piano.

La sezione romana comprende mosaici, bronzetti, sculture, iscrizioni, monumenti funerari, statue tra cui quella raffinatissima dell'imperatrice Livia e quella integra di un togato rinvenuta nel 1994 - e corredi tombali, per esempio quelli preziosi di fanciulla dalla località "Puglia" e l'altro, alto medievale, da Pionta. Largo spazio è dedicato ai vasi aretini, denominati in passato anche "vasi corallini". Di questa ceramica, prodotta ad Arezzo tra la metà del I sec. a.c. e la metà del I d.c., che rese la città famosa nell'antichità, il museo conserva la più ricca collezione al mondo. Degno di menzione infine tra gli oggetti preziosi il ritratto maschile in crisografia - oro su vetro - (seconda metà del III d.c.), che costituisce uno dei rari e più raffinati esempi di questa tecnica.



LA DECADENZA

Il cristianesimo si insediò nel II sec. d.c. e verso la metà del III sec.d.c. Arezzo aveva già una cristianità organizzata. Nella seconda metà del III secolo, come avvenne anche per Chiusi e per Firenze, Arezzo diventò sede vescovile e perciò capoluogo di una vasta diocesi che ricalcava i confini del municipio romano.

Iniziò pertanto la decadenza culturale ed economica di Arezzo, soprattutto per il crollo della massima industria aretina, quella della ceramica a vernice rossa, non, come taluni affermano, a causa della concorrenza della ceramica della Gallia, che non era assolutamente paragonabile all'aretina, quanto per il crollo dei soggetti mitologici nelle soppellettili, ritenuti demoniaci, e per le suppellettili in genere ritenute frivole e poco cristiane.
Col V secolo la conversione per lo più forzata al cristianesimo fu compiuta e si passò alle campagne distruggendo ogni traccia di paganesimo. La deposizione dell'ultimo imperatore romano d'occidente operata da Odoacre nel 476 segna la fine in realtà già avvenuta dello splendido impero romano.



RITROVAMENTO DI MOSAICO NEL CENTRO DI AREZZO

Conservato in modo straordinario, pressoché integrale, di dimensioni ingenti, probabilmente più di 180 mq – gli scavi per riportarlo alla luce sono ancora in corso – con un motivo decorativo che allo stato attuale sembra non trovare confronti. Il mosaico scoperto nel centro storico di Arezzo pochi giorni fa è un ritrovamento che ha dell'eccezionale. La straordinaria estensione del mosaico e i suoi motivi decorativi fanno pensare che sia il pavimento di un'aula relativa alla parte termale oppure ai balnea di una ampia domus romana, risalente al II secolo d.C.. Singolare e fino ad ora senza confronti il motivo del decoro: ad oche "natanti", quindi animali di terra, sono abbinati delfini. Eccezionale anche il suo stato di conservazione: il mosaico infatti appare pressoché intatto. Ricoperto da polvere e terra il mosaico è stato rinvenuto durante i lavori di risanamento e restauro del piano cantinato di Palazzo Lambardi, lungo Corso Italia nel centro storico di Arezzo. Ad effettuare la scoperta la dottoressa Silvia Vilucchi, archeologo della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Il piano pavimentale musivo romano è stato scoperto durante un normale controllo preventivo di prassi nel centro storico di Arezzo, al cantiere che effettuava i lavori di ristrutturazione delle cantine del palazzo per conto della Società Sugar s.r.l., proprietaria dell'immobile.

Il ritrovamento ha portato alla luce una vasta aula rettangolare, ricostruibile in 17x11 m, che conserva in modo straordinario e quasi integralmente il piano pavimentale antico. L'aula, attualmente divisa in tre ambienti adibiti a cantine e in uno stretto resede scoperto, sembra proseguire in altre proprietà sul lato Nord ed Est.

Il pavimento a mosaico che decora l'aula è costituito da un ampio campo a tessere lapidee nere perimetrato da due strette fasce a tessere bianche; il centro dell'ambiente è invece decorato da un riquadro, di circa 3,5x2 m, a fondo nero perimetrato da una stretta fascia bianca, all'interno del quale "nuotano" alternati quattro delfini e quattro oche.
Le oche disposte ai quattro angoli del riquadro, mostrano becco e zampe con tessere color arancio. Una lacuna quadrata al centro del campo musivo indica la presenza in origine di un elemento di fontana, probabilmente lapideo, purtroppo mancante. Ad Ovest dell'aula, al di là di una parete completamente asportata dalle spoliazione successive all'abbandono dell'edificio, è presente un secondo ambiente in origine decorato da un prezioso mosaico a motivi geometrici di fattura raffinatissima, oggi purtroppo conservato solo in minima parte.

I due ambienti rivenuti alla luce, dovrebbero appartenere ad un edificio residenziale di notevole pregio di età romana, sorto lungo l'asse viario antico, oggi ricalcato da Corso Italia, al di fuori delle mura della città etrusca. La domus di Palazzo Lambardi rientra pertanto nella fase di sviluppo urbanistico che si constata ad Arezzo a partire dall'età augustea e fino a tutto il I e II sec. d.c., con espansione dei quartieri residenziali proprio al di fuori delle mura etrusche che correvano a monte. Già nell'Ottocento si parlava dell'esistenza dello straordinario mosaico "riscoperto" pochi giorni fa, ma nessuno lo aveva compiutamente rinvenuto e valutato.

G.F. Gamurrini nel 1895 parlava infatti dei mosaici di Palazzo Lambardi pochi anni dopo il loro rinvenimento, già allora risultava mancante la fontana centrale del riquadro con oche e delfini, e di come l'allora proprietario del palazzo ebbe, per fortuna, cura di preservarli. Conservati sotto secoli di terra e polvere, stanno tornando integralmente alla luce i piani pavimentali musivi romani di Palazzo Lambardi, conservati in modo straordinario al livello di calpestio attuale: in pratica sotto i nostri piedi.


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