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VOLTERRA - VELATHRI (Toscana)


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La città di Volterra, circondata da mura, sorge sulla sommità di una collina posta sullo spartiacque fra le valli dei fiumi Era (a Nord) e Cecina (a Sud). 
Il piano su cui è stata edificata ha una direzione NO-SE ed è posta a m. 541 s.l.m.

Il territorio circostante è delimitato dal massiccio del Montevaso, dai cordoni dei Cornocchi e delle Colline Metallifere, tanto apprezzate in quanto usate sia da etruschi che romani.

Nella zona a NO ha un forte movimento franoso, che ha dato origine al fenomeno delle “Balze”, pareti verticali generate dai crolli che danno luogo alla tipica morfologia a balze, con calanchi sottostanti, uno spettacolo scenografico e in altri tempi allarmante.



LA STORIA

- Nel VII sec. a.c. vi sorse, ad opera degli etruschi, la città di Velathri e nel IV sec. a.c. e si assistette a un notevole sviluppo economico della città, con aumento delle esportazioni, emissione di una propria moneta e ricchi complessi tombali, a cui si aggiunsero la grande cinta muraria con un perimetro di oltre sette km.

- Nel III sec. a.c. ebbe una intensa attività edilizia, creando un quartiere con edifici a destinazione religiosa. In una prima fase, databile agli inizi del III sec. a.c., fu costruito il Tempio chiamato “B”.Infatti, Volterra, divenne una delle dodici lucomonie della nazione etrusca, con un territorio che si estendeva dal fiume Pesa al mar Tirreno e dall'Arno al bacino del fiume Cornia.

- Sempre nel III sec., con la battaglia del lago Vadimone (283 a.c.) Volterra dovette sottomettersi ai Romani verso il 260, entrando a far parte, insieme ad altre città, della confederazione italica.

- Livio ci informa, a proposito degli approvvigionamenti che l'esercito di Scipione ricevette da alcune città etrusche, durante la II guerra punica nel 205 a.c., che Volterra contribuì con legnami per le navi ma soprattutto con frumento, prodotto che evidentemente era alla base della sua economia.

- Nel 90 a.c.. con la Lex Julia de Civitate, Volterra ottenne la cittadinanza romana, fu iscritta alla tribù Sabatina e costituì un florido municipio. Tuttavia lo schieramento della sua popolazione a favore di Gaio Mario durante la guerra civile fu la causa di un lungo assedio da parte delle truppe fedeli a Silla, che, dopo un lungo assedio, conquistarono la città nell’80 a.c. A causa della sconfitta la città perse la cittadinanza romana, come sappiamo dalla requisitoria di Cicerone in difesa degli interessi di un membro della famiglia volterrana dei Cecina.
- Durante l’età augustea la città conobbe invece una fase di intensa attività edilizia pubblica e privata, documentata dai resti di numerosi edifici pubblici e privati costruiti in base a un nuovo piano regolatore basato sull’allineamento di strade e case.

L'ACROPOLI
 Lo spazio antistante i due santuari fu allargato e sistemato intorno al 20 d.c., quando il terreno fu livellato e portato all’altezza della piazza antistante il tempio B.

- Nei primi decenni del I sec. d.c. fu realizzata anche la più grande opera edilizia pubblica di epoca romana della città. Grazie alla munificenza di alcuni membri di una famiglia patrizia di Volterra, i Caecinae, venne costruito un teatro nella valle di Vallebuona, sulle pendici Nord della collina, per cui le nuove costruzioni furono realizzate orientandole in base ad esso, seguendo un nuovo criterio di programmazione edilizia.

Seguì poi la realizzazione di una Porticus Post Scaenam, che inquadrava il teatro in una scenografia architettonica immediatamente visibile per chi giungeva alla città da Nord.
Nel III sec. costruite le terme di S. Felice e quelle di Vallebuona, ma finisce di essere frequentata l’area templare dell’Acropoli; cominciano a essere effettuate sepolture all’interno della città, chiude il teatro di Vallebuona verso la fine del III sec. forse a causa di un terremoto.
LA CISTERNA

AREA ARCHEOLOGICA DELL'ACROPOLI


LA I CISTERNA

Le indagini sul piano dell’Acropoli si sono concentrate soprattutto nella zona occidentale, in cui era conosciuta l’esistenza di alcune strutture antiche già nel Settecento. La sommità della collina di Volterra era priva di sorgenti naturali, Prima di entrare nella zona archeologica vera e propria troviamo sulla nostra destra un rialzo del terreno, che costituisce la copertura di una grande cisterna sotterranea, realizzata in opus caementicium, che doveva rifornire d’acqua l’intera zona dell’Acropoli; è formata dal una grande camera rettangolare divisa in tre navate coperte con una volta a botte da sei pilastri in blocchi di pietra. L’intera costruzione è databile al I sec. d.c. e per la sua capacità, che è di circa 1000 metri cubi, deve essere stata costruita con denaro pubblico.



LA II CISTERNA

Entrando nella zona aperta ai visitatori notiamo sulla sinistra i resti di un’altra cisterna in opera cementizia, che in origine dovette essere parzialmente costruita anche in elevato; è contemporanea alla precedente e costituiva con essa un unico sistema idraulico destinato ad approvvigionare in epoca romana l’intera zona dell’Acropoli.
In epoca romana le due cisterne vennero mantenute in funzione e a esse si affiancarono altre due, costruite poco lontano dalla zona sacra, e destinate alle necessità della popolazione. Queste cisterne cessarono di essere utilizzate contemporaneamente all’area sacra, intorno alla metà del III sec. d.c.

I TEMPLI DELL'ACROPOLI

I TEMPLI  A e B  DELL'ACROPOLI

Sono emersi i resti della decorazione architettonica di un tempio della prima metà del IV sec. a.c., destinato a sostituire quello più antico. La fase edilizia meglio conservata è quella di età ellenistica (III-II sec. a.c.). Si compone di due edifici di culto, denominati convenzionalmente tempio A e tempio B, e di altri edifici di servizio che si trovavano nelle vicinanze.

Il tempio più antico (tempio B), è quello più a Ovest, databile alla II metà del III sec. a.c.; invece il tempio A, di fronte all’ingresso, è della metà del II sec. a.c. Si ignora a chi fossero dedicati.

Il tempio B, conservato solo a livello di fondazione, era un edificio di tipo tuscanico, quindi di tradizione etrusca. Si componeva di due parti uguali: la parte posteriore era una cella chiusa che è quasi del tutto perduta; quella anteriore era costituita da un colonnato di tre file di quattro colonne. Il tempio si ergeva su un podio, di cui non si è conservato nessun blocco del rivestimento, e vi si accedeva tramite una scalinata di cui si conserva solo un gradino. La copertura dell’edificio includeva terrecotte modellate a mano e a stampo che in parte sono conservate al Museo Guarnacci.

Contemporanee sono: una serie di vasche in cocciopesto attualmente coperte dallo stradello basolato che corre fra i due templi, la cisterna inglobata nel podio del tempio A e alcune strutture di servizio, fra cui un’altra cisterna che possiamo vedere sulla sinistra del tempio B se ci poniamo con le spalle alla fronte. La maggior parte di queste strutture fu cancellata con la costruzione del nuovo tempio; furono anche costruiti lo stradello intertemplare e parte del muro di cinta che racchiudeva l’area sacra (temenos).

Il tempio A non è di tipologia etrusca, ma deriva dai templi di tipo greco; l’unico elemento della tradizione italica è l’alto podio su cui fu costruito. L’edificio era orientato NO-SO, la muratura era in opera isodoma a blocchi squadrati parallelepipedi di eguale misura; il settore NO non si è conservato. Era costituito da una cella chiusa, circondata sul retro e ai fianchi da colonne di cui nulla rimane;la parte frontale aveva una scalinata di accesso. Si sono conservati alcuni blocchi del rivestimento del podio in pietra arenaria grigia modanata e alcuni elementi della decorazione architettonica. In questa fu ritrovato un bronzetto votivo del VI sec. a.c.

Contemporaneamente al tempio A fu completato il muro di temenos che recingeva l’intera area sacra e venne costruito presso il margine occidentale del pianoro un edificio con un vano rivestito di un ricco affresco di pannelli di diversi colori: verde, rosso, nero, giallo, bianco, i cui frammenti sono in corso di restauro, e che è attribuibile a maestranze greche.

Questi due templi continuarono ad essere utilizzati anche in epoca romana. Nel corso del I sec. a.c. nell’area sacra furono compiuti alcuni interventi, fra cui la costruzione delle nuove cisterne in opus caementicium e la sistemazione dello spiazzo antistante il tempio B, ma gli edifici non subirono sostanziali modifiche. La zona cessò di essere frequentata nella prima metà del III sec..

PORTA DELL'ARCO

PORTA DELL'ARCO

Ridiscesi dall'acropoli si incontra la Porta all’Arco a Sud e il Portone a Nord. La strada antica si troverebbe circa un m sotto a quella moderna e buona parte del suo tracciato coincide con quello di via Matteotti. Il cardo antico cittadino terminava in corrispondenza della Porta all’Arco, presso cui arrivava la via che collegava Volterra con la valle del Cecina e il mare.

La Porta dell'Arco è il principale monumento architettonico della Volterra etrusca. Questa si apriva nel lato Sud delle mura, con una copertura formata da un arco in conci di pietra decorato da tre teste. La porta è realizzata con materiali e tecniche diversi, segno dei numerosi rimaneggiamenti subiti nel corso dei secoli.

I piedritti, ovvero gli elementi verticali che sorreggono l’arco, sono stati realizzati con grandi blocchi di tufo sovrapposti, e sono le uniche parti della porta che sopravvivono dal tempo degli etruschi (IV secolo a.c., epoca a cui risalgono le mura etrusche), perché l’arco è più tardo, siamo già in epoca romana, forse nel II sec, a.c.. A quest’epoca risalgono, probabilmente, anche le tre teste che ornano l’arco. Dato il deterioramento non sappiamo cosa rappresentino, forse i numi protettori della città, forse al centro Giove e ai lati i Dioscuri, Castore e Polluce, oppure la Triade Capitolina (Giove, Giunone e Minerva).  

Gli stipiti sono in blocchi di pietra arenaria detta Panchino, di notevoli dimensioni, le tre teste e l’arco sono realizzati con altri due tipi di pietra; i conci dell’arco sono di “tufo di Pignano”, una pietra calcarea che si ricava nei pressi di Volterra, mentre le teste sono scolpite nella selagite, una roccia della zona di Montecatini Val di Cecina.

In un’urna del museo Guarnacci del I sec. a.c., raffigurante una scena di assedio, si nota una porta decorata da tre teste (Dia 22) ed è la raffigurazione più antica della Porta all’Arco. Le mura contemporanee alla porta vennero sostituite da quelle comunali nella I metà del XIII secolo; in questo tratto le mura medievali ricalcano il percorso di quelle antiche.

PORTA DIANA

PORTA DIANA o PORTONE

Superato il cimitero moderno troviamo un’altra porta etrusca, chiamata Porta Diana o Portone (Dia 28). 

Questa porta è molto simile, come costruzione, alla Porta all’Arco, che abbiamo visitato all’inizio del percorso; anche le dimensioni in massima parte vi coincidono. 
A differenza però della Porta all’Arco quest’ultima non conserva la copertura.



IL FORO

Più oltre, nei pressi della chiesa di S. Michele, in epoca romana vi era il Foro. Non conosciamo  la sua area, ma si trovava in questa zona visto che la chiesa di S. Michele è ricordata in un documento del 987 come “ecclesia S. Michaeli in foro”. Inoltre la presenza di numerosi resti murari inglobati negli edifici di questa via fa pensare che in zona si trovassero importanti costruzioni romane.

Nella stessa via, nella facciata del n° 22 , è incastonata una lapide marmorea funeraria di epoca romana (C.I.L., 1784)(Dia 6): A. PERSIUS A.F. SEVERUS V. ANN. VIII M. III D. XIX. Traduzione: Aulo Persio figlio di Aulo Severo, visse 8 anni, 3 mesi e 19 giorni.
La lapide funeraria di un giovanissimo membro della gens Persia, un’importante famiglia volterrana il cui più illustre membro fu il poeta satirico Aulo Persio Flacco.

Nella facciata del n° 26 sono invece incastonate alcune urne cinerarie in calcare e alabastro e vasi in terracotta (Dia 7,8,9). L’uso di decorare le facciate dei palazzi con materiali antichi fu tipico dell’architettura Settecentesca in Toscana.

IL TEATRO

AREA ARCHEOLOGICA DI VALLEBUONA

Oltrepassata la Porta Fiorentina, che si trova alla fine della strada, sulla nostra sinistra troviamo l’ingresso per l’area archeologica di Vallebuona, comprendente un teatro e un impianto termale racchiuso da un grande colonnato, edificati in epoche diverse.

A Nord dell’area archeologica, dove oggi è un quartiere moderno, sono stati trovati parecchi resti di abitazioni signorili romane; importanti i due mosaici trovati durante la costruzione del Macelli Pubblici nel 1969 e conservati al Museo Guarnacci (Dia 10). 


COME APPARIVA IL TEATRO

IL TEATRO

Vi sono i resti di una struttura muraria di età ellenistica ma il monumento più imponente è il teatro, databile all’età augustea che venne scavato negli anni ‘50, ma alcuni ritrovamenti occasionali avevano già segnalato la sua presenza (Fig. 5, 6). Fu grazie all’intervento dell’archeologo volterrano Enrico Fiumi che il teatro venne portato alla luce. Egli utilizzò come operai una squadra di malati di mente ricoverati presso l’Ospedale Psichiatrico di Volterra, come ricorda la targa posta all’ingresso dell’edificio a ricordo del loro contributo.
Durante gli scavi è stata trovata buona parte dell’epigrafe dedicatoria del teatro, oggi conservata al Museo Guarnacci (Dia 11), dove si enunciano i due membri della famiglia Cecina, Aulo Cecina Largo e Aulo Cecina Severo, come costruttori a loro spese del teatro (evergetismo).

I due Cecina facevano parte di una delle famiglie volterrane più ricche e influenti i cui membri durante il I sec. a.c. si trasferirono a Roma per partecipare alla vita politica dello stato; infatti ambedue vennero nominati furono consoli, e molti loro consanguinei ebbero importanti cariche a Roma. Durante gli scavi sono infatti stati rinvenuti vari sedili, con ancora incisi i vari nomi dei rappresentanti delle famiglie più influenti della Volterra romana quali i Caecinae, i Persii e i Laelii.

RICOSTRUZIONE
Scendendo dall’ingresso si trova una galleria coperta (cripta) per facilitare l’accesso del pubblico alla cavea, la zona destinata agli spettatori; oggi la galleria è quasi completamente franata, ma nei tratti superstiti si individuano i resti dell’intonaco che in origine ricopriva pareti e soffitto. La cavea si appoggia alla collina e si compone di due ordini di gradinate di nove (media cavea) e dieci (ima cavea) file di sedili separati da uno stretto passaggio semicircolare.

I sedili, solo parzialmente conservati, erano in calcare locale; alcune scalette di accesso ai posti sono disposte a raggiera confluendo verso il basso; nell’ordine superiore sono 11, mentre in quello inferiore sono sei; le scale di accesso sono realizzate in pietra di Montecatini Val di Cecina di colore nero che, con le gradinate bianche. creavano un effetto cromatico decorativo.

Il teatro, di medie dimensioni, conteneva circa 1300-1700 posti, le ultime due file di gradini recavano incisi i nomi di molte famiglie volterrane, insomma dei posti riservati alle persone importanti. Al di sopra della cripta si trova una grande terrazza ornata al centro da tre esedre, che contenevano statue dell’imperatore, a cui era evidentemente dedicato il teatro, e che dovevano servire per il culto imperiale. Delle teste di statua raffiguranti Augusto, Livia e Tiberio (Dia 12,13,14), sono state trovate durante gli scavi e sono evidentemente i resti superstiti delle tre statue che si trovavano nelle esedre.

RICOSTRUZIONE
Grazie all’impulso dato da Augusto che molte opere pubbliche furono realizzate a spese di ricchi mecenati che, insieme al ricordo della loro donazione, che comunque fa loro pubblicità, pubblicizzano anche l’imperatore e alla sua famiglia.
In origine l’ingresso al teatro avveniva da Sud e questa terrazza era la parte del teatro più vicina all’ingresso, che però non si è conservato. Alla terrazza si accedeva tramite scalinate che portavano poi alla galleria sottostante. Ai piedi della cavea vi è un semicerchio del diametro di 17,60 m., l’orchestra, delimitata da un muretto (pulpitum), dietro la quale vi è il proscenio, uno spazio rettangolare coperto da un pavimento ligneo sul quale si muovevano gli attori.

Tra il proscenio ed il pulpitum vi è un canale (aulaeum), che conteneva il sipario che si ripiegava al momento dello spettacolo. Al contrario dei teatri moderni in quelli antichi il sipario durante gli spettacoli era abbassato ed era contenuto in questo canale scavato nel terreno e rivestito di lastre di pietra. Ai lati del proscenio vi sono i paraskenia e sul fondo la scaena, lunga 36,10 m.


(1) La cripta, (2) la cavea, (3) l'orchestra, (4) il tavolato del proscenio (5) il fronte-scena (6) le terme

La scena era costituita da una parete con aperture ed esedre inscritte fra colonne disposte su due piani; la parte sinistra di questa struttura è stata rialzata con un intervento di restauro compiuto dalla Sovrintendenza Archeologica della Toscana alla fine degli anni ‘70 (Dia 15). Questo restauro fa vedere con chiarezza come si sviluppasse l’intera scena; considerando che tutta la struttura era rivestita di marmo e che le nicchie erano ornate da statue, come dimostra una testa di Augusto rinvenuta all’interno del canale dell’aulaeum.

Gli ambienti dietro la scaena dovevano essere magazzini e spogliatoi per gli artisti. Fra le gradinate della cavea e i parasceni vi sono due gallerie chiamate pàrodoi che dalle estremità del semicerchio immettono nell’orchestra; sono due gallerie coperte da una volta a botte in conglomerato cementizio, su cui si conservano delle tracce di intonaco. Mediante due porte le gallerie sono collegate con i vestiboli che fiancheggiano i parasceni. I vestiboli erano frequentati dagli spettatori per poter accedere al portico retrostante la scena.

In epoca più tarda (fine II d.c.) il teatro venne restaurato, ma cessò definitivamente la sua attività verso la fine del III sec. d.c.; secondo i primi scavatori la causa fu un terremoto che fece crollare parte della struttura.

Alle spalle della scaena si trova un porticato (la Porticus Post Scaenam), costruito in più fasi. La sezione più antica e contemporanea al teatro era costituita solo dal fitto colonnato ionico in calcare di Pignano posto dietro la scena (Dia 16); successivamente venne realizzata la perimetrazione dell’area antistante il primitivo porticato. 

In età Claudia (41-54 d.c.) vennero edificati due bracci est ed ovest, con colonne marmoree di stile corinzio, provvisti, al centro, di un’esedra in ciascun braccio. Un terzo braccio, di cui non conosciamo la struttura, si dovrebbe trovare al di sotto della strada moderna che chiude la zona archeologica di Vallebuona. Vi era anche un velarium, un telo sostenuto da corde che copriva l'intera area del teatro, poiché rimangono tracce della struttura che lo sosteneva.

TERME DI VALLEBUONA

LE TERME DI VALLEBUONA

Al centro dell’area racchiusa del porticato venne costruito nella prima metà del IV sec. d.c. un grande impianto termale di cui si è conservata soltanto la parte inferiore ed alcuni pavimenti a mosaico. Probabilmente con l'abbandono del teatro si utilizzarono materiali di reimpiego, infatti per la soglia dell’abside della prima stanza furono utilizzate due spalliere dei sedili dell’orchestra (oggi sostituiti con calchi).

Si entrava dal lato più vicino al teatro e la prima sala era adibita a spogliatoio (apodyterium), da qui si passava in un’ambiente quadrangolare provvisto di due nicchie absidate che costituivano le vasche per l’immersione in acqua fredda (frigidarium). Seguiva una stanza ellittica di passaggio che immetteva nelle stanze destinate ai bagni caldi; tale ambiente era pavimentato con un mosaico che è ancora visibile sul posto (Dia 17, 18).

La stanza aveva due porte ai due lati, per impedire la dispersione del calore dalle stanza calde a quelle fredde. Le stanze successive sono il tepidarium, il calidarium e il laconicum. In questi ambienti i pavimenti sono sopraelevati dal suolo per mezzo di pilastrini in terracotta (suspensurae) dove l’aria calda proveniente dai forni circolava nello spazio vuoto sotto il pavimento e si irradiava nelle pareti fino alla volta.

Le stanze conservano parte della decorazione in marmo delle pareti e alcuni mosaici, i quali permettono di datare l'impianto termale, non anteriore al III sec. d.c. Inoltre furono utilizzati alcune parti della decorazione marmorea del teatro, evidentemente già distrutto.



FONTI  DI  SAN  FELICE

Le fonti di san Felice sono state costruite nel 1319 ma, durante i lavori di restauro compiuti nel 1979, sono venuti alla luce numerosi resti più antichi. Presso la fonte è stato trovato un bronzetto etrusco evidentemente di un luogo di culto dedicato a divinità collegate all’acqua; inoltre da qui doveva partire una delle vie di comunicazione con il territorio.

FONTI DI SAN FELICE
Vicino alla porta nelle mura medievali vi sono pure alcuni blocchi squadrati che facevano parte della cinta muraria etrusca e, inglobata in questa struttura, una porzione di cloaca per il drenaggio delle acque, che attraversava le mura proprio in questo punto. La sorgente venne usata anche in epoca romana, e da qui partiva una conduttura che riforniva una cisterna che serviva da riserva d’acqua per un impianto termale posto più in basso; seguendo il sentiero che parte dalla postierla medievale troviamo prima la cisterna, trasformata oggi in magazzino per attrezzi agricoli, e poi le terme romane di S. Felice.

Presso S. Felice. Infatti proprio nelle immediate vicinanze della fonte medievale, è stata trovata una stipe che conteneva numerosi bronzetti votivi connessi con il culto delle acque; si tratta, in particolare, di raffigurazioni di portatori e portatrici d’acqua (Dia 39). Questa sorgente è stata quindi utilizzata fin dall’antichità, anche se non risulta così evidente e completa come nel caso di S. Felice.



TERME DI SAN FELICE

Le terme di S. Felice sono l’unica grande struttura conosciuta che si trovi al di fuori delle mura della città, forse per accogliere gli stranieri di passaggio e pure per il vicino approvvigionamento dell’acqua. Fra il 1874 e il 1884 il direttore del museo, Annibale Cinci, compì altri scavi nella zona e scoprì altri ambienti che conservavano i mosaici pavimentali, asportati e conservati nel Museo.

Le terme hanno stanze disposte radialmente; sono identificabili le zone destinate ai bagni caldi perché i pavimenti sostenuti dalle suspensurae sono abbastanza conservati. Sul lato nord è anche visibile una delle vasche per i bagni in acqua calda accanto a cui si trova il forno per il riscaldamento (praefurnium). Tutte le stanze erano rivestite di marmo e avevano pavimenti a mosaico; due di questi mosaici furono trasferiti al museo Guarnacci.

Una vasca di forma absidale lunga 3 m. e profonda 1,85 m. fu scoperta nel 1894 e venne quindi smontata e trasferita nel giardino del museo Guarnacci, in cui è tuttora visibile. Non sappiamo con esattezza quando l’edificio fu costruito, una iscrizione frammentaria oggi perduta non è sufficiente per la datazione, ma in base ai mosaici possiamo attribuirne la costruzione a non prima del III sec. d.c.

MURA ETRUSCHE DI VOLTERRA

LE MURA

Nel centro urbano di Volterra si conservano alcuni resti murari di età precedente a quella ellenistica; il pianoro dell’Acropoli fu infatti protetto con un muro in pietra nel V sec. a.c. Questa prima cerchia muraria, del perimetro di circa 1,5 Km serviva a proteggere solo la cima della collina e parte del pianoro sottostante.

Sono tuttora conservati imponenti resti di mura etrusche sia sotto il vecchio ospedale civile (presso Piazza S. Giovanni), che nelle strutture di alcuni edifici moderni in via Matteotti e in via della Porta all’Arco (Fig. 1). Nella prima metà del III sec. a.c. fu invece costruita una grande cerchia muraria che circondava la collina con un perimetro di circa 7 km racchiudendo al suo interno una superficie di 116 ha.
Le mura sono formate da grandi blocchi quadrangolari di arenaria locale rozzamente squadrati e giuntati a secco. Si conservano ancora due porte di epoca etrusca: la Porta all’Arco e la Porta Diana.

Le mura contemporanee alla porta non esistono più poichè furono sostituite da quelle comunali nella prima metà del XIII secolo; in questo tratto le mura medievali ricalcano il percorso di quelle antiche. 

ANFITEATRO RECENTEMENTE SCOPERTO

Un anfiteatro romano aspetta di venire alla luce 
(Fonte)

" Il ritrovamento casuale durante alcuni lavori è avvenuto un mese fa ed è stato presentato oggi ufficialmente: nei pressi dell'attuale cimitero una cinta muraria di forma ellittica che lascerebbe pensare ad una anfiteatro di epoca romana.

Un ulteriore gioiello che è ancora celato, da secoli, sotto terra. Adesso, infatti, andranno finanziati i lavori di scavo, una "scoperta archeologica molto importante che conferma il ruolo di Volterra anche in epoca romana". Dunque si dovrà lavorare per riportare alla luce questa meraviglia, trovando i fondi con la collaborazione di Regione e governo.

L'anfiteatro mancava a Volterra - ha spiegato la dottoressa Elena Sorge funzionario della Soprintendenza - e nella fonti non era proprio citato, dal 1400 in poi se n'era persa memoria e si confondeva con il teatro, ma quando abbiamo trovato 40 metri di mura con quella forma ci siamo dovuti arrendere all'evidenza".

Una scoperta, dunque, che se possibile, sorprende anche gli stessi archeologi: la particolarità è che il ritrovamento dei resti dell'anfiteatro è avvenuto in maniera casuale e di questa struttura si ignorava l'esistenza fino a quel momento. Accanto all'anfiteatro, nella zona, forse potrebbero esserci anche resti di ville risalenti alla stessa epoca e che farebbero pensare ad un insediamento romano importante che va ad aggiungersi al teatro di Vallebona scoperto negli anni 50.

La struttura trovata, dai primi studi e secondo quanto descritto stamani dalla dottoressa Sorge, parrebbe avere analogie con gli anfiteatri di Cagliari e Sutri. La parte ritrovata finora sarebbe quella dei passaggi da dove accedeva il pubblico; ciò significherebbe che sono la parte più alta della struttura e quindi l'anfiteatro sarebbe ancora interrato molti metri sottoterra. "


ANSA

Una scoperta casuale che potrebbe cambiare la storia dell'archeologia: una struttura muraria, di forma ellittica, della lunghezza di 80 metri che farebbe pensare ad un anfiteatro romano destinato forse allo svolgimento di giochi tra gladiatori. È quanto rinvenuto nelle scorse settimane a Volterra (Pisa), sarebbe il più importante ritrovamento di un anfiteatro romano degli ultimi 100 anni.




FIRENZE

Un anfiteatro romano è stato scoperto a Volterra vicino alla porta etrusca Diana. Il ritrovamento, definito dagli studiosi di straordinario valore, è avvenuta a fine luglio durante la bonifica di un piccolo fosso. L’anfiteatro, presumibilmente del I secolo dopo Cristo, dovrebbe avere dimensioni rilevanti e la forma ellittica, secondo i primi calcoli, dovrebbe misurare 80 metri per 60. Gli archeologi della sovrintendenza della Toscana hanno già dissotterrato le prime strutture e si continua a scavare.

L’anfiteatro dista poche centinaia di metri dal teatro romano scavato negli anni Cinquanta e, secondo gli esperti, potrebbe riscrivere la storia della Volterra romana. «Che fino ad oggi - ha spiegato durante una conferenza stampa che si è svolta nella sede della giunta regionale a Firenze - si pensava che la cittadina toscana fosse una delle città più importanti dell'età etrusca ma fosse un centro minore per l'epoca romana. L'anfiteatro, invece, dimostra che all'epoca di Augusto, dunque nel 1 secolo dopo Cristo, Volterra è stata un'importante città romana».

Le mura sono state scoperte per caso durante i lavori di bonifica di un torrente. I lavori erano sotto la tutela della sovrintendenza che ha dunque li ha seguiti fino al ritrovamento della prima struttura muraria avvenuta l'8 luglio. Secondo gli esperti, il «circo volterrano», nel quale si facevano giochi con tanto di gladiatori, è stato scavato nella terra e potrebbe riservare interessanti sorprese. Nell'area vicina sono stati rinvenute rovine di ville romane che, insieme all'anfiteatro e al Teatro scavato negli anni Cinquanta, ridisegnano la storia romana della città.



LA REPUBBLICA - FIRENZE

Una struttura muraria,di forma ellittica, della lunghezza di 80 metri: un anfiteatro romano. È la scoperta fatta recentemente a Volterra (Pisa) che, se confermata, si spiega, potrebbe diventare il più importante ritrovamento di un anfiteatro romano negli ultimi 100 anni. "La scoperta dovrà ora essere approfondita, e andranno finanziati i lavori di scavo", è stato l'annuncio del presidente della Regione Enrico Rossi. 

Le mura sono state scoperte durante dei lavori del consorzio di bonifica, nei pressi di Porta Diana, ad ovest del cimitero comunale di Volterra, e a su della necropoli etrusca del Portone. "Si era persa memoria di questo anfiteatro, per cui la sensazionale scoperta potrebbe cambiare il volto dell'archeologia volterrana", spiega la funzionaria della soprintendenza Elena Sorge. La comunità romana individuata nella zona farebbe pensare anche alla presenza dei resti di alcune ville risalenti alla stessa epoca. 




Volterra, trovato l'anfiteatro dei gladiatori

Dalla terra affiora una struttura muraria di forma ellittica lunga 80 metri: a Firenze la presentazione di questa eccezionale scoperta che la Regione non esista a definire "la più importante del secolo in Italia"di Andreas Quirici

Secondo quanto spiegato, l'anfiteatro è stato ritrovato l'8 luglio scorso vicino a Porta Diana a Volterra, a ovest del cimitero e a sud della necropoli etrusca nella cosiddetta zona del Portone. Prima sono emerse strutture murarie lunghe circa 20 metri. Poi, dopo l'intervento degli esperti della Soprintendenza, sono spuntati pochi filari dalla forma curvilinea, molto simile a quella del teatro romano di Vallebona, sempre a Volterra. Successivamente gli scavi hanno permesso di ritrovare anche due saggi di altri 20 metri per un totale di 42 metri. "Questi ritrovamenti - è stato spiegato durante la conferenza stampa - fanno pensare a un edificio pubblico romano di straordinaria rilevanza, probabilmente a carattere ludico, quasi certamente un anfiteatro destinato a giochi gladiatori".

Gli scavi, per il momento, non consentono di delinearne la struttura completa, ma tutto lascia pensare che l'asse maggiore dell'anfiteatro sia di 80 metri. Altro punto interrogativo riguarda a quanti metri sotto terra si trova il ritrovamento.

La scoperta dell'anfiteatro può essere ritenuta tra le più importanti dell'ultimo secolo in Italia "semplicemente perché è da 150 anni che non veniva ritrovato un anfiteatro di questo genere nel nostro Paese", come spiegato dalla funzionaria della Soprintendenza ai beni archeologici della Toscana, Elena Sorge.

Ora si apre la parte più delicata, quella della comprensione delle reali dimensioni dell'anfiteatro, anche per quantificare il denaro da investire necessario per la salvaguardia e la valorizzazione dello scavo. In questo caso il presidente Rossi ha spiegato di aver informato della scoperta il ministro alle attività e ai beni culturali, Dario Franceschini, il quale ha detto che presto verrà a visitare il ritrovamento di persona. "Facciamo appello al Governo - hanno detto Rossi e il sindaco di Volterra, Marco Buselli - affinché trovi le risorse per portare alla luce l'anfiteatro romano".




ARTE E CULTURA

La scoperta trova un appiglio storico in alcune fonti erudite, in particolare Raffaello Maffei, fine del Quattrocento, e Lodovico Falconcini, un secolo più tardi, che menzionano espressamente l’esistenza a Volterra di un anfiteatro. Inoltre alla fine dell’Ottocento durante gli scavi di realizzazione del cimitero comunale, le carte parlano di un ritardo nei lavori a causa del rinvenimento di lavori in pietra interrati a undici metri: una spia dell’antico anfiteatro, che potrebbe essere rimasto nascosto a grande profondità.


BIBLIO

- Mario Cristofani - L'acropoli di Volterra, nascita e sviluppo di una città - Milano - 1981 -
- Luigi Pescetti - "Storia di Volterra" - II edizione a cura di Renato Galli - Biblioteca della Rassegna Volterrana - 1985 -
- Lorenzo Aulo Cecina - Memorie istoriche della città di Volterra - Pisa - 1758 -
- Renato Bacci - Volterra, storia, itinerari, musei - Cartaria Garanzini - Milano - 1994 -





FLORENTIA - FIRENZE (Toscana)


7 comment


LA FONDAZIONE

La fondazione di Firenze ebbe diverse storie, in parte miti e in parte semistoriche o storiche.
Ne citiamo alcune:

- Raffaello Gualtierotti
"Della descrizione del regale apparato fatto nella nobile città di Firenze per la venuta, e per le nozze della serenissima madama Christina di Loreno moglie del serenissimo don Ferdinando Medici terzo gran duca di Toscana" stampata a Firenze nel 1589, ed in cui scrive:
" La fondazione della prima città di Firenze, della quale si è havuto in diversi tempi molte dubitazioni e opinioni differenti: perciocché alcuni hanno voluto, che già fusse fondata, e di abitanti ripiena, dal più antico Ercole detto il libico, per la toscana passando ci fondasse città, e rasciugasse l'acque dannose, e particolarmente aprisse il corso a l'acque stagnanti del fiume d'Arno, facendo la rottura della Gonfolina; alla città di Firenze desse principio... "


- Francesco Guicciardini nel suo trattato delle " Cose Fiorentine " del 1441, sulla fondazione di Florentia scrive in modo confuso e contraddittorio:
" Tengo per certo che non da quelli Romani che Sylla o altri aveva mandato a Fiesole, ma che nel luogo medesimo dove ora è Firenze fussi mandata una colonia che edificò questa città... , ma poi, più avanti ...né dubiterei dire che questa colonia, mandata da Roma nel luogo proprio dove è ora Firenze, fussi più presto mandata da Sylla che da altri... "

- Furono gli etruschi a fondare Florentia, che chiamarono anticamente Birent o Birenz, che in etrusco significa terra tra le acque, visto che l'Arno con i suoi affluenti, Mugnone e Affrico, spesso impaludavano la piana. Parola molto simile a Firenze ma che i romani chiamarono Florentia, a nostro parere non per la derivazione dall'etrusco, ma per la dedica alla Dea Flora, Dea della primavera, dei fiori e della perpetuazione della vita, oltre che delle prostitute.

FLORENTIA ROMANA
- Firenze fu anticamente una città romana detta Florentia che sorse nella valle dell'Arno. La tradizione la vuole costruita dalle legioni di Gaio Giulio Cesare nel 59 a.c., durante il periodo primaverile dei “Floralia” (o Ludi Florales: giochi in onore della Dea Flora, la Dea romana dei fiori e della crescita delle piante). I romani scelsero questo periodo in quanto considerato particolarmente favorevole. In effetti il Liber Coloniarum attribuisce ad una " lex Iulia agris limitandis metiundis ", voluta da Giulio Cesare, la volontà di far nascere un nuovo impianto urbano in questo tratto della valle dell'Arno, là dove traversava il fiume all'altezza di Ponte Vecchio.

- L'ipotesi più accreditata dagli studiosi è che la fondazione di Florentia risalga al periodo augusteo (tra il 30 ed il 15 a.c.), dopo che era stata effettuata un’opera di bonifica della pianura, voluta sicuramente da Giulio Cesare.

In ogni caso gli storici sono concordi nel datare alla II metà del I secolo a.c. la fondazione della colonia romana di Florentia. L'area dove sorse la città fu senza meno quella in cui era più facile il guado dell'Arno per la minor distanza tra le due sponde.

La zona ebbe comunque un insediamento etrusco, per il collegamento dell'Etruria interna con la città di Fiesole. Sicuramente, come avvenne a Roma per il guado sull'Isola Tiberina, l'attraversamento del fiume venne assicurato da una passerella di legno e da un traghetto, nel punto in cui l'Arno si restringe (zona del Ponte Vecchio), anche per prevenire eventuali attacchi.

La colonia romana di Florentia viene fondata sulla riva destra del medio corso dell’Arno, in un’area pianeggiante che aveva già insediamenti villanoviani a partire dal IX sec. a.c.. Il guado sul fiume rendeva la zona ben accessibile e favorevole ai commerci via fiume, anche se la zona era paludosa e quindi malsana. In questa area sboccavano molti affluenti e l’area era piuttosto bassa, quindi umida e miasmatica.

Le colline a nord dell’Arno avevano però terreno più asciutto e ventilato, adatti pertanto all’insediamento villanoviano di Fiesole. I suoi terreni avevano una buona produzione agricola e la sua posizione era adatta alla difesa dominando dall'alto il fondovalle.

ANFITEATRO, TEATRO E TERME DI FLORENTIA

LA STORIA

Espandendosi l'abitato dal guado si passò al ponte, molto più adatto per i cavalli e i carri, e quindi per trasportare merci. Dai reperti trovati nell'Arno, delle pile di pietra su cui montavano tavole di legno, si è dedotta la grandezza della passerella.

Dopo che i romani ebbero occupato l'Etruria e la pianura padana, l'insediamento aumentò, anche perché la via Cassia, per un certo periodo, traversò l'Arno proprio nella zona dell'attuale Ponte Vecchio. Dall'odierna Piazza Donatello verso il torrente Affrico sorgeva un agglomerato urbano etrusco-romano derivato da Fiesole a difesa del ponte etrusco che attraversava l'Arno all'altezza di Rovezzano, citato dallo storico medievale Giovanni Villani:

« l'antico ponte de' Fiesolani, il quale era da Girone a Candegghi: e quella era l'antica e diritta strada e cammino da Roma a Fiesole »

Si pensa fosse l'avamposto costruito durante la guerra civile tra Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla vinta da Silla che conquistò la colonia di Fiesole favorevole a Mario. La decadenza di Fiesole dopo l'80 a.c., creò un nuovo insediamento a valle.

Nella congiura di Catilina, conclusasi con la sua morte nel 62 a.c. a Pistoria (Pistoia), e dove i municipi toscani confederati si erano armati contro Roma, l'avamposto acquisì sempre più valore strategico data la sua posizione geografica tra il fiume e la collina.

La promozione a colonia romana, con il nome di Florentia, avvenuta, si ritiene, verso la metà del I sec. a.c. (59, 44 o 41 a.c.), porta alla creazione di una città, su un’area di circa 480 x 420 m, con impianto regolare di 50 isolati, delimitati da strade ortogonali, lastricate con basoli di pietra e ampie fino a 7 metri, dotate di un efficiente sistema fognario.

La colonia viene cinta da possenti mura in laterizio (30-15 a.c.), orientata secondo i punti cardinali (non secondo il corso dell’Arno), con torri circolari e quattro porte, verso le quali confluivano le due strade principali della città: il cardus maximus con orientamento nord-sud (attuali via Roma e Calimala), e il decumanus maximus con orientamento est-ovest (attuali via del Corso, via degli Speziali, via Strozzi). La centuriazione della campagna circostante seguiva invece un allineamento parallelo al corso dell’Arno.

Dal punto di vista economico la Florentia della prima età imperiale risulta inserita nel mare dei commerci gestito dallo Stato che opera sulle diverse aree dell’Impero, garantendo la produzione dei beni e la vendita sui luoghi di consumo: l’olio e i prodotti a base di pesce erano importati dalla Spagna, mentre il vino proveniva dalla Gallia, dalla Spagna e dai vigneti del Valdarno; il vasellame da mensa era invece di produzione aretina o pisana (sigillata italica e tardo italica).

L'ANFITEATRO, GLI IMMOBILI ODIERNI RISPETTO ALLA STRUTTURA ORIGINARIA
In età adrianea (117-138 d.c.) la città, la cui estensione travalicava ormai le mura coloniali, si arricchisce di edifici monumentali: il teatro viene ampliato utilizzando la pietra, si costruisce un anfiteatro e si realizzano alcuni impianti termali (terme di Por santa Maria; terme capitoline; terme di piazza San Giovanni; terme di piazza della Signoria).

Nell'espansione vennero superate le mura e furono edificati l’Anfiteatro (tra il 124 ed il 130 d.c.) ed il Teatro (circa 150 d.c.). Venne costruita la rete fognaria, i pozzi, l’acquedotto (dal Monte Morello), le terme , un foro, il ponte sull’Arno (123 d.c.), il porto fluviale che consentiva commerci fino con Pisa.

Venne anche  ampliato anche il foro (61×111 m), dotato di una nuova pavimentazione in marmo e di portici laterali. Sul lato occidentale della piazza, a fianco del tempio capitolino era la Curia, e un’esedra monumentale con fonte ipogea. Un secondo tempio dedicato a Iside si trovava fuori dalle mura coloniali, nel suburbio sud-orientale. Alla prima età imperiale si data forse anche l’acquedotto che da val di Marina, dopo 16 km., arrivava da nord, presso la chiesa di S. Maria Maggiore.

Le necropoli vennero collocate oltre il pomerio della città lungo le vie che uscivano dal centro urbano (a nord lungo via San Gallo, via Faenza e Valfonda; a sud presso Santa Felicita)

Tra il I e il II sec. d.c. la città, probabilmente sotto il principato di Adriano, che realizzò il nuovo percorso della via Cassia, Florentia conosce una grandiosa ristrutturazione urbanistica. Infatti alla prima fase augustea, con diffuso utilizzo di pietra locale e di cocciopesto, seguì una serie di costruzioni con largo uso di marmi.
Florentia entrò  pienamente a far parte del vasto e organizzato sistema commerciale dell'impero, grazie anche al porto fluviale, che consentiva commerci fino con Pisa. Gli scavi archeologici hanno documentato inoltre scambi con la Gallia e l'Africa.

A partire dal III secolo gran parte di queste merci (anfore e sigillata) saranno sostituite da quelle provenienti dall’Africa settentrionale (Tunisia). che permettono la fioritura a Florentia di commercianti e lavoratori di legname, calzolai e fabbri. La città si estese a nord nell'area religiosa del Tempio di Marte e poi dell'antica chiesa di Santa Reparata, verso sud fino al fiume e anche oltre l'Arno dove si stanziò una colonia di commercianti siriani.

Ma Florentia si estese soprattutto ad est come testimoniano le fondazioni di edifici civili e resti di terme del periodo imperiale, scoperti durante gli scavi in piazza della Signoria, ma soprattutto nella discesa che porta alla sottostante piazza San Firenze.

Nel 285 l’Imperatore Diocleziano stabilì a Firenze la sede del “Corrector”, cioè il governatore incaricato di provvedere all'amministrazione di tutta la “Tuscia”, vista l’importanza strategica dell’insediamento. Agli inizi del IV sec. d.c, l'imperatore Diocleziano proclamò Firenze come capitale della settima regione “Tuscia et Umbria”.
Con Costantino il Cristianesimo divenne religione di Stato, tuttavia le borgate dell'Oltrarno, dove vivevano numerosi commercianti orientali, soprattutto siriani, erano adoratori di Mitra, di Iside (un tempio a lei dedicato si trovava in Piazza San Firenze), e in parte di Cristo.

Ma si trattava solo di un sobborgo della città, abitato da gente umile, il centro della città, invece, era in mano alle famiglie patrizie legate alla religione romana. La conversione spontanea poco innalzò il cristianesimo, ci volle la conversione forzata pena la confisca dei beni e la morte per spingere le città a convertirsi al nuovo Dio, mentre il paganesimo si mantenne occulto nelle campagne.

TOTILA RE DEGLI OSTROGOTI SACCHEGGIA E DISTRUGGE FIRENZE
(MANOSCRITTO DELLA CRONACA DI GIOVANNI VILLANI)
Nel tardo impero la città fu coinvolta nelle generale crisi, anche economica, dell'impero. Nel IV e V sec. compare a Florentia un’edilizia regredita che fa uso del legno e di materiali spoliati dagli edifici romani, che coesistono con aree destinate a discariche o a sepolture.

Contemporaneamente compaiono i primi grandi complessi religiosi cristiani, posti nel centro della cittadina, con largo uso di materiali spoliati dai grandi edifici romani che evidentemente vennero distrutti. Florentia decade, abitata solo a piccole isole, al cui centro stanno le chiese, circondate da piccole aree cimiteriali e da aree abbandonate o ridotte a orti.

Con le guerre greco-gotiche e la conquista longobarda si aggravò definitivamente la situazione di generale ripiegamento, con l'interruzione dei traffici commerciali ed il generale impoverimento.

Nel 405, dopo un lungo assedio, Florentia fu saccheggiata dagli Ostrogoti di Radagaiso, e di nuovo nel 552 dagli stessi Ostrogoti stavolta comandati dal re Totila. Totila fa distruggere Florentia nel 552.

Dopo di ciò, tra il VI e l'VIII sec., entrò in crisi anche la struttura urbanistica della città, con il calo demografico, l'abbandono delle aree più esterne ed il degrado generale e progressivo di tutti gli edifici e delle mura.

A partire dall'XI secolo la nuova crescita edilizia lascia poche vestigia del passato. I resti del teatro, delle terme dell'anfiteatro e di altri edifici furono inglobati in nuovi edifici o usati come fondamenta. La piazza del Foro fu densamente edificata e diventò in seguito parte del Ghetto, intorno alla piazza del Mercato Vecchio.

Con la sistemazione sabauda della piazza del Mercato Vecchio, al tempo di Firenze capitale d'Italia (il cosiddetto Risanamento), il Ghetto fu abbattuto e con questo anche le più importanti vestigia del Campidoglio e del Foro sono scomparse. Dei ritrovamenti fatti durante tali lavori, furono fatti solo sommari rilievi e le testimonianze raccolte dall'architetto Corinto Corinti.



L'IMPIANTO URBANISTICO 

Al tempo del II Triumvirato risale invece l'effettivo impianto della città e la centuriazione del suo territorio, per poter sistemare i veterani per mezzo dell'assegnazione di terreni. Come consueto nella fondazione di nuovi insediamenti, la città ed i suoi dintorni vennero definiti secondo un preciso piano che coinvolgeva l'impianto urbano ed in territorio agricolo.

Se la città venne edificata secondo i principi urbanistici romani con gli assi cardo e decumano da cui si diramavano le vie ortogonali, il territorio circostante fu sistemato tenendo conto della conformazione idraulica, ruotando gli assi secondo quanto occorreva.

Dalle foto aeree, si distinguono il cardo massimo Nord-Sud da Via Roma all'Arno, e il decumano massimo Est-Ovest di Via Strozzi e Via del Corso, che si incrociavano all'altezza di Piazza della Repubblica, sede del Foro della città e del Campidoglio, circondati dai principali edifici pubblici e i templi.

Mamo a mano, in epoca imperiale, la città venne fornita di un acquedotto (dal Monte Morello), due terme, un teatro e un anfiteatro, locato fuori dalle mura, secondo le consuetudini romane.
Florentia ebbe fin dall'inizio, come era d'uso, il suo castrum e la sua dedica al Dio Marte, affiancato alla Triade Capitolina e alla già insediata Dea Flora.

Lorenzo Ghiberti nella sua Cronaca del XV sec. scrive:
« Dunque dovrem nei sempre rammentarci che qui Marte aveva altari ed incensi? Dove adesso giganteggia il quadrangolar Campanile a lato della maestosa Cupola del Duomo, poco presso v'ebbe Gradivo il suo tempio che ancora vi esiste... L'elegante tempio di Marte, ammirazione ancora dei presenti quantunque a fronte della mole sublime del Duomo, presenta i suoi lati ottagoni che ovunque avesse spirato il vento dovesse stendersi il braccio ferreo del Dio guerriero. »

Si ritenne pertanto da parte degli studiosi che dove sorge il Battistero vi fosse edificato un tempio dedicato a Marte, ma i resti archeologici non l'hanno confermato. Oggi il Battistero non è visitabile, e resti di edifici romani si intravedono da alcune grate pavimentali poste all’interno del Battistero.

TORRE DELLA PAGLIAZZA

LE MURA

Lo schema urbanistico dell’antica città romana, pur affondando le proprie radici nella tradizione etrusca e pure greca, si ispira direttamente all’organizzazione del castrum, cioè dell’antico accampamento fortificato romano.

Come il castrum, la città è fortificata: la cinta muraria ha quattro porte, munite di bastioni, poste alle uscite del cardo e del decumanus maximus (esistono quindi la porta nord, quella sud, la est e la ovest). La pianta del “castrum” era rettangolare, circondata dalle mura laterizie con quattro lati di circa 1800 m, intervallate da torri di difesa; al centro dei quattro lati si aprivano altrettante porte che alcune delle quali furono in uso fino a tutto l’alto medioevo; al centro dell’insediamento vi era il “forum urbis” oggi Piazza della Repubblica, luogo in seguito destinato alla Curia e al Tempio Capitolino.

Il “castrum” ospitava al suo interno tra i 10.000 e 15.000 abitanti. Alla colonia appartenevano anche gli insediamenti dei veterani della guarnigione al di fuori del Castrum. Secondo la Lex Julia ai veterani veniva assegnato un terreno perché vi costruissero le loro abitazioni dopo il congedo dal servizio militare.

Le mura del castro però, coadiuvate da un fossato alimentato dalle acque del Mugnone, seguivano un tracciato che non includeva tutta la città esistente, lasciando fuori l’antico Ponte sull’Arno (a pochi metri dal Ponte Vecchio attuale) oltre alla zona di Santa Trinita, Santa Croce e la zona di Oltrarno.

Alcuni scavi hanno posto in luce degli edifici romani e una cinta muraria a fianco delle mura del 1333 abbattute nel XIX sec. per fare posto ai viali di Circonvallazione. Le fondazioni delle mura, con torri difensive, sono state rinvenute sotto via del Proconsolo e secondo gli scavi più recenti risalirebbero al periodo tra il 30 e il 15 a.c. Erano spesse in media 2 m e circondavano un'area di circa 20 ettari. Altri resti romani sono stati trovati sotto il vicino palazzo dell'Arte dei Giudici e Notai.

Nel 1996 l’area antistante la Loggia dei Lanzi, rimasta fino ad allora inesplorata, ha restituito (a livello di fondazione) un tratto del paramento delle mura romane a cui si addossavano sepolture del VI-VII sec. d.c. In via del Proconsolo, prima dell’imbocco in piazza San Firenze (fra i numeri civici 2 e 9r), sul lastricato stradale è riportata la sagoma di una torre della cinta muraria fiorentina del 30-15 a.c. e di parte della cinta stessa.

Le fondazioni dell’una e dell’altra sono venute in luce nel 1994, nel corso di opere di sistemazione, oltre a quelle rinvenute otto anni prima all’angolo della stessa strada con via Dante Alighieri.
Altri resti dell'antica cinta muraria sono visibili ancora in via del Proconsolo, venendo dal Duomo, subito dopo la Badia, grazie a un pavimento in vetro all'interno di un negozio d'abbigliamento.





PORTA SUD

Porta Romana è la porta più a sud delle mura di Firenze. Posta sulla via per Siena e per Roma, da cui il nome, vi confluiscono dal centro via Romana e via de' Serragli da piazza della Calza, rendendola tutt'oggi un importante punto di accesso al centro della città.

In angolo fra piazza della Repubblica e via degli Speziali è stata rinvenuta l’imposta di un arco a due fornici che delimitava l’accesso al Capitolium (identico a quello reperito nel 1999 all’incrocio fra via Tornabuoni e via Strozzi), di poco disassato rispetto a via degli Speziali: il che conferma il mantenimento, almeno parziale, dell’assetto viario di età romana.

Un saggio di scavo eseguito all’interno di una delle cantine medievali all’interno di piazza della Repubblica, lato via Roma, ha evidenziato la presenza di un lastricato marmoreo del Capitolium, assunto nel medioevo come piano base per l’edificazione; vi è stato possibile riposizionare, con esattezza, l’allineamento del cardo maximus.



PORTA MERIDIONALE

Percorriamo quest’ultimo e imbocchiamo Calimala, fino a incontrare, sulla sinistra, Calimaruzza. Qui, inglobati in una cantina di un palazzo moderno (al numero civico 3), sono visibili i resti della porta meridionale della cerchia muraria romana: interessante è anche il tratto di selciato, nel quale si possono notare i solchi lasciati sulla pietra dalle ruote dei carri. La porta si apriva presso l’attuale Tor S. Maria, sulla strada che conduceva al ponte sull’Arno (posto allora poco più a monte di Ponte Vecchio).

PORTA AQUILONEM

PORTA CONTRA AQUILONEM

A piazza S.Giovanni, tra il Battistero e il Palazzo Arcivescovile, si trovava la porta settentrionale (Porta còntra Aquilonem) di Florentia, venuta in luce nel 1893-94 durante i lavori per l’arretramento della facciata del Palazzo Arcivescovile. Furono ritrovati i resti della porta, la parte inferiore della torre di sinistra e un tratto della pavimentazione del cardine maggiore

PORTA AQUILONEM VISTA DALL'INTERNO DELLE MURA CON LE RISPETTIVE TERME

L'ACQUEDOTTO

Nell'Ottocento alcuni nomi delle vie attorno a piazza della Repubblica furono scelti in base ai ritrovamenti romani nel sottosuolo: via delle Terme, via del Campidoglio, via di Capaccio (cioè del Caput Aquae, dello sbocco dell'acquedotto, che Nuova Cronica di Giovanni Villani è assegnato a Macrino, generale di Cesare).

« Macrino fece fare il condotto dell'acqua in docce e in arcora, faccendola venire di lungi a la città per VII miglia, acciò che la città avesse abondanza di buona acqua da bere, e per lavare la cittade; e questo condotto si mosse infino dal fiume detto la Marina a piè di monte Morello, ricogliendo in se tutte quelle fontane sopra Sesto, e Quinto, e Colonnata. E in Firenze faceano capo le dette fontane a uno grande palagio che si chiamava termine, capud aque, ma poi in nostro volgare si chiamò Capaccia, e ancora oggi in Terma si vede dell'anticaglia. »
(G. Villani Nuova Cronica Lib. II Cap. I)

Sul castellum aquae, cioè il grande serbatoio inerente all’acquedotto, provvisto di funzione di collettore e di distributore dell’acqua, è stata anche rinvenuta un’iscrizione dedicatoria, da parte di un probabile liberto di origine etrusca.

IL FORO, STAMPA E RICOSTRUZIONE IN COMPUTER GRAFICA

IL FORO

Il Foro era la piazza principale dei nuclei urbani romani. Nasce con la funzione di luogo di mercato, diventando pian piano centro politico, religioso e commerciale della comunità: giunge quindi a costituire il fulcro della vita pubblica cittadina.

Vi sorgevano spesso il Campidoglio, e i templi importanti del culto cittadino, nonchè gli edifici pubblici principali (la Basilica, la Curia, l’Erario), con i portici, di norma ai lati, che costituivano luogo d’incontro per commercianti e per cittadini in genere, e ospitavano anche maestri che vi facevano scuola.

Dietro i portici si allineavano le botteghe che, in fasi urbanistiche più sviluppate, furono sostituite dal Macellum o da altre costruzioni civili e religiose. Con il passare del tempo, il Foro divenne il luogo in cui si esercitarono le attività pubbliche, politiche e religiose; di conseguenza le altre attività (commercio, spettacoli) furono decentrate, anche se non sempre il commercio scomparve completamente dal Foro.

IL FORO IN TUTTA LA SUA AMPIEZZA
Nell’attuale piazza della Repubblica si incrociavano, più o meno in corrispondenza della “Colonna dell’Abbondanza”, le due strade principali di Florentia, il cardine e il decumano massimi, e qui si estendeva il Foro della città. In un primo momento esso era traversato dalle vie principali ed era aperto al passaggio dei carri, come testimoniano tratti di selciato che hanno conservato il segno del passaggio delle ruote (inizio epoca imperiale).

La grande piazza, di forma rettangolare, di m 44×92, era orientata con i lati lunghi in senso est-ovest e sul limite occidentale vi si ergeva il tempio capitolino, che sovrastava l’ampio spazio aperto, all'inizio lasciato a terra battuta. La prima pavimentazione della piazza fu in pietra e si trovava allo stesso livello del cardine e del decumano maggiore. L’ingresso dal lato meridionale era segnato da un grande arco impostato sul tratto sud del cardine maggiore, il cui percorso è adesso ricalcato da Calimala.

Le domus, con impluvium e peristilio, erano delimitate da muri in pietra, mentre le suddivisioni interne potevano essere realizzate anche da pareti in argilla, intonacate e dipinte; i pavimenti erano in calcestruzzo o mosaicati.

SCAVI DEL FORO
Il lato nord della piazza era delimitato da un muro di recinzione; ai lati orientale e meridionale sorgevano edifici pubblici e sul lato occidentale il Tempio Capitolino. In un secondo momento, il Foro venne ampliato e reso ancor più monumentale. Probabilmente in epoca adrianea, nel 117-138 d.c., il piano pavimentale fu rialzato di circa mezzo m e lastricato in marmo lunense, rimanendo chiuso al traffico pesante.

Quest’ultimo seguì un percorso alternativo, posto subito fuori dalle mura urbiche e corrispondente a quello della nuova Cassia, del quale si sono trovate tracce sotto i livelli stradali di borgo Santi Apostoli. L’area del Foro fu inoltre allargata, abbattendo il vecchio muro perimetrale nord e costruendone un altro, che permetteva l’ingresso alla piazza attraverso piccole porte provviste di gradini.

A ovest, parallelo al cardine maggiore, si trovava un portico decorato in marmo; tra il piccolo porticato e il Campidoglio erano collocate statue di magistrati e di imperatori, delle quali sono stati rinvenuti frammenti e alcune epigrafi. Dietro al portico, a est, sono state ritrovate tracce di muri di fondazione pertinenti a un ulteriore edificio, la cui destinazione non è stata chiarita. Nell’area oggi occupata dal complesso della “libreria Edison” si trovava il leggero rilievo su cui sorgeva il Campidoglio, di cui sono stati ritrovati resti di fondazioni.

IL CAMPIDOGLIO

IL CAMPIDOGLIO


Venne chiamato Capitolium il tempio che sorgeva sul colle omonimo di Roma, dedicato a Giove, Giunone e Minerva, detti la “Triade Capitolina”. Il tempio, di origine etrusca, risale alla fine del VI sec. a.c.: secondo la tradizione inaugurato nel 509 e fu il famoso artista etrusco Vulca a scolpire la statua di Giove. Il tempio era senza vestibolo e a tre celle: la centrale a Giove, le altre due a Giunone e Minerva. Aveva sei colonne sulla fronte e sei sui lati; si trovava su un alto podio, con scalinata d’accesso.

Il culto della “Triade Capitolina” ebbe un’importanza particolare nella religione romana e un significato di tutela divina su tutta la città e sullo stato, diventando culto nazionale. Con tale funzione il tempio sul colle di Roma, ripetendone spesso la pianta a tre celle. Particolarmente significativa era, per la romanizzazione, la presenza di questo tempio nelle colonie: la diffusione dei Capitolia iniziò nel I - II sec. a.c. e talvolta coincide colla fondazione di una colonia. Dal II sec. d.c. il tempio del Campidoglio viene esteso anche ai municipi e ad altre città.

IL DIO FLUVIALE ARNO
Il tempio poggiava su un podio quadrangolare, alto circa 3 m, , orientato ad est; una parete trasversale lo divideva in un pronao e nella parte riservata alle celle. Vi si accedeva attraverso una scalinata.
Le celle erano tre e quella centrale risultava di dimensioni maggiori che le laterali, edificati con un misto di mattoni e pietre in filaretti, il sistema che più garantisse dalle scosse sismiche.

All’inizio dell’epoca imperiale fu ricostruito su nuove fondamenta, più grandi delle precedenti; le pareti laterali furono prolungate per oltre 6 m dalla facciata delle celle e il tempio fu dotato, sulla fronte, di una fila di colonne in marmo.

Fu rivestito e decorato sempre in marmo e con lo stesso materiale fu realizzata la pavimentazione del podio, al di sotto del quale furono costruite due cellette di incerta destinazione.

La gradinata di accesso si protendeva maggiormente nel Foro, inglobando la gradinata più antica e nella parte inferiore fu divisa in due rampe da un piccolo podio che sosteneva un’ara.

Fino alla fine del secolo scorso il nome e il carattere sacro del luogo vennero conservati dalla chiesa di S.Maria in Campidoglio, antico edificio di culto costruito su un angolo del podio, sfruttando come cripta una delle due cellette sotterranee; questa fu distrutta nel corso delle ristrutturazioni tardo-ottocentesche, ma ne rimase l’omonimo ottocentesco della vicina via del Campidoglio. Da secoli i reperti del Tempio erano stati spoliati e riutilizzati altrove, se non calcinati.

A sud del podio e molto ravvicinato a esso, più o meno in corrispondenza dell’arco che unisce i due lati dei portici moderni, sorgeva un edificio a pianta circolare, aperto verso il Foro, che chiudeva l’accesso alla piazza dal decumano maggiore. Un'altra struttura a pianta rettangolare si appoggiava al lato nord del podio, aperta verso il Foro e costruita su un precedente edificio, con un cortile su cui si aprivano varie stanze pavimentate in cocciopesto. Si ignora l'uso preciso dei due edifici ma dovrebbero essere uno un tempio e l'altro un magazzino di stoccaggio.

Ancora più a nord, sul luogo in cui oggi è il cinema Gambrinus e quasi all’angolo tra via Brunelleschi e via del Campidoglio, si trovava una fonte sotterranea a pianta rettangolare, cui si poteva accedere attraverso una gradinata. Sulla parete vi era il bassorilievo di una divinità fluviale, sicuramente l'Arno. L’attribuzione all’ età romana di quest’ambiente fu avanzata sin dall’inizio e senza perplessità.



TEMPIO DI ISIDE

Poco distante, fuori dalle mura, sono state trovate le tracce di un Tempio di Iside (II secolo d.c.), scavate tra l'ottobre e il dicembre 2008.

A piazza San Firenze, presso l’omonima chiesa, con il convento annesso, durante il ‘700 vennero alla luce parti della decorazione di un tempio dedicato alla Dea Iside, edificio della cui struttura però non sono mai state identificate tracce: dai materiali si deduce una datazione del II sec. d.c.

COLONNE DEL TEMPIO DI ISIDE
Il culto di Iside era stato portato dall’Oriente, grazie ai proficui scambi commerciali di cui Firenze viveva in quel periodo; gli stessi che porteranno, poi, al Cristianesimo. 

Ma questo culto ebbe una proliferazione spontanea, tanto forte che diversi imperatori, temendo sovrastasse le divinità tradizionali, ne confinarono il culto oltre le mura della città o addirittura ne proibirono il culto distruggendone templi e statue. 

Infatti questo tempio di Iside era stato realizzato subito fuori le mura, vicino all'attuale Tribunale nell’angolo sud orientale di Florentia.

Del tempio che giace sotto il tribunale di piazza San Firenze sono stati trovati, attraverso  uno scavo profondo circa 4 m, largo 2,5 m e lungo 5 m, alcuni resti di colonne intarsiate e di pezzi di frontone risalenti al II secolo d.c., oltre a centinaia di frammenti marmorei di decorazione architettonica relativi a capitelli, frammenti di colonna, basamenti e rivestimenti. Stando ai responsabili degli scavi vi è stato l’impiego di marmi eterogenei, comprendenti anche marmi bianchi e policromi.



IL TEATRO
TEATRO

Il teatro, del I sec. d.c., si ergeva a sud-est delle terme, nel declivio naturale della discesa da Piazza della Signoria a Piazza San Firenze. resti di questa struttura furono rinvenuti per la prima volta nel 1875, durante i lavori per la costruzione di una fogna in via de’ Gondi, e altri ritrovamenti relativi si sono avuti negli anni Trenta all’interno di palazzo Vecchio. 

L’area del teatro, infatti, è oggi occupata dal palazzo della Signoria e dal palazzo Gondi, che hanno inglobato nelle proprie fondazioni gran parte dell’antico monumento. Dove oggi è il Tribunale doveva trovarsi la scena e verso piazza della Signoria le gradinate per il pubblico.

Il fognone ottocentesco intaccò nove cunei radiali di sostegno della cavea e apparve chiaro che l’impianto stradale e le strutture più recenti avevano cancellato gli ordini superiori delle gradinate e le parti più alte di sostruzione ai cunei.

POSIZIONE DEL TEATRO

Insieme ad alcune sue caratteristiche tecniche, il ritrovamento nei pressi del teatro di una testa scultorea di età giulio-claudia postaugustea daterebbe l’edificio al pieno I sec. d.c., cronologia che collocherebbe la costruzione di un teatro tanto capiente (era capace quanto il Teatro di Marcello a Roma, che poteva contenere circa 15.000 persone) in una fase di grande sviluppo demografico per Florentia.

Gli scavi sotto Palazzo Vecchio, condotti in collaborazione con l'Università di Siena tra il 1997 e il 2006, proseguiti fino al 2010, e finanziati dal Comune di Firenze, dopo un'interruzione di circa 3 anni, sono ripresi, sotto la direzione della Soprintendenza per i Beni Archeologici per la Toscana, nell'area sottostante le stanze dell'Anagrafe comunale.

IL TEATRO SI TROVA SOTTO PALAZZO VECCHIO
Le prospezioni all’interno di Palazzo Vecchio (1997-98) hanno consentito di individuare con esattezza la disposizione sia della cavea che dell’orchestra del teatro. Tuttavia non sono ancora definibili con esattezza le dimensioni e la struttura della scena, la cui dislocazione si può presumere in base a una documentazione sporadica risalente al 1932.

PROPORZIONI TRA TEATRO E PALAZZO VECCHIO
Nel 2010 si è poi concluso lo scavo archeologico nei sotterranei di Palazzo Vecchio, che ha riportato in luce alcune parti del teatro romano, databili fra I e II sec. d.c., tra cui alcuni tratti delle burelle, cioè i corridoi radiali in muratura sui quali era impostata la cavea a semicerchio.

Ne è emerso anche il vomitorium, il corridoio centrale grazie al quale si accedeva all’interno del teatro, nonchè il margine interno della piattaforma dell’orchestra, che nel teatro romano non ospitava il coro come in quello greco, ma era riservata alle autorità.

Il Palazzo della Signoria o Palazzo Vecchio, poggia dunque sul grandioso teatro di epoca imperiale. Per la sua edificazione fin dal I sec a.c., venne sfruttato un declivio naturale di circa 5 m nell’area sud-orientale della colonia. 

I RESTI SOTTO PALAZZO VECCHIO
Gli scavi hanno consentito di identificare 2 fasi costruttive. Una prima in cui scena, di circa 35 metri, orchestra e gradini erano in muratura mentre gli spalti, per circa 8/10.000 spettatori, erano in legno.

Nel successivo ampliamento in epoca adrianea, tra il I e II secolo d.c., l’ingresso alla platea e la cavea furono costruiti in muratura. 

Il teatro, che risponde ai canoni di Vitruvio, presenta un diametro di circa 100 metri e un’altezza di 24/26 metri. Il monumento, indicato con il termine Perilasium utilizzato per gli edifici di spettacolo, compare nei documenti che risalgono al IX secolo. 

Negli anni successivi la zona del teatro è ancora conosciuta con i termini di burelle e Guardingo. Nel medioevo subì una ulteriore spoliazione, e con l’arrivo dei Longobardi sembra perdersi ogni traccia dei suoi elementi architettonici. 

Per un lungo tempo fu poi usato come prigione comunale. La conferma storica dell’ubicazione del teatro si ebbe nel 1375, ma soltanto a partire del 1875, con gli scavi di Corinto Corinti, furono messi a nudo i resti della cavea. Questa scoperta permise di ricostruire con sufficiente precisione la struttura dell’edificio.

I ritrovamenti di età imperiale, ma con successive stratificazioni di epoca medievale (XII-XIV sec.) hanno restituito pozzi, fondamenta di abitazioni e altri edifici. E’ tuttora, in previsione, un progetto di musealizzazione di parte del piano terreno di Palazzo Vecchio, per cui, in futuro, dovrebbero risultare visitabili alcune delle strutture afferenti al teatro romano.

L'ANFITEATRO

L'ANFITEATRO 

Una delle poche strutture effettivamente ancora riconoscibili in laterizio romano è quella dell'Anfiteatro, che si trovava fuori dal castrum cesariano, nell'attuale quartiere medievale di Santa Croce. Il primo che fece uno studio approfondito su questa struttura fu l'erudito Domenico Maria Manni che nel 1746 pubblicò il libro Notizie istoriche intorno al Parlagio ovvero anfiteatro di Firenze.

POSIZIONE DELL'ANFITEATRO E RICOSTRUZIONE GRAFICA
E' possibile determinare l’esatta ubicazione di questo edificio, poiché sui resti delle strutture perimetrali e dei cunei delle gradinate si sono impostate le costruzioni medievali (fra cui anche le proprietà della cospicua famiglia dei Peruzzi) e le loro successive ristrutturazioni.

Circondato da una strada chiamata sin dal Medioevo via Torta, l'anfiteatro, con un perimetro di m 300, poteva contenere circa 20.000 posti, (contro gli 87.000 del Colosseo), evidentemente per l'esiguità della popolazione, ben riconoscibile nelle sue strutture portanti, anche se la sovrapposizione di case medievali ha chiuso gli antichi archi e ha sfruttato tutti gli spazi.

Possiamo comunque seguire l’andamento ellissoidale della pianta percorrendo, da piazza de’ Peruzzi, via de’ Bentaccordi e via Torta; mentre quello che doveva essere il tratto orientale si perde negli edifici che si affacciano su via de’ Benci e su piazza S.Croce. Nel 1887 una piccola parte dell’edificio venne in luce, durante i lavori per la costruzione di una fogna in borgo de’ Greci: da questi resti si è cercato di ricostruirne le forme e le dimensioni.

L’asse maggiore dell’ellisse, in direzione nord-ovest/sud-est, è lunga circa 113 m, mentre l’asse minore circa 90 m. La gradinata era divisa, in summa e ima cavea, da un ambulacro che ne percorreva tutta l’ellisse. L’arena misurava circa 64x40 m.

La tecnica edilizia e l’uso dei marmi policromi lo data alla prima metà del II sec. d.c., periodo in cui Florentia conosce un grande sviluppo urbanistico anche fuori della cinta muraria, in una zona un tempo paludosa ma poi bonificata.



STADIO (o ippodromo)

L'edificio misurava dalla Croce al Trebbio a Piazza dell’Unità Italiana circa 200/220 metri di lunghezza ed era largo 45/50 metri; poteva ospitare circa 20 mila persone, non moltissime ma occorre rendersi conto della grandezza della città del tempo. Esso doveva apparire molto simile come tipologia a quello riportato in luce ad Aphrodisias in Caria, nell’attuale Turchia. 

POSIZIONE DELL'IPPODROMO
Questo Stadio, o Ippodromo funzionò anche da Circo, venendo infatti destinato ai pubblici giochi, soprattutto ai ludi gladiatorii ma pure, corse alle corse di cocchi e di cavalli. 

Aveva la forma dell’ippodromo greco; leggermente obliqua rispetto all’asse longitudinale si trovava la “spina”, alto basamento in mezzo all'arena su cui si ergevano gli obelischi e i vari delfini o segnacoli per contare i giri dei carri.

Alle due estremità della spina sorgevano le “metae” (una dalla parte della Croce al Trebbio, l’altra verso Piazza dell’Unità), intorno alle quali giravano i cavalieri. 

Intorno all’arena si elevavano le gradinate della “cavea” simili a quelle degli stadi odierni.

La più antica menzione scritta sull’Ippodromo o stadium di Florentia, risale ai primi del IV sec. d.c., nell' “invectiva” che Coluccio Salutati, Cancelliere della Repubblica Fiorentina, inviò nel 1375 al vicentino Antonio Luschi, il quale dubitava sull’origine romana di Firenze, origine di cui i fiorentini erano molto orgogliosi.
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Vincenzo Borghini nel 1569, chiarendo la differenza tra Anfiteatro e Circo identificava quest’ultimo: “ dove oggi è la Croce al Trebbio, non solo per la forma rotonda, la quale, come anche l’Anfiteatro rappresentavano le case tirate sopra i vecchi fondamenti, ma ancora per alcuni vestigi trovati sotterra a diverse occasioni che si riconoscono per propri di questa sorta di fabbriche
LE TERME

LE TERME


TERME CAPTOLINE

Le Terme Capitoline erano state costruite su un edificio di età repubblicana. Alcuni reperti sono esposti nel cortile del Palazzo della Crocetta insieme a dei resti di fognature che correvano al di sotto delle strade di Florentia. Queste sorgevano lungo via Strozzi (che ricalca il percorso del decumano maggiore), in corrispondenza dell’isolato situato fra essa e le vie de’ Vecchietti e de’ Pescioni, e vennero in luce durante le demolizioni del 1892.

L’ingresso dava sul decumano maggiore e da esso si accedeva a un vestibolo nel quale si trovava una prima vasca. Il vestibolo comunicava con il frigidarium, a pianta rettangolare e provvisto di due vasche per l’acqua fredda, situate ai lati; esso prendeva luce da due grandi finestre ad arco, come risulta dai resti delle pareti.

Un tepidarium di minori dimensioni metteva in comunicazione il frigidarium con i calidaria, due grandi sale dalla pianta a croce, comunicanti fra loro e provviste di due vasche semicircolari, disposte lungo le pareti nord e sud. Una delle due vasche doveva contenere acqua calda, visto che si trovava su suspensurae in mattoni quadrati.


TERME DEI BAMBINI

Verso l'ingresso del Foro, ad ovest del pozzo pubblico e molto vicino ad esso, si trovava un edificio termale dotato di vasche di piccole dimensioni, probabilmente destinato ai bambini.


TERME DI TORRE PAGLIAZZA

Un’altra terma è situata nell’insula circoscritta dall Corso, originariamante decumanus maximus, via de’ Calzaiuoli, via delle Oche (un decumanus minore) e piazza Santa Elisabetta (càrdines minores).

TERME ROMANE SOTTO LA PAGLIAZZA
Dalle specifiche campagne di scavo riferite alla torre della Pagliazza (attuale piazza Santa Elisabetta), la torre, che lascia dubbi agli studiosi, è di difficile datazione (longobarda o bizantina) sia per la forma semicircolare, anomala rispetto alle altre torri del centro di Firenze, sia per lo stile.

In realtà ha forma circolare in quanto si fonda su una struttura romana, di età imperiale non meglio precisabile, conformata a esedra, facente parte, si pensa, del complesso termale pubblico.

L’edificio era enorme: da un vano rettangolare con condotto per aria calda si accedeva in vari ambienti successivi fino a un’esedra, di forma non perfettamente regolare, riconoscibile come piscina e visibile nel sottosuolo dell’attuale torre.

Oggi si possono vedere al museo della Pagliazza i resti di una strada e di un calidarium romani , la stessa torre che oggi è sede dell'hotel Brunelleschi, in Piazza sant'Elisabetta.


TERME DEL CAPUT ACQUAE

Guardando adesso la planimetria di Firenze: a ovest della porta meridionale, i nomi moderni di via delle Terme e via di Capaccio (il cui nome probabilmente deriva dal caput àquae: la “testa”, ossia il terminale di un braccio, “dell’acqua”, ossia delle grandi condutture idriche di acquedotto e fognoni), ci danno una chiara indicazione sul tipo di testimonianze archeologiche relative alla zona, definita terma dai cronisti fiorentini medievali.

STATUA DI ERCOLE RECUPERATA ALLE TERME
Era qui situato un grande impianto termale, datato alla prima metà del II sec. d.c., di cui è stato esplorato (nel secondo dopoguerra) soprattutto il frigidàrium: il locale presentava al centro la piscina per l’acqua fredda, circondata da una fascia pavimentata in marmo e da un doppio colonnato a capitelli corinzi.

La città moderna ha coperto tutte queste vestigia; dopo la Restaurazione tuttavia, nel 1826, al numero 16 di borgo Santi Apostoli l’architetto Telemaco Buonaiuti costruì un bel bagno pubblico ancora usato nel 1912, l’unico edificio d’influsso Biedermeier a Firenze, la cui incisiva insegna neoclassica (“Bagni nelle antiche terme”) risulta tuttora ben visibile, a rammentarci che nei secoli era perdurata consapevolezza dell’esistenza sul posto del maggior stabilimento termale di Florentia.

Si ritiene che l’antico acquedotto romano della città provenisse dalla Valdimarina e che penetrasse in città da nord-ovest, attraverso l’attuale direttrice di via Faenza - via de’ Conti o per quella di via Valfonda.

Ancora nel Settecento erano visibili alcuni suoi alti tratti edili, che hanno lasciato almeno una traccia odonomastica (via dell’Arcovata, situata non lontano da Rifredi).


TERME DI PIAZZA DELLA SIGNORIA

Spostiamoci verso Piazza della Signoria, ricchissima di testimonianze archeologiche: il primo intervento di scavo risale al 1974/75, quando si pose il problema della ripavimentazione della Piazza. Durante i saggi per ritrovare tracce della pavimentazione trecentesca in cotto vennero allora in luce notevoli strutture medievali e parte di un edificio termale romano. Questo grande complesso è stato più tardi esplorato, durante le campagne di scavo che si sono susseguite dal 1983 al 1989.

L’ingresso dell’edificio era situato sul lato settentrionale e presumibilmente si affacciava sul decumano minore, che correva presso il lato settentrionale della piazza (via della Condotta, all’incirca); da qui si accedeva a un grande salone lastricato, che comunicava con i vari ambienti termali.

Fra essi spiccano il frigidarium, provvisto di una vasca absidata, e un grandissimo calidarium, caratterizzato da un pavimento rivestito in marmo. Intorno al complesso correva una galleria, coperta con volta a botte e destinata ai servizi: un tratto di essa presenta la bocca di un forno che doveva alimentare il riscaldamento del calidàrium. Le terme, datate intorno alla prima metà del II sec. d.c., si imposero su una serie di strutture precedenti, presumibilmente di carattere privato.

PLANIMETRIA DELLA FULLONICA 1


LA FULLONICA 1



SCAVI DELLA FULLONICA 1
In Piazza Signoria, negli anni '80, fu effettuata una delle più importanti scoperte archeologiche del XX secolo di Firenze: una fullonica. 

Un’importante testimonianza dell’antico periodo romano è stata infatti messa in luce a sud del grande impianto termale. 

Si tratta di una fullonica, cioè un negozio artigianale che funzionava da lavanderia e da tintoria, di cui sono stati identificati tre bracieri allestiti per la preparazione dei colori e una serie di vasche e piani inclinati comunicanti su differenti pendenze. 

Come le terme, la fullonica, la cui costruzione è da collocare tra la fine del I sec. e la prima metà del II sec. d.c., aveva inglobato strutture più antiche, riferibili al periodo di fondazione della colonia.

Il locale rinvenuto date le dimensioni più che un negozio sembra uno stabilimento specializzato nella lavorazione dei tessuti, che venivano lavati in grandi vasche, trattati e poi tinti. 

Queste operazioni venivano fatte da operai immersi in vasche fino alla vita, che dovevano pigiare le stoffe con i piedi, un po' come si faceva per ottenere il vino dall'uva.
L’imponenza dell’impianto confermerebbe l’ipotesi della fioritura in Florentia di attività legate alla lavorazione di tessuti, poiché sembra difficile che una struttura così imponente fosse funzionale solo al fabbisogno di privati cittadini.

Evidentemente qualche vivace imprenditore aveva fondato una discreta industria che serviva l'intera città, e forse trattavasi addirittura di un'impresa imperiale al servizio dei cittadini.

PLASTICO DELLA FULLONICA 2

LA FULLONICA 2

FULLONICA 1
In via del Proconsolo, all’imbocco con via del Corso, si nota sulla strada un listello che segnala la posizione di una porzione del tratto orientale delle mura romane di Florentia, erette da Augusto fra il 30 ed il 15 a.c. 

La prosecuzione a nord dell’imponente struttura in mattoni, dotata di torri circolari, è visibile anche dalle vetrine di un esercizio commerciale all’angolo fra via del Proconsolo e via Dante Alighieri.

In questo punto, alla fine del I secolo d.c., quando la funzione difensiva delle mura era venuta meno, fu costruito un impianto per la lavorazione dei tessuti (fullonica), simile a quello rinvenuto sotto piazza della Signoria.



PONTE SULL'ARNO

Nel punto di restringimento dell’ Arno, fu costruito un ponte, in corrispondenza della direttrice di via Calimala (cardo maximus), che partiva proprio dall’attuale piazza del Pesce. Il ponte, inizialmente in legno e obliquo al corso del fiume per meglio sostenere la spinta delle piene, venne riedificato in pietra nel II sec. d.c. in seguito all’aumentato traffico convogliato dalla Via Cassia Adrianea. Sarà distrutto solo quattro secoli dopo, per cause belliche e alluvionali.

Risulta infatti dalle fonti antiche (Strabone), che l’Arno fosse navigabile: una navigabilità di piccolo-medio cabotaggio e sembra plausibile, a tale proposito, che l’attracco portuale potesse trovarsi immediatamente fuori dalla cinta urbica, non lontano dall’unico ponte d’attraversamento sull’Arno (che, come abbiamo visto, si trovava subito a monte dell’attuale Ponte Vecchio).

Attraverso questo ponte doveva pervenire a Firenze la via Cassia dopo che, nel 125 d.c. circa, Adriano ne ebbe spostato il tracciato sulla sinistra dell’Arno. Passato il fiume, si ritiene che il nuovo itinerario raggiungesse la porta meridionale di Florentia per un breve raccordo viario parallelo all’odierna Porta Santa Maria e che lambisse le mura meridionali e occidentali della città secondo un tracciato pressappoco corrispondente a borgo Santi Apostoli.

Di lì doveva indirizzarsi verso il vecchio tracciato della Cassia, approssimativamente alle attuali piazza Santa Trinita e alle vie del Limbo/Inferno, Belle Donne, Avelli, Valfonda, attraverso il Romito e via F. Corridoni: l’attuale “forca di San Sisto”, per esempio (ossia lo stretto canto stradale fra via del Sole e via delle Belle Donne), conserverebbe nel proprio nome ricordo dell’antico xystus, il “portico” stradale cioè che costeggiava la nostra direttrice viaria.



LA CASSIA

Si pensa che precedentemente, finché Florentia non ebbe acquisito maggiore importanza, la Cassia evitasse il fondovalle e si mantenesse su vetuste direttrici lontane da acquitrini o da rischi alluvionali.

La Cassia preadrianea sarebbe dunque rimasta alla destra dell’Arno, ricalcando (nel Valdarno Superiore) l’odierna, suggestiva “Via dei Sette Ponti” e, nella conca fiorentina, un itinerario pedecollinare per Compiobbi, Terenzano, Settignano e poi per Coverciano, S. Gervasio, Cure, Pellegrino, Montughi, Rifredi, Le Panche, Castello ecc. (oppure, alle basse falde collinari, dopo Settignano: Corbignano, Maiano, Camerata, la Pietra, Careggi, Quarto ecc.).

Mentre il più antico tracciato della Cassia, (Cassia Vetus) attraversava l’Arno nei pressi di Arezzo, quello più recente (Cassia Nova) passava il fiume circa all’altezza di Ponte Vecchio. Il percorso della Cassia Nova fu la conseguenza, e non una causa, dell’accresciuta importanza di Florentia. Sotto la chiesa di Santa Felicita si trova comunque un tratto della via Cassia più recente.


Altre Vie Per Florentia

Da questo sistema di percorrenze, Florentia doveva essere raggiunta mediante tre possibili raccordi.
- Uno, meridionale; l’altro, orientale; il terzo, settentrionale. Taluni studiosi ritengono che il primo di essi costituisse il percorso principale della Via fin dalla nascita di Florentia; esso provenendo dal pian di Ripoli, per Ricorboli e la direttrice delle vie dei Bastioni, S. Niccolò, de’ Bardi raggiungeva la Porta Meridionale, nell’attuale Calimaruzza, per la breve direttrice delle piazze del Pesce, S. Stefano e de’ Saltarelli).
- Il secondo, orientale, corrispondeva alla prosecuzione esterna del decumano massimo (borghi degli Albizi e La Croce; vie Pietrapiana, Gioberti e Aretina).
- Il terzo infine, settentrionale, corrispondeva alla continuazione del Cardo massimo (borgo S. Lorenzo, via Ginori e via S.Gallo, viale don Minzoni). Quest’ultimo raccordo, proseguendo lungo il torrente Mugnone, venne a costituire il primo tratto della via Faventina, corrispondente all’attuale SS. 302 (“Faentina”).

Se non ci sono motivi di dubitare che la direttrice della strada romana per Pisa corrispondesse grossomodo all’attuale Via Pisana (SS. 67), forti dubbi riguardano le direttrici usate per attraversare l’Appennino tosco-emiliano e per pervenire a Bologna: dato l’aumento di importanza di Florentia, un loro raccordo col tratto fiorentino della Cassia deve aver prevalso su eventuali precedenti direttrici casentinese-mugellane o pedemontane valdarnesi.



CIMITERI

Le aree cimiteriali di Florentia sorgono fuori dalle mura, lungo le strade principali. Una delle necropoli di maggior estensione, già in uso alla metà del I sec. a.c., si trovava lungo il tratto della via Cassia posto in direzione di Pistoia: resti di questa necropoli vennero alla luce nel XVI sec., durante gli scavi per l’edificazione della Fortezza da Basso e nel XIX sec. con la costruzione del ponte della ferrovia, al Romito.

Il culto cristiano a Firenze ha il suo sviluppo sulla sponda sinistra dell’Arno: sul monte di San Miniato (Mons Florentinus) e sulle sue pendici. Nel luogo della chiesa di Santa Felicita (dove probabilmente sorgeva un tempio della Dea Felicitas), vi è un cimitero cristiano sotterraneo scavato alle falde collinari di costa San Giorgio. Dell’ antico cimitero sono state rintracciate numerose lapidi, ora esposte nell’androne a destra della chiesa.

Localizzazione dei ritrovamenti di sepolcreti fiorentini
- 1. Affrico sepoltura isolata
- 2. p.za S. Firenze necropoli I d.c.
- 3. borgo SS. Apostoli necropoli IV-V d.c.
- 4. S. Pancrazio necropoli
- 5. Valfonda sepoltura isolata I d.c.
- 6. Fortezza da Basso necropoli I-III d.c.
- 7. S. Stefano in Pane necropoli
- 8. S. Gallo necropoli I-III d.c.
- 9. S. Felicita necropoli IV-V d.c.



IL PORTO

Al tempo della decadenza dell'Impero romano, Florentia era una città florida grazie al commercio, e l'Arno, come testimonia Strabone, era un fiume ancora navigabile e all'altezza dell'odierna Piazza de' Giudici c'erano delle banchine, più o meno dove oggi c'è il Circolo della Canottieri Firenze, per il carico e lo scarico delle merci nella zona che ancora oggi si chiama la Dogana.
La tradizione antiquaria fiorentina, medievale e moderna, poneva però l’antico scalo portuale di Florentia in un’ormai interrata rientranza dell’Arno, che sarebbe un tempo esistita nell’area dell’odierna piazza Mentana, successiva a Piazza de' Giudici.



GLI SCAVI


Non sono rimasti monumenti visibili del periodo romano poiché Firenze ebbe un rapido sviluppo durante i periodi successivi, quando Firenze si allargò e si sovrappose a quella romana; ancora oggi però affiorano dal sottosuolo costruzioni come il complesso termale scoperto in Piazza della Signoria ed il teatro, oggi inglobato dal palazzo Gondi.


MOSAICO ROMANO DELLA CHIESA DI SAN REPARATA
La struttura della colonia romana ha determinato il successivo sviluppo della città, tanto che, dalla lettura dell’attuale strutturazione edilizia, è possibile risalire all’impianto urbanistico antico.

Ultimamente si sta tentando di rilevare le antiche testimonianze tramite lo scavo stratigrafico, ma in precedenza, soprattutto negli ultimi decenni dell’Ottocento, quando gli scavi non seguivano alcun metodo scientifico, si sono spesso cancellate molte tracce del passato.

Così, le fonti archeologiche si riferiscono essenzialmente agli interventi effettuati in città durante la ricostruzione postbellica, mentre i recenti scavi in Duomo e in Piazza della Signoria hanno fornito una serie ricchissima di dati sulla storia di Firenze, dalle origini al Medioevo, dati che, per buona parte, sono ancora in corso di studio.

I ritrovamenti archeologici hanno permesso di individuare ed identificare i resti di importanti lavori pubblici, come i bagni Capitolini, i bagni di Capaccio, il sistema delle acque scure, la pavimentazione delle vie ed il Tempio di Iside.

Ma il monumento più riconoscibile è quello dell’anfiteatro che mantiene sempre la sua forma ellittica; non a caso la strada che lo circonda è stata battezzata Via Torta (cioè storta). Resti monumentali inoltre sono visitabili nel sottosuolo del Duomo (area di Santa Reparata), del Battistero (domus con mosaici), di Palazzo Vecchio (strutture del teatro) e della Torre della Pagliazza, in piazza Sant’Elisabetta (impianto termale), nonché in via Calimaruzza (porta meridionale).

Visibili al pubblico sono le testimonianze di edifici romani emersi, negli anni '70, durante gli scavi dell’ antica cattedrale fiorentina di S. Reparata, al di sotto del Duomo di S.Maria del Fiore. La visita agli scavi dà l’occasione di osservare le successive trasformazioni subite attraverso i secoli. Sono visibili le testimonianze stratigrafiche pertinenti alla città romana, con l'edificazione della basilica paleocristiana, il cimitero longobardo, e le varie ristrutturazioni di S.Reparata.

Resti delle fondazioni, alcune parti del pavimento in cocciopesto o in mattoni e alcune canalette coperte e a cielo aperto (per lo scorrimento delle acque) sono emersi nel corso degli scavi; questi materiali, ritrovati durante lo scavo, hanno permesso di riferire le fasi più antiche dell’edificio alla fine del I sec. a.c.

Sotto la basilica paleocristiana sono stati individuati i muri di fondazione di un edificio romano che subì varie ristrutturazioni. Nel momento in cui fu costruita la basilica, le mura che ancora rimanevano furono abbattute, (eccetto il muro A, che venne inglobato nella parete nord di S. Reparata).

Il vescovo milanese Ambrogio nel 393 consacrò la prima cattedrale cristiana extramuraria di San Lorenzo, edificata sul luogo in cui si trovavano alcune tabernae romane che si affacciavano sul prosieguo del cardine massimo.

Dovremmo però verificare quello che venne scoperto e risotterrato, dagli scavi di piazza Signoria di una ventina di anni fa, ai ruderi emersi durante la pavimentazione di Piazza de' Cimatori, che bloccarono i lavori per un paio di mesi e poi una mattina all'improvviso tutto fu richiuso. Sempre in zona ci sono altri reperti che vengono tenuti segreti per evitare grane in caso di ristrutturazioni o obblighi nei confronti della sovrintendenza.

Sotto Palazzo medici è tornato alla luce un tratto dell’antico corso del torrente Mugnone deviato dagli antichi Romani. I resti della villa usata per riempire il letto del torrente hanno restituito numerosi oggetti d’epoca, tra cui strumenti di medicina usati probabilmente dal proprietario della casa, tra cui una statuina usata per studi anatomici: un pezzo di grande rarità e valore.

SARCOFAGO CON CACCIA DI MELEAGRO

 I REPERTI

Contrariamente a quanto si possa immaginare, la quasi totalità di arte romana presente oggi a Firenze, a parte alcuni rari esempi di sarcofagi citati poco sopra, non apparteneva a Florentia, ma venne portata da Roma all'epoca dei Medici e dei Lorena.

Vengono da Roma la collezione di statue antiche che decorano la Loggia dei Lanzi, la Galleria degli Uffizi, Palazzo Pitti e il Giardino di Boboli, compreso l'obelisco. L'altro obelisco romano della città, che si trova in Piazza Santa Trinita di fronte alla chiesa omonima, viene dalle Terme di Caracalla, dono di papa Pio IV al Granduca Cosimo I. Le collezioni romane del Museo archeologico nazionale hanno varia provenienza e furono in gran parte convogliate in città tra Otto e Novecento.


BIBLIO

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- D. Fraschetti - Il Tempio di Marte e la Chiesa di S. Giovanni Battista - Arte e Storia - 1908 -
- C. Corinti - Degli avanzi del teatro di Firenze romana - Atti della Società Colombaria - Firenze - 1924 -
- C. Hardie - The Origin and Plain of Roman Florence - Journal of Roman Studies 1965 - LV -
- P. Degl'Iinnocenti - Le origini del Bel San Giovanni - Da tempio di Marte a battistero di Firenze - Firenze - 1994 -





 

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