CULTO DI ANGERONA




La fonte letteraria più antica che ci parla di questa divinità è Varrone, nel VI libro del De lingua Latina, nei "civilia vocabula dierum qui deorum causa sunt instituti: Angeronalia ab Angerona, cui sacrificium fit in curia Acculeia et cuius feriae publicae is dies", «la festa degli Angeronalia prende il nome da Angerona, il cui sacrificio è compiuto nella curia Acculeia e di cui quel giorno è la festa ufficiale».

ANGERONA
Ce ne parla pure Marco Verrio Flacco nei "Fasti Prenestini":
- Festa pubblica. Divalia. Festa della Dea Angerona, che prese nome dal disagio della fastidiosa angina poichè ella un tempo rivelò un rimedio per essa. Hanno posto la statua di lei con la bocca imbavagliata sull'altare di Volupia, per mettere in guardia la gente a non proferire il nome segreto della città. -

La festa della Dea, considerata feriae publicae, ancora celebrata al tempo di Varrone, che nelle Antiquitates rerum divinarum, si limita a citare la festa come derivata ab Angerona.

Macrobio è invece più generoso nelle informazioni:
"Nel XII giorno (delle calende di gennaio) vi è la festa della diva Angerona, a cui i pontefici fanno un sacrificio nel sacello di Volupia."

Masurio aggiunge che la statua di questa Dea si trova sull’altare di Volupia rappresentata con la bocca chiusa e sigillata, perché coloro che dissimulano i loro dolori e i loro motivi di ansietà giungono, grazie alla loro sopportazione, a grandissimo piacere.

Giulio Modesto dice che si sacrifica a questa Dea perché il popolo romano fu liberato grazie a questa Dea da una malattia che è chiamata angina, a seguito di un voto.

Verrio Flacco dice che essa è chiamata Angeronia (alcuni la chiamano così) perché se viene resa propizia con il debito culto tiene lontane angosce e le preoccupazioni dell’animo. La dea Angerona, o Angeronia, era ritenuta sia da Verrio Flacco che da Masurio una divinità che soccorreva l’uomo in uno stato di difficoltà psicologica: secondo Verrio teneva lontano dagli uomini "angores ac sollicitudines animorum". secondo Masurio aiutava a sopportare "dolores anxietatesque".

Giulio Modesto invece riconduceva il culto della Dea ad una malattia chiamata angina; cos' la pensa anche da Festo, con una variante molto strana, in quanto l’angina è considerata un’epidemia tra gli animali e non tra gli uomini: Angeronae deae sacra a Romanis instituta sunt, cum angina omne genus animalium consumeretur, cuius festa Angeronalia dicebantur, «si diceva che per la dea Angerona fossero state istituite dai Romani delle cerimonie religiose, poiché ogni genere d’animale era stato ucciso dall’angina, e il nome di quella festa era Angeronalia».

Festo ci offre pure una minuta descrizione della condizione di chi cade in preda all’angoscia, usando il termine "cruciatus", cioè crocifisso, dando doppia valenza all’angere, condizione dell’anima e del corpo, accomunate dalla sensazione della strangulatio. Ma anche nelle Tusculanae Disputationes di Cicerone, si riscontra che l’angor è descritto sempre come malessere che investe anima e corpo.

DEA TACITA
Però quel che sostiene Festo non è vero neppure per i suoi tempi, l'autore è disinformato. Angerona può essere originata da diversi vocaboli angor, anxietas e angina. Sia Macrobio che Festo, per spiegare il significato di Angerona, ricorrono al verbo angere, soffrire nel corpo o nell'anima, ma poichè il termine angina ha la stessa radice ang. Però già da Celso era conosciuta la temibile malattia, e ne dedussero che la Dea proteggesse da questo male, solo che Celso la conosce come malattia prettamente umana.

Gli Dei in tempo più antico, avevano compiti precisi, ad esempio Robigo, la Dea che proteggeva il grano dalla ruggine, per cui i Romani avevano istituito la festa dei Robigalia, e la stanchezza che era presieduta da una Dea, Fessonia (da cui il termine popolare fesso per indicare uno stolto, o fessura per indicare un'apertura, o fessato per indicare un oggetto di argilla o ceramica con incrinatura), invocata in aiuto di coloro che soffrivano di stanchezza (fessi); mentre lo stato psicopatologico della depressione era rappresentato da Murcia, derivata da un termine piuttosto dispregiativo, cioè murcidus, in quanto marcidus. Insomma se sei depresso sei marcio dentro.

Inoltre i Romani spesso chiamarono gli Dei con i nomi delle cose che dagli stessi sentivano di ricevere, aggiungendo dei suffissi: ad esempio, da bellum (guerra) derivarono il nome Bellona e non semplicemente Bellum; da cunae (culle) Cunina e non Cuna; da segetes (messi) Segetia e non Seges; da poma (frutti) Pomona e non Pomum; da boves (buoi) Bubona e non Bos.
In genere si usavano tre suffissi: -ina; -ia ed -ona. Ovviamente ona riguarda Angerona ma non solo, pensiamo infatti a Bellona, Pomona, Bubona, Orbona, Alemona, Fluviona, Fessona, Adeona, Abeona, Intercidona, Mellona, ed Epona.

Il suffisso -ona riguarda l’esercizio di un ruolo in un ambito di competenza: Orbona è la Dea a cui si rivolgono i genitori orbati di un figlio o quelli che temevano avvenisse, poiché essa poteva provocare o stornare la morte di un figlio; Pomona, Bubona, Epona, Mellona  proteggevano i frutti (poma), i buoi (boves), i cavalli (equi) e il miele (mel); Alemona e Fluviona o Fluvonia, le Dee che sovrintendevano la nutrizione del feto (nutrire = alere),  e regolare il flusso mestruale (fluere).



L’ENIGMA DELLA STATUA IMBAVAGLIATA

Tutto ciò che scritto fin'ora però non spiega questo particolare tragico della Dea imbavagliata, esattamente come la Dea Tacita, il cui nome è invece estremamente ‘parlante’, era una dea muta, condannata al silenzio, poiché le era strappata la lingua per punizione.

La Dea Angerona, invece, non era irreversibilmente muta, ma poiché era rappresentata "ore obligato atque signato", fu interpretata da alcuni autori antichi come dea che intimava il silenzio.
ASCLEPIO
Sia Plinio che Solino, in un più ampio discorso che aveva come tema centrale l’evocatio, scelgono il simulacrum della Dea come simbolo del valore che il silenzio possedeva nella cultura romana, strumento privilegiato per proteggere Roma contro i nemici.

Entrambi inseriscono l’exemplum della raffigurazione della Dea trattando lo stesso argomento: la città, per non incorrere nel pericolo di evocatio, rito pubblico romano che consisteva nell’evocare la divinità protettrice della città che si voleva conquistare promettendole asilo a Roma, possedeva un secondo nome, tenuto segreto e protetto da un religioso silenzio; quando un certo Valerio Sorano osò rivelarlo fu immediatamente punito:

"Non alienum videtur inserere hoc loco exemplum religionis antiquae ob hoc maxime silentium institutae. Namque diva Angerona, cui sacrificatur a. d. XII kal. Ian., ore obligato obsignatoque simulacrum habet"
«non mi sembra fuori luogo inserire a questo punto l’esempio di un antico rito religioso istituito proprio per esortare a tale silenzio: la Dea Angerona infatti, la cui festa ricorre il 21 dicembre, ha una statua con la bocca chiusa e sigillata». (Plinio)

La vicenda di Valerio Sorano è narrata da Solino, lettore di Plinio, però con una variante sulla statua di Angerona:

"inter antiquissimas sane religiones sacellum colitur Angeronae, cui sacrificatur ante diem XII k. Ian.: quae diva praesul silenti ipsius praenexo obsignatoque ore simulacrum habet"

«nei più antichi tempi della religione giustamente era venerato il sacello di Angerona a cui veniva fatto un sacrificio il 21 dicembre: la quale Dea che era preposta proprio al silenzio aveva una statua con la bocca legata e sigillata».

Solino sostituisce obligare con praenectere, a rafforzare, attraverso il prefisso prae-, l’idea di una legatura accurata. La statua di Angerona era imbavagliata con attenzione e con sopra un sigillo di cera.

Quando uno scritto, o una lettera, doveva rimanere segreto infatti si raccomandava:

"cedo tu ceram ac linum actutum. Age obliga, obsigna cito"
«qua cera e filo. Fa’ presto chiudi e sigilla».



LA RISERVATEZZA LATINA: ANXIETATES DISSIMULARE

Un’altra variante al significato della rappresentazione della Dea ci perviene dal giurista Masurio, come riporta Macrobio, che, con le varie sofferenze contenute nel verbo angere, descrive la statua della Dea, precisa che il "simulacrum ore obligato atque signato" si trovava sull’ara della dea Volupia e questo perché qui "suos dolores anxietatesque dissimulant perveniant patientiae beneficio ad maximam voluptatem".

ANGERONA
Masurio mette Angerona in relazione con dolores et anxietates. Così Angerona è la Dea che aiuta a dissimulare: a lei ci si rivolge per nascondere adli altri i dolori e le angosce. La dea Tacita, la cui istituzione era fatta risalire a Numa, era invocata contro le cattive lingue e il pericoloso parlare altrui e descritta come musa muta e silenziosa, simbolo della conveniente riservatezza.

A Roma il silenzio e la discrezione erano tenuti in grande considerazione, non solo per il pericolo d’evocatio, ma anche sul piano sociale, tanto nelle donne, quanto negli uomini. I Romani adoravano il silenzio e detestavano certe forme sconvenienti di loquacità e tra queste certo c’era il lamentare le proprie sciagure o sofferenze. Angerona, aiutando a sopportare il dolore, di natura fisica o morale, sembra rappresentare l'interdizione sociale della lamentela, rafforzando volontà ed animo.

Ovidio, nelle Epistulae ex Ponto, costretto all’esilio, descrivendo alla moglie i drammatici segni lasciati dal tempo sul suo corpo, l’imbiancare dei capelli, le rughe che solcano il viso e le membra sempre più stanche, così spiega:
"Credo che questo sia opera degli anni, ma anche un’altra è la causa, l’ansia e il suo lavorio incessante; se qualcuno distribuisse le mie sofferenze su un gran numero di anni, credimi, io sarei più vecchio di Nestore di Pilo".

Mentre in un’altra drammatica lettera, indirizzata all’amico Flacco, dove ritroviamo il rammarico per tempo che passa, così faticoso nella sua condizione d’esule, il poeta lamenta:
"unda locusque nocent et causa valentior istis, 
anxietas animi, quae mihi semper adest"
«l’acqua e questo luogo mi nuocciono e una causa ancora più potente di queste, l’ansia che mai abbandona la mia anima».
Quindi Angerona è la Dea che scaccia l'angoscia ma pure quella che aiuta a dissimulare con stoica pazienza e decoro ansità ed angoscia..



LA PAURA DELLA MORTE

La Dea era festeggiata il 21 dicembre, il giorno del solstizio d’inverno. Lo sappiamo da un documento proveniente da Preneste, danneggiato ma ricostruito quasi interamente da Mommsen, in cui si evince che che le feriae publicae della Dea, le Angeronalia, dete anche Divalia, erano festeggiate il 21 dicembre: «festa della Diva Angerona, così chiamata dalla malattia angina».

L’iscrizione del I sec.a.c informa anche che la Dea era rappresentata «con la bocca imbavagliata nel tempio di Volupia, affinché colui che conosceva il nome segreto della città lo tacesse». Nell’ultima parte la presenza di anni novi pone l’accento sul passaggio tra il vecchio e il «nuovo anno».

SACRI MISTERI
In questo periodo invernale la luce veniva meno, fino alla parità di ore distribuite tra il giorno e la notte, è quella di angusti dies, dove il sole "tum tristitia quadam contrahit terram". In questa immagine di Cicerone per descrivere il tempo del solstitium, rimanda all'angoscia un po' come Macrobio:

"tempus quo angusta lux est, cum velut abrasis incrementis angustaque manente exstantia, ad minimum diei sol pervenit spatium, quod veteres appellavere brumale solstitium, bruma, a brevitate dierum cognominantes, id est ......, ex quibus latebris vel angustiis rursus emergens ad aestivum haemisphaerium".

"il tempo IN CUI la luce è angusta, CIOè dopo che il suo crescere è venuto meno e rimane un’angusta presenza, il sole giunge ad avere il più breve spazio, che gli antichi chiamarono solstizio brumale, bruma, così chiamato dalla brevità dei giorni, cioè da ........ , e da questi angusti recessi il sole poi risorge verso l’emisfero estivo."

Ricordiamo che differenti calendari latini conservano la festa dei Divalia e questo conferma l’importanza delle celebrazioni per Angerona, feriae diffusa in gran parte del mondo romano: nel calendario romano noto come Fasti Maffeiani.

Al 21 dicembre leggiamo C Div(alia) NP; in un’iscrizione epigrafica proveniente da Antium, nota come Fasti Antiates Maiores, nella data in cui cadeva il solstizio d’inverno troviamo C DIV(alia); e i Divalia sono citati anche in un calendario proveniente da Ostia antica, iscrizione danneggiata nella parte iniziale, ma in cui si può leggere AN(geronalia) NP.

Queste iscrizioni ci dicono che la festa era conosciuta al di là dell'Urbe e festeggiata  ancora in età repubblicana, come conferma Varrone.

Gli Angeronalia/Divalia, celebrati nel giorno più corto dell’anno, confermano l’influenza della Dea, contro l'angustia del solstizio d’inverno,  avvertito come angusti dies, evocanti lo spettro della morte.



IL VERO SIGNIFICATO

Il fatto che la Dea riguardasse l'ngustia del passaggio del solstizio d'inverno, quando il sole, ovvero la coscienza, sembra sparire sotto l'orizzonte, ci rivela il vero significato della curiosa immagine della Dea.
In senso iniziatico, ovvero dei Sacri Misteri, il solstizio d'inverno equivale alla Piccola Morte, altrimenti detta Morte iniziatica, quando il neofita perdeva le difese della mente esterna morendo al mondo, con un senso molto forte di angoscia e di morte.

DEA DEI FRUTTI AUTUNNALI
La via dei Sacri Misteri, che pochi seguivano ma di cui pochissimi riuscivano a giungere alla morte. rinascita, era appunto l'abbandono di tutto ciò che l'individuo aveva appreso dall'esterno, il cosiddetto "sapere saputo".

La mente perdeva la guida dell'anima e giungeva la notte oscura, o notte dell'anima, conosciuta pure da S. Giovanni della Croce, ma soprattutto conosciuta da quei pochi che coraggiosamente la portarono a termine descrivendone i passaggi attraverso l'alchimia e l'ermetismo.

Una delle prime premesse da fare all'adepto era il giuramento del silenzio, che doveva mantenere prima, durante e dopo. Se si pensa che i Sacri Misteri durarono per 1500 anni e che nulla si sa dei loro rituali segreti (perchè il poco che si sa riguarda solo i rituali pubblici), diremmo che gli iniziati abbiano saputo mantenere il segreto.

Ora al contrario di Asclepio che tiene il dito sulle labbra per intimare il segreto, la Dea tiene lei stessa il segreto, non perchè sia stata imbavagliata ma si è imbavagliata lei stessa. Non dimentichiamo che l'ultima vestale, per impedire che il Palladio venisse profanato dai cristiani le dette fuoco, seppure con la morte nel cuore.

La profanazione è dare un simulacro sacro in mani profane, o svelare segreti sacri dandoli ai profani. D'altronde, come diceva Carl Jung, se un'anima non sa tenere un segreto non ha nemmeno le energie per elaborare la sua anima e farla progredire in saggezza.

Ora al solstizio d'inverno il vero sole, quello che nasce dalle tenebre, quindi che nasce dentro di noi e non viene da fuori, annuncia la fine delle sofferenze e l'inizio della rinascita. Qui siamo noi a morire e rinascere e chi asserisce di morire e rinascere ogni giorno usa una bella metafora, ma non ha mai conosciuto la vera morte e rinascita, una cosa che accade solo una volta nella vita.




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