DOMUS NERONIANA CINEMA TREVI



LA DOMUS


Nel cinema Trevi si trova una di quelle sorprese che a Roma sono consuete ma comunque sbalorditive: ci si può immergere nelle profondità della terra ed entrare in un quartiere abitativo romano.

Le ricerche, condotte dalla Soprintendenza Archeologica di Roma), si sono svolte tra il 1999 ed il 2001 e
la disponibilità offerta dal Gruppo Cremonini, società proprietaria dell’immobile e committente dei lavori, ha consentito un'ottima valorizzazione del sito archeologico. 

CINEMA TREVI
Nella suddivisione amministrativa dell'Urbe in XIV regioni, voluta da Augusto, l’area del vicus Caprarius era compresa nella VII regio: essa prendeva il nome dall’antica via Lata, corrispondente all’attuale via del Corso.

Il suo territorio fu interessato dall'espansione edilizia della città solo a partire dall’età augustea. 

Il ritardo dell'urbanizzazione in questa regione, e la grande piana alluvionale chiusa ad ovest dalle anse del Tevere, conferirono a questa regio un profilo molto particolare. 

Mentre infatti lo sviluppo edilizio della città antica fu in gran parte legato ad una crescita spontanea quanto disorganizzata, la VII regio presentava un regolare impianto geometrico (indagato in particolare lungo l’antica via Lata, all’altezza di piazza Colonna) frutto di un vero piano urbanistico.

In questa organizzata espansione urbanistica fiorirono in quest'area insule e domus. Gli edifici messi in luce sotto la “Sala Trevi” sorgevano lungo il tratto urbano dell’antica via Salaria vetus, asse portante della VII regio unitamente alla via Lata. 

Nel tratto corrispondente alle attuali via di San Vincenzo e via dei Lucchesi il percorso assumeva la denominazione di vicus Caprarius: esso era molto probabilmente connesso ad una aedicula Capraria, antico luogo di culto la cui presenza è attestata proprio in quest’area.

DOMUS
Le indagini, estese per una superficie complessiva di circa 350 mq ed una profondità massima di circa 8-9 m, hanno rimesso in luce un vasto complesso edilizio di età imperiale che rappresenta una notevole testimonianza dell’antico tessuto urbanistico.

Infine il complesso archeologico, detto del «vicus Caprarius», dall’antica via romana attorno alla quale si sviluppava, è stato aperto al pubblico dal 2002.

Tutto ciò avvenne nel corso dei lavori per una nuova sala cinematografica, ma si sa che a Roma dove tocchi il sottosuolo scopri antichità romane.

Il guaio è che spesso vengono ricoperte, trafugate e distrutte. Durante i lavori si annuncia che verranno salvaguardati i beni sottostanti, che poi regolarmente diventano quattro anfore e tre tubi di piombo.

Nelle domus romane sotto al cinema Trevi le cose sono andate diversamente. La fabbrica doveva estendersi per una superficie di oltre 2.000 mq tra le odierne via di San Vincenzo (antico vicus Caprarius) ad ovest e via del Lavatore (che ricalca anch’essa un antico tracciato stradale) a nord.

Domus
Le dimensioni sono paragonabili a quelle delle grandi insulae sulla via Lata. Infatti gli scavi hanno messo in luce due edifici, di cui uno è un'insula di almeno tre piani, con botteghe al pianterreno, conservato in alzato per circa otto metri.

La prima fase costruttiva va fatta risalire all’epoca neroniana, per un’altezza complessiva originaria di circa 12 m, e venne trasformata nel IV sec. in una domus signorile con le pareti rivestite di marmi e pavimenti in mosaici policromi.

L’edificio rappresenta è pertanto una rara testimonianza della nova Urbs voluta da Nerone (dopo il grande incendio del 64 d.c. che devastò la città), nota finora quasi esclusivamente dalle fonti letterarie. 

Il pianterreno assunse probabilmente funzioni di servizio, lo testimoniano gli impianti idraulici qui scoperti: la latrina dotata di vasca per l’igiene personale ed una seconda vasca per l’approvvigionamento di acqua potabile, una disponibilità idrica riservata solo ad un ristretto numero di privati, nonchè relativa in genere solo al primo piano delle insule.

In seguito l'edificio rimaneggiato e abbellito con decorazioni e mosaici, statue e lapidi, marmi e decorazioni parietali e pavimentali.  In una fase successiva, databile in età adrianea (dopo l’anno 123 d.c.), il complesso subì una profonda trasformazione. 

DOMUS
I due ambienti più vicini al vicus Caprarius furono trasformati nei vani comunicanti di un unico grande serbatoio idrico, con capacità stimabile in circa 150.000 litri.

Il pavimento e le pareti, di cui fu raddoppiato lo spessore per bilanciare la pressione dell’acqua all’interno, furono rivestiti con uno spesso strato di intonaco idraulico (cocciopesto). insomma un serbatoio di distribuzione (castellum aquae) dell’Acquedotto Vergine. 

In un terzo periodo nel XII secolo circa, la struttura venne nuovamente rimaneggiata con materiali più poveri. Infine in età moderna divenne sede del Cinema Trevi.

Questo era il piano di lusso dell'epoca, quello che si chiamò in seguito il piano nobile, importante perchè non esistevano gli ascensori per cui fare poche scale era più comodo e perchè l'acqua non ce la faceva a risalire ai piani superiori.

Il primo piano doveva infatti svolgere una funzione di rappresentanza, come si usava all'epoca e come indicano in particolare, nell’ambiente da cui proviene il mosaico marmoreo pavimentale ora nell’antiquarium, i resti di rivestimento marmoreo parietale.

Sono state individuate due fasi di ristrutturazione dell'edificio, nella prima metà del II secolo e nell’età di Marco Aurelio (161-180 d.c.). 

Già abbellito comunque con decorazioni e mosaici, statue e lapidi, marmi e decorazioni parietali e pavimentali. Sin dall'età neroniana.

STATUA ACEFALA
Quando poi i Vandali di Genserico  nel 455 saccheggiarono la città causarono un incendio che distrusse il piano terra dell'edificio.

Il pianterreno venne quindi colmato da un interro di circa 4 m il cui scavo ha restituito, oltre a numerosi elementi lapidei dell’apparato decorativo, circa 14.000 frammenti di ceramica ed oltre 800 pezzi monetali in bronzo.

L’edificio sud si conserva per quasi 6 m e in origine doveva ergersi su almeno due piani, per un’altezza complessiva di circa 11 m. 

Fin dalla fase edilizia originaria, databile anche qui in età neroniana, l’edificio doveva svolgere una funzione pubblica.

Questo edificio ha alla base due ambienti, impiegati come serbatoio di acqua. Si tratta dell' «Acqua Vergine», o Aqua Virgo, che serve ancora quella parte della città e che ha la sua mostra monumentale proprio nella Fontana di Trevi.

Da qui il suggestivo nome di «Città dell’Acqua» dato al complesso, anche per la presenza costante di acqua sorgiva naturale, che copre in parte gli scavi. Le fonti letterarie riportano l’esistenza di ben 18 castella lungo il tratto urbano dell’Aqua Virgo, ma fino ad oggi nessuno di questi era stato ancora rimesso in luce.

Oggi il complesso visitabile è dotato di un antiquarium che accoglie alcuni interessanti reperti trovati in situ, ma ora, in occasione del decennale dell’inizio degli scavi, finanziati dal Gruppo Cremonini che possiede il palazzo, si è provveduto a un nuovo allestimento.

ANTIQUARIUM

Infatti tra i nuovi reperti esposti oltre ai bellissimi marmi bianchi lavorati e quelli colorati che appartengono alla decorazione della domus, c'e anche  l’eterogeneo materiale di uso quotidiano che riguarda le fasi post antiche del vicus.

Si va dal coltello e forchetta del XVII secolo, alle brocche e piatti in maiolica, alle olle e tegami del XVI-XVII secolo, alle bottiglie in vetro soffiato del XVII-XIX secolo.

L’interesse del luogo è legato proprio al fatto che i materiali esposti possono ancora raccontarci tutta la loro storia perché, invece di essere decontestualizzati in musei esterni, sono stati sistemati direttamente nell’area.

ANTIQUARIUM
I materiali esposti pertanto testimoniano l’esistenza, a partire dal Medioevo, di un’umile comunità stretta intorno alle fonti di approvvigionamento idrico rappresentate dalla Fontana di Trevi alimentata dall’Acqua Vergine, unico degli acquedotti antichi rimasto in uso.

Con una città assetata come Roma al tempo delle invasioni barbariche, questi insediamenti ebbero la loro ragione di essere  grazie soprattutto ai numerosi pozzi che attingevano alla falda acquifera presente nel sottosuolo.

Una “Città dell’Acqua”, che ebbe nel prezioso elemento il suo vero e proprio principio insediativo.

Gli scavi hanno così riportato in luce un grande serbatoio di distribuzione dell’antico acquedotto, che alimentava (attraverso tubazioni in piombo ancora conservate in posto) le vasche di una lussuosa residenza signorile posta nelle adiacenze. In secondo luogo l’acqua sorgiva, proveniente da una potente falda idrica, che sgorga nel sottosuolo filtrando attraverso le antiche murature in opera laterizia dell’area archeologica.




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