MONS PINCIUS - PINCIO



LA SALITA DEL PINCIO

Il Pincio è un colle di Roma, non è compreso fra i famosi sette colli su cui Roma è stata fondata. In antico, era chiamato Collis Hortulorum, per i giardini che circondavano le importanti tombe romane ivi esistenti, come quella gentilizia dei Domitii. Il colle si trova a nord del Quirinale, e guarda sul Campo Marzio.

Il nome Pincio deriva da una delle famiglie che l'occupò nel IV secolo, i Pincii la cui villa, con quella degli Anicii e degli Acilii, occupava la parte settentrionale della collina. Il Mons Pincius, che rientrò nelle mura aureliane, non venne considerato all'epoca il centro di Roma, nè la zona più lussuosa, che era senz'altro il Palatino, dove c'era la reggia e la corte, per cui i terreni erano carissimi.

I terreni del Pincio costavano molto meno e avevano una bella posizione in qualità di collina, quindi panoramica e ventilata. In effetti, le pendici del colle cominciarono a popolarsi di ville patrizie verso la fine dell’età repubblicana: ad esempio qui sorgeva la villa di Lucullo, costruita intorno al 63 a.c. e circondata di terrazze.

Il Pincio aveva infatti rare abitazioni, perlopiù domus, che lontane dal chiasso dell'Urbe, suggerirono non solo a Lucullo ma pure a Sallustio una soluzione urbanistica che riuniva in sè tanto la casa di città che quella di campagna.


Qui le domus albergavano nel vastissimo verde, fatto di boschi, di orti, di campi coltivati, ma pure di splendidi giardini con viali ombrosi, balaustre lavorate, statue preziose, fontane zampillanti, scalinate marmoree, terrazze sovrastate da teli ondeggianti, alberi e siepi odorose.

 « Nel monte Pincio vi era una conserva di acqua.... la quale da alcuni frati fu fatta disfare per ridurla in grotta di vino.... ma perchè erano di poca profondità riuscirono più calde ».
Le gallerie rivestite di candido stucco, con cordoni agli angoli rientranti, hanno la larghezza costante di m. 2,00 : l'altezza varia dai m. 2,00 ai m. 2,50. Frequenti vi sono gli spiraceli foggiati a cono, per attingere l'acqua in servigio della villa: e nel piano della galleria, che loro corrisponde di sotto a piombo, è scavato un pezzuole, profondo mezzo metro. Dalla parte di ponente si estendono alcune gallerie trasversali, per lunghezze che eccedono gli 80 m:, mancando le longitudinali. Tutto questo labirinto è scavato nel tufo: ma nel punto ove ora sorge il casino del Valadier eravi, e conservasi ancora in parte, una piscina manufatta, di opera reticolata con restauri di laterizio. Il Cassio, che la vide integra il 25 gennaio 1749, la descrive composta di due vani. Il maggiore era lungo m. 30,10, largo m. 10,00, alto fino al pelo d'acqua m. 4,01, rivestito di signino. Il minore era lungo m. 11,15, largo m. 4,46. Ambedue comunicavano col labirinto de' ricettacoli, mediante asole nella volta." -

(RODOLFO LANCIANI)

Questa ricchissima quantità di acque con meravigliose opere idrauliche, dai canali ai pozzi, ai tubi, alle cisterne, erano in modo efficacissimo al servizio dell'irrigazione degli Horti Pinciani, anzi, ai molti Horti che sorsero sul Pincio nell'ultimo periodo repubblicano. Il colle era infatti noto nell'antichità come il Collis Hortulorum (il colle dei giardini).

VASCA ROMANA DEL PINCIO

LA VASCA DEL PINCIO

La vasca della immagine di cui sopra è una grande e antica vasca in marmo africano che era stata portata nel giardino della villa dal Cardinale Alessandro de' Medici (poi Papa Leone X) quando era titolare di San Pietro in Vincoli. La vasca era stata ritrovata durante dei lavori di scavo nel piazzale e quindi proveniva dalla Terme di Traiano su cui la suddetta basilica era stata costruita.
Raffaello di Pagno nella Fontana voluta dal Cardinale, secondo gli esperti d'arte antica e gli storici, riuscì a realizzare “una ricomposizione corretta di una fontana romana” in quanto corrisponde alla descrizione fatta da Rucellai della grande fontana, che raccoglieva l'acqua dell'antica Fons Euripi, che si trovava davanti al Colosseo (prima che il Bramante la smontasse per riutilizzare il labra nella fontana del Belvedere in Vaticano) e che doveva somigliare alla grande fontana pubblica posta nel Comitium.

La Fontana sembra sia stata completata quando Ferdinando era già tornato a Firenze e divenuto Granduca di Toscana, il grande progetto di allineamento armonico tra il fuori ed il dentro fu abbandonato.

Toccò ad Annibale Lippi completare la fontana che alla fine risultò composta da una vasca di marmo africano montata su uno zoccolo di granito poggiante su un bacino ottagonale di granito grigio proveniente dalle cave del Mons Claudianus in Egitto. 

Al centro della vasca fu posto un giglio, fiore dello stemma della città di Firenze, ma ben presto sostituito da una sfera di marmo pavonazzetto da cui usciva un alto zampillo d'acqua, più in armonia col modello romano antico.

La fontana è anche conosciuta come Fontana di Corot per via del dipinto ad olio su tela che il pittore francese realizzò presumibilmente nel 1825; la fontana, proprio per la posizione in cui si trova è stata dipinta da molti artisti tra i quali molti pittori francesi vincitori del Grand Prix de Rome che soggiornarono all'Accademia come Fragonard, Hubert Robert, Vernet oltre Corot che della Fontana realizzò ben tre dipinti diversi, ma anche tedeschi, olandesi come Van Wittel, conosciuto come Vanvitelli, inglesi, svizzeri, danesi e moltissimi italiani.

Secondo il Brizzi il cardinale Ferdinando de' Medici acquistò la vasca antica nel 1587 per farla sistemare da Annibale Lippi. La vasca, allineata con l'obelisco e le due fontane del giardino della villa, avrebbe dovuto far parte di un complesso molto più grandioso di quello effettivamente realizzato.

Un particolare della veduta della villa, realizzata dallo Zucchi (1541- 1596) in uno stanzino, rivela che in origine era stata progettata una prospettiva spettacolare, mai realizzata a causa della partenza per Firenze di Ferdinando, divenuto nell'ottobre del 1587 granduca di Toscana. 

L'incisione dello Specchi del 1699 dimostra che in quell'anno la fontana era già in funzione, con un alto zampillo. Fu l'architetto Giuseppe Valadier (1762-1839), su incarico dello Stato Pontificio, che, tra il 1816 e il 1819 (prima dell'arrivo di Corot), realizzò la passeggiata del Pincio, attinente la villa e collegata a piazza del Popolo mediante rampe carrozzabili.

(Labra di età romana in marmi bianchi e colorati - Annarena Ambrogi - 2005)

HORTI PINCIANI

LA VILLA PINCIANA

Della villa pinciana vi sono ancora visibili pochi resti, che si trovano nel convento del Sacro Cuore. La parte settentrionale del colle era occupata dalle ville degli Acilii, e da quelle più tarde degli Anicii e dei Pincii, che diedero il nome al colle: un resto delle loro costruzioni è il cosiddetto Muro Torto, eretto in età repubblicana e poi incluso nella cinta delle Mura Aureliane.

Fu chiamato anche Muro Malo perché vi venivano sepolti i defunti impenitenti e le prostitute di basso rango: era indicato anche come sepolcro di Nerone.

La sistemazione radicale del Pincio si deve all’intervento di Pio VII (1811), su progetto del Valadier. Assai interessante è l'obelisco egizio, noto come obelisco Pinciano ma che in realtà dovrebbe dirsi di Antinoo: esso fu dedicato dall'imperatore Adriano al suo giovane amico annegato nel Nilo nel 130 d.c.


LA VILLA DI AGRIPPINA

Indagini archeologiche hanno rilevato la villa di Agrippina nel sottosuolo del Pincio ove volevasi nel 2008 eseguire un parcheggio sotterraneo di ben sette piani. Ora i Romani sanno che ovunque si scavi a Roma, sia al centro che in periferia, si scoprono nuovi reperti, purtroppo mai sufficientemente apprezzati da chi dovrebbe portarli alla luce, difenderli e farli fruttare in turismo.

Il piano criminale del parcheggio è sventato ma la bella villa romana è stata risepolta coi suoi marmi, le sue colonne e le sue statue.



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