ACQUA MARCIA







LA GRANDEZZA DI ROMA

Dionigi di Alicarnasso, nelle sue Antichità Romane rilevò che " La straordinaria grandezza dell'Impero Romano si manifesta prima di tutto in tre cose: gli acquedotti, le strade lastricate e la costruzione delle fognature".

Anche Vitruvio è dello stesso parere. I Greci erano stati grandissimi costruttori, ma non avevano acquedotti, strade e fognature come i romani.

Con la caduta dell'impero e la guerra gotica che culminò con il loro taglio degli acquedotti nel 534 d.c., la magnificenza di questo sistema idraulico andò perduta per molto tempo e Roma fu privata delle sue acque per quasi mille anni.



IL COSTRUTTORE

Fu costruito dal pretore Quinto Marcio Re ( Quintus Marcius Rex) tra il 144 e il 140 a.c., membro della gens Marzia, fondata, si dice, dal re Anco Marzio.

Fu eletto pretore nel 144 a.c, e costruì l'acquedotto dell'Aqua Marcia, il più lungo di Roma, che fu famoso per la purezza delle sue acque e la sua fresca temperatura.

Venne commissionato dal senato per rimpinguare l'Appia e l'Anio (Plin. NH XXXVI.121, a cui erroneamente aggiunse la Tepula, costruita nel 127 a.c.).
Costò complessivamente 180,000,000 sesterzi (Frontinus, de aquis; Prop. III.; Strabo V; Vitruv. VIII.3.1; Tac. Ann. XIV.22).

Due archi dell'acquedotto vennero rappresentati in una moneta di Caio Marzio Censorino (87 a.c.), e 5 archi sulle monete di L. Marzio Filippo.

Esso nacque dalle sorgenti abbondanti e pure di Marano Equo, tra Àrsoli ed Agosta, che ancora oggi portano l'Acqua Marcia. Per la prima volta si ricorse agli archi, con una fila ininterrotta di 9 km., che fiancheggiavano la via Latina, fino allo Spem Veterem, là dove sorgeva l'antico tempio della Dea Speranza.
Seguiva poi le Mura Aureliane, arrivava alla Porta Tiburtina e poi raggiungeva il castello terminale vicino a Porta Collina. Da qui, mediante castelli secondari, alcuni rami si staccavano per raggiungere varie parti della città.




Un ramo serviva il Quirinale e il Campidoglio, un altro, il Rivus Herculaneus, serviva il Celio e l'Aventino, un altro, potenziato con l'aggiunta di una nuova sorgente, la Fons novus Antoninianus proveniente da Àrsoli, col nome di Aqua Antoniniana, si staccava dall'acquedotto principale nei pressi del III miglio della via Latina, a Porta Furba.




IL PERCORSO

L'aqua Marcia venne congiunta poi all'Aqua Tepula e all'Aqua Iulia prima che emergesse dal sottosuolo, vicino al sesto miglio della via Latina; i loro canali vennero carreggiati sui medesimi archi, come si vede nella sezione delle Mura Aureliane, giusto a destra di Porta Maggiore.

Da questo punto raggiunsero la Porta Tiburtina, per poi tornare nel sottosuolo, e raggiungere il loro castello terminale di porta Collina, all'angolo nord delle terme di Diocleziano.

Tutto ciò è dimostrato da una serie di cippi di Augusto che portano il nome di tre acquedotti (CIL VI.1249 = 31561;  No. 71, BC 1905, 289; CR 1905, 330, e No. 82, BC 1899, 39). Molti altri ne sono stati trovati risalenti dal 39 al 49 d.c..

Le regioni servite dal canale principale dell'acqua Marcia erano nei dintorni del castello, numerosi tubi  di piombo sono stati trovati vicino alla Porta Viminale. L'acquedotto correva anche sul Quirinale ( Mart. IX.18.6 , vedi Domus Marzialis).
L'acqua fu portata al Campidoglio dallo stesso Marzio nel 142 a.c., come venne menzionato nella lettera di nomina di Nerone del 64 d.c. (La tavoletta di bronzo che è fissata alla base del Campidoglio dopo il tempio di Giove, Q. Marcio re).

Il flusso ercolaneo (da non confondere col ramo dello stesso nome, cf. Anio Novus) diverge dall'acqua Marcia (Plinio, ma è sbagliato in associazione all'acqua Vergine ), dopo i Giardini di Pallas. Il castello venne incorporato nelle mura Aureliane, nella quinta torre sud del San Lorenzo e corse attraverso il Celio, a un livello troppo basso per poterlo servire (Frontino, ma anche per le tracce ritrovate, specialmente per un condotto formato da massicci blocchi di pietra con un'apertura circolare che li traversava).  Giungeva così fino ai suoi castelli terminali di Porta Capena, chiamata called madida (Juv. 3.11; Mart. III.47).

Hülsen attribuì un cippo di Augusto, nei pressi del Laterano, che portava il nome di Marcia e il numero 3 ( CIL VI.31560 ) a questo acquedotto.

Ma c'è un'altra ipotesi a riguardo. Prima della costruzione delle acque Claudia, come riferisce Frontino, il Celio e l'Aventino erano forniti dalla Marcia e dalla Julia.

E' possibile che il cippo ed entrambi l'Arco di Dolabella e  Silani e l'arco Arco di Lentulp et Crispino  ( CIL VI.1384 , 1385, cfr. p3125 ) appartenesse a questo ramo di alto livello della Marcia.

C'era anche un acquedotto in opus quadratum (probabilmente appartenente al ramo della Marcia sull'Aventino ), nella valle di Porta Capena, immediatamente adiacente Mura Serviane al suo interno, e ne resta ancora il rinforzo in calcestruzzo, che Nerone usò per portare la Claudia all'Aventino.

Dell'opera di Traiano non resta molto. Ma dopo che queste colline ebbero ricevuto acqua dalla Claudia attraverso l'Arco di Nerone, fu Traiano a proseguire il lavoro portando la Marcia all'Aventino.

Un altro ramo, il cui punto di partenza è incerto, anche se potrebbe essere stato vicino al terzo miglio della via Latina, venne costruito da Caracalla per servire le terme. Esso traversa l'Appia mediante l'Arco di Druso per portarla al grande serbatoio a sud- ovest delle terme. Viene menzionato come un acquedotto separato. l'acqua Antonina, nelle Not. app. , Pol . Silv. 545.

La portata fu implementata da Diocleziano, da cui prese prese il nome Forma Iovia (Iobia, Iopia) , cfr Eins. 11.2; 13.22: ibi (alla porta Appia) forma Iopia quae venit de Marsia, et currit usque ad ripam., Il condotto venne restaurato da Adriano 1 • ( LPD I.504 ) • Sergei 2 ( II.91 ) e Nicolas • 1 ( II.154 , dove ricorre sotto la dicitura Iocia. (il nome Tocia riferito da alcuni è errato).

Il nome forma Iovia fu trovato nei documenti del X sec. relativamente al territorio di Tivoli (Reg. Subl. p36 (973), 30 (998)),  the forma quae appellatur Iovia.... foris porta maiore, via Lavicana milliario ab urbe Roma p. m. IIII in loco quae dicitur IIIIa (quarta), ib. p151, può essere l'aqua Alexandrina.



I RESTAURI

Venne riparato da Caio Marcio Censorino e Lucio Marcio Filippo, poi da Agrippa, Augusto, Tito, Caracalla, Adriano, Settimio Severo e Diocleziano. Venne riparato da Agrippa nel 33 a.c. e di nuovo da Augusto, raddoppiandone quasi la portata, insieme ad altri acquedotti, tra l'11 e il 4 a.c. che lo potenziò con la nuova sorgente Augusta, opera ricordata in un'iscrizione sulla Porta Tiburtina, (rivos aquarum omnium refecit, riporta l'iscrizione CIL VI.1244) con un arco monumentale da cui fu portato sulla via Tiburtina, dove sono menzionati anche i restauri di Tito nel 79 d.c. e Caracalla nel 212., poi incorporato nelle mura aureliane con la Porta Tiburtina.

ACQUA MARCIA A PUNTA PADELLA
Numerosi cippi riportano il suo restauro (CIL VI.1250, 1251; CIL VI.31570c) a soli 3.5 km dalle fonti e a circa 86.6 km da Roma.

Questo corrisponde abbastanza alla misura di Frontino di 61,710 miglia (91,4 km), mentre la distanza dalle sorgenti era di 38 miglia sulla strada percepito Sublacensis, circa al 36° miglio della via Valeria (Plin. e Strabone sono in errore).

Augusto aggiunse un'altra sorgente, l'Augusta acqua, che raddoppiò il volume dell'acquedotto. La portata alla sorgente era di 4690 quinarie, ovvero di 194,635 mc in 24 ore.

Nerone indignò l'opinione pubblica facendo il bagno in quelle sorgenti, e non fu facile riportare l'ordine perchè all'epoca il popolo romano si faceva rispettare dai suoi imperatori. L'imperatore di Roma poteva mancare di rispetto al senato ma non al popolo, a rischio di veder scendere in piazza circa un milione di cittadini. Il detto Senatus Populusque, senato e popolo non era una formalità ma un diritto acclamato.

Plinio il Vecchio la considerava l'acqua migliore tra quelle che arrivavano a Roma "clarissima aquarum omnium", un'acqua limpidissisma che si usava miscelare col vino, tanto era buona.
Un restauro fu effettuato da Tito nel 79 d.c. (CIL VI.1246), sono evidenti delle riparazioni da Adriano, ed altre probabilmente sono state fatte da Settimio Severo nel 196 d.c. (CIL VI.1247).

Nel 212-3 Caracalla purificò le fonti, apportò nuove gallerie, ed aggiunse una fonte nuova, la fonte Antoniniana, in connessione con la costruzione di un ramo dell'acquedotto che che irrorava le sue terme. Altre restaurazioni avvennero sotto Diocleziano tra il III e il IV secolo, quando questi utilizzò un ramo secondario per alimentare le Terme di Diocleziano. L'acquedotto venne probabilmente riparato anche da Arcadio e Onorio (CIL VI.1248 = 31559)
Comunque l'acquedotto non dette il giovamento sperato alla città, a causa delle depredazioni dei privati.

IL MONUMENTALE PONTE LUPO

I RESTI

Resti dell'Aqua Marcia sono visibili presso ila Villa dei Quintili, in vicolo del Mandrione, a Porta Maggiore e a Porta Tiburtina, mentre quelli dell'Aqua Antoniniana sono lungo la via Latina, sull'Arco di Druso e lungo viale Guido Baccelli. Oggi alimenta, oltre all'abitato, la Fontana delle Naiadi.

Lo stesso gruppo di sorgenti sono ancora in uso a Roma, ancora eccellenti per la purezza e la freschezza, ma poichè si è innalzato il piano della valle dell'Aniene è impossibile identificarli esattamente.

Comunque ,la monumentalità dell’acquedotto è ben visibile presso Ponte Lupo, con una lunghezzza circa m.80, alta oltre m. 27 e con uno spessore di oltre m.18, con archi in opera quadrata di tufo, purtroppo per il resto quasi completamente coperta dalla vegetazione. Ponte Lupo sulla valle dell’Aniene a poche centinaia di m. da villa Adriana e dalla tomba dei Plauzi, era un luogo sacro per gli antichi romani, oggi con resti della discarica e rovi.



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