IL VALLO DEGLI ANGRIVARI - LA VENDETTA SU TEUTOBURGO - II





La battaglia precedente:
BATTAGLIA DI IDISTAVISO - LA VENDETTA SU TEUTOBURGO - I



PREPARATIVI SULL'ISOLA DEI BATAVI

“… Germaniae populos nullis aliis aliarum nationum conubiis infectos…unde habitus quoque corporum…idem omnibus: truces et caeruli oculi, rutilae comae, magna corpora et tantum ad impetum valida…”
(Tacito, Germania IV)

Il Reno respinge i Germani, ”gente avida di guerra”, e fissa un limite per contenere quelle terre inquiete e arginare l’aggressività delle sue tribù: “…Rhenus Germaniae modem faciat…” 
(Seneca Nat. Questiones, praef. 9)

Mentre si procedeva a costruire le navi ed a raccoglierle nell'isola dei Batavi, negli attuali Paesi Bassi, vicino alla foce del Reno, Germanico ordinò al legato Gaio Silio di attaccare i Catti con alcune unità di truppe ausiliarie, come aveva fatto all'epoca suo padre. Questo ha fatto scrivere a molti che Germanico desiderasse emulare il padre e che fosse ossessionato dall'idea. In realtà egli si basava sulle esperienze di suo padre che era stato un ottimo condottiero. 

Del resto tutti i romani che avessero avuto un padre condottiero avrebbero voluto emularlo e se non era il padre era un parente, o un personaggio famoso. Si sa che Giulio Cesare desiderava emulare lo zio Gaio Mario e lo stesso Alessandro Magno, e ci riuscì perchè oggi il suo nome non è meno famoso del grande condottiero macedone. Giusto Giulio Cesare aveva stretto una forte alleanza col popolo dei Batavi, che non pagavano tributi ma fornivano un contingente ausiliario al popolo romano. Erano coraggiosissimi e abilissimi sui cavalli. 

La flotta era ormai pronta e Germanico, una volta distribuiti i viveri, le legioni e gli ausiliari sulle navi, entrò nel canale fatto scavare da suo padre, la «Fossa Drusi», percorso un tratto dell'Oceano, raggiunse senza intoppi la foce del fiume Amisia. Germanico lasciò la flotta sulla riva sinistra dell'Amisia, e per alcuni autori commise un errore, poiché avrebbe dovuto marciare sulla riva opposta, evitando così di dover costruire un ponte più oltre, dove traghettare le truppe e che richiese alcuni giorni di lavoro. 

Secondo altri fu voluto, ed è molto probabile, primo perchè Germanico non avrebbe commesso un errore così grossolano che chiunque del suo esercito avrebbe potuto fargli notare, secondo perchè in ogni epoca il momento più pericoloso per le milizie è quello dello sbarco delle truppe dalle navi a terra. Un ponte era molto più sicuro anche perchè alle due estremità fece porre delle torrette con armi da lancio in cima.

Germanico intanto, alla notizia che il forte sul fiume Lupia (Aliso o Alisone, oggi Haltern), stava subendo un assedio, decise di guidarvi le sue 6 legioni e di attaccare i Germani. Il generale Silio riuscì a rapire la moglie e la figlia di Arpo, capo dei Catti, ma Germanico non poté battere gli assedianti di Aliso, poiché si dileguarono alla notizia del suo arrivo. Essi avevano distrutto il tumulo da poco eretto alle legioni di Varo e l'antica ara innalzata in memoria di Druso. Germanico, una volta ricostruita l'ara paterna, decise che tutte le zone comprese tra il forte d'Aliso ed il Reno, fossero protette con nuove barriere e terrapieni.



L'ANTEFATTO: TEUTOBURGO

Germanico, una volta seppelliti i resti dei corpi straziati delle legioni di Varo, raccolse tutto ciò che poteva identificarli e poi si diede all'inseguimento di Arminio, lanciandogli la cavalleria alle calcagna. Ma Arminio, rifugiatosi prima in un vecchio accampamento romano, gli preparò un'imboscata, facendo ripiegare parte dei suoi verso le foreste, per poi, improvvisamente, tornare indietro mentre un'altra parte dei suoi uomini, appostata nei pressi, attaccò i cavalieri romani lungo i fianchi. 

La cavalleria romana fu colta dal panico e cominciò ad arretrare disordinatamente; Germanico inviò allora alcune coorti ausiliarie, ma il disordine aumentò e tutti arretravano verso la palude dove ad Arminio sarebbe stato facile annientarli, ma Germanico fece allora avanzare le legioni schierate. Stavolta furono i nemici a cadere nel panico: la vista dei legionari allineati come un sol uomo, totalmente difesi dagli scudi che venivano ritmicamente colpiti col gladio sguainato, era destabilizzante. 

Le sorti cambiarono, i romani si ricompattarono, la battaglia riprese ma alla fine non vi furono nè vinti nè vincitori, però Germanico potè ricompattare il suo esercito e ricondurlo all'accampamento presso il fiume Amisia (Ems), il fiume alla cui foce c'era stata la funesta battaglia di Teutoburgo nell'anno 9, ma dove aveva combattuto Druso maggiore, nel 12-9 a.c., e Tiberio nell' 8-7 a.c. e nel 5 d.c., e ora Germanico (14-16).



I NUOVI PREPARATIVI

Qui, dopo il dovuto riposo, Germanico rifece i suoi piani:
- le legioni, con a capo Germanico, furono caricate nuovamente sulla flotta e percorsero lo stesso itinerario dell'andata, al contrario;
- parte della cavalleria doveva raggiungere il Reno lungo la costa dell'Oceano;
- Aulo Cecina, con le sue 40 coorti, tornò lungo i Pontes Longi, uno stretto passaggio tra foreste e paludi, costruito da Domizio Enobarbo tra il 3 e l'1 a.c..



I PONTES LONGI

I pontes longi erano strade in legno costruite dai Romani su terreni paludosi o acquitrinosi, un tipo di strade che esistevano già nel nord della Germania fin dal VII secolo a.c., e che i Romani avevano subito appreso dalle genti celto-germaniche del nord-europa e utilizzato in Germania. Su questo stretto passaggio però i Germani attaccarono. Arminio aveva preceduto l'esercito romano disponendo i suoi in un'imboscata, e aspettò l'arrivo di Cecina carico di salmerie e di armi. Tuttavia Cecina, da quell'abile generale che era, dislocò parte degli uomini a erigere l'accampamento mentre dispose a guardia il resto dell'esercito.

L'impatto fu durissimo, perchè i Romani si trovavano su un terreno scivoloso e fangoso con addosso il peso dell'armatura, e facevano fatica a calibrare i lanci delle frecce e delle lance, mentre i Cherusci erano abituati alle paludi, e lanciavano i loro lunghi giavellotti, con molta precisione. Per i romani non andò bene ma per fortuna calò il buio e il combattimento cessò. I Germani allora cercarono di convogliare tutti i torrentelli circostanti verso l'accampamento romano, per far crollare i terrapieni costruiti dalle legioni.

Cecina allora dispose i feriti e i carri dietro le fila dei legionari, nell'accampamento che si stava allestendo, disponendo la V Alaudae sul lato destro, la XXI Rapax su quello sinistro, la I Germanica in avanguardia e la XX Valeria Victrix come retroguardia. Poi mentre una parte degli uomini riposavano, altri facevano la guardia in assetto da combattimento e altri proseguivano l'edificazione dell'accampamento.

Tacito, narra del sogno che avrebbe fatto quella notte Aulo Cecina Severo:
«...gli parve di vedere Publio Quintilio Varo uscire dalle paludi, interamente coperto di sangue, e gli sembrò di udirlo come se lo chiamasse, egli invece non lo seguiva e spingeva lontano da sé la mano che Varo gli tendeva....»
(Cornelio Tacito, Annali I, 65)

AGRIPPINA MAGGIORE MOGLIE DI GERMANICO
La mattina dopo però, le legioni che dovevano proteggere i fianchi, erano corse invece ad occupare la zona di terra oltre la palude. Non si sa se fu un errore nel ricevimento degli ordini, o un'iniziativa non autorizzata e dettata dalla paura, tanto che perfino Arminio rimase per un po' perplesso, ma quando vide i carri impantanati coi soldati romani che non sapevano più muoversi e avanzavano disordinatamente, dette l'ordine dell'attacco gridando: «Ecco Varo e le sue legioni, dallo stesso destino sono ormai presi in una morsa!»

I Germani si lanciarono sulla colonna romana, colpendo il ventre dei cavalli dal basso che cadevano disarcionavano i cavalieri, e pure il cavallo di Cecina fu colpito e precipitò a terra travolgendo il generale. I Germani, riconosciuto Cecina accorsero per ucciderlo, ma intanto era accorsa la legio I Germanica che lo salvò e i combattimenti ricominciarono.

Trascorsa l'intera giornata a combattere, le legioni riuscirono a guadagnare un terreno aperto ed asciutto, dove di nuovo iniziarono a costruire un vallo con terrapieno per la notte, anche se gran parte degli attrezzi con cui scavare era andata perduta, mancavano pure le tende e le medicine, ed il morale dei soldati era a terra.


La mattina seguente i Germani attaccarono l'accampamento romano, cercando di colmare il fossato intorno al vallo di recinzione con graticci e provando a sfondare la palizzata, dove erano schierati solo pochi soldati. ma una parte delle legioni aveva riposato, ed ebbe la forza di colpire i Germani alle spalle con una rapidissima manovra di aggiramento. 

Ora la battaglia cominciava ad andare in favore dei romani, sia perchè i Germani erano rimasti svegli tutta la notte, sia perchè Cecina era un validissimo comandante e dette tutti gli ordini appropriati.

Arminio e Inguiomero fuggirono dalla battaglia prevedendone la sconfitta, per giunta Arminio era ferito gravemente, mentre gran parte dei suoi venne massacrata dai Romani. Cecina vinse e la notte stessa, le legioni poterono tornare ai loro accampamenti sulla riva destra del Reno.

Intanto si era sparsa la voce che le legioni erano state accerchiate e che i Germani minacciavano di invadere le Gallie. Ma Agrippina Maggiore, figlia di Giulia figlia a sua volta di Augusto, e valorosa moglie di Germanico che lo seguì in tutte le battaglie, impedì la distruzione del ponte sul Reno, reclamata a gran voce, temendo l'invasione dei germani, ma al contrario, si assunse in quei giorni i doveri di chi comanda distribuendo, ai soldati feriti, vesti e medicine, per poi rendere lodi e ringraziamenti alle legioni che tornavano e tenendo alto il morale delle truppe, insomma una vera Mater Castrorum.

GERMANICUS

L'ALTA MAREA

Publio Vitellio al comando delle legioni II Augusta e XIV Gemina partirono via terra, per alleggerire la flotta così dal navigare costa a costa lungo il Mare del Nord, evitando di arenarsi con la bassa marea. Ma i Romani ignoravano le maree della zona e quando venne la marea alta investì la colonna romana e la trascinò in mare, insieme alle salmerie e agli animali. Vitellio riuscì a portare la colonna di soldati, su una leggera altura salvandone la maggior parte. La mattina dopo, con la bassa marea marciarono speditamente fino a ricongiungersi con la flotta, dove si imbarcarono tornando ai quartieri d'inverno.

Intanto Stertinio, inviato ad accogliere la resa di Segimero, fratello di Segeste, suocero di Arminio, aveva già ricondotto lui e suo figlio nella città degli Ubi, ed a loro fu concesso il perdono, nonostante si dicesse che il figlio di Segimero avesse recato oltraggio alla salma di Publio Quintilio Varo. Al termine delle operazioni militari, vennero decretate le insegne trionfali ad Aulo Cecina Severo, Lucio Apronio ed a Gaio Silio per i meriti acquisiti nelle operazioni compiute sotto il comando di Germanico.

LA SELVA CESIA

I Romani penetrarono nella selva Cesia, dove posero il loro campo (forse ad Anreppen) sui resti di una precedente fortezza legionaria di epoca augustea. Germanico aveva ereditato il suo nome dal soprannome del padre, ma ciò non bastava, il nome di Germanico, cioè di vittorioso sui Germani, lui doveva conquistarselo per suo conto. 

Così sapendo che quella era una notte di festa e celebrazioni per i Germani, dispose che il suo luogotenente, Cecina, si addentrasse nei boschi, portandosi innanzi le coorti leggere, al fine di togliere di mezzo tutto ciò che nel bosco ne ostacolava il cammino, mentre a breve distanza lo avrebbero seguito le sue legioni.

Si giunse, così, ai villaggi dei Marsi, già distesi sulle brande o ancora ubriachi a tavola. Germanico divise le legioni in quattro cunei, per aumentare il raggio di devastazione nell'arco di 50 miglia e mise a ferro e fuoco ogni cosa. Fu un massacro di uomini donne e bambini. Anche il loro massimo tempio di Tanfana, fu dato alle fiamme. Ma per quanto crudele fosse stato quell'eccidio non fu mai come quello di Teutoburgo dove i legionari vennero torturati, cavati gli occhi, strappata la lingua e appesi agli alberi.

All'eccidio però risposero i Bructeri, i Tubanti e gli Usipeti, che si appostarono nelle gole boscose dei loro territori, attraverso i quali l'esercito romano doveva passare, per rientrare ai quartieri invernali. Germanico, avutane notizia dell'imboscata, fece avanzare i soldati in pieno assetto di combattimento: all'avanguardia la cavalleria e le coorti ausiliarie, poi la I legione Germanica, i bagagli al centro, la XXI legione Rapax a sinistra, la V legione Alaudae a destra, ed infine alla retroguardia la XX legione Valeria Vitrix ed il resto degli alleati.

I nemici attesero che le schiere romane si fossero inoltrate nella foresta, poi attaccarono la retroguardia. La fanteria leggera cedette, ma Germanico stesso, che portava sempre le insegne da comandante senza nascondersi ai nemici, andò personalmente nel punto dell'attacco e incitò la XX legione affinché sgominasse l'orda nemica. Il coraggio dei legionari allora si infiammò sgominando il nemico, per poi far ritorno ai quartieri d'inverno.



LA SECONDA BATTAGLIA   IL VALLO DEGLI ANGRIVARI - ANNO 16

Arminio

I Germani, non tanto addolorati per i morti quanto adirati per la gioia dei Romani che innalzavano quel trofeo con le armi dei vinti, decisero di tornare a combattere. Arruolarono tutti quelli che potevano portare le armi: dai giovani agli anziani. Tutte le varie tribù entrarono tra le schiere germane per partecipare all'attacco della colonna romana in marcia.

Arminio ed i capi germani scelsero il nuovo campo di battaglia: un luogo chiuso tra il il Visurgis e le foreste, dove nel mezzo si trovava una pianura stretta ed umida. Tutto attorno c'era una grande palude che circondava, a sua volta, la foresta, tranne che su un lato, dove gli Angrivari (abitanti della attuale Vestfalia) avevano costruito un largo terrapieno, che li divideva dai vicini Cherusci.

I germani dislocarono la fanteria lungo il vallo angrivariano, mentre la cavalleria fu nascosta nei boschi vicini, per trovarsi alle spalle delle legioni, una volta che queste, superata la foresta, si fossero trovate di fronte al vallo.


Germanico

Germanico, che memore delle imprese di Giulio Cesare, aveva appreso l'importanza dello spionaggio e dei delatori, seppe dai suoi informatori i piani e le posizioni del nemico, per cui così dispose le sue truppe:
- Il legato Seio Tuberone doveva occupare la pianura con la cavalleria;
- divise poi le fanterie legionarie in due parti: la prima pronta a penetrare nella foresta per una via piana, la seconda che provasse a dare la scalata al terrapieno dove si trovavano i nemici.

Germanico stava indicando dove tracciare il fossato dell'accampamento, quando gli riferirono che gli Angrivari avevano defezionato. Incaricò prontamente Stertinio, accompagnato da alcuni reparti di cavalleria e di truppe ausiliarie leggere, che vendicasse il tradimento e l'offesa, devastando i loro territori. Successivamente Germanico, accompagnato dall'intero esercito, marciò verso il fiume Visurgi (Weser), dove i due eserciti si trovarono uno di fronte all'altro: i Romani sulla riva sinistra, i Germani, capeggiati da Arminio su quella destra.



LA BATTAGLIA

Iniziati i combattimenti, i romani a cui era toccata la parte pianeggiante avanzarono di slancio, mentre quelli che dovevano attaccare il terrapieno, che sembrava quasi un muro, subivano continue perdite sotto i colpi, dall'alto, dei nemici. Germanico, avendo notato le difficoltà del Vallo Angrivariano, decise di far arretrare le legioni, ed fece avanzare le linee dei frombolieri che portarono grande scompiglio tra le file dei Germani. Poi giunsero le macchine da guerra romane che cominciarono a scagliare dardi ed aste, tanto da provocare una strage tra i difensori del vallo.

Seguì di nuovo l'attacco delle legioni che occuparono il vallo degli Angrivari, poi Germanico, alla testa delle coorti pretorie, guidò personalmente l'attacco nella foresta, dove si combatté ad oltranza. Le paludi alle spalle dei germani intralciavano i ripiegamenti, mentre il fiume e il terreno montuoso rendevano ostica un'eventuale ritirata ai romani; non c'era possibilità di fuga per nessuna delle due fazioni: combattere o morire.

Lo scontro fu infatti molto duro e i germani combatterono coraggiosamente ma la disciplina, la preparazione e la strategia romana unite alla perfezione dello schieramento compatto delle legioni, ebbe la meglio. I legionari, allineati e serrati erano protetti dai grandi scudi, e con i loro gladi inflissero terribili ferite al torace e al volto dei giganteschi germani, che d'altronde, per mancanza di spazio, non poterono usare le loro lunghe aste.

Arminio, ferito e stanco si aggirava sconsolato mentre Germanico si tolse l'elmo per essere riconosciuto da tutti, dai suoi ma pure dai nemici, incitandoli ad insistere nel massacro. Gridava che non servivano prigionieri, solo lo sterminio di quel popolo avrebbe posto fine alla guerra. Verso la fine della giornata, ritirò una legione dal terreno di battaglia per costruire l'accampamento, mentre le altre continuarono la strage del nemico fino a notte, mentre la cavalleria si batté ancora con esito incerto contro quella germanica, ma infine ebbe la meglio.

Germanico, al termine di questa seconda battaglia, fece innalzare in segno di vittoria, un secondo trofeo recante l'iscrizione:
«L'esercito di Tiberio Cesare, vinte le popolazioni tra l'Elba e il Reno, consacrò questo monumento a Marte, a Giove e ad Augusto»
(Cornelio Tacito, Annali II, 22.)

Sopraffatti i Cheruschi, Germanico affidò a Stertinio il compito di portare la guerra contro gli Angrivari, se non si fossero affrettati alla resa; ma questi, supplici senza nulla rifiutare, ricevettero perdono da parte di Germanico e ne divennero suoi alleati.



IL RITORNO AI CASTRA INVERNALI

Poichè si era alla fine dell'estate, Germanico rimandò alcune legioni nei loro castra invernali via terra, mentre la maggior parte salì sulle navi, ma sfortunatamente incappò in una terribile tempesta, che disperse alcune navi fino alle vicine isole di fronte alla costa. Molte navi, per evitare di arenarsi o di affondare, dovettero gettare a mare animali e approvvigionamenti, perchè imbarcavano acqua. 

La trireme di Germanico approdò nella terra dei Cauci:
«Cesare, aggirandosi per tutti quei giorni e quelle notti tra scogli e promontori, gridava di essere il responsabile di un così grave disastro; a stento gli amici lo trattennero dal cercare la morte nelle stesse onde
(Cornelio Tacito, Annali II, 24.)

Terminata la tempesta, alcune navi erano andate a picco, ma la maggior parte tornarono, anche se piuttosto danneggiate. Alcune tra le navi più integre, vennero mandate alle isole, dove recuperarono parecchi dispersi. Altri furono restituiti dagli Angrivari ormai alleati, che avevano riscattato dalle popolazioni dell'interno. Altri ancora giunsero fino in Britannia, ma vennero rimandati sani e salvi.

Giunta ai Germani la notizia della distruzione della flotta, corsero a ringraziare gli Dei che evidentemente stavano dalla loro parte, e ad armarsi di nuovo per una nuova battaglia. Germanico però dette a Silio l'ordine di marciare contro i Catti con 30.000 fanti e 3.000 cavalieri;e per suo conto, attraversato il Reno, attaccò i Marsi, che si arresero subito e che anzi li aiutarono a recuperare la seconda aquila romana di Varo. Vinte ambedue le battaglia Germanico si lanciò all'interno del paese devastando inarrestabile ogni territorio e accampamento nemico:

«(I Germani) Andavano dicendo che i Romani erano invitti, e che nessuna sciagura poteva piegarli, poiché distrutta la flotta, perdute le armi, le spiagge coperte di carcasse di cavalli e di cadaveri, erano tornati ad assalire con lo stesso indomito valore e fierezza, quasi che si fossero persino moltiplicati in numero. La campagna di quest'anno si concluse con una nuova incursione nella regione dei Catti e dei Marsi, i quali però, all'apparire delle legioni, si dispersero nelle foreste.»

(Cornelio Tacito, Annali II, 25.)

Al termine delle operazioni le legioni furono ricondotte nei quartieri invernali, lieti di aver compensato le perdite in mare con gli ultimi successi. La campagna in Germania poteva dirsi conclusa. Ma Arminio era ancora vivo e la Germania poteva essere ancora occupata.

IL TRIONFO DI GERMANICO

La volontà di Tiberio

«Era quasi sicuro che il nemico germanico stesse per cedere e fosse ormai orientato a chiedere la pace, tanto che, se le operazioni fossero proseguite nell'estate successiva, era possibile portare a termine la guerra. Ma Tiberio, con frequenti lettere, consigliava Germanico di tornare per il trionfo già decretato: tutti quegli avvenimenti, felici o meno felici, potevano bastare. Germanico aveva raccolto numerosi successi in grandi battaglie, ma doveva ricordarsi dei gravi danni provocati, pur senza sua colpa, dal vento e dall'Oceano. Egli (Tiberio) inviato ben 9 volte in Germania dal divo Augusto, aveva compiuto la sua missione più con la prudenza che con la forza. Egli aveva accettato la resa dei Sigambri, costretto alla pace i Suebi ed il re Maroboduo. Anche i Cherusci e gli altri popoli che si erano ribellati, ora i Romani si erano vendicati, si potevano lasciare alle loro discordie interne. E quando Germanico gli chiese ancora un anno per concludere la guerra... gli offrì un secondo consolato... ed aggiungeva che, se fosse stato ancora necessario combattere, Germanico avrebbe dovuto lasciare una possibilità di gloria anche per il fratello Druso. Germanico non indugiò oltre, pur comprendendo che si trattava di finzioni e che per odio Tiberio gli voleva strappare quell'onore che già aveva conseguito.»
(Cornelio Tacito, Annali II, 26.)

Ecco i veri sentimenti di Tiberio, Germanico aveva avuto fin troppa gloria, ora il successo spettava al figlio di Tiberio, purtroppo non designato erede. In più addebitò a Germanico non solo la tempesta di cui non aveva certo colpa, ma pure i Pontes Longi che poteva essere una tragedia ma che il valente Silio riuscì a mutare in vittoria. Praticamente lo accusò anche delle imprese andate a buon fine.
E' chiarissimo che il successo di Germanico facesse rabbia allo zio, tanto più che a Roma vennero indetti funerali solenni ai legionari massacrati della disfatta di Varo (ormai solo ossa), ma contemporaneamente vennero portati in Trionfo Germanico e pure Aulo Cecina e Gaio Silio. Roma abbandonò le case per osannare quel giovane generale tanto alla mano, gentile e coraggioso, insomma un eroe.



1 comment:

Antichi romani a Tifernum Tiberinum on 22 marzo 2019 02:20 ha detto...

Un politico e militare così ci vorrebbe adesso in Italia ..

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