HORTI LICINIANI



L'Esquilino in epoca imperiale era una zona residenziale formata da ville fastose di proprietà di imperatori e personaggi illustri, come la splendida villa di Licinius Egnatius Gallienus, talmente grande da poter ospitare l'intera corte composta dai prefetti e dall'amministrazione palatina.

La zona era particolarmente adatta. Per i vasti parchi occorrevano i grandi quantità di acqua, per giardini, fontane e ruscelli, oltre che per l'irrigazione, e all'Esquilino arrivavano ben otto degli undici grandi acquedotti della città. Queste residenze erano così belle da poter essere paragonate da Lucrezio alle "tranquille dimore degli Dei".

Gli Horti Liciniani, originariamente appartenenti alla gens Licinia, nel terzo secolo d.c, divennero di proprietà dell'imperatore Gallieno, egli stesso un membro della gens. I Licini erano di origine plebea, ciononostante finirono per occupare alte cariche a Roma.

I giardini licinii stavano sul colle Esquilino, in cima al quale Gallieno aveva progettato di erigere una statua colossale di se stesso in veste di Dio Sole.

Morì prima di vederla compiuta e comunque si stimò che sarebbe stata alta due volte il Colosseo, con in mano una lancia nel cui interno sarebbe potuto salire un bambino. Sia Claudio che Aureliano giudicarono la cosa insensata e non se ne fece nulla. Ma ciò può dare l'idea dello sfarzo dei suoi giardini, che dovevano essere all'altezza di un Dio.

Nell'Historia Augusta Livio riporta che l'imperatore non solo invitava prefetti e cortigiani, ma prendeva anche il bagno con loro in piscina, non precisando però il luogo degli horti, che dovevano trovarsi però nella zona nord orientale dell'Esquilino, tra le mura aureliane e l'antica via Labicana.



HORTI LICINIANI ritrovamento

Nel fabbricare un nuovo casamento sull'angolo delle vie dello Statuto e di s. Vito, sono state recuperate dieci lucerne fìttili, quasi tutte frammentate e di tipo assai comune. Meritano di esserne segnalate tre, una delle quali ha la testa di Medusa in rilievo, ed il bollo L CAEC SAE; im'altra con testa di Mercurio'ed il bollo BlCKCji- ; la terza con testa di guerriero barbato e loricato, ed il bollo LO RE NT.
Nella strada parallela alla via Merulana, e compresa fra quelle denominate Macchiavelli e Buonarroti, è tornata in luce una testa femminile in terracotta, alta m. 0,18. Ha i capelli annodati nella sommità ed è lavorata a stecco, con grande finezza ed arte eccellente. Manca della fronte, degli occhi e della parte superiore del naso. Assai probabilmente spetta al grande deposito votivo del tempio di Minerva Medica, riconosciuto in quel luogo medesimo, e di cui si disse nelle Notisie 1887. Quivi pure si rinvenne una statua muliebre, rotta in vari pezzi, ed alta in tutto m. 1,24. Veste di tunica e manto, e sulle spalle porta una pelle di capriolo, il che fa pensare a una menade, la sacerdotessa di Bacco. Mancano, oltre la testa e la base, l'avambraccio destro, parte della spalla sinistra e tutto il braccio sinistro.





HORTI TAURIANI

In età augustea, a quanto risulta dalle fonti e dalla documentazione epigrafica, l’intero territorio compreso tra la via Labicana antica, l’aggere serviano ed il limite poi rappresentato dalle mura aureliane, fu occupato dagli horti Tauriani, per un’estensione di 36 ettari.

Gli horti prendono il nome da Statilio Tauro, personaggio eminente nella Roma del I sec. d.c., condannato per magia. a quanto narra Tacito, su ordine di Agrippina, che voleva appropriarsi della prestigiosa residenza.

Ai limiti della proprietà, e lungo il percorso della via Labicana, si trovava il sepolcreto di famiglia.
Dopo il passaggio della proprietà in mano imperiale essa fu di nuovo smembrata, in favore di Epaphrodito e Pallante, liberti rispettivamente di Claudio e Nerone, per poi in parte riconfluire sotto Gallieno negli Horti Liciniani.
Presso i confini occidentali dell’area furono rinvenuti i resti di un edificio che, attraverso i nomi scritti sulle fistulae aquariae, può essere riferito a Vettio Agorio Pretestato (Praefectus Urbi del 367-368 d.c.) e a sua moglie Fabia Aconia Paulina.

Un muro trovato nell’area e costruito, come verificato in molti altri casi sull’Esquilino, con frammenti di sculture, ha restituito una straordinaria quantità di materiali.
Vi è stata rinvenuta anche la statua di una mucca, forse parte di un gruppo pastorale e probabilmente copia della famosissima statua in bronzo di Mirone per l’Acropoli di Atene e portata a Roma all’epoca di Vespasiano.

Ben inseribili nella decorazione di un giardino sono anche i rilievi: uno, particolarmente raffinato, rappresenta un paesaggio sacro con un santuario circondato da alte mura, mentre gli altri due, purtroppo farmmentari, sono di manifattura neo-attica e rappresentano le quadrighe di Helios (il sole) e Selene (la luna) che corrono una incontro all’altra.



IL MOSAICO DEL PORTICO

I bellissimi Horti Liciniani (1 nella pianta del Lanciani), di Licinio Gallieno, di cui gli storici latini raccontavano che amasse risiedere qui con tutta la corte, erano di uno sfarzo incredibile.

Apparteneva a un lungo portico degli horti il grande mosaico pavimentale, simile a un gigantesco tappeto, con scene di caccia rinvenuto nel 1904, durante i lavori di costruzione del sottopassaggio ferroviario "arco di Santa Bibiana" cosiddetto perché vicino alla chiesa omonima.

Il mosaico, degli inizi del IV sec., era in ottimo stato di conservazione, ma è stato asportato solo per 3/5 perché il resto è rimasto sotto i binari ferroviari, che non potevano essere interrotti.

Dimenticato per decenni nei magazzini, è stato "riscoperto" pochi anni fa e dal 1997 è esposto nella Centrale Montemartini.

Di 15 m x 9 per la parte estratta, ha due opposte direzioni, per essere visibile da chi entra e chi esce, con un campo centrale delimitato da bordure geometriche, con scene di cattura di animali selvatici da usare nelle venatores, gli spettacoli del circo.

Vengono cacciati orsi, cinghiali e gazzelle, con una figura dalla corta barba a cavallo, con un braccio alzato, e poi cani, cespugli, sorgenti e alberi, tutto cromatico ma su sfondo bianco, che mette in risalto ogni particolare.



IL TEMPIO DI MINERVA MEDICA

Degli horti resta soprattutto una costruzione del III sec. d.c., a pianta decagona, sormontata da una cupola di circa 25 m di diametro purtroppo quasi completamente perduta a causa dei terremoti che si sono succeduti nei secoli scorsi, ma soprattutto per la distruzione delle opere d'arte o loro riutilizzo caratteristico dei papi e delle famiglie patrizie romane.

Si pensa che il monumento facesse parte delle terme private dell'Imperatore fungendo anche da collettore d'acqua viste le numerose fontane e piscine rinvenute nei pressi, dato che nei pressi si sono trovate tracce di un encausto.

La cupola emisferica era sorretta da 10 pilastri. Su nove lati ci sono nicchie semicircolari che dovevano ospitare statue, il decimo lato fungeva da apertura e doveva essere contornato da colonne. Sopra le nicchie c'erano dei finestroni che facevano passare la luce all'interno e alleggerivano la costruzione che che qualche problema di stabilità doveva averlo, visto che in epoca successiva furono aggiunti dei contrafforti.

All'epoca il monumento in laterizio era ricoperto di splendidi marmi e la cupola all'interno rivestita di pasta vitrea ancor oggi visibile in alcuni punti. Dopo la caduta dell'impero romano e per secoli nel Medioevo la zona non si sottrasse al degrado e sparita la memoria storica il ninfeo venne chiamato "Le Galluzze" credendo si trattasse del tempio di Gaio e Lucio, poi gli venne attribuito il nome di "Tempio di Ercole Callaico" eretto da Giunio Bruto per aver soggiogato i Callaici, infine "Tempio di Minerva Medica" per il settecentesco ritrovamento di un statua di Minerva Medica con il serpente simbolo della medicina.

Nel corso dei secoli sono state rinvenute diverse altre sculture da Asclepio Igea e le figlie alle statue di due Magistrati nell'atto di lanciare la mappa per dare inizio alle corse dei carri.
Al suo interno e accanto furono rinvenute alcune notevoli sculture, tra le quali spiccano la statua di Musa identificata come Polimnia e quelle di due magistrati che danno l'avvio alle gare del circo, raffiguranti forse Quinto Aurelio Simmaco e suo figlio Memmio Simmaco, personaggi di rilievo nella Roma della fine del IV sec. d.c.



IN VIGNA BELARDI

Poco distante dalla Minerva Medica, in Vigna Belardi, nella demolizione di un muro furono rinvenuti lastre di marmo, decorazioni architettoniche, un bellissimo rilievo con l'officina di Vulcano di età adrianea, capitelli di lesena figurati e pezzo di lesena tortile con fasce decorate da putti vendemmianti.

Un capitello intero mostra una base di foglie di acanto, con un gruppo di dioniso ebbro sorretto da un satiro, mentre intorno suonano le baccanti. I putti alla vendemmia portano sulle spalle cesti pieni di grappoli, mentre più lontano sta un ariete. Sull'altro capitello, sopra le foglie di acanto, poggia Giove nudo con un panneggio sulla spalla sinistra, con intorno cornucopie cariche di frutta.

Dai frammenti recuperati sono emerse le bellissime statue di Dioniso con pantera e di un satiro con pantera, statue che insieme ai magistrati, sono conservate nei Musei Capitolini.

Si suppone che le statue siano antecedenti a Gallieno, che evidentemente le ereditò dalla sua famiglia insieme alla villa, e che pur elaborando precchio la villa le abbia conservate riconoscendone il grande valore artistico.



La parte orientale del colle Esquilino, oggi caratterizzata dai palazzi del grande quartiere costruito dopo il 1870, è stata per secoli il giardino di Roma: fin dalla fine del XVI secolo, infatti, gli aristocratici vi avevano costruito residenze favolose immerse nel verde.
Queste splendide ville suburbane spesso sorgevano sugli stessi luoghi dove, più di mille anni prima, i potenti romani avevano realizzato le loro ville con giardini (horti), secondo una moda inaugurata da Lucullo sul Pincio e da Mecenate proprio sull'Esquilino.
Villa Magnani e la Vigna Altieri sul luogo degli Horti Liciniani (2), Villa Palombara (3) e parte di Villa Altieri (4) nell'area degli Horti Lamiani.




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