FORO DELLA PACE



Il Foro o Tempio della Pace è uno dei Fori Imperiali di Roma, il terzo in ordine cronologico, definito dai contemporanei come una delle meraviglie del mondo (Plinio, Naturalis Historia). Nacque come un'altra grande piazza, separata dal Foro di Augusto e da quello di Cesare dalla via dell'Argileto, che metteva in comunicazione il Foro Romano con la Suburra, e più spostata verso la Velia, in direzione del Colosseo. Inizialmente separato dal Foro di Cesare e da quello di Augusto venne con essi posto in collegamento grazie alla costruzione del Foro di Nerva.

Fu costruito dall'imperatore Vespasiano, nel 75 d.c., come un vasto quadrilatero circondato da portici, con il tempio inserito nel portico del lato di fondo. L'area aveva una superficie di 135 m. x 100 . La zona centrale non era però lastricata come una piazza, ma ornata con siepi, alberi e piante, con vasche d'acqua, erme e statue, vialetti e panchine, come i giardini dei ricchi Horti romani.

Questo complesso non fu considerato in origine come uno dei Fori Imperiali, se non in epoca tarda, citato come "Foro della Pace", conosciuto in precedenza con il nome di Tempio della Pace.

Il monumento nacque per celebrare la conquista di Gerusalemme da parte di Tito Vespasiano. In seguito ad un incendio il complesso venne ricostruito almeno in parte in epoca severiana agli inizi del III secolo d.c., nella epoca della Forma Urbis Severiana, la pianta marmorea di Roma antica incisa sulle lastre di marmo che ne rivestivano la parete di uno degli ambienti, giunta parzialmente fino a noi. La pianta del complesso ci è nota proprio grazie alla Forma Urbis.

La piazza aveva portici sui tre lati laterali, con varie nicchie e statue, mentre il lato frontale era decorato da colonne in marmo africano. Il lato opposto all'entrata principale era centrato sul tempio.



IL FORO

Sul fondo del Foro si apriva il tempio della Dea Pax, che si estendeva sino alla collina della Velia, distrutta negli anni Trenta per costruire la Via dell’Impero e su cui era stata eretta nel IV sec. la Basilica si Massenzio. Era costituito da una grande aula absidata, che si apriva come un’esedra sul fondo del portico; nella sua abside era conservata la statua della Dea purtroppo non pervenuta.

Il tempio, circondato da edifici simmetrici, ospitava una biblioteca greca e una latina, le spoglie di Gerusalemme col tesoro del tempio di Salomone e un museo pubblico, con una ricchissima serie di opere d'arte greche fatte trasportare da Vespasiano, oltre alle opere d'arte razziate da Nerone in Grecia e Asia Minore per abbellire la Domus Aurea, quali i gruppi dei Galati, provenienti da Pergamo, il Ganimede di Leochares, le statue di Fidia e di Policleto e i dipinti di Nicomaco.

Con un pronao a sei colonne, un'aula absidata e l'altare nella piazza antistante, il tempio era inglobato nel portico, tranne per l'avancorpo del pronao. La piazza diveniva così un elemento del tempio stesso, "abbracciata" dai colonnati che da esso si dipanavano, un po' come S.Pietro è la Basilica ma pure la piazza.

Il Foro andò distrutto per un incendio nel 192 d.c. e venne ricostruito da Settimio Severo; a questa ricostruzione risalgono due ambienti dell'area meridionale, presso l'angolo della Basilica di Massenzio, utilizzati nel IV sec. d.c. per la costruzione della chiesa dei Santi Cosma e Damiano. Nel primo ambiente si può vedere, alla sinistra dell'ingresso della chiesa, l'intera parete sud-occidentale del tempio, con la cortina laterizia del rifacimento severiano.
Del secondo ambiente, parzialmente utilizzato dalla chiesa, si scorge a sinistra un tratto di parete in blocchi di travertino, mentre dal Foro Romano si vede la parte esterna sud-orientale, in blocchi di travertino e peperino insieme a una parte di quella sud-occidentale.



IL TEMPIO DELLA PACE

Il Tempio della Pace, o della Dea Pax, quella stessa Dea cui Ottaviano aveva dedicato la superba Ara Pacis, fu edificato da Vespasiano nel 71-75 d.c. per festeggiare la sconfitta del popolo ebraico che con tante guerre e rivolte aveva tenuto più volte in scacco l'esercito romano.
La tanto desiderata PAX ROMANA sembrava raggiunta, ma come dicevano i Romani, "Si vis pacem para bellum", se vuoi la pace prepara la guerra, e guerra fu.
Sul declivio della Via Sacra verso il Campidoglio, col mezzo di sostruzioni ben alte da questa parte, distruggendo casette, e troncando a sinistra una piccola porzione delle sostruzioni in selci della Casa aurea di Nerone, Vespasiano dopo la guerra giudaica, eresse piuttosto in fretta, come nota Giuseppe Flavio, il ricchissimo tempio, ritenuto il più grande di tutti a Roma.
Fu detto anche Foro di Vespasiano per l'estesa piazza, di ben 110 x 135 m, con un gigantesco quadriportico e ben quattro esedre, ricca di statue e monumenti che rendevano il tutto simile a un foro. Il tempio fu distrutto sotto Commodo nel 192 d.c. da un forte incendio ma in seguito fu ricostruito da Settimio Severo.



DESCRIZIONE

Il tempio fu definito da Plinio come uno dei più belli al mondo ma purtroppo se ne conservano pochissimi resti. Al suo interno si narra che vi fosse conservato il bottino ricavato dall’occupazione del Tempio di Gerusalemme, con il noto candelabro dorato a sette bracci, la sacra Menorah, la mensa e le trombe argentate, che compaiono effigiate nell’Arco di Tito, ed anche molte opere artistiche prelevate dalle regioni orientali da Nerone per poter arredare la sua favolosa Domus Aurea. Si sa da Procopio, che il candelabro fu risparmiato dall'incendio e portato via da Genserico l'anno 455 a Cartagine; di là, ripreso da Belisario, che ne scacciò i Vandali, fu portato a Costantinopoli; indi rimandato a Gerusalemme.

"Eran dorate le volte a cassettoni, coperto il pavimento di lastre di varj marmi preziosi, e in parte i muri. Le tre volte erano coperte con astrico; sopra dalle due minori si dava anche lume all' interno con lunette. La facciata voltava incontro l'Anfiteatro, con un portico liscio fino quasi alla metà, una porta in mezzo, altra nell'angolo, e 3 finestroni, corrispondenti a 5 porte del tempio; 3 nella navata grande, due nelle piccole; e uno scalino in dentro. Avanti la porta di mezzo vi era un ripiano di marmo; nel resto selci. In sostanza s'imitava una basilica, e la sua forma tanto grandiosa doveva uscire dal comune. La Via Sacra proveniente dall'alto verso il Colosseo, ove era la somma Sacra Via, gli passava innanzi, e riusciva nel lato sinistro verso il Palatino, dove cogli scavi si è trovata al grande arcone di mezzo una scala lunga 109 palmi addosso a un contraforte di 23., con 11 gradini, che dal contraforte con due altri metteva nel tempio per tre porte, formate dalle tre piccole arcate di quell'arcone. Sopra il contraforte era un portichetto formato da 4 colonne di porfido rosso."

Il tempio aveva un’unica sala, con un’abside sul fondo, incorniciata all'esterno da un quadriportico e da quattro esedre, di cui quella posta sul lato nord è l’unica ben conservata, ma non visibile al pubblico, posta sotto la Torre dei Conti. La statua della Dea era posta all’interno dell’abside, esattamente al suo centro. Aveva tre grandi navate; quella di mezzo molto più alta. Dentro alla navata grande erano 8 gigantesche colonne di marmo pentelico, tutte d'un pezzo, corinzie scanalate. Quella addosso al pilastro del portale fu sottratta al tempio da Papa Paolo V e posta sulla piazza di s. Maria Maggiore.

"Domiziano, forse circa l'anno 86., vi fece quell'esedra, o parte semicircolare, ancora esistente, con un portichetto di due colonne, per una libreria, e per adunarvi a leggere, e recitare i letterati su quel pulpito nel mezzo. Chiuse allo stesso oggetto anche il fondo del portico, ornato di simile pulpito; chiudendo la scaletta nell'angolo, che portava in cima al tempio; e aprendone altra in fuori al portico, ove perciò chiuse due finestre. Galeno vi andava ogni giorno, e vi faceva le sue dimostrazioni anatomiche."

Un paio degli ambienti che si trovano a est del Tempio, sono ancora visibili: di uno, posto tra l’entrata della chiesa Ss Cosma e Damiano e la basilica di Massenzio, è visibile l’intero muro sud-occidentale, in laterizio e risalente al restauro severiano. Questo ambiente confluiva nel porticato grazie ad un’estesa apertura abbellita da quattro colonne. Sul muro in mattoni sono visibili i fori per le grappe a sorreggere le piastre in marmo sulle quali era incisa un’ampia mappa della città, la Forma Urbis, realizzata negli anni 203-211 d.c., sotto Settimio Severo. Caracalla l'arricchì con una più fastosa biblioteca, che si frequentava ancora sotto Costanzo Cloro, padre di Costantino, per attestato di Trebellio Pollione.


Le Biblioteche

L’altro ambiente, meglio conservato, stava dietro al muro che sorreggeva la Forma Urbis, e al suo interno è stata purtroppo edificata la chiesa dei ss. Cosma e Damiano. Composta da un doppio strato di mattoni, sembra ospitasse una delle due Biblioteche, cosa testimoniata dalle piccole celle che si aprivano sulle pareti, poco profonde per ospitare statue ma giuste per armadi-librerie. All’altro ambiente, che forse originariamente era absidato, in seguito fu affiancato il Tempio di Romolo con cui in seguito, nella Roma papalina si fuse per farne una chiesa. Infatti nella parte semicircolare grande si vedono dipinte figure oranti e sopra il pulpito fu trovata una cassa al muro, con ossa, come di martiri, e due gocce di pasta di vetro per orecchini.




FORMA URBIS SEVERIANA

Il nucleo più imponente dei resti del Foro è addossato alla Basilica di Massenzio, giunto finora a noi perché inglobato dalla chiesa dei Santi Cosma e Damiano.

Della prima aula inglobata resta la parete sud-occidentale alta 18 m. x 13, su cui si scorgono i fori per le grappe che sostenevano le lastre marmoree orientate in modo da alternarsi in senso verticale e in senso orizzontale, con incisa la mappa di Roma, versione monumentale di documenti catastali del tempo depositati negli archivi della Prefettura, collocata nel Foro da Settimio Severo nel 211.
I frammenti delle lastre, in tutto 151 divise per 11 filari, sono stati rinvenuti a partire dal 1562 e attualmente sono conservati al Museo della Civiltà Romana in attesa di essere definitivamente ricomposti in sede appropriata. Nonostante si sia conservata molto parzialmente, la Forma Urbis costituisce il documento più importante per la conoscenza della topografia dell’antica Roma.



LA DECADENZA

Come la costruzuione del Foro determinò la distruzione o l’inglobamento di vecchie opere repubblicane, come il Foro Piscario e il Macellum, grandioso mercato della Suburra, il Foro della Pace è oggi sopraffatto da costruzioni posteriori.

Il settore più conservato è infatti inglobato in due monumenti: la Torre dei Conti, all’inizio di via Cavour, al di sotto della quale è ancora visibile la struttura in opera quadrata di una delle esedre del portico, e la chiesa dei Santi Cosma e Damiano, edificata tra il 526 e il 530, sull’angolo meridionale del Foro, all’interno dell’aula retrostante il muro della Forma Urbis.

Attualmente il Foro della Pace è uno dei grandi cantieri aperti su Via dei Fori Imperiali: tra le scoperte il ritrovamento di alcune tombe del VI-VII sec. d.c., segno che con la sua decadenza fu in parte adibito a cimitero.

 
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