VOLUBILIS (Marocco)



IL DECUMANO MASSIMO
Volubilis è un sito archeologico romano, situato ai piedi del massiccio dello Zerhoun, a 27 km a nord di Meknès, e a 80 km a nord-est della catena montuosa dell'Atlante. Essa fu abitata fin dall'epoca neolitica e venne occupata anche dai Cartaginesi. Volubilis era la più occidentale tra le città del Nord Africa ed era una città punica.

Fu una delle capitali di Giuba II (25 a.c. - 23 o 24 d.c.), re della Mauretania, con il nome di Oulili, ovvero Oaulili, che significa "oleandri rosa". È il sito archeologico più noto del Marocco ed è inserito nell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.

Nell'anno 42 Claudio annetté all'impero romano la provincia della Mauretania, una sequela di deserti e monti, con poche oasi di terra fertile, che si stendevano dai confini della Numidia fino a Tangeri. Sembrava una terra piuttosto avara ed inospitale ma gli straordinari ingegneri romani, ricalcando e allargando una pista punica e prolungandola gradualmente a ovest fino a Tangeri (Tingi) e a sud fino a Rabat, edificarono una strada costiera che andava dall'Atlantico al Nilo, per una lunghezza continua di 2800 miglia (4480 LM), un'opera colossale.

COME DOVEVA APPARIRE
Attraverso questa strada transitavano gli eserciti ma pure i carri producendo rifornimenti e commerci, che davano vita e lavoro e mezzi di sostentamento ai villaggi. Trasformata poi in provincia romana (40-45 d.c.), sebbene molto lontana dal mare, ma ben collegata da questa strada costiera, divenne una delle principali città della provincia mauretana tingitana, residenza dei procuratori che governavano la regione per conto dell'imperatore.

Volubilis visse il suo apogeo nel II e III secolo d.c. grazie al commercio dell'olio, una casa su quattro infatti era dotata di un frantoio per le olive, di una macina per il grano che producevano ormai essi stessi e diverse gabbie con dentro gli animali selvaggi (leoni, pantere, elefanti). Le immense possibilità di commercio per tutto l'impero romano la fecero ricca, anche perchè divenne fonte delle belve da far combattere nei circhi romani.

VOLUBILIS OGGI

LA STORIA

Augusto, grazie alla conquista di Cesare, fece della Mauretania un regno "cliente", che forniva esercito e tributi, in cambio di un abbellimento e una civilizzazione che purtroppo non durò abbastanza per poterle dare un codice di diritto romano.

In questo regno "cliente" pose sul trono Giuba II, figlio di Giuba I e nipote di Massinissa, sovrani di Numidia. Giuba I era stato già sconfitto da Cesare nel corso della guerra contro Pompeo, ma con la solita clemenza romana la vita del sovrano mauretano venne risparmiata, a patto naturalmente che alla sua morte il suo regno passasse in mano romane.

Alla morte di Giuba I la Numidia divenne provincia romana e Giuba II, ancora bambino, venne portato a Roma dove ricevette la stessa educazione dei figli dell'aristocrazia romana. Qui conobbe e sposò, nel 19 a.c., la greca Cleopatra Selene, figlia di Cleopatra VII la Grande e di Antonio, che era stata, come il marito, educata a Roma alla cultura sia romana che greca.

IL FORO
I due regnarono insieme avendo per capitali sia Cesarea che Volubilis,  si fecero edificare insieme una splendida tomba di tipo "imperiale" a Tipasa, e scrissero opere di notevole interesse storico e geografico, che poco conosciamo e solo attraverso gli autori più tardi. Essi ebbero un figlio, Tolomeo, che regnò dopo di loro fino al 42 d.c., quando fu ucciso per ordine del folle Caligola.

l regno di Mauretania (nord del Marocco e Algeria costiera) venne diviso in due province:

- Mauretania Tingitana (la parte nord del Marocco, da Tingis, Tangeri,
- Mauretania Cesariensis con capitale Cesarea.

La Mauretania era collegata alle strade imperiali che, attraverso la Spagna, arrivavano alle Colonne d'Ercole. Diventata poi residenza del procuratore, Volubilis ebbe il comando del limes della Mauritania Tingitana.

CASA ROMANA CON IMPLUVIO ROTONDO

Luzio Quieto

Nel 117 Volubilis subì attacchi da parte dei Mauri, capeggiati da Luzio Quieto, ovvero Lusius Quietus, principe di una tribù della Mauretania mai conquistata dai Romani. Suo padre fu un fedele alleato di Roma negli anni che seguirono la conquista e trasformazione in provincia della Mauretania Tingitana (41-46), tanto da meritarsi la cittadinanza romana.

Luzio (Mauretania, 70 circa – 118) in effetti era stato un militare berbero dell'Impero romano, che aveva servito nelle file degli auxilia, come prefetto di un'ala di Mauri, prima di venire allontanato dal servizio con ignominia (non si sa per quale ragione) da parte di Domiziano (51 - 96).

Tornato in servizio alla morte dell'imperatore, compì eroiche imprese militari durante l'impero di Traiano che lo apprezzò invece nel giusto merito, prima nel corso della conquista della Dacia degli anni 101-106, e poi nel corso delle campagne partiche degli anni 114-117. 

BASILICA ROMANA
In Dacia sono ricordate le sue imprese a capo della cavalleria leggera dei Mauri, l'ala dell'esercito traiano, mentre in Mesopotamia Lusio si distinse particolarmente per aver conquistato Nisibis e saccheggiato Edessa, capitale dell'Osroene (antico regno della Mesopotamia), oltre ad aver represso una rivolta di Giudei in Mesopotamia.

Traiano "optimus princeps" (53 - 117) riconoscente lo nominò senatore, con la formula "adlectus inter praetorios" che significa che era stato nominato dall'imperatore senza alcuna elezione, poi nel 117 lo fece addirittura console, e subito dopo legato della Siria-Palestina. Una serie di onori mai sperati per un mauretano.

L'anno seguente (118), fu però accusato da Attiano, prefetto del pretorio ed ex tutore di Adriano, di aver ordito una congiura ai danni di Traiano, insieme a tre complici, quando l'imperatore era già morto e non poteva difenderlo.

LA PORTA DI TINGIS
I quattro accusati furono sottoposti a un sommario processo "in absentia" conclusosi con la condanna a morte. Ciò provocò la rivolta della Mauretania capeggiata da Lusio Quieto, che però alla fine venne braccato e giustiziato.

È probabile che i quattro fossero semplicemente oppositori della rinunciataria politica imperiale sul limes orientale di cui Lusio perdeva tra l'altro il governatorato. L'imperatore Adriano avrebbe preso energicamente le distanze da questo oscuro episodio che segnò negativamente il suo esordio e i suoi rapporti con il senato. Anche nella sua perduta autobiografia ne avrebbe attribuita ogni responsabilità ad Attiano, che venne poi rimosso dalla carica.

Comunque fu l'Imperatore Adriano a reprimere le rivolte tra i Mauri alla fine del suo primo grande viaggio attraverso l'impero nel 121-122. Direttamente da Hispania in Mauritania, dove avrebbe trascorso in inverno, per condurre di persona una campagna contro la ribellione mauritana. 


Infine, nel 168, la città venne protetta da una cinta di mura. Per difendersi dagli attacchi continui delle tribù berbere, nomadi e razziatrici, venne eretto questo poderoso muro di cinta con molte torri attorno alla città. Proseguì sotto le dinastie degli Antonini (138 - 192) e dei Severi (193 - 235) il rafforzamento delle mura e l'abbellimento della città.

Ancora sotto Commodo Volubilis venne abbellita di monumenti; sotto Macrino ottenne la costruzione del Campidoglio e sotto Caracalla quella di un Arco di Trionfo a lui dedicato. L'arco di Trionfo sul «decumanus maximus», edificato come tutto il foro in pietra locale e munito di un bel fregio nella parte anteriore, fu eretto infatti nel 217 in onore di Caracalla e di sua madre Iulia Domna.

La città venne abbandonata dalle autorità romane verso il 284-285 e rimase fuori dai nuovi confini della provincia fissati da Diocleziano. L'impero rivedeva il suoi confini che non riusciva più a mantenere.

LE TERME DI UNA VILLA PRIVATA
Anche se ad un certo punto l'acquedotto che alimentava la città cessò di funzionare, le iscrizioni superstiti attestano che verso la metà del VII secolo vi fu ancora una civiltà latina e cristiana che perdurò fino all'arrivo degli arabi che ne decretarono la fine.

Il declino di Volubilis iniziò con il regno di Mulay Isma'il ( 1645 1727), il quale utilizzò i marmi della città per abbellire i palazzi di Meknès. Nel 1755 un terremoto la rase al suolo. Solo nel XIX secolo furono avviati gli scavi per recuperare gli antichi resti.

TEMPIO CAPITOLINO

24 GIUGNO 2018  MARCO SCANU (Fonte)

- Lucio
"Quando ero piccolo, arrivava spesso al porto di Cadice, dall’Africa, con le Galere, un oleum che ai miei occhi appariva davvero speciale perché dicevano essere fatto in una città leggendaria… VOLUBILIS."

- Marco
"Non è una leggenda. I resti di Volubilis si trovano in Marocco, vicino a dove oggi sorge Meknès. In una vallata che ho visitato di recente e, dopo un inverno piovoso, il verde dei campi e l’argento degli olivi mostravano un paesaggio straordinario. Un clima davvero unico tra due mari e la catena montuosa di Atlante che crea le condizioni per un’olivicoltura dalla grande storia e tradizione.

Come Atlante anche le popolazioni dei Berberi sono lì da sempre, eppure, insieme a loro, ci appare di colpo qualcosa che appartiene alla profonda essenza del sentirsi contemporaneo: la Città o meglio l’Urbe Romana. Perché non andarci proprio ora?"

Il volto di Lucio s’illumina di colpo, l’idea di vedere qualcosa di cui ha solo sentito parlare sin dalla più tenera età lo affascina ancor più che toccare con mano le innumerevoli meraviglie moderne… Così in men che non si dica i nostri passi ci conducono a Volubilis.

IL FRANTOIO

- Marco
"Una città che, oltre al tempo inesorabile e la fatalità di un terribile terremoto nel 1775, presenta una serie straordinaria di monumenti che lasciano intuire la bellezza di una volta.
C’è una cosa che rende speciale ai miei occhi Volubilis: l’eccezionale quantità di Frantoi che troviamo e che dimostrano quale fosse davvero la principale economia della regione e della bellissima e ricchissima Urbe di Volubilis."

- Lucio
"Fai presto tu a dire Urbe, mio caro, ma senza l’agricoltura mai avremmo potuto creare alcuna delle nostre Città antiche e moderne. Mi rendo conto nell’osservarvi come la vostra sia un’agricoltura che ha perso i punti cardinali di riferimento, stravolgendo i valori di base e andando in una direzione sempre più estrema, sia per la progressiva alienazione dell’uomo dal lavoro agricolo che per l’inquinamento sempre più grave ed irreversibile sul pianeta terra. La centralità persa è quella della Agricoltura a servizio della Civitas appunto l’agricoltura fatta dall’uomo per l’uomo e quindi necessariamente a dimensione “urbana”."

MOSAICO DEI MOSTRI MARINI DELLA CASA DI ORFEO

- Marco
"Ma l’uomo moderno ha sostituito la forza lavoro con le macchine, positivamente, per sostituire le persone in lavori pesanti. Voi Romani avevate gli schiavi – e di questo parleremo poi se credi – ma noi con le nuove tecnologie abbiamo ridotto i tempi e aumentato le capacità in volume e quantità prodotto. 

L’aratro si è modernizzato aiutando non poco lo sviluppo agricolo. Da lì ci abbiamo preso gusto e l’evoluzione è stata inarrestabile sia in tecnologie che in sviluppo della chimica applicata all’agricoltura. Pensa Lucio che siamo arrivati a creare pesticidi intelligenti e modificare geneticamente il grano anch’esso intelligente per renderlo resistente a questi e così massimizzarne le produzioni. 

Siamo arrivati al punto da dover inserire l’agricoltura tra le primissime cause di inquinamento del nostro Pianeta. Ma siamo costretti a farlo perchè abbiamo una popolazione mondiale che cresce esponenzialmente, che ha fame e che va sfamata. 

Le produzioni devono essere sempre più massive per cui dobbiamo globalizzare: un solo grano, un solo olio, una sola carne, un solo pomodoro, una sola patata, uno solo di tutto è l’unico obiettivo a condizione che possa essere prodotto a bassissimi costi e altissimi rendimenti per i padroni esclusivi e protetti da brevetti di ogni genere, insomma un vero oligopolio di semi unici e dei pesticidi esclusivi.
Anche nell’olio si tende a uniformare e globalizzare tutto su tre forse quattro cultivar meccanizzabili e non di più…"



- Lucio
"Sarà pure come dici ma non mi convince proprio per nulla. L’agricoltura di un tempo ha messo le basi per tutte le grandi civiltà mentre oggi l’agricoltura moderna sta minacciando l’esistenza della Umanità intera! State producendo tantissimo cibo avvelenato che tra l’altro poi verrà in parte sprecato e distrutto non arrivando mai a chi ha davvero fame, tutto ciò ad un costo insostenibile per il contadino, ma quando ve ne renderete conto?"

Camminiamo per le strade in pietra solcate dalle ruote dei carri con marciapiede su cui si affacciano le case dedite al commercio. Volubilis è affascinante ma proprio qui vicino c’è il caso di un’azienda olivicola che ben incarna questa tendenza di alienare l’uomo dal centro della scena produttiva. 

Nonostante qui in Marocco il costo del lavoro sia incredibilmente basso, circa 8 euro al giorno per un operaio agricolo (oggi in Italia parliamo almeno di 60 euro, quasi otto volte di più!), gli investitori internazionali hanno comunque deciso di realizzare un oliveto Superintensivo non tanto evidentemente in ragione del costo, come detto già bassissimo, della manodopera, ma a mio avviso proprio per eliminare a monte ogni problematica di gestione dell’uomo/operaio.



- Lucio
"Ma come puoi passare da macchine utili a macchine che tolgono lavoro all’uomo? Ma come pensare di sfamare la gente con un solo grano e un solo olio piuttosto che creare le condizioni perché quell’uomo possa lavorare e guadagnare dignitosamente per poi poter scegliere tra più grani e più oli, scegliere tra dignità e miseria, tra alienazione e distruzione da una parte e sostenibilità umana e ambientale dall’altra?"

- Marco 
Le parole di Lucio mi lasciano ammutolito. Le sue accuse al nostro sistema sono veri e propri macigni, grandi come queste pietre dei muri di Volubilis che ci circondano.

Lo sguardo di Lucio fissa con attenzione la macina di un Frantoio davvero ben conservato. Entriamo dall’ingresso laterale che doveva essere destinato allo scarico delle olive. Lucio è molto serio e con la mano accarezza i bordi della macina. Fissandomi mi avverte che lì non c’erano animali da lavoro ma schiavi che spingevano quella macina di pietra.

- Marco
"Quanto erano importanti, per l’economia e lo sviluppo di Roma, gli schiavi?"

BACCO E ARIANNA (CASA DI BACCO)

- Lucio
"Non avremmo mai potuto costruire l’impero di Roma senza la schiavitù. Dal numero di schiavi si poteva apprezzare l’importanza del Nobile Romano, immagina che alcuni Nobili arrivarono ad averne oltre 20 mila al proprio servizio. Per fortuna mi pare che il nuovo mondo abbia debellato la schiavitù, o no?"

- Marco
"Caro Lucio, oggi abbiamo forme moderne di schiavitù: sfruttamento minorile, la tratta di donne e uomini sono cose attuali anche ai nostri tempi. Schiavi moderni che si distinguono da quelli dell’Antichità solo per l’illusione di essere uomini liberi, anche se sono invece vittime di pochi, ora come allora."

- Lucio
"Sembra proprio che, come l’olivo, anche l’uomo non sia cambiato affatto. Ma tu Marco dimmi che olivicoltura immagini possibile in questo scenario?"

Marco
"Se posso sognare allora immagino una olivicoltura che si ispiri a quella in cui ho la fortuna di lavorare in una zona a te carissima: Il METAPONTO. Ci andiamo?"

Un largo sorriso sul volto di Lucio mi dice che la prossima tappa sarà in Italia…



GLI SCAVI

Il sito, non è ancora riportato interamente alla luce, si stima che ancora 2/3 dell’avamposto romano siano seppelliti sotto cumuli di terra. Cionondimeno nel corso di scavi praticati in questa zona nel 1944 furono ritrovati due busti, di cui uno del re Giuba II che regnò a Jol-Caesarea (oggi Chercell) in Mauretania con sua moglie Cleopatra Selene. 

Fu, secondo Plutarco, uno «dei prigionieri più fortunati che siano mai caduti nelle mani dei Romani, perché pur essendo un barbaro (suo padre era un re dei Numidi), poté collaborare con gli storici più eruditi della Grecia».



Caesarea, oggi un povero villaggio di pescatori a cento miglia all'incirca a ovest di Algeri, era adorna al tempo di questo suo re di monumenti, che racchiudevano una delle collezioni più splendide di statue greche, fra cui originali di Fidia, Alcamene e Prassitele e pure i tesori recuperati dalla trireme naufragata davanti a Mahdia, sulle coste della Tunisia, mentre portava a Giuba sculture greche, bronzi e mobili stupendi, perfettamente conservati dal mare, che riempiono oggi due sale del Museo del Bardo.

Qui si conserva anche il ritratto di Catone il giovane, suicida dopo essere stato sconfitto da Giulio Cesare nella battaglia di Tapso. Man mano che l'Africa cresceva in opulenza aumentavano i suoi predoni, perchè chi non coltiva la terra è nomade ed ama razziare. E poiché i berberi e gli altri abitanti dell'interno erano naturalmente attirati dalle città costruite nei deserti dai colonizzatori, fu necessario mandarvi di stanza guarnigioni sempre più numerose.

ARCO DI CARACALLA

LA CITTA'

- Le mura presentano quattro porte, la principale delle quali, collegata alla strada proveniente da Tangeri, immette nel decumanus maximus che prosegue fino all'ingresso ovest.

- Il decumanus maximus è l'asse che attraversa la città fra la cosiddetta porta di Tangeri, a nord-est, e la porta occidentale (il tratto messo in luce dagli scavi è compreso fra l'arco di trionfo e la porta di Tangeri). Lungo la strada si allineavano il palazzo del Procuratore (detto di Gordiano) e le più belle dimore della città.

- Uno dei monumenti più importanti è la basilica che presenta due esedre contrapposte, 

- il capitolium dei Severi (nel Foro),

- templi risalenti al I secolo, tra cui quello di Giove capitolino

- l'acquedotto

- le terme di Gallieno, che si raggiungono dopo il Foro e la basilica più a sud. Vi si può riscontrare la sorprendente maestria degli ingegneri romani per la realizzazione della rete fognaria e di quella idrica e delle tecniche di riscaldamento utili al funzionamento delle terme.

ISCRIZIONE DELL'ARCO DI CARACALLA
- l'arco di trionfo costruito da Marco Aurelio Sebastiano in onore di Caracalla, come testimoniano i nomi suo e di sua madre, scolpiti sul frontone. L'arco di Trionfo, collocato sul «decumanus maximus», fu eretto nel 217 in onore di Caracalla e di sua madre Iulia Domna ed è stato rialzato nel 1933.

- diverse case con frantoi e vasche per la produzione dell'olio d'oliva, una casa su quattro ne possedeva uno. 

- Lungo il decumano si trovano i resti di numerose case romane e patrizie decorate con complessi mosaici policromi, alcuni dei quali in ottime condizioni di conservazione. 

Tra le case più importanti:
- la Casa dell’acrobata (vedi mosaico),
- la Casa di Orfeo (Orfeo con lira che incanta gli animali, Anfitrite su biga trainata da ippocampo, i nove delfini),
- la Casa del corteo di Venere,
- la Casa dell’Efebo,
- la Casa delle Colonne,
- la Casa del Cavaliere, 
- Casa di Bacco,
- la Casa delle Fatiche di Ercole,
- la Casa delle Ninfe al bagno (uno dei mosaici è stato prelevato da Volubilis e allestito nel Museo della Kasbah di Tangeri).





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