TOMBA DEI NASONI




Lungo la Via Flaminia Nuova, all’altezza dell’incrocio con Viale Tor di Quinto, si notano dei grandi silos che costeggiano la via consolare, dove tra gli edifici nuovi e le strutture di quello che è uno dei mulini più grandi di Europa si nasconde un prezioso gioiello: la Tomba dei Nasoni.

La tomba dista un km da Corso Francia; superato il Centro Euclide si sale sul primo cavalcavia che si incontra e si scende dalla parte opposta dirigendosi verso l’ingresso della Romana Macinazioni; all’interno dell’impianto, sulla sinistra, sotto una “cupola” di tufo circondata da cipressi, allori e palme c’è la bellissima Tomba dei Nasoni.

L'ENTRATA ALLA TOMBA
Per visitarla è sufficiente rivolgersi al portiere dello stabilimento: un gentilissimo signore vi aprirà la porta a vetri consentendovi la visita che ovviamente è gratuita. Alla fine vi chiederà soltanto di firmare il registro delle visite. Incredibile, ci dovrebbe essere la fila, ma non lo sanno neppure i condomini dei palazzi adiacenti.

La tomba, realizzata nel tufo e nell’area archeologica di Saxa Rubra, zona antica romana che prende il nome dalle rocce argillose e rossastre, fu scoperta nel 1674 durante i lavori per l’ampliamento della Via Flaminia ma nessuno la tutelò (come al solito) e subì gravissimi danni a causa delle attività estrattive condotte tra la fine dell’800 e i primi del 900. Si trova sul settore settentrionale del Monte delle Grotte, in quello che doveva essere il massiccio tufaceo dei Saxa Rubra distrutta già a partire dalla metà dell’800, dalle attività estrattive.



MONTE DELLE GROTTE

Monte delle Grotte è il sito archeologico che sovrasta l’incrocio di via Flaminia con Viale di Tor di Quinto. Uno sperone di tufo con grotte e pini sulla sommità che seppure inserito in un ampia area che comprende zone di grande interesse storico (dalla Tomba dei Nasoni all’area archeologica di Grottarossa; dalla Villa di Livia a Saxa Rubra e Malborghetto), è pressocchè sconosciuto.

Il nome è legato alla presenza di antiche tombe rupestri forse di origine etrusca ma si opta per periodi precedenti, utilizzate poi nel tempo come ricoveri o abitazioni; nel 1926 sulla sommità della collina vennero rinvenuti i resti di una grande villa romana con strutture in tufo e bellissimi pavimenti con inserti di mosaico.

Purtroppo a causa delle suddette attività estrattive, nonchè delle spoliazioni brutali del luogo, gran parte di quei resti sono andati perduti e l’intero sito è oggi dimenticato. Ancora nel 1947 il fronte meridionale della cava aveva raggiunto la villa repubblicana del Monte delle Grotte, distruggendola per circa un terzo: fu invece isolata la porzione superstite della celebre Tomba dei Nasoni.



LA TOMBA RUPESTRE NASONIA

La tomba rupestre risale al II secolo d.c. e fu scavata all’interno di un blocco di tufo dove venne realizzata una grande camera rettangolare con una nicchia sul fondo e tre nicchie per ogni lato; una iscrizione riportata all’interno ne attribuisce la proprietà a Nasonius Ambrosius tradotto Ambrosio Nasone.

La facciata, come per la tomba di Favilla all’interno dei Casali Molinaro, doveva essere a forma di tempietto, ma purtroppo è andata perduta (sig!) ne restano solo all'interno le decorazioni pittoriche sulle pareti e su frammenti delle riquadrature in stucco del soffitto.

Il sepolcro rupestre è stato scoperto nel 1674 causa i lavori per l'ampliamento della via per il Giubileo del 1675. Venne scoperto per puro caso da alcuni operai che cavavano pietre e si presentava ornato di pitture con temi mitologici, che sono state riprodotte nelle incisioni del Batoli edite e commentate dal Bollori nel 1706. Allora la sua facciata era ornata di pilastri e spigoli di travertino. Al suo interno vennero trovati due sarcofagi in pietra con dentro “terra e avanzi d’ossa ignude”.


A seguito della scoperta il Cardinale Camillo Massimo incaricò Pietro Santi Batoli di eseguire copie a colori di tutti gli affreschi rinvenuti all’interno della tomba consentendo in tal modo di disporre di una fedele e dettagliata ricostruzione delle decorazioni.

La tomba con il passare del tempo ha subito innumerevoli danneggiamenti e spoliazioni. A suo nipote Papa Clemente X permise di staccare tre frammenti di affreschi che andarono nella villa del nipote all’Esquilino.

Anche il pavimento, originariamente in mosaico bianco e nero, è andato prelevato e posto non si sa dove. Ma i danni maggiori avvennero per l’attività estrattiva che provocarono il crollo della facciata isolando per giunta il blocco di roccia al cui interno era stato ricavato il sepolcro.

Così conosciamo la facciata della tomba, solo per l’incisione del Bartoli e la breve descrizione del Bollori “tagliata in quadro, nel sasso vivo, e stabilita con stipiti di travertino”.

Essa era in forma di tempietto con quattro pilastri corinzi dai cui capitelli pendevano ghirlande, distanziati al centro ove si apriva la porta sovrastata da un riquadro rettangolare ritenuto dal Batoli una finestra, ma più probabilmente la tabula inscriptionis in cui poteva essere collocata l’iscrizione dedicatoria di Nasonius Ambrosius rinvenuta all’interno, dinanzi alla nicchia centrale.

La datazione ad età antonina, sotto Antonino Pio e Marco Aurelio, già avanzata dal Bollori, è confermata da quanto si può giudicare delle pitture che, nelle grandi scene delle nicchie, risentono ancora del classicismo adrianeo, dalla composizione del soffitto che s’inserisce in un fase centrale dello sviluppo di tale decorazione (sistema a campi diagonali) ed infine dai frammenti del mosaico.

Il monumento, ancora integro agli inizi dell’800, venne danneggiato dalle attività di cava fino al crollo, alla fine del secolo, di tutta la parte frontale: distrutta la rupe che lo accoglieva, nell’area della cava abbandonata è circondato e sovrastato da edifici industriali.



LA DESCRIZIONE

Il monumento (II sec. d.c.) è una tomba rupestre completamente scavata nella parete tufacea dei Saxa Rubra. La facciata, distrutta, era in forma di tempietto e doveva esporre l’iscrizione dedicatoria di Nasonius Ambrosius, rinvenuta all’interno, che permette di attribuire il sepolcro alla famiglia romana dei Nasoni.

Si trattava di un ambiente rettangolare con volta a botte, largo m. 4,55 e lungo il doppio, con tre nicchie inquadrate da arcosoli su piedritti in ciascuno dei lati lunghi ed una nella parete di fondo.

RIPRODUZIONE DEL '600
In ogni arcosolio erano due cassoni per le sepolture, mentre altre quattro fosse per lato e due lungo la parete di fondo (ciascuna con tre loculi sovrapposti) vennero ricavate in un secondo momento, intaccando il pavimento in mosaico bianco e nero con motivo a losanghe e rosette entro di esse, documentato dalla pianta del Batoli e ritenuto del tutto perduto, ma di cui un lacerto è stato recuperato sotto un moderno pilastro posto a reggere il margine della fronte.

IL SOFFITTO
Un pesante cornicione largo cm 15, di cui rimane l’aggetto ricavato nella parete di roccia, separava la zona inferiore con le nicchie da quella superiore in cui sul fondo, in asse con la nicchia centrale, si apriva una lunetta.

Su un sottile strato di intonaco si stendeva la complessa decorazione pittorica, con riquadratura in stucco, della quale sopravvivono pochi resti.

Oggi la Tomba dei Nasoni si presenta all’interno di una piccola cupola di pietra posta ai margini del grande piazzale della Romana Macinazioni; al suo interno sono stati allestiti alcuni pannelli con i disegni di Batoli che ricostruiscono dettagliatamente gli affreschi delle pareti e del soffitto.

Si tratta di scene mitologiche con elementi decorativi dove è possibile riconoscere coppie di mostri marini, geni con frutti e Vittorie Alate.

PEGASO E LE NINFE
Purtroppo, pur avendo a Roma, ma è in tutta Italia, un vastissimo patrimonio culturale, unico al mondo per la qualità e la vastità, esso è solo una parte di quanto si è potuto reperire, sia per il vandalismo passato e pure presente (vedi Villa Agrippina) sia per l'illegale traffico che se ne fa soprattutto con l'estero senza che la legge intervenga mai a punire i ricettatori illegali, che sono invece ed evidentemente, ampiamente protetti.

La facciata della celebre tomba, scoperta nel 1674 durante l’ampliamento della via Flaminia, doveva essere ancora integra agli inizi dell’Ottocento, ma irrimediabilmente danneggiata dalle attività estrattive intercorse tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900.

Il pavimento, perduto, era in mosaico bianco e nero con motivo a losanghe e rosette. La decorazione pittorica che ornava completamente la camera sepolcrale è conservata solo in parte, ma è dettagliatamente ricostruita dalle riproduzioni realizzate nel ‘600 da Pietro Santi Batoli.

EDIPO E LA SFINGE
Si trattava di un disegno complesso realizzato con tecnica pittorica e riquadrature in stucco.

Una cornice divideva la decorazione parietale del fregio superiore da quella delle nicchie. Queste accoglievano grandi scene mitologiche tra elementi decorativi: nella prima a sinistra sono riconoscibili Atena ed Eracle.

Pilastri affiancavano l’apertura delle nicchie e tra queste si ponevano figure di Geni con i frutti, mentre gli spazi di risulta ai lati accoglievano coppie di mostri marini e Vittorie alate. 


Il fregio superiore era diviso in pannelli sempre con scene mitologiche: sulla destra sono visibili Eracle ed il Cerbero.

La decorazione del soffitto, di cui rimane parte del “Giudizio di Paride” era particolarmente ricca, comprendendo figure allusive alle Stagioni, Vittorie e Geni alati, e forse la rappresentazione della conclusione della guerra di Troia.

Scoperta nel 1674, durante lavori di manutenzione della via consolare, mostrava una facciata ricavata nella parete di tufo e integrata dagli stipiti in travertino della porta, che le conferisce la forma di un tempietto.
Dai quattro capitelli corinzi, anch'essi scolpiti nel tufo, pendevano ghirlande scolpite, e sull'architrave c'era un'iscrizione al primo proprietario del sepolcro, Quintus Nasonius Ambrosius.


Nella camera a volta e divisa in due zone da una cornice aggettante, si alloggiavano tre nicchie nella zona inferiore ed una nella parete di fondo, con due sarcofaghi con arche in travertino, impiombate e chiuse da sbarre di ferro.

Il pavimento era a mosaico bianco con motivi a rombi neri, e alle pareti pitture di straordinaria bellezza, tra cui l'immagine di Ovidio, si che il Bartoli le copiò nel suo libro, visto che stavano già sbiadendosi, e il nipote di Papa Clemente X ne fece staccare diverse per porle nella galleria della sua villa sull'Esquilino, tra cui l'Edipo e la sfinge, la caccia alla tigre e un cavallo staccato dal soffitto.

Una copia dei disegni è conservata nella Biblioteca Reale di Windsor. Tra questi Pegaso tra le ninfe, Antigone e Creonte, e il ratto di Persefone. Da i disegni e le incisioni molti pittori ne fecero rifacimenti in affreschi.




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