I BELGI (I nemici di Roma)



I BELGI
«La Gallia è, nel suo complesso, divisa in tre parti: la prima la abitano i Belgi, l'altra gli Aquitani, la terza quelli che nella loro lingua prendono il nome di Celti, nella nostra, di Galli»
(Gaio Giulio Cesare - De bello Gallico- Libro II) 

Cesare aveva un nutrito numero di esploratori, amici, spie e delatori che considerava preziosi per la guerra, e attraverso questi, e pure dal generale Labieno, venne a sapere che le tribù di Belgi volevano attaccare i Romani.
 "Cesare allora dà incarico ai Senoni ed agli altri Galli che erano confinanti coi Belgi, di sapere quello che si faceva presso di loro e di informarlo di tali argomenti. Essi costantemente riferirono che si riunivano manipoli, che si raccoglieva l'esercito in un unico luogo. Allora davvero non pensò si dovesse aver dubbi di partire contro di loro. Provveduto il vettovagliamento al dodicesimo giorno muove gli accampamenti ed in circa 15 giorni giunge nei territori dei Belgi".



I REMI

Dunque Cesare in soli dodici giorni allestisce uomini animali e salmerie, e in soli 15 giorni di marcia serrata raggiunge il territorio, il che fa tremare i Remi, gli abitanti dell'attuale territorio di Reimsche che gli inviano come ambasciatori Iccio ed Andecumborio, capi della nazione, a dire che si rimettono al popolo romano, "che loro non s'erano accordati con gli altri Belgi né si erano alleati contro il popolo romano, che erano pronti a dare ostaggi, obbedire agli ordini, accoglierli nelle città e aiutarli con frumento ed altri beni"

Cesare viene a sapere dai Remi che i Belgi avevano tra loro i Bellovaci, fortissimi per coraggio e numero di uomini. Potevano realizzare 100.000 armati, e chiedevano per sé il comando della guerra.
- I Sucessoni erano loro confinanti; possedevano campi vastissimi e fertilissimi. Loro re era stato Diviziaco, il più potente di tutta la Gallia, che  aveva tenuto il potere di gran parte di queste regioni ma anche della Britannia. Ora era re Galba, a cui per la giustizia e saggezza era stata affidata la guida di tutta la guerra e aveva dodici città e 50.000 armati;
- i ferocissimi Nervi ne avevano altri 50.000; 
- gli Atrebati ne avevano 15.000; 
- gli Ambiani 10.000, 
- i Morini 25.000, 
- i Menapi 9.000, 
- i Caleti 10.000, 
- i Veliocassi 10.000 
- i Viromandui 10.000 
- gli Atuatuci 19.000; 
- i Condrusi, gli Eburoni, i Cerusi, i Cemani, erano circa 40.000.

In tutto quasi 350.000 uomini, come farà Cesare a vincerli tutti? Guai se si associano, occorre dividerli a batterli uno per uno.

Cesare illustra ai Remi i vantaggi della loro fedeltà a Roma e chiede però come ostaggi i figli dei capi, cosa che fanno senza esitazione, anche perchè sanno che gli ostaggi vengono trattati benissimo dai romani, che li istruivano e gli insegnavano a combattere. Cesare colloquia poi con l'eduo Diviziaco, un druido gallico vergobreto, cioè capo politico del popolo gallico degli Edui, fedele alleato di Roma, e lo convinse dell'importanza di separare tra di loro i nemici, per non dover combattere in solo tempo contro tutti. Per questo gli Edui devono portare le truppe nei territori dei Bellovaci devastandone i campi.



I BELGI

"Cesare, dopo che vide che tutte le truppe dei Belgi riunite in un solo luogo venivano contro di lui e seppe da quegli esploratori che aveva inviato e dai Remi, che ormai non erano lontani, si affrettò a far passere l'esercito oltre il fiume Aisne, che è negli estremi confini dei Remi e lì pose l'accampamento. Questa posizione era fortificata da un solo lato dell'accampamento che negli altri lati confinava con le rive del fiume, quindi sicuro dai nemici e faceva sì che i rifornimenti da parte dei Remi e degli altri popoli si potessero portare a lui senza rischi. Su quel fiume c'era un ponte. Lì pose una guarnigione e nell'altra parte del fiume lasciò il legato Q. Tiburio Sabino con sei coorti; ordinò che gli accampamenti fossero fortificati con una trincea di 12 piedi in altezza e con un fossato di diciotto piedi."


I Belgi e i Galli assediano la città dei Remi Bibratte che a stento riesce a resistere. Giunta la notte e terminato l'assedio per il buio,  il remo Iccio, capo della città, chiede aiuti immediati a Cesare o Bibratte cadrà. Cesare invia gli aiuti velocissimamente, a mezzanotte sono già a Bibratte, servendosi in parte dei Remi di Iccio, in parte di arcieri numidi e cretesi e frombolieri baleari. 

I nemici, si spaventano, mollano l'assedio e si limitarono a saccheggiare e devastare i campi dei Remi e i villaggi. Poi si accamparono a meno di 2000 passi dagli accampamenti di Cesare che, dai fuochi, comprende trattarsi di un esercito enorme. Cesare combatte con l'intelligenza, è lui a dire che era sfortunato l'esercito il cui comandante combattesse con la forza anzichè con l'intelligenza. per cui rimanda lo scontro. 

LE CAMPAGNE DI CESARE
"Quotidianamente però con scontri di cavalleria sperimentava cosa potesse il nemico nel valore e cosa osassero i nostri. Quando capì che i nostri non erano inferiori, davanti agli accampamenti in posizione giusta e adatta per conformazione a schierare l'esercito, poiché quel colle, dove erano gli accampamenti, un poco rialzato dalla pianura, si stendeva davanti tanto in larghezza, quanto posto poteva occupare l'esercito schierato, e da entrambe le parti del lato aveva pendii e sul fronte leggermente in pendenza a poco a poco ritornava a pianura, tracciò da entrambi i lati di quel colle un fossato trasversale di circa 400 passi ed alle estremità dei fossati pose delle fortezze e lì collocò le macchine da guerra, perché, dopo aver schierato l'esercito, i nemici non potessero circondare i suoi mentre combattevano. Fatto questo, lasciate le due legioni, che recentemente aveva arruolato negli accampamenti, perché, se fosse occorso qualche soccorso, si potesse portare, schierò le altre sei legioni in battaglia davanti agli accampamenti."

Una piccola palude si trovava tra i due eserciti. Chi passava per primo sarebbe stato assalito. Intanto tra le due schiere ci si scontrava con scaramucce di cavalleria. Poiché nessuno attraversava, Cesare ricondusse i suoi negli accampamenti. I nemici allora si diressero al fiume Aisne, dietro agli accampamenti. Qui trovati dei guadi, tentarono di far passare parte delle loro truppe per espugnare la fortezza, a cui era a capo il legato Q. Titurio, e magari tagliare il ponte, e devastare i campi dei Remi bloccando i rifornimenti ai romani.

Titurio allora fece passare il ponte a tutta la cavalleria, ai Numidi di armatura leggera, ai frombolieri ed agli arcieri e mosse battaglia. Un gran numero di Belgi morirono nel fiume colpiti dai giavellotti, altri che erano riusciti a passare, vennero circondati dalla cavalleria e massacrati. I nemici compreso che non avrebbero espugnata la città e non avrebbero passato il fiume, per giunta cominciava a mancargli il vettovagliamento, decisero di tornare a combattere nella loro patria. 

Si preparano ad andarsene con grande strepito come fosse una fuga, ma Cesare, temendo insidie, trattiene esercito e cavalleria negli accampamenti. All'alba, confermata la fuga dagli esploratori, manda avanti tutta la cavalleria, con i legati Q. Pedio e L. Aurunculeio Cotta, e comanda che il legato Tito Labieno segua dopo con tre legioni. Molti di quelli che fuggono vengono uccisi fino al tramonto quando i romani si ritirano negli accampamenti.



I SUCCESSONI

Il giorno seguente Cesare guida l'esercito nei territori dei Sucessoni, confinanti dei Remi, e con una rapida marcia forzata si dirige alla città di Novioduno, quasi priva di difensori, a causa della larghezza del fossato e dell'altezza del muro, ma non riesce a espugnarla. Allora fa avvicinare alle mura le macchine da guerra, fa preparare alte torri per tirare ai Successoni e scavare gallerie per irrompere in città. Spaventati da tanti mezzi e tanta velocità, i Sucessoni mandano ambasciatori a Cesare ambasciatori chiedendo di essere risparmiati. 



I BELLOVACI

Cesare accetta la resa, prende come ostaggi i capi della nazione e due figli dello stesso re Galba, e si fa consegnare tutte le armi dalla città, ma è un fulmine, non c'è tempo da perdere, prosegue la sua marcia nel Paese dei Bellovaci, fino alla capitale Bratuspanzio. Tutti gli anziani usciti dalla città tendono le mani a Cesare in senso di supplica, dicendo che non volevano battersi contro il popolo romano. Altrettanto fecero ragazzi e donne dalle mura, a mani aperte, in segno di resa, chiedono la pace ai Romani per tutti i Bellovaci.



GLI AMBIANI

Diviziaco dice che i capi Bellovaci avevano dichiarato guerra al popolo romano, poi, compreso il grave danno recato alla nazione, erano fuggiti in Britannia. Cesare  accoglie la resa e promette di proteggerli, ma chiede seicento ostaggi che gli vengono consegnati insieme a tutte le armi in città, poi riprende la marcia e giunge nei territori degli Ambiani, che si arrendono e gli consegnano tutti i loro beni.

I Nervi erano loro confinanti, non tolleravano che i mercanti Bellovaci avessero accesso presso di loro, nè che si importasse vino o altre cose di lusso, perché non si infiacchissero gli animi; loro non avrebbero mandato ambasciatori né avrebbero accettato condizioni di pace.

GIULIO CESARE

I NERVI

Cesare marcia per tre giorni attraverso i loro territori, e scopre dai prigionieri che il fiume Sambre dista dai suoi accampamenti non più di 10 mila passi, che tutti i Nervi si sono insediati al di là di quel fiume e che aspettano l'arrivo dei Romani insieme con gli Atrebati ed i Viromandui, loro confinanti e alleati; e attendevano anche le truppe degli Atuatuci che erano in marcia.

Allora Cesare manda avanti esploratori e centurioni, che scelgano un luogo adatto agli accampamenti. Poiché parecchi dei Belgi arresi ed altri Galli, seguendo Cesare, marciano coi romani, alcuni di loro, come poi si seppe poi dai prigionieri, attesa la notte, vanno dai Nervi e riferiscono che tra le singole legioni ci sono molti carri facili da assalire, appena giunta la prima legione negli accampamenti essendo ancora distanti le altre legioni. Consigliarono quindi ai Nervi, per bloccare più facilmente la cavalleria, di formare siepi con pali e rovi per impedire l'assalto dei romani.

"Dal fiume Sabis con uguale inclinazione sorgeva un colle dirimpetto a questo ed opposto, a circa duecento passi, aperto in basso, dalla parte superiore selvoso, tanto che non si poteva facilmente vedere dentro. Dentro a quelle selve i nemici si tenevano in segreto. Nel luogo aperto lungo il fiume si vedevano poche pattuglie di cavalieri. La profondità del fiume era di circa tre piedi."

Cesare, mandata avanti la cavalleria, segue con tutte le truppe, ma avvicinandosi ai nemici, guida sei legioni leggere; dietro le salmerie e poi due legioni di guardia ai carri. I cavalieri con frombolieri e arcieri passano il fiume e attaccano la cavalleria nemica che a sua volta attacca e indietreggia, ma la cavalleria non li insegue temendo imboscate. Intanto le sei legioni arrivate per prime, cominciarono a issare gli accampamenti. Improvvisamente tutte le truppe nemiche assalgono i cavalieri che li respingono, ma questi si dirigono agli accampamenti romani.

Cesare deve fare tutto nello stesso istante: ordinare di alzare il vessillo e di suonare la tromba come segnali per correre alle armi, richiamare dalla fortificazione i soldati che erano fuori per cercare materiale, schierare l'esercito ed esortare i soldati. Intanto ha vietato ai legati di allontanarsi dalla fortificazione e dalle legioni, finchè non sono fortificati gli accampamenti, ma i legionari ormai esperti non attendono l'ordine di Cesare, perchè da sé organizzano la battaglia.

AMBIORIGE PRINCIPE DEGLI EBURONI
Cesare, dati gli ordini successivi, corre giù ad esortare i soldati, e va prima alla X legione, poi dalle altre, che mantengano il ricordo dell'antico valore e sostengano l'attacco dei nemici, che non distano più di un lancio giavellotto, e dà il segnale di attaccare battaglia. Non c'è tempo, velocemente indossarono gli elmi e tolgono le protezioni agli scudi. Ognuno corre verso le prime insegne che vede, per non perdere l'occasione di combattere nel cercare i suoi.

Schierato l'esercito, con la vista delle truppe impedita dalle densissime siepi, i soldati della IX e X legione sulla sinistra, lanciati i giavellotti, dalla postazione superiore respingono velocemente verso il fiume gli Atrebati, pur sfiniti dalla corsa e dalla stanchezza, e li inseguono mentre passano il fiume massacrandone gran parte. Essi stessi poi passano il fiume e pur in postazione sfavorevole mettono in fuga i nemici che, ripreso lo scontro, resistono di nuovo. 

Le legioni XI e VIII poi, sbaragliati i Viromandui, combattono dalla postazione superiore fin sulle rive del fiume. Ma avendo svuotati gli accampamenti del fronte e della parte sinistra, poiché la XII legione e la VII si sono fermate nell'ala destra, tutti i Nervi, con una schiera serratissima, sotto il comando di Boduognato, si dirigono a quella postazione. Una parte di loro comincia a circondare sul lato aperto le legioni, una parte si dirige alla sommità della postazione degli accampamenti.

"Nello stesso tempo i cavalieri romani ed i fanti dall'armatura leggera, insieme a quelli che hanno respinto il primo assalto dei nemici, mentre si ritirano negli accampamenti, si imbattono nei nemici di fronte e cercano la fuga da un'altra parte ed i portatori, che dalla porta decumana e dalla cima del colle avevano visto i nostri passare il fiume vittoriosi, usciti per far bottino, essendosi voltati indietro e avendo visto che i nemici si trovavano nei nostri accampamenti, a precipizio si davano alla fuga.

Contemporaneamente sorgeva l'urlo di quelli, che venivano con i carriaggi e terrorizzati si recavano chi da una parte chi dall'altra. Sconvolti da tutte queste situazioni, i cavalieri Treviri, di cui in Gallia c'è un giudizio lusinghiero, i quali mandati dalla nazione erano giunti da Cesare in aiuto, avendo visto che i nostri accampamenti erano riempiti dalla massa dei nemici, che le legioni erano incalzate e quasi circondate erano bloccate, che i portatori, i cavalieri, i frombolieri, i Numidi disordinati e sparpagliati fuggivano in tutte le direzioni, essendo disperate le nostre condizioni, si diressero in patria; riferirono alla nazione che i Romani erano stati vinti e sconfitti e che i loro nemici si erano impadroniti degli accampamenti e dei carriaggi."

La situazione è disperata, Cesare vede che i suoi incalzati e ammassati, che le insegne ed i soldati della XII ammassati erano di impiccio per lo scontro, che sono stati uccisi tutti i centurioni della IV coorte, abbattuto l'alfiere, perduta l'insegna, e feriti o uccisi quasi tutti i centurioni delle altre coorti, e vede che non c'è soccorso che si possa inviare, sottrae lo scudo a un soldato della retroguardia, perché era venuto senza scudo, avanza nella prima fila e chiama per nome i centurioni, esorta gli altri soldati, ordina di far avanzare le insegne e di allargare i manipoli, perché possano più facilmente usare le spade. 

Infusa speranza e coraggio nei soldati e desiderando ciascuno far bella figura alla presenza del generale, l'assalto dei nemici fu rallentato. Cesare, vedendo la VII legione incalzata dal nemico, ordina ai tribuni di riunire le legioni, e che girino le insegne contro i nemici. Appena fatto ognuno soccorse l'altro senza paura di venire circondati dal nemico, e cominciarono a resistere e a combattere più aspramente.

"Frattanto le due legioni (la XIII a la XIV) che erano state nelle retroguardie e di scorta alle salmerie, giunta notizia della battaglia (del Sabris), presero a correre a gran velocità (per combattere contro i Nervi)."

Labieno intanto, impadronitosi degli accampamenti dei nemici della postazione superiore, manda in soccorso ai nostri la X legione. Con l'arrivo della X, della XIII e della XIV la situazione cambia, e i nemici vengono sterminati.

A questo punto gli anziani, mandarono ambasciatori da Cesare e gli si consegnano e dicono che essi sono ridotti da 600 a 3 senatori, da 60.000 uomini a 500 che possano portare le armi. Cesare li grazia ed ordina che tornino ai loro territori e alle loro città ordinando ai loro confinanti che si astengano da oltraggi o danni nei loro confronti.



GLI ATUATUCI
 
Gli Atuatuci ritornarono in patria e abbandonate città e fortezze portano tutte le loro cose in un'unica città straordinariamente fortificata, avendo attorno da tutte le parti altissime rocce e dirupi, con un solo un accesso, e hanno munito la postazione con un doppio altissimo muro con travi acuminate e grandi pietre.

All'arrivo dell'esercito romano iniziarono a fare scorrerie dalla città, ma come vedono da lontano che, costruito un argine, si fabbrica una torre, ridono ed insultano i romani che pretendono, loro così bassi di costruire una così grande macchina da una così grande distanza. Quando però vedono che la torre si muove e si avvicina alle mura, mandarono ambasciatori da Cesare per la pace, dicendo che i Romani fanno la guerra con un aiuto divino, e che mettevano se stessi e tutte le loro cose sotto il loro potere. Una sola cosa chiedevano, di non spogliarli delle armi.che essi avevano come nemici quasi tutti i confinanti e non avrebbero potuto difendersi. Sarebbe stato meglio morire per mano dei romani che esser uccisi con torture da quei popoli.

Cesare risponde che devono consegnare le armi ed avrebbe ordinato ai confinanti di non recare oltraggio agli arresi del popolo romano. Gettano tante armi nel fossato da riempirlo, sebbene, come si scoprirà, ne hanno nascosto un terzo in città.

A sera Cesare ordina che si chiudano le porte e che i soldati escano dalla città, perché i cittadini di notte non ricevano danni. Allora gli Atuatuci armatisi con tutte le truppe fanno una sortita dalla città. Velocemente, Cesare fa una segnalazione coi fuochi alle fortezze vicine che corsero in difesa dei romani. Uccisi circa quattro mila uomini gli altri vengono respinti in città. Il giorno seguente Cesare vende all'asta tutto il bottino di quella città e gli schiavi, circa 53.000 persone.

Cesare viene informato da Publio Crasso che all'unica legione che aveva mandato dai Veneti, Unelli, Osismi, Coriosoliti, Essuvi, Aulirci, Redoni, che sono popoli marittimi dell'Oceano, si erano tutti arresi a Roma. Così famosa è questa guerra, che le popolazioni che abitano al di là del Reno inviano ambasciatori promettendo di consegnare ostaggi e di eseguire gli ordini. 

Per quelle imprese conosciute a Roma dalle lettere di Cesare si decide un pubblico rendimento di grazie di quindici giorni, cosa che prima di quel tempo non accadde per nessuno. Cesare rinforza le difese dell'oppidum e attacca la tribù dei Nervi; la scarsa coordinazione delle forze alleate fece sì che l'unione collassa, e gli eserciti tribali ritornarono ciascuno alle proprie terre, dove verranno sconfitti singolarmente e assoggettati dai Romani.

Le quattro tibù dei Nervi, degli Atuatuci, degli Atrebati e dei Viromandui si rifiutano però di arrendersi. Nell'inverno 58-57 a.c., queste notizie gli furono utili per estendere le proprie conquiste al di là della Gallia, per assoldare altre due legioni, la XIII e la XIIII, e per convincere la tribù dei Remi (popolo della Gallia Belgica meridionale, oggi Reims) ad allearsi con lui.

Per rappresaglia, le tribù belgiche e celtiche attaccarono Bibracte, l'oppidum dei Remi, per attirare allo scoperto Cesare; questa alleanza include le tribù dei Bellovaci, Suessioni, Nervii, Atrebati, Ambiani, Morini, Menapi, Caleti, Veliocassi, Viromandui, Atuatuci, Condrusi, Eburoni, Ceresi e Pemani, sotto il comando di Galba, re dei Suessioni.

Le legioni di Cesare marciano per tre giorni nel territorio dei Nervi, con le sei legioni veterane, mentre le due nuove legioni (la XIII e la XIV) sono di guardia ai bagagli. Le forze romane cominciarono a costruire il castrum a nord-est del fiume Sabis su una collina. Ad ovest del fiume c'è un altro colle coperto di boschi e qui si appostarono i Belgi.

Le forze belgiche, sotto il comando di un certo Boduognato, sono composte dai Nervi, dai Viromandui e dagli Atrebati, in quanto gli Atuatuci sono ancora in marcia. Disposti sulla riva sud del fiume, al riparo degli alberi e si preparano all'attacco, ma quando vedono le salmerie romane escono di corsa attaccando la cavalleria romana che li respinge.

I Belgi però attaccano il campo che i legionari non hanno ancora completato. Mentre la IX e la X da un lato e la VIII e la XI dall'altro sgominano i nemici, le legioni VII e XII, rimaste da sole a difesa del campo, vengono attaccate da più parti dai Nervi e quasi circondate. Gli alleati considerano la battaglia persa e abbandonano i romani.

"Cesare vide che la situazione era critica, tolto lo scudo ad un soldato delle ultime file, avanzò in prima fila e chiamati per nome i centurioni, esortati gli altri soldati, ordinò di avanzare con le insegne allargando i manipoli, affinché potessero usare le spade. Con l'arrivo di Cesare ritornata la speranza nei soldati e ripresi d'animo desiderarono, davanti al proprio generale, di fare il proprio dovere con professionalità, e l'attacco nemico fu in parte respinto."

Con l'arrivo alle spalle dell'esercito dei Nervi della Legio X e i rinforzi che erano stati fino a quel momento a guardia delle salmerie, i Romani hanno ragione del nemico e dei 60.000 Nervi ne rimangono in vita solo 500. La presa della città di Namur, la vittoria contro i Nervi e quella presso il fiume Axona nel corso della stessa campagna del 57 a.c., danno a Cesare il controllo di tutto l'attuale Belgio. Ancora una volta ha vinto.



0 comment:

Posta un commento

 

Copyright 2009 All Rights Reserved RomanoImpero