GERMANICO GIULIO CESARE





Nome: Germanicus Iulius Caesar
Nascita: Anzio 24 maggio 15 a.c.
Morte: Antiochia di Siria 10 ottobre 19d.c.
Madre: Antonia Minore
Padre: Tiberio, Druso Maggiore
Coniuge: Agrippina maggiore
Figli: Caligola, Nerone Cesare, Agrippina minore, Drusilla, Druso Cesare, Giulia Livilla


Tacito scrisse così di lui, decenni dopo la sua morte:
«..giovane, aveva sentimenti liberali ed una straordinaria affabilità, che contrastava con il linguaggio e l'atteggiamento di Tiberio, sempre arroganti e misteriosi... »
(Tacito, Annales, I, 33)


LE ORIGINI

"Druso Claudio Nerone" o forse "Tiberio Claudio Nerone", nacque ad Anzio il 24 maggio del 15 a.c. da Druso Maggiore, figlio dell'imperatrice Livia Drusilla, e Antonia minore, nipote di Augusto. Gli venne concesso il nome Germanico, in memoria del valore del padre comandante in Germania tra il 12 ed il 9 a.c. Come il padre fu il prediletto dell'imperatore, così lo fu suo figlio che Augusto adottò alla Gens Iulia, dopo la morte dei nipoti ed eredi al trono, Lucio e Gaio Cesare (rispettivamente nel 2 e nel 4).

Qualcuno sospettò che Livia Drusilla avesse voluto quelle morti, in quanto il primo si era misteriosamente ammalato, mentre il secondo era stato colpito a tradimento in Armenia, mentre discuteva con i nemici una proposta di pace. Molto difficile da credere, dato il carattere molto remissivo di Livia, e il carattere non certo remissivo di Augusto che non avrebbe mai permesso e soprattutto mai perdonato si toccassero i suoi nipoti.

Così il giovane cambiò il suo nome in Germanico Giulio Cesare, membro a tutto titolo della Dinastia giulio-claudia, mentre anche Tiberio al suo ritorno dall'esilio volontario, dopo aver evitato in ogni modo di partecipare alla vita pubblica per un decennio, fu adottato da Augusto, insieme all'ultimo figlio maschio di Giulia maggiore, Agrippa Postumo, costringendo però Tiberio ad adottare Germanico, sebbene Tiberio avesse già un figlio, concepito dalla prima moglie, Vipsania, di nome Druso minore e più giovane di un anno soltanto.
Immaginiamo che Tiberio non ne fosse contento, comunque l'adozione di Tiberio e di Germanico furono celebrate il 26 giugno del 4 con grandi festeggiamenti e Augusto ordinò che si distribuisse alle truppe oltre un milione di sesterzi. Sempre nel 4 a Germanico fu data in moglie Agrippina maggiore, nipote di Augusto, dalla quale ebbe nove figli, tra cui: il primogenito Nerone (nato nel 4-5, morto nel 30), Druso (nato nel 7-8, morto nel 31), Caligola, Agrippina minore (moglie di Claudio e madre del futuro imperatore, Nerone), Livia Drusilla e Giulia Livilla.


GUERRA COI DALMATI

Augusto non si fidò mai troppo di Tiberio, che pure si dimostrò un buon generale, cosicchè nella guerra coi Dalmati gli inviò il nipote Germanico Giulio Cesare, all'epoca questore, per imparare ma pure per controllare. Il settore orientale dello schieramento romano avanzò verso occidente, sotto il comando congiunto di Cecina Severo e Plauzio Silvano. Il nemico, però, comandato dai due Batoni, lo aspettava per bloccargli la strada e sconfiggerlo, prima che si ricongiungesse a Tiberio. 
Così, mentre l’avanguardia dell’esercito romano cercava di accamparsi e la restante parte era ancora in marcia, il nemico gli piombò addosso con una tattica simile a quella usata da Annibale nella battaglia del Trasimeno. L'esercito romano però, conscio che se non avesse retto con una ferrea disciplina sarebbe stato distrutto, tenne con tutte le sue forze, fino ad ottenere una insperata vittoria, detta delle paludi Volcee. Ora Cecina e Silvano poterono condurre le loro truppe a Siscia ed unirsi a Tiberio, l'esercito era salvo e vittorioso.

FAMIGLIA IULIO-CLAUDIA, GERMANICUS BAMBINO E' IL PRIMO DA SINISTRA
TENUTO PER MANO DALLA MADRE ANTONIA MINORE
Tiberio controllava ora la valle della Sava disponendo roccaforti e attaccando i ribelli separatamente. Uno di questi attacchi fu guidato da Germanico che sconfisse i Mazei. L'anno seguente Tiberio per l'inverno lasciò a Siscia, Marco Emilio Lepido e Silvano a Sirmo, Germanico a sud delle Alpi Dinariche e Cecina ancora in Mesia, mentre egli se ne tornò tornò a Roma.

Le ostilità ripresero con l'inizio dell'anno 9, e Germanico ancora una volta si distinse per coraggio e capacità di comando, portando a termine azioni militari di valore, come la conquista delle roccaforti dalmate di Splono e Raetinum. Ma sebbene anche gli altri generali, come Marco Plauzio Silvano e Marco Emilio Lepido si erano distinti in battaglia, non tutte le popolazioni si arresero.

Tiberio allora divise l'esercito in tre colonne:
- la prima, affidata a Marco Plauzio Silvano, doveva dirigersi verso l'interno della Dalmazia coprendo il lato sinistro dello schieramento romano;
- la seconda, affidata a Marco Emilio Lepido, doveva percorrere il fiume Glina partendo da Siscia, coprendo il lato destro dello schieramento;
- la terza, sotto il suo comando, insieme a Germanico, doveva percorrere il fiume Urbas, al centro dello schieramento, in direzione Andretium, dove Batone il Dalmata si nascondeva.
- Un quarto esercito intanto, sotto il comando del governatore di Dalmazia, Gaio Vibio Postumo, ripuliva le coste adriatiche dei rivoltosi.
Dopo un lungo inseguimento, durante il quale numerose città dalmate caddero nelle mani dei romani, Tiberio assediò Andretium, e insieme a Lepido la fece capitolare, la guerra era vinta.
Augusto e Tiberio ricevettero l'ennesima acclamazione ad Imperator, mentre Germanico, Vibio Postumo, Lepido, Plauzio Silvano e Cecina Severo, gli ornamenta triumphalia.



GUERRA IN GERMANIA

Ancora Germanico accompagnò Tiberio in Germania nel 10-13, dopo la grave disfatta subita da Publio Quintilio Varo nella foresta di Teutoburgo del 9. Era necessaria una forte reazione militare altrimenti i germani avrebbero invaso la Gallia o l'Italia stessa.
« (nell'11 dc.) ... Tiberio e Germanico, quest'ultimo in veste di proconsole, invasero la Germania e ne devastarono alcuni territori, tuttavia non riportarono alcuna vittoria, poiché nessuno gli si era opposto, né soggiogarono alcuna tribù... nel timore di cadere vittime di un nuovo disastro non avanzarono molto oltre il fiume Reno. »
(Velleio Patercolo, Storia di Roma II, 121.)

GERMANICUS GIOVANE
« (Germanico)... abbatté le forze nemiche in Germania, con spedizioni navali e terrestri, e placate più con la fermezza che con i castighi la pericolosissima situazione nella Gallia e la ribellione sorta tra la popolazione degli Allobrogi... (del 13 dc.). »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 25.)

Tiberio guidò l'esercito oltre il Reno per tre campagne militari ( 10-13) recuperando i territori compresi tra i fiumi Reno e Weser lungo la Lippe, quelli lungo la costa del Mare del Nord e almeno quelli a sud del fiume Meno fino al Danubio:
« Tiberio viene inviato in Germania, rafforza le Gallie, dispone gli eserciti, fortifica i presidi e attraversa il Reno con l'esercito. Passa dunque all'attacco, mentre il padre e la patria si sarebbero accontentati di rimanere sulla difensiva. Avanza verso l'interno, apre nuove strade, devasta campi, brucia villaggi, mette in fuga tutti quanti lo affrontano e con immensa gloria torna ai quartieri d'inverno senza aver perduto nessun soldato tra quelli che aveva condotto oltre il Reno. »
(Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo, II, 120, 1-2.)

Buona parte della zona tra il Reno e l'Elba era andata perduta e neppure le azioni intraprese da Tiberio negli anni 10,11e13, poterono ripristinare quanto era stato così faticosamente conquistato in 20 anni di campagne militari precedenti.



II GUERRA IN GERMANIA (14-16)

Germanico torna a Roma, nel 12 fu eletto console 5 anni prima del normale cursus honorum, a soli 28 anni. L'anno dopo viene nominato comandante delle truppe del Reno. Intanto muore Augusto e nel 17 settembre del 14, gli succede Tiberio con tutti i poteri concessi ad Augusto e assumendo il titolo di princeps.

Nel 14, durante una rivolta delle legioni in Pannonia, i militari stanziati lungo il confine germanico si ribellarono ai comandanti, con violenze violenze e massacri. Germanico, capo dell'esercito stanziato in Germania e generale di grande prestigio, si incaricò di riportare l'esercito alla calma. I soldati chiedevano, come i Pannoni, la riduzione del servizio militare e l'aumento della paga: Germanico concesse il congedo dopo venti anni di servizio e di inserire nella riserva tutti i soldati che avevano combattuto per oltre sedici anni, esonerandoli così da ogni obbligo ad eccezione di quello di respingere gli assalti nemici; e raddoppiò i lasciti a cui, secondo i testamento di Augusto, i militari avevano diritto.

Le legioni, che avevano da poco appreso della morte di Augusto, arrivarono addirittura a garantire il proprio appoggio al generale se avesse desiderato impadronirsi del potere con la forza, ma egli rifiutò dimostrando grande lealtà e grande rispetto per il padre adottivo Tiberio.
La rivolta si concluse comunque con la strage di molti legionari ribelli. Ma i provvedimenti presi da Germanico vennero poi ratificati da Tiberio, che assegnò le stesse indennità anche ai pannoni. Fu pertanto evidente anche a Tiberio l'incredibile prestigio che suo nipote Germanico, adottato per ordine di Augusto, aveva acquisito presso i soldati e tutto il popolo di Roma.

Ripristinato l'ordine, Germanico decise di muovere nuovamente guerra alla Germania affinchè non si rivoltassero sapendo della morte di Augusto e della ribellione delle legioni. Assegnata parte delle legioni al luogotenente Aulo Cecina Severo, attaccò le tribù di Bructeri, Tubanti e Usipeti, sconfiggendole, poi attaccò i Marsi e li sconfisse progettando per il 15 una spedizione ad est del Reno per vendicare Varo.



III GUERRA IN GERMANIA

Nel 15 Germanico attraversò il Reno con Cecina Severo e sconfisse nuovamente i Marsi, e quindi i Catti. Il principe dei Cherusci, Arminio, che aveva sconfitto Varo a Teutoburgo, chiamò alla rivolta tutte le popolazioni germaniche,  anche se un piccolo esercito, guidato dal suocero di Arminio, offrì il proprio aiuto ai romani. 


Arminio

Arminio era stato allevato a Roma e aveva fatto carriera nell'esercito romano. Era infatti una politica prettamente romana allevare i figli dei capi stranieri sconfitti nella reggia di Roma, per farli studiare e apprezzare tutta la cultura, l'arte, la bellezza e la civiltà che Roma offriva. Era una buona politica perchè di solito nessuno voleva tornare alla scomoda e incivile vita tribale, ma per Arminio l'espediente non valse.

Riuscì a fingere e ad accattivarsi per anni l'animo dei suoi superiori e dei compagni cui fece poi fare una fine atroce da vero barbaro quale era. Infatti i Romani prigionieri vennero orribilmente torturati, cavando loro gli occhi, tagliando la lingua, gli arti, cucendo loro la bocca e altre atrocità. Per giunta ora Arminio sapeva combattere come un romano per cui era molto pericoloso.

I romani non avevano mai dimenticato, nè la sconfitta nè la fine atroce dei loro compagni e nemmeno Germanico aveva dimenticato, per cui combattè fino a raggiungere Teutoburgo, ritrovò due delle tre aquile legionarie perdute sei anni prima, e rese gli onori funebri ai caduti i cui resti erano rimasti insepolti.
Il principe dei Cherusci attaccò gli squadroni di cavalleria che Germanico aveva mandato in avanscoperta, ma Germanico tornò ad ovest del Reno per difenderli. Cecina intanto fu attaccato e sconfitto da Arminio, che lo costrinse a retrocedere nell'accampamento. I Germani allora attaccarono l'accampamento ma furono sconfitti, e Cecina portò le legioni sane e salve ad ovest del Reno. Per quanto Arminio avesse appreso l'arte della guerra romana, i suoi uomini non avevano la fermezza e la tenacia di un romano per l'ordine, l'organizzazione, la velocità, la volontà e l'obbedienza che faceva di essi un sol uomo contro il nemico.



IV GUERRA IN GERMANIA

Ancora Germanico decide nel 16, una nuova campagna per annientare le rivolte tra il Reno e l'Elba
Con una flotta portò le legioni fino alla foce del fiume Amisia.

Le tribù del luogo, riunite sotto Arminio, affrontarono i romani in battaglia presso Idistaviso, subendo però una schiacciante sconfitta.
Arminio coi suoi ritirò presso il Vallo Angirvariano, ma furono di nuovo sconfitti.

Germanico ricondusse dunque i suoi in Gallia, ma la flotta romana fu dispersa da una tempesta con notevoli perdite. I germani cercarono di approfittarne ma furono di nuovo sconfitti.

Comunque i territori tra Reno ed Elba erano di fatto liberi dal dominio romano. Tiberio, malgrado le aspettative del giovane generale, ritenne opportuno rinunciare a quei territori, come del resto all'epoca vi aveva rinunciato Cesare.

La Germania, terra selvaggia e primitiva ricoperta da paludi e foreste, con limitate risorse naturali e pertanto non interessante economicamente era perduta per sempre e Germanico fu richiamato al termine del 16. Tiberio riteneva che i confini imperiali dovessero rimanere sul fiume Reno, concordando con quanto aveva indicato il lungimirante Augusto, che ammoniva di non superare i confini dei fiumi Reno e Danubio.



I TIMORI DI TIBERIO

Tanto i militari quanto il popolo avrebbero volentieri scacciato Tiberio sostituendolo col figlio adottivo adottivo. Molto si mormorava perchè l'ascesa al principato di Tiberio era stata segnata dalla morte di tutti gli altri parenti che Augusto aveva indicato come eredi. In più era mal visto perchè crudele, freddo e indifferente al popolo. Tiberio aveva perciò tutto l'interesse ad allontanare Germanico di cui era geloso. E così, dopo avergli concesso il trionfo nel maggio del 17, lo spedì in Oriente.

Essendo morti il re della Cappadocia, il re di Commagene e il re di Cilicia, tre stati vassalli di Roma, si era creata una situazione pericolosa per cui Tiberio nel 18 inviò  Germanico, investito delll'imperium proconsolaris maius su tutte le province orientali. Tiberio però non si fidava di Germanico nè di sua moglie, la volitiva Agrippina maggiore, per cui gli affiancò un uomo di sua fiducia:  Gneo Calpurnio Pisone, collega nel consolato di Tiberio nel 7 a.c., uomo duro e inflessibile, nominandolo governatore della provincia di Siria. A Pisone era, dunque, affidato il compito di consigliare Germanico nella sua missione, ma soprattutto di tenerlo a freno, evitando attriti con i Parti. 



GERMANICO IN ORIENTE

Germanico invece, da ottimo diplomatico qual'era, e con il consenso dei Parti, incoronò un nuovo sovrano d'Armenia, Zenone, figlio del sovrano del Ponto e soprattutto filoromano. Stabilì, inoltre, che la Cappadocia diventasse provincia a sé stante, e che la Cilicia diventasse provincia di Siria. Germanico aveva così brillantemente risolto tutti i problemi evitando nuove situazioni di conflitto nella regione orientale. In seguito all'annessione della provincia di Cappadocia sotto Tiberio ( 17/18), furono posti lungo il fiume Eufrate alcuni forti militari a presidio del settore settentrionale del limes settentrionale orientale.

Dalla Siria aprì negoziati con Artabano II, desideroso di rinnovare il trattato di amicizia. Anche altri Stati intavolarono negoziati con il principe romano, ma si avvicinava l’inverno e Germanico decise di riposarsi in Egitto per l'inverno. Sembra anche che vi fossero attriti tra le mogli di Germano e di Pisone, il che aumentò l'inimicizia tra i due. Tornato in Siria agli inizi del 19, Germano entrò in aperto conflitto con Pisone, che aveva annullato tutti i provvedimenti di Germanico; Pisone, in risposta, decise di lasciare la provincia per fare ritorno a Roma.



LA MORTE

Germanico morì ad Antiochia di Siria, il 10 ottobre del 19. « Si deliberò di erigere un cenotafio ad Antiochia, dove era stato cremato; un tumulo a Epidafne, dove Germanico aveva cessato di vivere. »
(Tacito, Annales, II, 83.)

MORTE DI GERMANICO
Poco dopo la partenza di Pisone, Germanico cadde malato ad Antiochia e morì il 10 ottobre dopo lunghe sofferenze; prima di spirare, lo stesso Germanico confessò la propria convinzione di essere stato avvelenato da Pisone, e rivolse un'ultima preghiera ad Agrippina affinché vendicasse la sua morte. Officiati i funerali, Agrippina tornò con le ceneri del marito a Roma, dove grandissimo era il compianto di tutto il popolo per il defunto.

Tiberio, tuttavia, evitò di manifestare pubblicamente i suoi sentimenti, e non partecipò neppure alla cerimonia in cui le ceneri di Germanico furono riposte nel mausoleo di Augusto. In effetti Germanico potrebbe essere deceduto di morte naturale, ma la popolarità crescente enfatizzò molto l'avvenimento, e forse lo enfatizzò anche lo storico Tacito. 

Non è improbabile però che Germanico sia stato davvero avvelenato, perchè nessun medico comprese che malattia avesse e la medicina romana era molto avanzata si da comprendere e saper curare le più svariate malattie, anche se poi fu totalmente dimenticata nei tempi bui del medioevo, quando la Chiesa proibiva la sezione dei cadaveri pena la morte.
Non è improbabile anche perchè al suo ritorno Germanico aveva un popolo che lo aspettava esultante e che effettivamente avrebbe voluto lui sul trono anzichè Tiberio. Questi infatti percepì talmente forte l'antipatia nei suoi confronti che se ne andò via da Roma fuggendo a Capri lontano da tutti a parte i cortigiani.

Non è improbabile inoltre perchè lo stesso Germanico manifestò alla moglie Agrippina che lo amava profondamente e lo seguì perfino in guerra, il sospetto di essere stato avvelenato da Pisone che guarda caso era tornato a Roma, forse per non incorrere nel linciaggio delle truppe.

Si diffuse  la voce che Tiberio fosse il mandante del delitto di Germanico, avendo lui scelto di inviare Pisone in Siria, Così Pisone fu processato, accusato di questo delitto e di altri reati, ma Tiberio tenne un discorso ambiguo, in cui evitò di schierarsi a favore o contro la condanna del governatore. A Pisone non poté comunque essere imputata l'accusa di veneficio, impossibile da dimostrare; ma venne condannato per altri reati, si che decise di suicidarsi prima che venisse emesso il verdetto. La popolarità di Tiberio,che già non era grande, ne uscì distrutta perché Germanico era molto amato.



GERMANICO SCRITTORE

I "Fenomena" (fenomeni) sono scritti dedicati a Tiberio, chiamato imperatore e genitor, e pertanto composti tra il 14, anno della morte di Augusto, e il 19. Di modesta fattura, ma con una certa emozione per i fenomeni celesti, con un non celato scetticismo nei confronti dei culti religiosi che a quei fenomeni si accompagnano.
Di Germanico ci restano 725 esametri di una libera versione in latino del I libro del poema greco sull'astronomia, Phainomena (I fenomeni), e cinque frammenti di una versione del poema Diosemeia (I segni del tempo), entrambi di Arato.



LA STATUA RITROVATA

Una splendida statua in bronzo raffigurante Germanico è stata ritrovata in pezzi nel 1963 ad Amelia (Umbria), già Ameria, importante municipio romano. La statua, capolavoro dell'arte bronzea romana, alta circa 2,14 m, dopo un paziente e sofisticato restauro, è ora esposta nel Museo Archeologico della città umbra.



SVETONIO

1 Germanico, padre di C. Cesare figlio di Druso e di Antonia la minore, adottato da suo zio Tiberio, esercitò la questura cinque anni prima dell'età legale e il consolato subito dopo; inviato poi alle armate di Germania, poiché tutte le legioni, che alla notizia della morte di Augusto rifiutavano ostinatamente di aver Tiberio come capo supremo, offrivano a lui il potere sovrano, egli riuscì a frenarle, dando prova di una pietà filiale e di una forza d'animo di cui è incerto quale fosse la più grande. Sconfitto poi definitivamente il nemico, ebbe l'onore del trionfo. Nominato console più tardi per la seconda volta, prima di entrare in carica, fu mandato via da Roma con la missione di pacificare l'Oriente, quindi, dopo aver del tutto sconfitto il re dell'Armenia, ridusse la Cappadocia allo stato di provincia. Morì ad Antiochia all'età di trentaquattro anni, dopo una lunga malattia, non senza che si sospettasse un avvelenamento. Infatti, a parte le macchie disseminate in tutto il corpo e la bava che colava dalla bocca, anche il suo cuore, dopo la cremazione, fu ritrovato intatto tra le ossa: si crede che quest'organo possa per natura resistere al fuoco quando è impregnato di veleno.

2 D'altra parte si pensò che fosse morto per opera di Tiberio, che fece compiere il crimine da Cn. Pisone che, promosso proprio in quell'epoca al comando della Siria, non nascondeva di avere una impellente necessità di dispiacere o al padre o al figlio, e investì Germanico, anche quando era malato, con i più crudeli oltraggi di parole e di azioni, senza nessun riguardo. Per questi motivi, quando torno a Roma, quasi venne linciato dal popolo e fu condannato a morte dal Senato.

3 È certo che Germanico riuniva, ad un grado che nessuno mai raggiunse, tutte le qualità di corpo e di spirito: una bellezza e un valore senza paragoni, doti superiori dal punto di vista dell'eloquenza e della cultura, sia greche, sia latine, una bontà straordinaria, un enorme ardore e una meravigliosa capacità decisionista che gli dava la simpatia e l'affetto degli uomini. La magrezza delle sue gambe non era in armonia con la sua bellezza, ma a poco a poco anche queste si irrobustirono, grazie alla sua abitudine di montare a cavallo dopo il pasto. Spesso uccise qualche nemico in combattimento a corpo a corpo
(pur essendo un generale, cioè combattendo come un soldato). Sostenne cause giuridiche anche dopo il suo trionfo e tra gli altri frutti dei suoi studi lasciò pure alcune commedie greche. Semplice e democratico, sia nella vita pubblica, sia in quella privata, entrava senza littori nelle città libere e alleate. Dovunque sapeva di trovare tombe di uomini illustri, portava offerte funebri agli dei Mani. Quando volle far seppellire in un unico sepolcro gli antichi resti dispersi dei soldati morti nel disastro di Varo fu il primo a raccoglierli e a trasportarli con le sue mani. Anche nei confronti dei suoi detrattori, chiunque fossero e per quanto gravi potessero essere i loro torti, si mostrò cosi poco vendicativo che, vedendo Pisone revocare i suoi decreti e perseguitare i suoi clienti, non si decise a esprimergli il suo risentimento se non quando venne a sapere che questi impiegava contro di lui perfino i malefici e i sortilegi. Ma anche allora si limitò a togliergli l'amicizia, secondo l'usanza antica e a raccomandare ai suoi intimi di vendicarlo se avesse dovuto succedergli qualcosa.

4 Queste virtù produssero largamente il loro frutto; egli fu talmente stimato e amato dai suoi parenti che Augusto (di tutti gli altri tralascio di parlare), dopo essersi a lungo domandato se non doveva sceglierlo come successore, lo fece adottare da Tiberio. Era talmente ben visto dal popolo che, stando a quanto dicono molti autori, ogni volta che arrivava in qualche posto o quando ne partiva, la folla gli correva incontro o si metteva al suo seguito, col rischio, non di rado, di soffocarlo; in particolare, quando ritornò dalla Germania, dopo aver tenuto sotto controllo la rivolta dell'armata, tutte le coorti pretoriane gli si fecero incontro, benché due sole di loro avessero ricevuto l'ordine di lasciare Roma, e il popolo romano, senza distinzione di sesso, di età e di condizione si dispose lungo la strada fino a venti miglia dalla città.

5 Ma i sentimenti che ispirava si manifestarono con più vigore e maggior forza quando morì e dopo la sua morte. Il giorno in cui morì furono lanciate pietre contro i templi e rovesciati gli altari degli dei, mentre alcuni gettarono nella strada i Lari familiari o esposero i loro neonati (sig!). Si riferisce anche che i barbari, allora in guerra tra loro o contro di noi, concessero una tregua come se avessero perduto uno dei loro e presero parte al nostro dolore; che alcuni piccoli re, in segno di grande cordoglio, si tagliarono la barba e fecero radere la testa alle loro mogli e che il re dei re si astenne dall'andare a caccia e dal ricevere i grandi alla sua mensa, cosa che, presso i Parti, corrisponde alla sospensione degli affari.

6 A Roma tutta la popolazione, colpita da stupore e da tristezza al primo annuncio della sua malattia, era in attesa di nuove notizie; infine, verso sera, si sparse improvvisamente, non si sa come, la voce che si era ristabilito; allora la folla in disordine, corse al Campidoglio con torce e vittime, quasi divelse le porte del tempio, nella sua impazienza di rendere ringraziamenti agli dei e Tiberio fu risvegliato dalle grida gioiose dei cittadini che cantavano in ogni parte della città: «Roma è salva, la patria è salva, Germanico è salvo.» Ma quando la notizia della morte fu ufficiale, nessun conforto, nessun editto poté far cessare il dolore del popolo, che si prolungò anche durante le feste di dicembre. Le atrocità degli anni successivi aumentarono ancor più la gloria e il rimpianto di Germanico, perché tutti pensavano, non senza ragione, che egli, incutendo a Tiberio rispetto e timore, ne aveva contenuto la ferocia, che era esplosa poco dopo.

7 Germanico ebbe per moglie Agrippina, figlia di Marco Agrippa e di Giulia; da lei ebbe nove figli, dei quali due morirono quando erano ancora in fasce e un terzo quando cominciava a farsi grandicello e a farsi notare per la sua gentilezza; Livia collocò la sua immagine, raffigurante l'Amore, nel tempio di Venere in Campidoglio; Augusto, invece, la mise nella sua camera da letto ed ogni volta che vi entrava le mandava un bacio. Gli altri sopravvissero al loro padre: erano tre figlie, Agrippina, Drusilla e Livilla, nate a un anno di distanza l'una dall'altra, e tre maschi, Nerone, Druso e C. Cesare. Nerone e Druso, su accusa di Tiberio, furono dichiarati nemici pubblici dal Senato.






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