I GALLI ( 700 - 51 a.c.)



"Tutta la Gallia è divisa in tre parti: una è abitata dai Belgi, un'altra dagli Aquitani, la terza da quelli che nella loro lingua si chiamano Celti e nella nostra Galli. Tutti questi popoli divergono tra di loro nella lingua, nelle istituzioni e nelle leggi. I Galli sono divisi dagli Aquitani dal fiume Garonna, dai Belgi dai fiumi Marna e Senna. Tra tutti, i Belgi sono i più valorosi, perché i più lontani dalla raffinatezza e dalla civiltà della provincia, perché molto di rado i mercanti si recano là con quei prodotti che rendono molli gli animi e perché sono i più vicini ai Germani che vivono al di là del Reno, con i quali sono sempre in guerra. Questo è lo stesso motivo per cui anche gli Elvezi sono più valorosi dei Galli, cioè perché combattono quasi ogni giorno contro i Germani, o per difesa o per offesa. La parte abitata dai Galli inizia dal fiume Rodano, è delimitata dal fiume Garonna, dall'Oceano e dal paese dei Belgi; dalla parte dei Sequani e degli Elvezi tocca il Reno e si estende verso nord. Il paese dei Belgi inizia dalla parte estrema della Gallia, tocca il Reno inferiore e si estende a nord-est. L'Aquitania si estende dalla Garonna fino ai Pirenei e a quella parte dell'Oceano che va verso la Spagna; si estende tra occidente e settentrione"
(Giulio Cesare)

Il termine latino Galli deriva dal greco Galatai, usato fin dal III sec. a.c. per le tribù celtiche che invasero la Tracia nel 281 a.c..
Le tribù più legate tra loro furono: i Belgi stanziati tra la Manica e il Reno, gli Elvezi nell'alto Reno e alto Danubio, gli Aquitani, tra la Garonna e i Pirenei, e i Galli cisalpini al di qua delle Alpi.

I Galli erano costituiti da varie tribù spesso in conflitto tra loro come di solito avviene nelle società tribali, e che trovarono momenti di unità solo sotto la minaccia romana, soprattutto durante la Campagna delle Gallie condotta da Giulio Cesare, quando si riunirono sotto Vercingetorige. Sconfitti e sottomessi a Roma nel I sec. a.c., vennero ripartiti in province romane e sottoposti a un processo di romanizzazione.

La prima menzione del termine Galli risale a Catone (168 a.c.), per i Celti che avevano invaso la pianura padana, ovvero per gli abitanti della Gallia cisalpina. I Romani poi chiamarono Galli i Celti che abitavano la regione della Gallia, cioè Francia, Belgio, Svizzera, Paesi Bassi e Germania lungo la riva orientale del Reno e Italia settentrionale a nord del fiume Rubicone.

I contributi che la Gallia ha apportato alla civiltà romana della tarda repubblica e poi dell'Impero non furono linguistici ma artigianali e militari, come la botte, la spada, i pantaloni, la cotta di maglia e il sapone.



LA STORIA

Età del ferro (dall'850 al 450 a.c.)

Le indagini archeologiche sui Galli rivelano all'epoca vasti domini retti da un'aristocrazia guerriera. Principi e principesse celti venivano sepolti con armi e carri cerimoniali, e con oggetti raffinati provenienti da vari paesi Mediterranei, tra cui l'Egitto.

Sulla costa del Mediterraneo venne fondata la colonia commerciale di Massalia (Marsiglia) dai marinai di Focea, città greca dell'Asia Minore, che primeggiò sulle città rivali intorno al 550 a.c., grazie all'afflusso di esuli focesi per la conquista di Focea da parte dei Persiani, difendendosi poi da Celti, Cartaginesi, Etruschi e Romani.


L'invasione Gallica

Tra il 450 e il 400 a.c. sorse in Francia la cultura di La Tène, in cui si svilupparono città galliche fortificate (oppida) molto più estese, nonchè l'uso della moneta, e con incursioni sino in Grecia, col famigerato sacco di Delfi, nel corso delle spedizioni celtiche nei Balcani, e in Asia Minore, dove i Galati si stabilirono nella regione che prese nome Galazia, in cui fondarono la città di Ancyra (Ankara).

Dal 400 a.c. penetrarono nell'Italia settentrionale, traversarono le Alpi e occuparono gradualmente l’intera valle del Po, scontrandosi con Liguri e Veneti, che in parte assorbirono, e con gli Etruschi. Continuando a scendere a sud, nel 388 a.c. la tribù dei Senoni attaccò Chiusi e poco più tardi, guidati da Brenno, saccheggiarono Roma nel 390 a.c.

La storiografia romana accanto alla leggenda delle oche capitoline di Giunone moneta che avrebbero scongiurato l'occupazione del campidoglio, riporta la cocente umiliazione inferta ai Romani, che non verrà mai più dimenticata. I Gali abbandonarono poi Roma per stanziarsi poi sul versante adriatico, nel Piceno.

Nel 385 i Senoni si installarono definitivamente nel Piceno settentrionale, colonizzandolo interamente nel 322 a.c. In seguito i Galli cisalpini presero parte alle varie guerre contro Roma, dalle guerre sannitiche alle guerre puniche, l'esercito gallico era presente alla battaglia di Canne, prima di essere assoggettati definitivamente nel III secolo a.c.

Si tratta del noto "Metus gallicus" che gelava il sangue nelle vene dei Romani, finchè Giulio Cesare non li domò in otto anni di guerre ininterrotte. I Galli stanziati al di là delle Alpi erano frazionati in numerose tribù, come scrisse Cesare nel suo De Bello Gallico, con due fazioni, capeggiate rispettivamente dagli Edui e dai Sequani, sostituiti poi nel comando poi dai Remi.

Le incursioni galliche erano violente e crudeli, con uccisioni dei civili, torture dei capi militari e pure dei soldati avversari, incendi, saccheggi e stupri, e terminavano con il pagamento di un forte riscatto: "Vae victis!" (Guai ai vinti!) fu la frase del capo gallico Brenno. La stessa Roma, cittadina ancora di modesta importanza, venne sconfitta nel nel 390 a.c., dopo la battaglia del fiume Allia, subendo il sacco di Roma. Marsiglia, che era alleata di Roma, contribuì al pagamento del riscatto preteso da Brenno.



LA GALLIA CISALPINA 

Gallia cisalpina o Gallia Citeriore è il nome conferito dai Romani in età repubblicana ai territori dell'Italia settentrionale compresi tra il fiume Isonzo a Levante, le Alpi a Ponente ed a Settentrione e il Rubicone a Meridione. Il Po divideva la regione in Gallia Transpadana e Gallia Cispadana.

L'occupazione romana della Gallia cisalpina avvenne in seguito a una serie di battaglie (Sentino, 295 a.c.; Talamone, 225 a.c.; Clastidium, 222 a.c.) condotte contro le varie tribù che appoggiavano volta per volta i nemici di Roma, dagli Italici ai Cartaginesi.
La conquista della Gallia meridionale iniziò attorno al 125 - 121 a.c. con l'occupazione di tutta la fascia mediterranea fra le Alpi Liguri e l'Hispania costituita successivamente in Provincia con capitale Narbona (fondata nel 118 a.c.).
Non si sa quando nacque la provincia della Gallia cisalpina, sottoposta per tutto il II sec.a.c. a un intenso processo di latinizzazione attraverso le colonie romane; probabilmente intorno al 90 a.c.



CESARE E I CELTI

Quasi tutte le notizie che abbiamo sui Galli le dobbiamo a Giulio Cesare col suo De Bello Gallico. in cui questa civiltà fu descritta dettagliatamente. Infatti narra che la società gallica era articolata in gruppi famigliari e divisa in tre classi: quella dei produttori, composta da agricoltori provvisti di diritti formali, ma politicamente sottomessi guerrieri, detentori dei diritti politici, e quella dei druidi, sacerdoti, magistrati e custodi della cultura, delle tradizioni e dell'identità collettiva di un popolo frammentato in numerose  tribù.

Le regioni sud-orientali della Francia, in particolare la Linguadoca e la Provenza, chiamate "Gallia togata" per lo stato di romanizzazione, vennero conquistate dai Romani già prima della fine del II secolo a.c. Si tratta della provincia romana Gallia Narbonese, che va dai Pirenei alle Alpi passando per la valle del Rodano. Tali territori furono posti sotto il controllo di Roma in seguito all'atteggiamento ambiguo tenuto dai Galli nel corso delle guerre puniche, teatro dello scontro tra Roma e Cartagine. Con il pretesto di fornire aiuti militari a Marsiglia, il generale romano Sestio Calvino conquistò i territori dei Salluvi costringendone il re alla fuga.

Nel 295 a.c., nelle guerre sannitiche, i galli dell’Italia settentrionale si allearono con gli Umbri, gli Etruschi ed i Sanniti contro Roma. La coalizione, inizialmente vincitrice, tanto che conquistò Arezzo, venne poi sconfitta dai Romani nella battaglia di Sentino.

Nel 225 a.c. 25.000 fanti e 25.000 cavalieri Celti varcarono le Alpi in aiuto dei Galli cisalpini, ma vennero sconfitti e massacrati dalle armate romane nella battaglia di Talamone (a nord di Orbetello) descritta dettagliatamente settanta anni dopo da Polibio nelle sue Storie.

Tre anni dopo gli Insubri vennero sconfitti a Clastidium, sulla riva del Po e venne espugnata Mediolanum (Milano). Per consolidare il proprio dominio Roma creò le colonie di Placentia, nel territorio dei Boi, e Cremona in quello degli Insubri. I Galli dell’Italia settentrionale si ribelleranno nuovamente al seguito di Annibale che sembrava poter sconfiggere Roma, con le sue terribili armate corredate di elefanti.

Come alleati di Annibale vinsero infatti sul Trasimeno e a Canne  nel 217 - 216 a.c., ma dopo la sconfitta di Annibale a Zama nel 202 a.c., vennero definitivamente sottomessi da Roma.

Nell'agosto del 121 a.c. i Romani, guidati dal console Fabio Massimo si scontrarono con un'alleanza di Arverni e Allobrogi presso la confluenza dell'Isère, per aver dato asilo al re dei Salluvi. Il sovrano arverno Bituito venne fatto prigioniero e portato a Roma per partecipare al trionfo. Nello stesso momento gli Edui, altro popolo gallico che si opponeva alla egemonia arverna, venivano ricevuti presso il Senato romano e proclamati "amici di Roma". Dopo questa sconfitta dei Galli, il resto dei territori situati a Sud e a Est dei monti Cévennes vennero sottomessi in breve tempo.

Intorno all'80 a.c., tuttavia, un capo gallico chiamato Celtillo, padre del futuro Vercingetorige, tentò di restaurare un potere dinastico nei confronti degli Arverni, analogo a quello del periodo di Luernio e Bituito. Il tentativo fallì e Celtillo venne arso vivo per mano dell'aristocrazia arverna. Il fratello di questi, Gobannitio, sembra essere stato il principale oppositore di questa manovra; è noto, infatti, che dopo la morte di Celtillo egli acquisì il predominio presso il suo popolo.



GIULIO CESARE

Il dominio romano sulla Gallia si compì solo nel 58-51 a.c. con le campagne di Giulio Cesare, che sconfisse le tribù celtiche in Gallia e nelle Isole britanniche, il tutto descritto nel De bello Gallico, cioè "Sulla guerra gallica". Nella  guerra Cesare si avvalse anche dell'alleanza di molte popolazioni della Gallia, cui dette in cambio delle concessioni, non avallate però dal Senato romano, come l'estensione del diritto latino che li equiparava in parte ai cittadini romani.

I Galli, famosi per la loro grande capacità di combattimento, feroci e crudeli, che non facevano prigionieri ma che facevano spesso morire i nemici tra i più atroci tormenti, che uccidevano e sgozzavano anche donne e bambini, che calavano fitti come cavallette con famiglie e animali al seguito, mezzi nudi ma tatuati e dipinti, più alti e massicci dei Romani, sucitavano il terrore tra la popolazione e le legioni romane. Era il cosiddetto Metus Gallicus, il Terrore gallico, che solo Cesare riuscì a spezzare per sempre.

Fu lo stesso Cesare, dopo la vittoria della guerra civile, che concesse ai Galli proprio la cittadinanza romana e fece distribuire terre ai veterani galli del suo seguito. Fu ancora Cesare a costituire la prima legione non italica dell'esercito romano, la Legio V Alaudae o Legio Gallica, interamente formata da guerrieri galli. L'intera regione venne divisa in età augustea in 4 province: la Gallia Narbonensis, la Gallia Aquitania, la Gallia Belgica e la Gallia Lugdunensis con capitale Lione (Lugdunum).
Celtiberi e Galli furono latinizzati portando alla scomparsa delle lingue celtiche continentali, con l'estensione della cittadinanza romana e delle leggi e diritto romani.


Le Guerre galliche

Nel 58 a.c., quando gli Elvezi, messi in fuga dalle incursioni dei Germani, tentarono di stabilirsi in Gallia (odierna Vandea) scatenando la collera di altri popoli gallici tra i quali gli Edui, intervenne Giulio Cesare, nominato poco tempo prima proconsole delle Gallie. Cesare andò a Nord del Rodano al comando delle proprie legioni, per decisione di un senatoconsulto del 61 a.c. in cui si prometteva assistenza al popolo eduo.

La guerra fu lunga e cruenta; nel gennaio del 52 a.c., con l'avvento al potere di Vercingetorige, gli Arverni si unirono con altri Celti ribellandosi al proconsole Giulio Cesare. La situazione era molto grave, perchè prima di allora i galli avevano combattuto sempre in tribù, e mai come popolo unito. La vittoria romana venne conseguita non per supremazia militare, che era anzi molto ristretta rispetto alle risorse galliche, ma alla competenza, genialità e improvvisazione del generale Giulio Cesare.

Come afferma Cesare e conferma lo storico latino Giuseppe Flavio, i Galli avrebbero avuto le risorse militari adeguate per cacciare i Romani, ma non avevano l'organizzazione perfetta e la bravura e velocità dei Romani. Cesare concesse alla Gallia la cittadinanza romana.

In seguito l'imperatore Claudio garantì, con Le Tavole di Lione, ai Galli l'accesso al Senato romano, e vari druidi divennero sacerdoti romani.

Nel 21 d.c. l'imposizione di nuove misure fiscali spinse alla rivolta diversi popoli gallici, tra cui gli Andecavi e i Turoni. Un eduo di nome Giulio Sacroviro si mise alla testa dei contadini insorti nella regione di Nevers e fronteggiò le truppe romane con gli ausiliari galli di cui era al comando. Sconfitto, si diede la morte immolandosi.

Nel 69 il batavo Gaio Giulio Civile sollevò le sue truppe in Belgio, durante la lotta per l'Impero che opponeva Vitellio e Vespasiano. Il capo gallo Giulio Sabino, che pretendeva di discendere da Caio Giulio Cesare per parte di sua nonna, combattè le tre legioni romane di stanza lungo il Reno. Dopo aver spezzato le Tavole di Lione, si fece proclamare "Cesare" ma venne ben presto sconfitto dai Sequani. Catturato dai romani dopo essersi dato alla macchia per nove anni, venne ucciso  insieme alla sua sposa. Più che una ribellione alla dominazione romana si trattò di guerre fra tribù..

Finita la guerra che portò a circa un milione di morti, la maggior parte dei popoli gallici aspirava alla pace, di cui i Romani erano i nuovi garanti. Inoltre, il regime era mite e la nuova civiltà piacevole per gli agi, la cultura e i divertimenti. La tradizione guerriera dell'aristocrazia gallica fu utilizzata con profitto, per assicurare la pace interna, e gli equites della cavalleria gallica conservarono equipaggiamenti e tradizioni.

In effetti, le truppe romane destinate alla pacificazione della Gallia vennero trasferite a guardia del limes (lungo il Reno e il Danubio) che protesse efficacemente la Gallia per ben tre secoli.


Le crisi del III secolo

Verso la metà del III secolo Franchi e Alemanni varcarono il Reno per darsi al saccheggio della Gallia (258). Per quanto effimero e privo di carattere nazionale, in questo contesto vide la luce il cosiddetto Impero delle Gallie ad opera del generale Postumo (260). Questi fu però ben presto ucciso dalle sue stesse truppe (268) e la secessione delle province galliche venne repressa da Aureliano nel 273. La crisi economica e sociale spinse delle bande di bagaudi in rivolta contro l'autorità imperiale a rifugiarsi nelle regioni boscose o meno popolate.

L'Impero romano riuscì a superare la crisi con Diocleziano (284 - 313 o 316) grazie all'istituzione della Tetrarchia e la resistenza dei bagaudi gallici venne sconfitta da Massimiano, generale di Diocleziano e futuro imperatore.


La fine

Pressato dalle tribù germaniche fin dalla metà del III sec., il dominio romano in Gallia iniziò a crollare nel 406, quando un'orda di Vandali, Alani e Suebi, traversò il Reno, occupando gran parte della Gallia. Il potere romano sulla regione terminò con la sconfitta del governatore Siagrio da parte dei Franchi nel 486.



LA SOCIETA'

I Galli praticavano la caccia, l'allevamento e l'agricoltura, ed erano organizzati in tre classi: i guerrieri, i liberi (allevatori e agricoltori) e i sacerdoti, o druidi. Al di sotto c'erano gli schiavi. Come tutte gli antichi popoli indoeuropei, si ripartivano in gruppi familiari in cui il padre aveva diritto di vita e di morte su moglie e figli. I maschi venivano presentati al padre solo in età di imbracciare le armi.

I funerali, sfarzosi, prevedevano la cremazione nelle pire, nelle quali venivano gettati anche oggetti e animali cari dal defunto. Le famiglie erano a loro volta raccolte in tribù, a capo delle quali l'assemblea del popolo in armi eleggeva un re, mentre i rapporti tra le tribù erano tenuti principalmente dai druidi.


I plebei

La base della piramide sociale era costituita da persone provviste di diritti, che a causa dell'indebitamento si riducevano a una condizione servile, che Cesare definisce "plebea". Passati sotto servizio del ceto dominante, perdevano ogni diritto nelle decisioni politiche, ridotti al rango di schiavi. I guerrieri, di costituzione fisica più alta e robusta dei Romani, spesso con occhi, pelle e capelli biondi o rossi, coperti da tuniche dai colori sgargianti con maniche e brache e spesso con estesi tatuaggi, avevano in mano il potere politico e militare.

Vi era una rete di scambi commerciali tra i Galli e altri popoli mediterranei, essendo soprattutto valenti orefici, soprattutto di collari o i bracciali propiziatori. I torque, usati dai Romani come ricompense in battaglia o ornamenti preziosi, derivarono dai Galli.

Erano combattenti molto coraggiosi, cui mancavano però disciplina, organizzazione e unità di comando, cose di cui abbondava l'esercito romano. Fece eccezione Vercingetorige a cui fu affidato il comando supremo nella guerra contro i Romani durante la conquista della Gallia da parte di Gaio Giulio Cesare.

La cavalleria era il loro reparto d'élite, munita di una cotta di maglia di ferro o armatura in cuoio, oltre ad uno scudo di vimini intrecciati e ricoperto di cuoio, più piccolo di quello della fanteria, che al contrario era molto grande e di legno. Erano inoltre armati, come la fanteria, di una lunga spada ed una lancia.

I cavalli erano dotati di ferri o di zoccoli mobili di metallo, fissati con stringhe di cuoio. Alcuni fanti indossavano solo sul petto piastre di ferro, mentre altri combattevano nudi. Le lunghe spade erano ancorate a catene di ferro o bronzo, che pendevano sul fianco destro, e le loro lance avevano lunghe punte di ferro, ed anche le frecce avevano punte molto lunghe.


Il Vergobreto

Secondo le fonti latine, tra il II e il I sec.a.c. le monarchie e oligarchie galliche iniziarono a cedere il potere a dei magistrati di origine elettiva detti vergobret. l vergobret nel mondo celtico della tarda età di La Tène, era la figura politica che, in un buon numero di città galliche del I secolo a.c., ed in particolare tra gli Edui, detenevano il potere esecutivo.
Ne parla Giulio Cesare e riguardo al popolo degli Edui, alleato di Roma nelle guerre galliche, ma si ritiene  estensibile ai Galli in genere:

"Vergobreto era chiamato colui che fungeva da principe o da maggior magistrato del popolo degli Edui, tribù degli Elvezi … Vergobreto era Dumnorige, potente personaggio eduo, nato nel Autonese la cui capitale era Autun, paese situato tra al Loira e la Senna. Egli era generale di quella Cavalleria che gli Edui spedirono in aiuto di Cesare. Si mostrò sleale e per la sua perfidia fu messo a morte. Diviziaco, fratello di questo, pregò Cesare di salvarlo dalla morte, fu però regalato alla Gallia Cisalpina con la sua gente. Ivi giunto fondò alcuni villaggi a suo nome."

La carica era temporanea ed elettiva, a garanzia dell'onnipotente aristocrazia emersa nel processo di urbanizzazione. Il vergobret era infatti affiancato dai druidi, anch'essi aristocratici che si occupavano però di ordinaria amministrazione. Dopo la conquista romana, il vergobret divenne un rango pretorile.


I druidi

I sacerdoti, o drudi, erano addetti alle funzioni religiose, ai sacrifici e dell'interpretazione delle norme religiose, secondo la dottrina elaborata in Britannia e appresa dai drudi attraverso appositi viaggi di istruzione. Erano pure insegnanti e giudici e molto legati tra loro, indipendentemente dalla tribù. Tali rapporti erano cementati dagli annuali convegni druidici, ospitati dalla Foresta dei Carnuti, ritenuta il centro della Gallia. Esentati dai tributi e dal servizio militare, i druidi erano i depositari della cultura tradizionale dei Galli, tramandata oralmente in forma poetica, e dello studio degli astri e dei segni naturali.

Adoratori di diverse divinità legate alla natura e alle virtù guerriere, i druidi non solo erano il collegamento tra uomini e Dei, ma anche responsabili del calendario e guardiani del "sacro ordine naturale", oltre che filosofi, scienziati, maestri, giudici e consiglieri del re. Credevano nella trasmigrazione delle anime che attenuava la paura della morte, soprattutto in battaglia.

Come narrò Cesare, i guerrieri galli spesso facevano voto della propria vita e si affidavano, per l'esecuzione del sacrificio, ai druidi. Il sacrificio prevedeva, presso alcune tribù, la realizzazione di grandi pupazzi di vimini, al cui interno venivano poste le vittime e quindi incendiati; le persone ritenute più adatte a tale scopo erano i rei di furto, rapina o altri crimini, ma in caso di necessità si ricorreva a innocenti.

Secondo Cesare il Dio più seguito dai Galli era assimilabile al romano Mercurio, il Dio celtico Lúg, inventore della arti, guida nei viaggi e nei commerci. C'era poi "Apollo" (Belanu, il guaritore), "Marte" (Toutatis, il signore della guerra), "Giove" (Taranis, il signore del tuono) e "Minerva" (Belisama, l'iniziatrice delle arti).


La situazione femminile

Il diritto matrimoniale gallico prevedeva un patrimonio comune tra gli sposi, determinato dalla somma della dote della moglie e di un equivalente esatto in denaro portato dal marito. Il patrimonio veniva amministrato congiuntamente; in caso di vedovanza, l'intero ammontare, incluse le rendite maturate, spettava al coniuge superstite.

Questo retaggio di cultura matriarcale non deve però ingannare. Il diritto di vita e di morte su mogli e figli era assoluto, dimostrato dalla battaglia di Alesia, dove per protrarre l'assedio senza arrendersi, i Galli di Vercingetorige misero fuori delle porte della città le mogli e i figli, lasciandoli morire di fame e di sete. L'esposizione mirava a coinvolgere la pietas romana, affinchè fossero i romani a sostentarli indebolendo a loro volta le loro risorse.

Naturalmente Cesare non lo fece, e donne e bambini morirono atrocemente sotto gli occhi non solo dei romani ma dei padri e mariti galli. Per giunta subito dopo i Galli si arresero per aver salva la vita.

 Ci sono notizie di donne druide, ma senza i privilegi maschili, probabilmente una specie di sibille solitarie. L'antico ruolo druidico matriarcale si spense praticamente del tutto nella Gallia conosciuta dai Romani.



LA LINGUA

I Galli parlavano una lingua celtica continentale, il gallico, con vari dialetti (tra i quali il Leponzio, parlato in Gallia cisalpina, l'odierna Italia settentrionale). La lingua è nota grazie ad alcune centinaia di iscrizioni su pietra e su vasi di ceramica e altri manufatti; le più antiche sono in alfabeto greco (costa meridionale dell'odierna Francia) e in alfabeto italico (Gallia cisalpina), mentre a partire dal II secolo a.c. inizia a prendere il sopravvento l'alfabeto latino.

I Galli possedevano una tradizione poetica, affidata alla memoria dei drudi. L'uso della scrittura, in alfabeto greco fino a Cesare, in alfabeto latino dopo di lui, era riservato  alle funzioni pratiche.

I villaggi sorgevano generalmente sopra alture di facile difesa, in gallico chiamati dunon e che Cesare chiamava oppidum; le mura erano costruite con la tecnica del murus gallicus.



LA RELIGIONE

Giulio Cesare:
"Il Dio più venerato è Mercurio e ne hanno moltissimi simulacri. Lo ritengono inventore di tutte le arti, guida delle vie e dei viaggi, credono che, più di ogni altro, abbia il potere di favorire i guadagni e i commerci. Dopo di lui adorano Apollo, Marte, Giove e Minerva. Su tutti questi Dei la pensano, pressappoco, come tutti gli altri: Apollo guarisce le malattie, Minerva insegna i  lavori manuali, Giove è il re degli dèi, Marte governa le guerre. A quest'ultimo, in genere, quando decidono di combattere, offrono in voto il bottino di guerra: in caso di vittoria, immolano gli animali catturati e ammucchiano tutto il resto in un unico luogo. Nei territori di molti popoli si possono vedere, in zone consacrate, tumuli formati da queste spoglie. E non accade spesso che uno, violando il voto religioso, osi nascondere a casa sua il bottino o sottrarre qualcosa dai tumuli: per una colpa così grave è prevista una morte terribile tra le torture.

Tutto il popolo gallico è molto osservante per quanto riguarda le pratiche religiose, e quindi, chi è affetto da malattie di una certa gravità, si trova in battaglia o esposto ad altri pericoli, immola, o fa voto di immolare, vittime umane, e ricorre ai druidi per amministrare questi sacrifici, perché ritengono di non poter placare la potenza degli dèi immortali se non offrono vita per vita, e si istituiscono anche sacrifici pubblici di questo tipo. Alcune popolazioni hanno delle immagini di enormi proporzioni, fatte di vimini intrecciati, al cui interno rinchiudono degli uomini ancora vivi, poi vi appiccano il fuoco e li fanno morire tra le fiamme. Credono che il supplizio di chi sia stato sorpreso a commettere furti, ladrocini o altri delitti sia più gradito agli dèi immortali, ma quando mancano vittime di questo tipo, arrivano anche a sacrificare degli innocenti."




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