TEMPIO DEL DIVO CLAUDIO




"Cara Livia, come mi hai chiesto, ho discusso con Tiberio se dare un qualche incarico a tuo nipote Claudio in occasione dei giochi di Marte, e siamo giunti ad una comune decisione: se è normale, ma ne dubito, è necessario trattarlo come suo fratello e concedergli incarichi e responsabilità secondo il suo rango; se invece non lo riteniamo in possesso di tutte le facoltà fisiche e mentali, sarà bene non esporre al ridicolo né lui né la nostra famiglia…."

Così si esprimeva Augusto in una lettera a sua moglie Livia riferendosi a Claudio, figlio di Druso e nipote di Livia. Augusto non fu l'unico a ritenerlo inetto, anche se scrisse poi diversi e dotti trattati, però non pervenuti a noi.

Eppure alla sua morte venne decretata la sua "apoteosi", per cui il suo corpo venne bruciato su una pira da cui si fece volare un'aquila a simbolo dell'ascesa dell'anima al cielo. Dopo pochi anni, però, con Nerone imperatore, cominciarono a diffondersi su Claudio varie parodie. Lucio Amneo Seneca, esiliato da Claudio, scrisse su di lui la dissacrante opera "'Apococyntosis Divi Claudii" , cioè "la trasformazione in zucca del Divo Claudio":

"Claudio dispose la sua anima alla partenza, ma non trovava l'uscita. Allora Mercurio, che si era sempre compiaciuto del sottile ingegno di lui, chiama in disparte una delle Parche e le dice: "Donna spietata, perché lasci nelle pene dell'agonia quel disgraziato? Ma non avrà mai riposo da questi lunghi tormenti? Sono sessantaquattro anni che è alle prese con la sua anima: perché non vuoi far piacere a lui e al suo popolo? Lascia che abbiano ragione per una volta gli astrologi, che, da quando è diventato imperatore, non passa anno, non passa mese, che non lo spediscano all’altro mondo. Però nulla di strano se non si raccapezzano e se nessuno sa quando suona la sua ora: nessuno credeva che egli fosse mai di questo mondo. Fa’ il tuo ufficio: muoia, e tu lascia che un altro al suo posto governi più degno".

Ciononostante Claudio fu divinizzato e gli fu dedicato il tempio del Divino Claudio, templum Divi Claudii, costruito sul Celio nella parte settentrionale, affacciato sulla valle dove poi sarebbe stato costruito il Colosseo. La costruzione del tempio fu iniziata nel 54 d.c., alla morte dell'imperatore, per volere della moglie, Agrippina minore, anche se sembra che l'avesse fatto avvelenare proprio lei.

L'opera venne gravemente danneggiata dal grande incendio di Roma del 64, sotto Nerone, che lo riadattò a ninfeo per la propria Domus Aurea, collegandolo con l'Aqua Claudia tramite l'arcus Neroniani. Dopo la morte di Nerone il tempio fu infine ricostruito da Vespasiano.

Su un'iscrizione romana sono specificati i sacrifici dovuti ai templi: A Giove due tori, a Gionone due vacche, a Minerva due vacche, alla Salute Pubblica due vacche, nel tempio nuovo due buoi al divo Augusto, due buoi al divo Claudio.

Si parla ancora del tempio nel IV sec., e nel 1217 di papa Onorio III scrisse di "formae et alia aedificia positae intra clausuram Clodei".



DESCRIZIONE

La struttura era una delle più elevate di Roma, ergendosi a 50 m sopra il livello del mare, sopra una grandiosa piattaforma rettangolare di ben 180 m x 200 metri, in parte artificiale e sostenuta da grandi muri di contenimento che sul lato meridionale raggiungevano i 15 m.

RESTI DEL TEMPIO
Il tempio era situato al centro di questa grande terrazza, circondata da un portico e con giardini al suo interno; tale terrazza era stata realizzata in parte con un terrapieno trattenuto da muraglioni perimetrale di cui rimangono molti resti sui lati orientale e occidentale; quello sul lato orientale, lungo l'attuale via Claudia, si presenta in opera laterizia a grandi nicchie, alternativamente semicircolari e rettangolari che avevano al loro interno fontane alimentate da condutture dell'acquedotto Neroniano.
Ne conosciamo la forma grazie alla Forma Urbis, la monumentale pianta di Roma (scala 1:246) realizzata sotto Settimio Severo tra il 203 e il 211 d.c.:

Il tempio, orientato verso il Palatino, aveva una imponente scalinata di accesso e sul pronao allineava tre ordini di 6 colonne, con quattro scalini di accesso al podio e una cella senza colonne. Due portoni sboccavano ciascuno su lunghe scalinate, un portone nord ed uno a ovest.

Il lato occidentale, rivestito di travertino grezzo, aveva due livelli, su quello inferiore aveva arcate piatte, su quello superiore arcate curve. I capitelli dei pilastri erano dorici.
Dietro il fronte passava una strada su cui si affacciavano tabernae in laterizio, e la scalinata di accesso al tempio superava la strada attraverso un ponte.

Alcuni resti del lato occidentale tempio sono inglobati nel campanile della basilica dei Santi Giovanni e Paolo, in particolare un gruppo di ambienti a due piani, comunicanti tra loro ed appoggiati a un muro di ben 6,10 metri di spessore. Questa facciata è costruita in blocchi di travertino spesso appena sbozzati, secondo quello stile "rustico" che si riscontra anche in altre opere di età claudia. Pertanto questa parte dovrebbe essere originaria, iniziata subito dopo la morte dell'imperatore.

Le arcate sono inquadrate da lesene doriche, con capitelli lavorati e sormontate da grosse architravi. Il pianterreno aveva muri radiali in laterizio e ambienti coperti a volta. Alcuni ruderi in laterizio, inglobati oggi in un edificio moderno, facevano parte dell'avancorpo centrale, dove si trovava la scale aper l'accesso al tempio.

Il lato settentrionale era composto da una fila di stanze a volta, in cui scorrevano tubature d'acqua, che  all'epoca di Nerone alimentavano anche delle fontane, tanto che si sono trovati i resti di una di queste, composta da una prora di nave con testa di cinghiale, oggi conservati al Museo Capitolino. Anche sotto la dinastia dei Flavi, però, questa disposizione rimase, sebbene Vespasiano fece ridurre la gettata dell'acqua.

Il lato meridionale, dovendo sollevare la spianata solo poco al di sopra del colle, era quello meno elaborato, con sostruzioni meno importanti. Qui si trova un locale con un'abside in cui era collocata una statua.

Il lato orientale è il più monumentale e meglio conservato, dove si notano le trasformazioni neroniane all'edificio. Venne scoperto nel 1880 in occasione dell'apertura della via Claudia. Qui sono i resti di una grande parete in mattoni, ornata da nicchie alternatamente rettangolari e semicircolari, con corridoi a volta e stanze a pozzo, che però non sembra siano stati utilizzati per contenere acqua, e di cui si ignora lo scopo.



LE TESTIMONIANZE

1563-1566. CLAVDIVM.
« Accanto il Coliseo verso Ss. Gio: e Paolo vi è una vigna. Mi ricordo vi fu trovata una gran platea di grossissimi quadri di travertini, e due capitelli corintij; e quando Pio IV restaurò le Terme Diocleziane, mancandogli un capitello della nave principale, vi mise uno di quelli: e vi fu trovata una barca di marmo da 42 palmi lunga (m. 9,36): ed una fontana molto adorna di marmi; e credetemi che aveva avuto più fuoco che acqua; ed ancora molti condotti di piombo ". Vacca, Mem. 22.

Io credo di avere scoperto gli autori di questi scavi nel seguente documento del 12 marzo 1565 (quando fervevano, per lo appunto, i lavori di Pio IV a s. Maria degli Angeli), in atti del not. Stefano Maccarani, prot. 973, e. 455.

« Societas Puteolane.
Indictione vj die vero 12 mensis martij 1565. In mei Constitutus Angelus quondam Jacobi Colletij detto il Pistoja Cavator puteolane qui asserens habere et possidere unam Cavam puteolane in urbe in loco detto San Ioanne et paulo et illam couductam retinere a Monasterio et fratribus Sanctorum Ioannis et pauli ad tertium genus qua propter dictus Angelus devenit ad infrascriptam Societatem diete Cave infrascripte ex sponte nunc posuit et immisit in socios diete Cave puteolane videlicet Sanctum q.'" luce de assisio et gregorium q."' francisci de aretio Cavatores presentes ad lucrum et damnum cum infrascriptis pactis videlicet Item che trovandose travertine figure piombo et altre cose de importanza la meta de detta robba siano delli frati di S. Joanne e paulo et l'altra meta de essi compagni, essendo che d'angelo sia tenuto la meta de dette robbe farne partecipi li detti frati per la meta secondo ne appare istromento della locazione fatto a d'angelo rogato per mano simono Agnetto notare del Vicario del Papa. Promette mantenerli fino a tanto che si trovava della pozzolana et robba de cavare.
Actum Rome in domo mei notarij regionis pinee presenti bus ibi hieronimo piciono de pisauro et Magistro Antonino q."^ Dominici romandiolo garzotto ad apotecas obscuras, testibus " .

1574 Stefano du Perac, riproducendo nella tav. XIV il gruppo del Claudium visto dal Palatino, osserva : « ora sopra detta fabbricha è edificato il monasterio di san Giovanni e Paolo nel quale cavandosi non molti giorni sono fu ritrovato certi fragmènti di statue molto grandi ». E nella tavola XVI, l'angolo dell'edificio verso il Colosseo, che è oggi coronato da una fila di pittoreschi cipressi, è chiamato « ciiniterio della chiesa di s. Gregorio ". Il Desio, altro testimonio dei lavori di Pio IV, "una base ionica... qual fu trovata sul mònte Celio dove oggi la chiesa di s. Jo. e Paulo  » .

I continui lavori di restauro di ampliamento, e di deturpamento fatti alla chiesa e convento nel secolo XVI, da Adriano VI nel 1522, dal card. Eckenvoort dopo il sacco (1530), dal card. Nicola Laus di Palvé nel 1575, dal card. Antonio Carrara nel 1587, e dal card. Agostino Cusano nel 1508 devono avere dato occasione a scoperte di qualche interesse. Cosi p. e. essendo stato rotto il pavimento della basilica nel 1575 vicino al « martyrium " dei santi eponimi, si aperse l'adito all' ipogeo e alla cella dove stava il deposito delle sacre relequie.
Vi è anche memoria di una « basis marmorea praegrandis » eretta a Giuliano apostata da Memmius Vitrasius Orfitus prefetto negli anni 356-359 « reperta in hortis ss. lohannis et Pauli posteaque ad vineam card, Carpensis translata » circa la metà del secolo, ossia al tempo della dimora in Roma dello Smet e del Pighio. (CIL. VI, 1168).

Debbo ricordare in ultimo luogo la licenza rilasciata il 3 agosto 1596 dal camerlengo Enrico Caetani a Pietro Mergo romano per iscavare - in vinea d.' Joannis Baptiste Tannini de Arpino posita prope culiseum sub proprietate S. Joannis et Pauli in districto urbis " con la riserva della quarta parte alla Camera. (Provv. del Cam.g" nn. 1589-91, e. 114 A. S.).

1466, giugno. CLAVDIVM?
(Nella chiesa e nel palazzo di s. Marco) « andò una infinità di travertini che furono cavati, secondo che si dice, di certe vigne vicine all'arco di Costantino, che venivano a esserecontrafforti de fondamenti di quella parte del Colosseo eh' è oggi rovinata, forse per averallentato quell'edifizio » (Vasari, Giuliano da Maiano, IV, 5.)
Siccome il Colosseo non è mai venuto a trovarsi « in certe vigne » né ha mai avuto « contrafforti de' fondamenti » è chiaro che si tratta delle sostruzioni del Claudium, fatte a grossi macigni di travertino, e poste sul confine tra le vigne Cornovaglia e dei ss. Giovanni e Paolo, vicine all''arco di Costantino.


FORNIX CLAVDII

sito in piazza di Sciarra. Il ritrovamento di questo gruppo monumentale è attribuito ai tempi di Pio IV, e precisamente all'anno 1562: ma è probabile che i primi avanzi ne sieno stati cavati sino dalla tìne del secolo precedente. Infatti la scheda fiorent. 125 di fra Giocondo otl're il disegno in prospettiva di una base di pilone e di un architrave intagliato, accompagnato dalla leggenda « questo basamèto fu trovatto a piaza detta de Ssara». Nell'anno 1502, però, il fornice fu scavato e distrutto sino al piano della via Flaminia, come provano le testimonianze del Vacca, del Torrent, e del Ligorio. 
La piazza di Sciarra si dice così dal sig. Sciarra Colonna che in quel luogo abitò. 


IL TERRAZZAMENTO SOTTO AL TEMPIO
Vi furono trovati al tempo di Pio IV, dei frammenti dell'arco di Claudio e molti pezzi d'istorie col ritratto di Claudio, che furono comprati dal sig. Gio: Giorgio Cesarino; ed oggi si trovano nel suo giardino a S. Pietro in Vincoli. Io comprai il resto di detti frammenti, e furono cento trentasei carrettate. Tutta 1' opera era di marmi gentili; solo l'imbasamento di saligno. Pochi anni sono vi era sopra terra in opera un pezzo d' istoria, quale era una fiicciata dell'Arco, e fu levata dà Romani, e murata nel piano delle scale, che saliscono sulla sala di Campidoglio ". In questa occasione furono ritrovati due soli frammenti dell' iscrizione dedicatoria (solus servavit Nic. Torrentius): e siccome non contenevano nomo di titolare, come avviene che Vacca parli senza esitazione di un arco di Claudio? È vero che il grande pezzo della epigrafe intitolata a questo imperatore {CIL. VI, 920) è stato ritrovato quasi un secolo dopo nel 1641: ma i presenti alle scoperte del 1562 poterono formare il loro giudizio su prove altrettanto evidenti. Vedi il bellissimo disegno del fornice in Ligorio, Torin. XV, nel quale gli specchi tra i pilastrini dell'attico, quelli tra gli sporti del fregio e quelli tra le colonne dell'ordine sono distinti con le lettere A-A, B-B, C-C, D-D, e il basamento dell'ordine stesso con la lettera E-E. La nota ligoriana è del tenore seguente:

« Ordunque tutti i luoghi signati nell'arco A, B, C, D tutti erano ornati di scultura di figure, et i luoglii signati E, erano scritti dove erano le intitulazioni della genalogia de parenti di Claudio et della sua discendentia et della sua prole, ma tutte erano malamente trattati i caratteri et dall' antica rovina et da quelli che r anno cavate da sotto terra » . Segue egli a dire che in una faccia del basamento, quella rivolta « urbem introeuntibus » , erano incise le dedicazioni a Ottavia, Brittannico, Antonia di Driiso e Agrippina: nell'altra quelle di Germanico e di Agrippina giuniore. Tutto ciò non è esatto, poiché le testimonianze raccolte dal CH^. VI, 921-293 provano come alcuni elogii fossero ritrovati tra il palazzo Sciarra e la casa di Marsilio Cafano (il presente palazzo della Cassa di Risparmio), altre nelle fondamenta stesse del predetto palazzo di Carbognano.

Sulla fine del mese di settembre (1562) fu trovata una base dedicata a Marco Aurelio degli Hipponenses ex Africa CIL. 1010, e una seconda dedicata a Faustina giuniore dai Sextani Arelatenses, ivi 1006.
Il disegno ligoriano è riportato due volte nel cod. barber. vatic. XLIX, 35 a e. 48 e 54 sotto il titolo « disegno dell' arco di Claudio cavato da un libro di Pino Ligorio che sta appresso la regina di Svezia » . Alcuni dei bassorilievi son delineati a. e. 2' del cod. XLVIII, 101. Vedi anche le schede fior. QQ(ì del Peruzzi e 1541 di fra Giocondo, le quali, però, si riferiscono all'altro fornice di Claudio « ne giardino di Miser Agnello chollocio » al Nazareno. L' acquisto del principale rilievo dell' arco dal proprietario Antonino Cioci, per 1'ornato della scala dei Conservatori, fu fatto dal s. p. q. r. nell'anno 1573. Vedi tomo precedente, p. 83.



I RESTI

I resti conosciuti riguardano i quattro lati delle costruzioni, mentre nulla resta del tempio al di sopra.
Ancora oggi colpiscono le immense infrastrutture ancora visibili, di fianco al Colosseo, che sostengono il complesso del Tempio del Divo Claudio.

PARTE DEL TERRAZZAMENTO
 Le grosse mura sul lato occidentale formavano la fronte del complesso con al centro una scalinata monumentale d'accesso, di cui rimane, presso la chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, un tratto con due ordini di otto arcate, in blocchi bugnati in travertino. Alle arcate, inquadrate da lesene con capitelli dorici e sormontate da un grande architrave, fanno capo nei due piani ambienti con pareti in laterizio, coperti a volta e collegati tra loro e appoggiati a un muri dietro al quale sono due corridoi paralleli. Degli altri due lati non rimane ormai più nulla salvo un rudere sul lato settentrionale (dal lato del Colosseo), probabilmente riguardante una struttura a ripiani di un accesso secondario.

Sotto al tempio sono stati rinvenuti complessi di edifici molto interessanti, ma purtroppo il tempio di Claudio e i suoi sotterranei fanno parte della giurisdizione ecclesiastica, quindi solo il Vaticano può concedere il permesso per un’eventuale scavo archeologico, e a tutt'oggi tutto tace.

Questi sotterranei sono lunghe gallerie scavate nel tufo, ex cava probabilmente antecedente al tempio e forse di epoca repubblicana, con pozzi e coni di detriti.
Sopra il podio del Tempio, in base alla vecchia consuetudine ecclesiastica di cancellare le tracce del culto pagano, è stato costruito il convento dei Padri Passionisti, nel cui interno sono visibili le arcate in travertino a bugne rustiche delle sostruzioni del Tempio del Divo Claudio. Questo convento, parte del Parco del Ninfeo di Nerone,è accessibile solo quando si celebrano matrimoni nella chiesa di S.Giovanni e Paolo, e naturalmente solo ai partecipanti. Il parcheggio si effettua sul retro, cioè le macchine sostano sul podio del tempio.

Sicuramente il lato più conservato è quello est dell’edificio, riportato alla luce nel 1880, durante la realizzazione della Via Claudia. Questi resti riguardano un poderoso muro in laterizio caratterizzato da un gruppo di piccole celle che forse contrassegnavano anche le pareti di una stanza molto ampia. Tra questa enorme parete e il bastione dietro di essa si snoda un’apertura che forse aveva la funzione di canale idrico, probabilmente realizzata da Nerone per il trasporto dell’acqua verso il suo ninfeo. I muri erano foderati con pannelli in marmo con un porticato colonnato e dotato di archi posti tra una celletta e l'altra.


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