STABIAE ( Campania )



AFFRESCHI DELA VILLA ARIANNA


STABIAE PREROMANA

Stabiae è una antica città dell'Italia meridionale che sorgeva nei pressi dell'odierna Castellammare di Stabia, in una zona chiamata Varano, a pochi passi dal comune di Gragnano. La città scomparve insieme a Pompei, Ercolano e Oplontis durante l'eruzione del Vesuvio avvenuta nel 79.
Dell’antica città di Stabiae si sanno solo le notizie storiche e archeologiche relative alle aree delle necropoli. La prima occupazione risale all’VIII sec. a.c., con corredi funerari ricchi e documentati. Nel corso del VI sec. a.c. la cultura locale subì influssi e importazioni greche, e di imitazioni occidentali etrusche, che ne arricchirono il gusto e le decorazioni. L'influenza etrusca su Stabiae cambiò con l'avvento dei severi Sanniti, confluendo nella Confederazione Nucerina.


Confederazione Nucerina

Alla fine del VII secolo a.c. alcune popolazioni etrusche si mescolarono alle autoctone campane insediandosi vicino al mare, fondando Pompei, o si diressero verso l'interno, fondando Nuvkrinum.
Questa roccaforte entrò a far parte della dodecapoli etrusca, che governò in Campania per bloccare l'espansione greca da sud. Sconfitti nel 474 a.c. nel mare di Cuma, gli Etruschi abbandonano la regione e Nuvkrinum fu presa dai Sanniti, aggiungendo al nome Alfaternum, dal nome della tribù sannitica degli Alfaterni.

Alfaternum Nuvkrinum divenne così la capitale della Lega nucerina, che comprendeva Pompei, Ercolano, Stabia e Sorrento. Secondo alcuni Stabiae fu fondata dai Sanniti, con base economica di agricoltura e pastorizia, vista la fecondità della terra, e di pesca, grazie la vicinanza al mare.

Castellamare di Stabia, in antico chiamata "Stabiae", era posta su una collinetta alta circa 50 m, e venne sicuramente dominata dai Sanniti, poi dagli Etruschi e dai Greci, per ultimo dai Romani che la occuparono nel 340 a.c..

Combattè i Romani durante la seconda guerra sannitica si arrese dopo un lungo assedio delle truppe romane nel 308 a.c., ma divenne alleata di Roma nel 307 a.c.. A causa della posizione strategica venne quasi completamente distrutta durante la guerra sociale, quando, tra il 90 e l'89 a.c. Stabiae, Pompei e molte altre città italiche si ribellarono di nuovo al dominio di Roma accusata di non riservare loro gli stessi privilegi che avevano i cittadini romani.
La reazione di Roma non tardò ad arrivare e anche Stabiae capitolò il 30 aprile del 89 a.c. a seguito dell'assedio di Lucio Cornelio Silla.

Plinio il Giovane: "Fu poi nell'agro campano la città di Stabia, che Lucio Silla, sendo consoli Gneo Pompeo e Lucio Carbone, il dì 30 aprile, qual legato nella guerra sociale, spianò e in ville ridusse."



STABIAE ROMANA

M. Tullio Cicerone in Epistulae ad Familiares:
Non ho dubbi che tu, da quella tua camera da letto da cui hai aperto una vista su Stabiae e Miseno, durante quei giorni hai passato intere mattinate ad oziare in contemplazione di quello scenario

Nel 340 a.c. Stabiae viene conquistata dai Romani che la relegarono al ruolo di città di campagna rifornendo le più grandi e importanti città di Pompei ed Ercolano. Come al solito gli occupanti romani donarono alla città un lungo periodo di splendore e tranquillità, venne cinta di mura e si dedicò all'agricoltura particolarmente fiorente in quella terra, non a caso i Romani chiamarono la Campania col nome di "Campania Felix" per la sua terra fertile e rigogliosa.

Nonostante l'attività di secondo piano, il suo prestigio aumentò e intorno alla città fortificata si svilupparono numerose fattorie che, con il passare del tempo, formarono piccoli borghi divenendo l'Ager Stabiano (in cui sono emerse antiche ville romane) oggi inglobati nei comuni di:

- Gragnano - dove vennero reperite antiche ville romane.
- Casola di Napoli - con necropoli III-IV sec. d.c., con disco di terracotta raffigurante Medusa.
- Santa Maria la Carità - nel 1957 vi fu rinvenuta una villa romana sul colle Petraro. La villa era in fase di ristrutturazione, forse per il terremoto del 62 d.c. . Aveva quattro ambienti e occupava circa 1000 mq.
- Sant'Antonio Abate - dove sono state ritrovate diverse costruzioni romane, tra cui appunto Villa Sant'Antonio Abate, scoperta nel 1974, di tipo rustico, con una parte d'otium, dedicata ai proprietari, ed una zona fructuaria, riservata alle attività agricole.
- Zone della stessa Castellammare di Stabia, come il rione San Marco e Pozzano (dove venne reperito un altare di Diana, e all'epoca chiamato Fogliano, dal nome del Dio Foglianum, protettore della natura).



STORIA
Durante la II guerra punica (218 - 202 a.c.), così come ricorda Silio Italico, alcuni giovani stabiani presero parte alla spedizione su una nave della flotta del valoroso generale Marco Claudio Marcello ( 268 – 208 a.c).

Durante la Guerra sociale (91 - 88 a.c.), di Roma contro i municipia dell'Italia fin allora alleati del popolo romano, Stabiae venne assediata da Lucio Cornelio Silla (138 - 78 a.c.) e dopo un lungo periodo si arrese: venne completamente rasa al suolo e diventò porto di Nuceria.

Poi come al solito la città venne ricostruita dai Romani, secondo la loro arte e i loro usi, non più però come una città fortificata ma come luogo di villeggiatura dei ricchi patrizi, quelli che curavano l'amministrazione o vi si recavano in villeggiatura, creando stupendi edifici pubblici, strade e templi.
Sulla collina di Varano sorsero molte ville, con reparti termali e affrescate con meravigliosi dipinti. Addirittura alcune ville, tra cui quella di Arianna, avevano un accesso privato alla spiggia mediante una serie di rampe e scale.

Inoltre i Romani la dotarono di un ricco porto:
"La costruzione di un borgo e di un porto, per comodo dei cittadini e de' naviganti, i senatori di Stabia ordinarono. Difilo, benché tardo architetto, fattosi a quel comando sollecito, in un quinquennio compì l'opera."
Nel 62 vi fu un violento terremoto, ma i cittadini si affrettarono a ricostruire e restaurare le domus deteriorate.



L'ERUZIONE

Alle 13, del 24 agosto del 79, un forte boato risuonò per tutto il golfo di Napoli: era iniziata l'eruzione del Vesuvio, una delle più catastrofiche della storia: oltre a Pompei, Oplontis e Ercolano, anche Stabiae fu cancellata per sempre. L'eruzione provocò la caduta di alcuni tetti e seppellì le abitazioni sotto un fitta coltre di cenere, ma a differenza degli altri centri sono stati trovati pochi resti umani, molto probabilmente perché durante l'eruzione, le ville erano in fase di ristrutturazione a causa di un terremoto da poco verificatosi in zona. Quelli ritrovati stavano per la maggior parte sulla spiaggia, nel tentativo, non riuscito, di fuggire via mare.

Vittima illustre ne fu Plinio il Vecchio, che dopo aver visto l'esplosione da Capo Miseno si diresse verso Pompei per osservarla più da vicino. Con la sua flottà notò che era impossibile avvicinarsi a Pompei e fece rotta verso Stabiae: qui morì su una spiaggia per aver respirato esalazioni tossiche.


Dopo l'eruzione


Dopo l'eruzione vi fu, contrariamente a Pompei ed Ercolano, una ripresa della vita nella zona di Stabiae: non un centro urbano ordinato ma piccole fattorie per l'agricoltura e la pastorizia aiutata anche dall'ottimo clima e dall'abbondanza di acque.

Galeno scrisse:"Dalle rovine della terribile eruzione del Vesuvio, che stese un funebre lenzuolo di lapilli e di cenere sulla Campania tutta, molte città non risorsero più, di alcune anzi si perdette perfino il nome: Pompei, Ercolano, Oplonti, Torà. Se Stabia risorse ben presto, dovette ciò alla fama del suo clima, delle sue acque, del suo latte."

A testimoniare la ripresa della vita nei pressi di Stabiae già 40 anni dopo l'eruzione è un cippo militare delel 121 d.c., fatto porre da Adriano, all'11° miglio della strada Stabiae - Nuceria, riaperta subito dopo l'eruzione:
XI - IMP. CAESAR - DIVI TRAIANI - PARTHICI F. - DIVI NERVAE - TRAIANUS-HADRIANUS - AUGUSTUS - TRIB. POT. V COS. III - FECIT

Il nuovo centro urbano che si sviluppò nel corso degli anni ignorò il pianoro di Varano dove sorgeva l'antica Stabiae, stabilendosi nella piana sottostante, nella moderna Castellammare di Stabia.



Scavi archeologici

La Tabula Peutingeriana, stradario dell'Impero romano del IV sec. d.c., collocava Stabiae a nord del fiume Sarno, ciò nonostante nel XVI e XVII sec. essa venne confusa con Pompei.

Scoperta nel 1749 dagli scavatori borbonici, Stabiae venne sondata per pochi anni, e nel 1759 Karl Jakob Weber aveva parzialmente individuato e descritto parte della vecchia città che si estendeva su un'area di circa 45.000 mq. Ma già nel 1782 le attività di scavo vennero spostate a Pompei, ed Ercolano che offrivano maggiori prospettive. Così che ville, case e strade ritornarono sotto terra mentre affreschi, statue e suppellettili preziose vennero raccolte nel Museo Borbonico.

Ma le mappe disegnate dagli archeologi del tempo risultarono poi essere molto utili a quelli futuri in quanto precise e dettagliate.

Gli scavi ripresero solamente nel 1950 ad opera del preside Libero D'Orsi, che riportò alla luce alcune delle ville già scavate ed indicate nelle mappe dell'epoca borbonica come Villa San Marco e Villa Arianna, insieme ad una terza parzialmente scavata chiamata Secondo Complesso.

Altre ville, come quella del Pastore o di Anteros ed Heraclo, sono ancora parzialmente o completamente interrate, mentre altre ancora sono totalmente inesplorate. 

Nel 2001 è nata un'associazione onlus italo-americana chiamata Restoring Ancient Stabiae (RAS) allo scopo di creare un parco archeologico, di completare la campagna di scavi e di promuovere le bellezze delle ville stabiane nel resto del mondo.

Ancora si esplorano sia Villa San Marco che Villa Arianna, anche se spesso, per motivi casuali come pulizie o a seguito di forti acquazzoni riaffiorano reperti e mura di costruzioni romane o di epoca precedente.

Nell'Ager Stabiano, cioè oltre a Stabia i territori degli attuali comuni di Sant’Antonio Abate, Santa Maria la Carità, Gragnano, Casola di Napoli e Lettere, vi sono ancora una cinquantina di costruzioni tra ville d'otium e ville rustiche, tutte da esplorare.

Di dimensioni minori rispetto agli scavi di Pompei e di Ercolano, gli scavi di Stabia hanno un diverso aspetto da quei scavi perchè trattavasi di città, mentre quest'ultima era un luogo di villeggiatura con numerose ville residenziali decorate con pitture e abbellite con suppellettili; non mancavano, tuttavia, anche le ville rustiche.

Praticamente vennero esplorate la Villa San Marco e la Villa di Anteros ed Heraclo nel 1749, Villa del Pastore nel 1754, Villa Arianna nel 1757 e il secondo complesso nel 1762. Poi vennero disseppellite delle ville rustiche a Gragnano, come Villa del Filosofo nel 1778, Villa Casa dei Miri, Villa Ogliaro, Villa Petrellune nel 1779, Villa Cappella degli Impisi nel 1780 e Villa Medici nel 1781

Nel 1800, vi furono dei rinvenimenti, ma solo nel 1950 due ville, villa San Marco e villa Arianna, furono riportate parzialmente alla luce dal preside Libero D'Orsi che nel 1950, a circa 300 m da Villa San Marco riportò alla luce diversi ambienti di un nucleo abitativo con resti di case, botteghe, macellum, strada basolata, cisterna e piccolo porto, probabilmente gli edifici scampati alla distruzione sillana come testimoniano le decorazioni in primo stile.

Questi resti sono ancora interrati e l'unica testimonianza dell'antico borgo è una porta ubicata tra villa San Marco e un'altra villa in fase di esplorazione.


Le Mostre
Oggi il sito di Stabiae è al centro di un grande progetto internazionale che prevede la creazione di un parco archeologico insieme all'università del Maryland, tramite la fondazione Restoring Ancient Stabiae.

Uno dei passi fondamentali della fondazione, insieme alla Sopraintendenza Archeologica di Pompei, è stata una mostra, chiamata Otium Ludens, dal dicembre 2007 al marzo 2008, presso il Museo Statale dell'Ermitage di San Pietroburgo, che ha raccolto circa 200 reperti tra suppellettili e affreschi provenienti da Stabiae.

Due mostre sono le mostre itineranti nel mondo: la prima con il nome di In Stabiano e la seconda con il nome di Otium Ludens: le città toccate in quest'ultima mostra sono state San Pietroburgo, Hong Kong e Ravenna ed è stata riconosciuta come la quarta esposizione più bella a livello mondiale del 2007.
Tra i reperti più significativi la Primavera di Stabiae, affresco raffigurante la Dea della primavera, il Pastore, una statua di 60 cm, un carro agricolo con nelle vicinanze lo scheletro di un cavallo, la Venditrice d'Amorini, dipinto che influenzò l'arte neoclassica del '700 e la statua di Doryphoros, reperto misterioso, probabilmente ritrovato nel 1976, che non si sa da quale sito archeologico stabiano provenga. Questa mostra in futuro continuerà in altre parti del mondo, ma non è previsto un rientro in Italia. Nè conosciamo i risultati economici di tali mostre nè a cosa siano stati destinati tali introiti.



ISOLOTTO DI ROVIGLIANO

A circa 500 m dalla foce del fiume Sarno sorge l’isolotto di Rovigliano. Il suo nome si pensa derivi dalla gens romana Rubellia, o Rubilia, che vi costruì una villa d'otium.  
Prima dell'avvento dei romani lo scoglio si pensa sia stato emporio fenicio o tempio dedicato ad Ercole, che si riteneva fondatore di Rovignano, difatti allora era chiamato Petra Herculis.

Ce lo testimonia pure Plinio il Vecchio, (23 - 79) che nel libro XXXII ,8, dell’opera Historia Naturalis, riporta:“…in Stabiano Campaniae ad Herculis petram melanuri in mari panem abiectum rapiunt, iidem ad nullum cibum, in quo hamus sit, accedunt”. (allo Scoglio di Ercole i melanuri, oggi “pesci tordo”, mangiano il pane gettato in mare, ma, non si accostano a nessun cibo infisso sull’amo). 
Inoltre sulla parete sud della torre sono visibili resti di opus reticulatum, a blocchetti di tufo quadrati (I sec. a.c. - II sec. d.c.),

Sembra pure che nello scavo delle fondamenta della torre venne alla luce una statua in bronzo raffigurante Ercole, presto scomparsa come tantissime opere antiche che da ogni parte vengono vendute impunemente.

L'isolotto ospitò una chiesa e vari monasteri, poi una torre di avvistamento e persino una prigione. Nel 1861 l’isola passò al Demanio dello Stato che la vendette (solo in Italia succedono queste cose!) ad un privato, passando di mano in mano.
L'approdo sull'isola presenta una rampa in pietra di circa venti gradini, di cui mancano i primi. 

Di fronte alla scalinata c’è un cunicolo largo un paio di metri, con pareti alte e soffitto a volta, anch'esso a scale, da cui si accede alla terrazza principale dell’Isolotto. Dinanzi alla terrazza si erge la torre  

All’interno di una nicchia alla base della torre, sono visibili ancor oggi i resti di un’edicola, nella quale presumo, un tempo vi poteva essere esposta una immagine sacra a protezione dell’Isolotto. 
Non a caso vi venne eretta una chiesetta perchè i cristiani usavano cancellare qualsiasi traccia di santuario pagano sostituendolo con una chiesa, sia pure in un luogo pressoché inaccessibile.

Oggi questo bellissimo sito che molti paesi stranieri ambirebbero avere e che certo terrebbero nel modo dovuto, è in stato di assoluto degrado ed abbandono, pieno di rifiuti, di sterpi e animali morti.




LE VILLE

Certa è l'esistenza di altre ville, come quella denominata del Pastore o di Anteros ed Heraclo, oggi, però, ancora parzialmente o completamente interrate, mentre altre ancora sono totalmente inesplorate: nella zona dell'Ager Stabiano (comprendente, oltre l'antica Stabiae, gli attuali comuni di Sant’Antonio Abate, Santa Maria la Carità, Gragnano, Casoria e Lettere), sono presenti una quarantina di costruzioni tra ville d'otium e ville rustiche.

Grotta San Biagio

La Grotta di San Biagio è un antico tempio cristiano, ricavato nel tufo alle pendici della collina di Varano: Precedentemente vi era un tempio romano dedicato a Mitra, trasformato poi in catacomba. Oggi la grotta è chiusa al pubblico.

Le Terme

Le antiche sorgenti di Stabia erano ben conosciute fin dal tempo dei romani, ma non vanno confuse con le Thermae Stabianae citate da Plinio il Vecchio. Queste ultime erano posizionate entro la cerchia urbana dell'antica Pompei ed erano cosiddette in quanto sorgevano sulla via Stabiana. A Stabiae non vi furono terme. Le cosiddette antiche terme risalgono all'800.


Antiquarium Stabiano

ANTIQUARIUM
Nell'Antiquarium Stabiano, o Museo Archeologico, vengono raccolti tutti i reperti provenienti dagli scavi dell'antica Stabiae, alcuni anche di notevole valore.

Però questo museo, che occupa alcuni ambienti sottostanti la scuola media Stabiae, in via Marco Mario, oltre che di poco degna collocazione, è perennemente chiuso.

Si parla di un suo possibile trasferimento presso la Villa Gabola, dove i reperti stabiani troverebbero finalmente degna sistemazione negli spazi adibiti a museo della splendida reggia di Quisisana, situata sulla collina omonima, attualmente in fase di avanzato restauro.
Ma chissà quando.



VILLA ARIANNA IN CAMPO VARANO 

Un dipinto raffigurante il mito di Arianna abbandonata da Teseo dà il nome a questa enorme villa d’otium. Situata all’estremità ovest della collina di Varano, è in posizione panoramica. Fu scavata tra il 1757 e il 1762, in epoca borbonica, sotto la guida dell’archeologo Kar Weber. Purtroppo il Weber asportò all'epoca ogni tipo di decorazione, dagli affreschi ai mosaici. Fortunatamente scavò solo in parte.

La struttura è tardo repubblicana, poi ampliata con ambienti sul lato posteriore, nel I secolo d.c.
Una parte dell’edificio è ancora interrato, in futuro ancora molti reperti e tesori potrebbero venire alla luce. La zona scavata si estende per 2500 metri quadrati. L’aspetto complessivo è stato ricostruito dalle mappe borboniche che delineano sia i nuclei interrati sia quelli visitabili.

L'impianto, fortemente condizionato dall'andamento del pianoro su cui si erge. conserva quattro aree principali della villa: ambienti di servizio e termali, ambienti ai lati del triclinio estivo, risalenti ad età neroniana; la grande palestra annessa alla villa in età flavia.

Il quartiere termale, con calidarium absidato e praefurnium ancora leggibili, era originariamente decorato in opus sectile.

La villa prende il nome dal quadro mitologico principale del grandioso Triclinium estivo, che rappresenta il mito di Arianna abbandonata da Teseo sull'isola di Nasso nel momento in cui alla fanciulla, che sta dormendo tra le braccia di Hypnos, il dio del sonno, appare Dioniso alato e coronato di edera, mentre Eros illumina la scena con la fiaccola dell'Amore.

Dei pochi affreschi ancora visibili, oltre all’Arianna abbandonata a Nasso, sulla parete dell’ampio triclinio, Ganimede rapito dall’aquila, nel vestibolo annesso, Perseo e Andromeda, in una sala attigua, purtroppo picchiettato dal Weber perché ritenuto troppo consumato per essere distaccato e dunque danneggiato ulteriormente perché altri non se ne appropiassero.

Lungo l’asse su cui si apre il triclinio estivo si succedono ambienti diversi decorati su fondo bianco e giallo, che rompono con la tradizione decorativa ellenistica, nella quale predominavano grandi pannelli figurati. Il monumentale peristilio, di m. 370, rispetta il canone di Vitruvio per le palestre.
Dalla parte opposta si trova il nucleo repubblicano della villa, con cubicoli a pregevoli decorazioni a mosaico intorno all’asse atrio-peristilio, tipico delle residenze vesuviane del I secolo a.c..

L'atrio è di tipo tuscanico con l'Impluvium, privato del rivestimento marmoreo, con pavimento mosaicato in bianco-nero, e pareti, in tardo III stile, con singolari bordate di maschere, figure femminili e palmette su fondo rosso e nero.

I due cubicola con i quali inizia la parte oggi in luce della villa, conservano intatti gli affreschi del II Stile iniziale a finta incrostazione marmorea, con colonne ioniche su alto podio che reggevano il soffitto a cassettoni.

Una delle stanze è decorata con un rivestimento a "piastrelle" dipinte, sopra uno zoccolo rosso, con figure femminili ammantate e amorini cavalcanti, grifi ed ippocampi; esso si svolge su quattro fasce oblique che si ripetono alternando all'interno di ogni piastrella, nella prima fascia, figure femminili ed uccelli, una con ali chiuse e l'altra con ali aperte, nella seconda un fiore e un medaglione, nella terza amorini alternati ad uccelli simili ai precedenti, nella quarta rosette e medaglioni.

Le altre stanze sono tutte decorate con gusto miniaturistico, con ampie finestre che si affacciano sia dalla parte del mare sia dalla parte dei monti. Non mancava il quartiere termale, anche se di modeste dimensioni, con calidarium, tepidarium e frigidarium.
La zona antistante gli ambienti descritti, costituita da un peristilio, è attualmente interrata.
Gli studiosi, attraverso studi laboriosi e approfonditi, hanno stabilito che la collina degradava dolcemente verso il mare con terrazze su vari livelli.



VILLA SAN MARCO

Cosiddetta da una cappella che sorgeva nel XVIII secolo nei suoi pressi, si distende nell’area nord-orientale della terrazza alluvionale della collina di Varano, a circa 50 m. sul livello del mare.
La superficie globale del complesso è enorme, di ben 11.000 mq, di cui solo 6.000 messi in luce. Esso si articola in cinque nuclei:
  1. quartiere dell’atrio con annesso quartiere rustico;
  2. quartiere termale;
  3. area del peristilio;
  4. area del loggiato superiore;
  5. quartiere d’ingresso (interrato).
Fu scavata e rilevata in grafico in età borbonica tra il 1750 e il 1754 e successivamente risotterrata. Fu nuovamente scavata negli anni '50 gra­zie alla tenacia del preside Libero D'Orsi e rimessa definitivamente in luce.

Le strutture edilizie della villa risalgono alla prima età augustea, poi modificata nel I sec. d.c., e all'età claudio-neroniana, con murature in opera reticolata, in opera vittata ed in opera mista.
Al momento dell'eruzione del 79 d.c. nella villa erano in corso lavori di re­stauro, dovuti ai danni causati dal terremoto del 62 d.c. ed ai movimenti tellurici che, successivi a questa data, precedettero l'eruzione. Gli interventi di restauro si riconoscono nelle frequenti immorsature in opera laterizia, caratteristiche di quegli anni.

La villa, situata ai margini dell'antica cittadina, può essere compresa nelle ville urbane residenziali, dove il paesaggio e la natura diventano ele­menti integranti delle strutture e ne con­dizionano lo sviluppo. Le strutture furono ulteriormente danneggiate dal sisma del 1980, che ha reso necessari molti restauri.


Descrizione

Si entra da un vestibolo che immette nell’atrio, su cui si apre il larario, con decorazione a finto marmo del I stile pompeiano. L'atrio è dotato di un elegante tetto corinzio sostenuto da colonne, sul quale sono affacciati il larario, i cubicola ed il tablino. L’ingresso ad oggi è ancora sepolto ma conduceva al quartiere termale, caratterizzato dalla sala calda, fredda e da un tiepidarium.

L’area delle terme si annette al resto della costruzione con un asse differente, per l'interferenza di una strada. Nelle terme si snodano in successione il frigidarium, il tepidarium e il calidarium. Vi si notano la monumentale piscina con esedra ed ambulacri, gli hospitalia finemente decorati ad affresco, nonché il singolare giardino superiore circondato dalle colonne tortili sono testimonianza di un gusto eclettico e molto originale. L’ambiente della rappresentanza è molto sontuoso con pareti in marmo nella parte inferiore e affrescate nella parte superiore.

Questo nucleo di ambienti faceva parte dell'insieme di quelli gravitanti intorno al grande peristilio e situati sui bracci laterali dei porticati.. Si tratta di tre diaetae, cui si accede attraverso tre gradini, alla cui base è visibile il mosaico più antico del primo peristilio, la cui parete viene sfondata per ricavare il vano-porta di accesso all'ambiente successivo. Questo, con pavimento a mosaico bianco delimitato da una sottile fascia nera, costituisce l'anticamera di altri due ambienti.

Le pareti sono splendidamente decorate in fine IV stile, con zoccolo a fondo nero delimitato in alto da una cor­nice ad ovoli dorata e zona mediana rossa, con specchiature chiare e bordi di tappeto delimitati da sottili candelabri dorati.

Le pareti sono animate da figurine di ele­vata qualità artistica, caratteristiche della pittura stabiana. Sullo zoccolo della pa­rete sud è una figura maschile che incede con lancia nella mano destra e mantello rosso poggiato sulle spalle. Sulla parete est è una fanciulla che regge tra le mani un vassoio, vestita con una lunga tunica rossa, sulla quale ha un leg­gero mantello verde azzurro.

Nella zona mediana, sulla parete sud, è la figura di Ifigenia, con tunica verde azzurra appuntata con una fibula sulla spalla destra e drappo panneggiato giallo ricadente dalla spalla sinistra, che regge il Palladio sulla spalla sinistra e una piccola fiaccola abbassata nella mano destra.

Sulla parete est è Perseo, che regge con la mano destra un gladio e con la sinistra sol­levata la testa tronca di Medusa. Sul brac­cio sinistro ha un velo verde azzurro, ai piedi sandali piumati.
Sulla parete nord, come contro-pannello laterale di Ifigenia, una figura femminile, con in mano una pisside di cui solleva il coperchio.

An­che la zona superiore, conservata solo parzialmente, è arricchita dalla presenza di personaggi: sulla parete est un amorino in ginocchio con in mano una pisside; sulla parete sud una graziosa figurina femminile con cetra vestita unicamente con un velo che appoggiato sulla spalla destra le scende lungo il corpo coprendo le gambe e lasciando il dorso scoperto.

Seduta di spalle, sulla parete nord, un'altra figura femminile con tunica verde smeraldo e mantello verde azzurro di cui resta solo imbraccio e parte del corpo. Anche il soffitto era riccamente decorato: un ottagono irregolare dai lati concavi, bordati da una sottile ghirlanda, racchiude una figura alata, forse una Vittoria, dato che ha in mano una palma.

Gli affreschi originari sono stati distaccati e portati nel locale Antiquarium. I pittori degli affreschi di questa parte della villa sono gli stessi della Villa Imperiale di Pompei.
Gran parte della villa è occupata dal giardino che parte dalla monumentale facciata di un finto ninfeo, con peristilio anulare e raffinatissimi mosaici parietali.
Rinvenuti numerosissimi bolli di tegola col nome di Narcisso, liberto e segretario di Claudio, il gestore dell'officina che ha prodotto i materiali da costruzione. L’identificazione dei proprietari nei Virtii, nota famiglia stabiana, non è dimostrata con certezza.



IL SECONDO COMPLESSO

Il 'Secondo complesso' del Varano, affiancato alla precedente villa s. Marco, nella piana di Varano, fu indagata totalmente dallo svizzero Weber nel 1762 e lo spagnolo La Vega nel 1775, con una superficie scavata di 1000 mq circa. Nel 1967, le esplorazioni continuarono sotto la direzione di Libero D’Orsi. L' edificio è collegato a Villa Arianna, e, vi si accede proprio da quest’ultima.


Lo studio ripreso dal 1967 ha rilevato il lato nord del peristilio porticato su tre lati, e alcuni locali, tra i quali un oecus, che franarono a valle per smottamenti. Dalla mappa eseguita nel periodo borbonico, il lato sud del peristilio era chiuso con un finto porticato ornato da semicolonne poggiate al muro.

Al di là di questo si trovava la zona termale che comprendeva un calidarium absidato a nord che sporgeva nel peristilio e una piccola vasca rettangolare a sud; un tiepidarium con una vasca e gradini; un locale circolare con una copula e poca areazione, probabilmente un laconicum; e una cucina.

Il triclinio aveva un pavimento a tessere bianche, bordato a meandri bianchi e neri, e rettangolo centrale a cassettoni esagonali verdini con motivi figuati.

Questo pavimento fu asportato. In un ambiente contiguo si scoprì una soglia bianca e nera raffigurante un vaso con tralci di edera a spirale. Anche questo fu staccato, insieme a un altro pavimento con treccia a due capi nera e uno a triangoli bianchi e neri.

Sul lato ovest del peristilio c'era una peschiera con vasca quadrata, rivestita di marmi e attorniata da una canna in piombo con degli zampilli.
La struttura ha un nucleo più antico, che si sviluppa intorno al peristilio, e una zona più moderna a nord-ovest, un ampliamento d’epoca imperiale o la fusione con un secondo edificio.

Gli abbellimenti che decoravano il corpo più antico della villa sono spariti quasi completamente; mentre le pareti della parte a nord-ovest sono meglio conservate e decorate da un ornamento a fondo nero in III stile pompeiano. Gran parte della pavimentazione è stata esportata in età borbonica e inserita nella pavimentazione degli ambienti del Real Museo Borbonico, l'attuale Museo Nazionale Archeologico di Napoli.



VILLA DEL PASTORE

A pochi metri a sud-est del Secondo Complesso sorgeva una quarta villa, la cosiddetta Villa del Pastore, dalla statuetta che vi si rinvenne. Venne scavata nel 1967-1968, a seguito di uno scavo a scopo edilizio dell’allora proprietaria. Gli unici reperti in essa rinvenuti fino ad ora sono due splendidi marmi: un labrum e la statua del Pastore che dà il nome alla villa.

Sorge sul costone del pianoro di Varano, in posizione panoramica, a poca distanza da Villa Arianna ed è stata esplorata tre volte. La prima nel 1754-59 da Karl Weber, che portò in luce un grande giardino; la seconda con Pietro la Vega, nell 1775-78, la terza e ultima nel 1967-68, per il ritrovamento di un muro perimetrale nella rimozione di lapilli dal terreno per uso agricolo.

Lo scavo fu finanziato dalla proprietaria del terreno e, successivamente tutta la zona fu espropriata, in attesa del completamento delle pratiche di esproprio (46 anni!), ma intanto la villa fu nuovamente sepolta nel 1970 per evitare che si rovinasse. Vergognosamente la causa di esproprio va avanti ancora oggi e la villa rimane sepolta: in futuro l'associazione RAS dovrebbe occuparsi del suo recupero. In futuro... ma quando?

La villa del Pastore risale a un periodo tra l'VIII sec. a.c. e il 79 d.c., su una superficie di 19.000 mq, circa 204.000 se si considera anche l'area del giardino. La villa si suddivide in due parti: un'ampia zona scoperta e un serie di locali adibiti a uso abitativo; entrambe con pianta rettangolare. L'area del giardino scoperto ha a sud una parete a emiciclo, mentre al nord si trova un criptoportico fenestrato di 145 m., al quale corre parallelo, ma leggermente più in basso, un colonnato. Al centro del giardino una natatio con gradinata in marmo.

La villa prende il nome da una statuetta marmorea di 65 cm, in stile ellenistico, qui rinvenuta, che rappresenta un anziano pastore vestito di pelli, con sulle spalle un capretto, mentre regge un cesto con uva e pane, e nell'altra mano una lepre.

A sud la parete del giardino termina con archi in laterizio e in opus reticulatum con tufo giallo e lava rossiccia. A sud ovest si trova un porticato di 10 m. x 2, pavimentato a mosaico bianco e nero: da qui si accede in un ambiente a opus latericium con piccola nicchia affrescata in azzurro. Nel giardino furono ritrovate due ante in laterizio, affrescate in rosso, che permettevano l'accesso a un grosso ambiente, probabilmente un tablino; poi un piccolo ninfeo quadrato con al centro il labrum marmoreo.

Il resto della villa ha una quindicina di ambienti raccolti intorno a un cortile centrale, che a nord si apre sulle terme, con apodyterium, calidarium, una cucina e un vestibolo. Dalla zona termale un'esedra funge d'accesso a un impluvium sul cui fondo si apre un larario.
La villa si sviluppava su tre livelli, ed era collegata direttamente al mare da una serie di rampe che degradavano verso la spiaggia.



VILLA CARMIANO

Deve il nome al luogo in cui sorge, Carmiano nel comune di Gragnano ed è una villa rustica dell'ager stabiano a poco meno di un km dal pianoro di Varano.

Tornò alla luce negli scavi di Libero D'Orsi nel 1963, poi abbandonata e risepolta nel 1998: non era stata ancora esplorata, per cui si sono potute scoprire molte novità sullo stile di vita dei romani sia per la notevole quantità di reperti ritrovati. La villa ha una superficie di circa 400 mq e risale alla fine del I sec. a.c..
Del proprietario si conoscono soltanto le iniziali, MAR.A.S., incise su un sigillo in bronzo, probabilmente un ricco agricoltore.

Dopo l'ingresso dove è postala cuccia del cane, si entra nell'ampio porticato coperto, interamente dipinto, sul quale si aprono quasi tutte le stanze e dove si trova il larario dedicato a Minerva.

Le stanze di servizio: cucina con forno, torchio, vasca per la raccolta del mosto e cella vinaria con 12 dolie per complessivi 7.000 l. di vino, e gli ambienti per il deposito del raccolto e degli utensili per lavorare la terra sono pavimentati in terra battuta.

La zona residenziale come il triclinio ha una pavimentazione in cocciopesto, con bellissime pitture in arte flavia, con la raffigurazione di Nettuno e Amimone, Bacco e Cerere e il trionfo di Dioniso.

" La prima immagine a lasciare sconcertati è quella dell’ingresso: un cancello in ferro battuto, chiazzato di ruggine, e un cartello che recita: Villa Carmiano, 79 d.C. E' un pezzo di una realtà che abbiamo imparato a conoscere alla perfezione: quella del degrado dei beni culturali locali. Il quadrato di erba, lamiere e cumuli di terra è avvolto in un silenzio che sa di indifferenza.

E ti chiedi a cosa possa servire un cancello, una recinzione o un grosso catenaccio.  Eppure, qualcosa da difendere ci sarebbe: uno dei complessi più favolosi dell’architettura e della pittura romana. Una villa di produzione di 400 mq il cui impianto originario risale al II sec. a.C.

E soprattutto una struttura che ha restituito il più bel ciclo di pitture di tutta la romanità. Forse qualcuno avrà anche sentito parlare di questa villa in relazione al celebre triclinio, dal quale sono state staccate le pitture, finite poi nelle città di tutto il mondo, da Parigi a San Pietroburgo, passando per Washington. Di questa antica bellezza non resta niente.

Un barbarico sistema di case e una strada violentata di buche e dissesti. Non resta niente dello splendore di Carmiano, dei suoi proprietari, del lusso di cui erano soliti circondarsi; non resta niente di quella ricchezza produttiva che la villa era in grado di concentrare, essendo essa una azienda agricola specializzata nella viticoltura.  Un passato che vogliamo distruggere con le armi più terribili: l’indifferenza e l’abbandono.


Ho ripreso in mano un opuscolo pubblicato in occasione della celebrazione del 250simo anniversario degli scavi di Stabiae (1750/1-2000/1); in esso ho letto le dichiarazioni rilasciate dall’allora sindaco di Gragnano, Michele Serrapica, di cui ripropongo un passaggio chiave:

“Perché non ricostruire almeno una delle ville ( penso ad esempio a quella di Carmiano ubicata in proprietà demaniale) per mostrare scene di vita quotidiana, legate all’attività agricola, ricostruendo un torchio vinario, riproducendo gli stupendi affreschi del triclinio, e, perché no, coltivando nello stesso fondo gli stessi vitigni di 2000 anni fa, producendo così lo stesso vino che bevevano gli antichi romani. 

Sarebbe un modo per fare non solo cultura, ma anche per mettere in moto un circuito economico originale, in grado di attrarre numerosi visitatori, e di dare impulso alle possibilità lavorative dei giovani. Un modo dinamico di interpretare e coniugare la conservazione dell’eccezionale patrimonio archeologico con la sua valorizzazione in un contesto di sviluppo del territorio.”
Giudicate un po’ voi..
Angelo Mascolo


VILLA PETRARO

Villa rustica dell'ager stabiano situata in località Petraro, da cui prende il nome, al confine tra Castellammare di Stabia e Santa Maria la Carità, anticamente nella piana del Sarno, in una zona boscosa a ridosso di una antica strada romana tra Stabiae e Nuceria. La villa è stata scoperta nel 1957 nell'estrazione di lapilli ad uso industriale e la sua esplorazione, guidata da Libero D'Orsi è proseguita fino al 1958, quando dopo averla spogliata di affreschi ed elementi decorativi è stata nuovamente sepolta.

Villa Petraro ha una superficie di 37 m. x 29 per circa 1.000 mq, composta da due livelli come testimonia una scala superstite. Costruita originariamente durante la I età augustea, al momento dell'eruzione del Vesuvio doveva essere sotto ristrutturazione, probabilmente in trasformazione da villa rustica a villa d'otium, come testimoniano cumuli di materiali edili e progetti di decorazioni. La sua splendida posizione a pochi metri dalla spiaggia con bellissima vista sull'attuale golfo di Napoli, ben si prestava a una villa signorile.

La villa presenta un ampio cortile centrale con criptoportico a nord per proteggerla dal sole, con colonne in opus vittatum a sud, e ad est nuove colonne in via di realizzazione. Dall cortile, fornito di pozzo e forno, si diramano gli ambienti della villa: depositi, ambienti di lavoro, triclini, cubicula e sei ergastula, ossia celle per gli schiavi.

A seguito dei lavori di ampliamento la villa è stata dotata, a est, di zona termale, con una scala che porta al piano superiore. Le terme hanno coperture a botte, con un calidarium, un frigidarium, nel quale erano in costruzione nuove vasche, un tepidarium, con tubi fittili per il riscaldamento, un praefurnium e un apodyterium. I pannelli decorativi che furono asportati e conservati nell'Antiquarium stabiano rappresentano scene bucoliche, divinità fluviali, amorini e scene mitologiche come la Presentazione della vacca in legno a Pasifae e Narciso che si specchia in acqua; la maggior parte delle pareti della villa però erano state rivestite di intonaco bianco prossime alla decorazione, oltre a 25 bassorilievi in fase di rifinimento. Tra i reperti più importanti bottiglie in vetro soffiato, brocche in terracotta e un torchio oleario.



VILLA SANT'ABATE

E' una villa rustica in località Casa Salese nella parte alta dell'attuale città di Sant'Antonio Abate, da cui prende il nome, al limite estremo dell'ager stabiano al confine con Pompei e con Nuceria. La villa è stata scoperta nel 1974 ed ha fornito agli archeologi importanti notizie sugli usi e costumi dei romani.

Non essendo infatti mai stata scavata prima d'allora, neanche dai Borboni, ha offerto una grande varietà di oggetti, portati nell'antiquarium di Castellammare di Stabia. Si ritiene che soltanto un'ala della villa sia stata riportata alla luce.

Nel 2009 è stato approvato un progetto di restauro e recupero per una spesa complessiva di 40.000 € che lascia ben sperare.

Risale all'epoca augustea-tiberina e probabilmente si articola intorno a una corte a pianta quadrata. L'area rinvenuta è un ampio ambiente vicino al muro perimetrale con una piccola aia protetta da muretti e tre colonne a base quadrata che fanno parte di un portico, non completamente scavato, che rappresenta l'ingresso alla villa, decorato con estrema finezza da immagini di animali, piante e maschere.

Dal portico si accede a diversi ambienti: una stanza dipinta con zoccolatura in nero e la parte superiore in intonaco bianco, una piccola e curiosa stanza con la volta ricavata da un mezzo dolio, un recipiente dove era contenuto il vino, adibita a forno, e un ampio ingresso con i resti di una scala in legno che conduceva al piano superiore.

Da qui, dove si trovavano i dormitori per gli schiavi, partiva l'accesso alla corte, cinque colonne in laterizio non intonacato, e alla cucina.

Oltre a un piccolo ripostiglio, è presente anche un triclinio rettangolare con pareti a fondo nero.
All'esterno della villa si trova la scala che porta al piano superiore e un collettore d'acqua in cocciopesto, che aveva anche funzione di isolante. Di grande interesse anche i resti di una macina e una nicchia adibita a larario.



VILLA MEDICI

Porta il nome dalla località in cui si trova, esplorata per la prima volta da Pietro la Vega nel 1781-82. Fu interamente riportata alla luce ma in seguito nuovamente interrata.

Ha una pianta rettangolare con al centro un cortile con sei colonne affrescate in rosso, un dolio, un pozzo e una vasca con un canale che fungeva da abbeveratoio per gli animali.

Dal cortile si aprono: la cucina con il forno, una latrina, un'apotheca dove venivano raccolti i frutti e un torcularium, che dà a sua volta accesso a una grande stanza affrescata con zoccolatura in giallo a strisce rosse mentre la parte superiore ha fasce verdi su un fondo scuro con fiori e foglie: all'interno furono rinvenuti diversi reperti come una tazza, un campanello e un'accetta.

È inoltre presente una cella vinaria e una stanza per il fattore, entrambe con ingresso autonomo. Nella pittura qua a fianco, notare il segno semplice e preciso dell'affresco.

Qui si comprendono due cose. Una è la provenienza dei magnifici acquarelli napoletani che hanno un tratto pressocchè identico e l'impostazione di una pittorica moderna tipo fauvismo, dove il colore ha poche sfumature ma la prospettiva è data da toni più scuri o più chiari, però netti e non mescolati.


VILLA PETRELLUNE

Villa rustica rivenuta in località Petrellune, da cui prende il nome. Fu esplorata in minima parte in epoca borbonica, nel 1779, dallo spagnolo Pietro la Vega.

Fu poi abbandonata quando, dopo l'asportazione del pavimento, si notò la presenza di lapillo, che fece ritenere la costruzione fosse successiva al 79.

Gli archeologi non sapevano dell'uso dei costruttori romani del lapillo per la pavimentazione, proveniente da eruzioni precedenti.

Furono esplorati all'incirca tre ambienti, i cui mosaici pavimentali e marmi parietali denotavano la ricchezza dei proprietari.

Parte dei mosaici furono asportati nel 1779 e trasferiti alla reggia di Portici: un tessellato bianco con disegni geometrici in nero.




VILLE DELL'OGLIARO

Una serie di tre edifici ubicati tutti in località Ogliaro, a Gragnano. La prima è stata esplorata nel 1779 da Pietro la Vega, ma le descrizioni della costruzione sono andati perduti, anche se resta, una mappa del 1850.

Essa ha un lungo portico che immette in diversi ambienti: la stanza per la produzione del vino, quella dell'olio, due ergastula per il riposo degli schiavi e un piccolo quartiere termale.

La seconda villa è stata scoperta nel 1782, esplorata sempre da Pietro la Vega, è più grande della prima ed ha una pianta irregolare.

È composta da tre cortili, una zona termale con pareti affrescate e pavimentazione in tessere di mosaico, e in altri ambienti pavimentazione con ciottoli marini. La scala rinvenuta fa dedurre un piano superiore.

La terza è stata scoperta nel 1957 e solo parzialmente scavata, riportando alla luce ruderi di mura in opus incertum e un ambiente con frantoio. Oggi tutte le ville dell'Ogliaro sono interrate.



VILLA DEL FILOSOFO

Esplorata nel 1778, deve il suo nome al ritrovamento di un anello con corniola intagliata raffigurante il busto di un filosofo. L'accesso alla villa avviene da una strada lastricata e si sviluppa intorno a un cortile, con criptoportico fenestrato nella parte nord, e portici nei lati sud ed est, mentre al centro è presente un'ara in tufo e un pozzo per la raccolta dell'acqua.

Intorno al cortile si aprono diversi ambienti a uso abitativo e rustico. Ha una zona termale pavimentata a mosaico bianco con tessere nere che riproducono un delfino che avvolge un timone, mentre sulle pareti i dipinti raffigurano animali e maschere.

Ha un mosaico di più pregevole fattura, in stucco, rappresentante Venere nuda accompagnata dalle sue ninfe anch'esse nude. In uno di questi ambienti è stata inoltre ritrovata una stufa decorata con stucchi.

Al momento della sua scoperta la villa era rimasta immutata dall'eruzione del Vesuvio del 79, non avendo subito saccheggiamenti, ha offerto molti reperti tra cui l'anello con la corniola, un ago crinale in avorio con Venere, attrezzi agricoli, oggetti in terracotta, candelabri, vasi in bronzo e lo scheletro di un cavallo. Attualmente la villa è interrata.



VILLA DEI MIRI

Villa rustica riportata alla luce nel 1779-80, oggi interrata, che prende il nome dalla strada in cui si trova, a pochi m. dalle ville d'otium dell'antica Stabiae.

La costruzione è divisa in due zone: quella abitativa e quella rustica.

La zona abitativa ha un vestibolo con tre colonne, con la scala che conduce al piano superiore, che divide l'ingresso da un piccolo atrio: da questo si apre l'accesso alle stanze e a un grande peristilio, affrescato e pavimentato a mosaico in frantumi di marmo, con 20 colonne a colonnato.

La parte rustica comprende ambienti destinati per la produzione dell'olio, con due torchi oleari e una vasca: nell'aia è stato rinvenuto un vaso di terracotta, diviso in vari scomparti, utilizzato per ingrassare i ghiri, uno dei cibi prediletti dai romani.



VILLA DEL GENIO

Nel 1754 fu scoperta una casa nel podere di Gerace a Varano, cosiddetta per avervi rinvenuto un piccolo Genio d'argento con disco e cornucopia dorati.

Di questa casa l'architetto Carlo Bonucci ne dette pianta e indicazioni nella sua Opera delle due Sicilie. Vi era un ingresso nobile, cui seguiva l'atrio con impluvio. Ricorreva intorno intorno un tetto sostenuto da quattro colonne, e un larario.

A sinistra dell'atrio dei passaggi introducevano ad un gran giardino circondato da portici colonnati, e dal giardino si passava ad un bagno con una gran vasca a cui si scendeva per mezzo di gradini.

A destra dell'atrio c'era una stufa con pavimento a mosaico bianco fregiato a nero di animali marini, e seguiva un tepidarium, con un sedile.

All'esterno della casa si aprivano una serie di botteghe con stanze superiori, per abitazioni o per conserve di masserizie e di utensili, di cui se ne rinvenne in gran quantità.



ALTRE VILLE

Sia durante l'epoca borbonica che durante gli scavi di Libero D'Orsi o per motivi casuali, sono riaffiorate diverse ville rustiche sparse nell'ager stabiano, in particolare nella zona di Gragnano e Santa Maria la Carità.

Purtroppo la maggior parte di queste, dopo la loro scoperta, sono state parzialmente esplorate, depredate degli oggetti e affreschi di maggiore importanza e poi nuovamente sotterrate o addirittura andate distrutte.

Tra le ville meno conosciute c'è la villa rustica Cappella degli Impisi, scavata nel 1780 e la sua esplorazione è stata dopo poco tempo interrotta in quanto precedentemente saccheggiata e quindi povera di affreschi, mosaici e suppellettili: tuttavia sono stati ritrovati un'idra, dieci vasi di creta, e due ruote di frantoio.

Tra le ville la cui scoperta è più recente, la villa rustica in proprietà Malafronte, del II secolo a.c. come testimoniato dal ritrovamento di alcune ceramiche, già abbandonata prima dell'eruzione del 79: probabilmente distrutta durante l'invasione di Silla nel 89 a.c., realizzata in blocchi di tufo, nella quale si riconoscono diversi ambienti e una vasca posta nel cortile.

La villa rustica in proprietà Iozzino è riaffiorata nel 1963 durante la costruzione di un edificio che ne ha provocato in parte anche la distruzione: risale all'età augustea ed è stato ritrovato un calidarium in opus reticulatum e un'intercapedine in tegole mammatae e suspensurae.

La villa rustica in via Sepolcri, a Gragnano, è stata scoperta nel 1969 a seguito di lavori per la costruzione di serbatoi idrici: della villa sono state esplorate circa dieci stanze alcune delle quali destinate ad abitazione, altre a magazzino, come testimoniano la presenza di un torcularium e di una cella vinaria.
Durante la costruzione della strada statale 145, nel 1984, è stata riportata alla luce una villa rustica d'età augustea e ampliata durante l'età tardo repubblicana. La parte scavata mostra un cortile sul quale si affacciano un triclinium, un oecus e altri ambienti tutti affrescati in III stile pompeiano, oltre a diversi ambienti di servizio, uno dei quali dotato di forno.

Tra i reperti una casseruola in argento e diversi affreschi del triclinio con paesaggi mitologici, come la Caccia al cinghiale e Diana e Atteone: quest'ultimo risale al 35-45 d.c. e raffigura Diana nuda intenta a immergersi nelle acque di un ruscello e Atteone che la spia dall'alto.

Nel 1985 sono state fatte importanti scoperte archeologiche come un muro perimetrale, in opus incertum, di una villa e il perimetro di un'altra in via Pantano dalla superficie di circa 600 m2: il muro perimetrale è in opus incertum in calcare e tufo e all'interno sono stati individuati undici ambienti ancora non scavati.

Altre due ville rustiche sono state ritrovate in località Incoronata a una distanza di circa 250 m. l'una dall'altra: la prima ha una superficie di circa 600 mq ed è composta da 12 ambienti di cui rimangono solo le fondamenta. L'altra villa invece risale all'epoca augustea e il muro perimetrale ha anche la funzione di muro di contenimento di una scarpata. Nel 1987 sono state ritrovate, alla profondità di circa 3 metri, presso via Quarantola a Gragnano, diverse mura in tufo, realizzate in opus reticolatum appartenenti a una villa: non è stato possibile scavare gli ambienti interni ma si è dedotto che la costruzione aveva un'altezza di 2 m. e mezzo.




TEMPLI

La quasi totale assenza di templi nella zona di Stabiae fa pensare che furono rasi al suolo durante l'occupazione di Silla, ma alcuni resti testimoniano strutture sacre come un tempio dedicato a Ercole, uno a Diana, uno ad Atena, uno a Cibele e quello più importante del Genius Stabianum.



lL TEMPIO DI ERCOLE

Si trovava sulla Petra Herculis, oggi scoglio di Rovigliano, un isolotto a 200 m. dalla costa, vicino alla foce del Sarno. Secondo la leggenda Ercole, di ritorno dalle sue fatiche, staccò un pezzo di roccia dal monte Faito e lo scagliò in mare formando l'isola. Del tempio rimangono pochissime tracce: un pezzo di muro in opus reticulatum e il ritrovamento, durante lo scavo delle fondamenta di una torre, di una statua in bronzo di Ercole, andata perduta. Plinio il Vecchio cita che l'isola fosse dedicata a Ercole.


TEMPIO DI DIANA

Stava nella frazione di Pozzano, all'estremità sud dell'ager stabiano, sulla collina dove oggi sorge la basilica della Madonna di Pozzano.

Fu infatti durante uno scavo presso il giardino della chiesa, nel 1585, che riaffiorarono alcuni resti di un tempio pagano, tra cui un'ara con teste di cervo, fiori e frutti.

Proprio da questo ritrovamento gli archeologi hanno attribuito il tempio al culto di Diana.



TEMPIO DI ATENA

Santuario extraurbano riportato alla luce nel 1984, in località Privati, sulle sponde del Rivo Calcarella, nella zona collinare di Castellammare di Stabia, con superficie di 200 mq. Il tempio risale al periodo sannita, del IV sec. a.c ed ha conservato molti manufatti. Si pensa fosse di Atena per il ritrovamento di una statuetta raffigurante la Dea. Tra i reperti una lastra con la testa di Ercole, d'ispirazione ellenistica, del IV - III sec. a.c.


TEMPIO DI CIBELE

Rinvenuto nel 1863, in località Trivione, a Gragnano, per l'ampliamento di una strada: si tratta di colonne in piombo, disposte circolarmente, al centro del quale è posto un ceppo sepolcrale. Secondo la ricostruzione degli archeologi il tempio si trovava in una radura, protetto da boschi, e il culto era appunto dedicato a Cibele, per i romani Rea.


TEMPIO DEL GENIO STABIANO

Rinvenuto nel 1762 e dopo la sua esplorazione nuovamente interrato: a oggi, nonostante si disponga di diverse mappe, non è ancora chiara la sua posizione, anche se si suppone che si trovi tra la collina di Varano e Santa Maria la Carità. Il tempio era probabilmente un santuario confederale nocerino e dalle piante d'epoca borbonica si deduce che è formato da un monoptero a quattordici colonne e un edificio a quattro colonne che ospita due triclini e un mensa circolare. Da una targa è emerso che il tempio fu restaurato dopo il terremoto del 62 e i lavori eseguiti da Caesius Daphnus.
Una lapide riportava: "Per decreto de' Decurioni M. Ceso Dafne provvidamente riedificò i due Bidentali di Nocera, e l'antico Tempietto del Genio di Stabia pericoloso pe' suoi marmi cadenti."

 

NECROPOLI

Nella zona dell'ager stabiano sono state individuate ed esplorate diverse necropoli, caratterizzate da un alto numero di tombe di bambini a testimonianza dell'alta mortalità infantile.


NECROPOLI SANTA MARIA DELLE GRAZIE

E' la necropoli più importante, individuata nel 1957 durante lavori per la costruzione di un distributore di benzina, lungo la strada Castellammare di Stabia - Sant'Antonio Abate, presso l'abitato di Madonna delle Grazie: è stata esplorata per la prima volta da Libero D'Orsi. Anticamente la necropoli si trovava lungo l'asse viario che collegava Stabiae con Nocera.

Sono state riportate alla luce circa 300 tombe dal VII al III sec. a.c., di cui 121 tra il VII e VI sec. a.c., e circa 50 del periodo sannitico (V - III sec. a.c.). Le tombe arcaiche sono tutte a inumazione con scheletro supino posto in fossa o cassa di tufo, quelle sannitiche sono a cassa di tegole con copertura a cappuccina o di lastra di tufo.

In tutte le tombe sono stati ritrovati corredi, di tradizione etrusca, greca, sannita e romana. Nelle tombe più antiche il corredo è ai piedi del defunto: lekythos, skyphos e kylix dipinte in nero e olpette dipinte a vernice.

Nelle tombe degli uomini c'erano armi, in quelle delle donne oggetti ornamentali come fibule, grani vitrei di collane, anelli e poii fusi. Le tombe del IV sec. a.c. sono poste intorno a quelle più antiche e nei corredi funerari al posto delle kylix si trovano skyphos e olpette a vernice nera. Nelle sepolture del III sec. a.c. quasi esclusivamente unguentari, indice dell' impoverimento del territorio: infatti lo sviluppo di Pompei e di altri centri della penisola sorrentina portò un lento spopolamento dell'ager stabiano. Attualmente la necropoli non è visitabile.



AREA CHRISTIANORUM

Durante lo scavo per la costruzione della cappella di San Catello, all'interno della cattedrale di Castellammare di Stabia, 1876-1879, è stata ritrovata una necropoli paleocristiana, Area Christianorum. Questo testimonia che l'area stabiana fu nuovamente abitata poco dopo l'eruzione del Vesuvio, già dalla fine del I sec.. Costruita lungo la strada che collega Stabiae a Nocera, la necropoli fu utilizzata originariamente come cimitero pagano e aveva una forma ad alveare, cioè tombe sovrapposte fatte in muratura e coperte di tegole. Gli scavi non sono ancora completati e sono stati riportati alla luce soltanto due ampi vani collegati da uno stretto corridoio. La maggior parte dei reperti sono al museo diocesano sorrentino-stabiese, dopo anni di abbandono all'interno dell'antiquarium stabiano.
Tra questi il sarcofago di Gaio Longinio, risalente al 250 e rinvenuto il 4 agosto 1879: si tratta di un sarcofago marmoreo raffigurante le nove Muse, Apollo e Minerva, mentre il coperchio, di fattura diversa, è decorato da due coppie di delfini e riporta la scritta tradotta dal latino:
« La moglie Giulia Maria fece questo sepolcro al benemerito Giulio Longino, il primo dei decurioni della colonia di Miseno, uno dei primi dieci il quale visse anni 54, giorni 55 »
Altro reperto il fermaglio di un libro, forse un messale, a forma di placchetta, in osso, che raffigura san Pietro e San Paolo che vanno ad abbracciarsi a braccia tese.



NECROPOLI AL CASTELLO

Nel 1932 un'area sepolcrale è stata individuata presso il castello di Castellammare di Stabia, durante la costruzione della strada Panoramica verso Pozzano: una necropoli dell IV sec. a.c., con tombe a cassa, a tegola, a lastre di tufo, mentre una sola era costituita da un unico blocco di tufo. Sempre nella stessa zona, per la costruzione della rete idrica è stata riportata alla luce una tomba integra contenente uno skyphos e un'anforetta.
Molti anni prima inoltre, nel 1759, a Scanzano, non lontano da questa necropoli, durante uno scavo per l'estrazione di pozzolana, fu rinvenuta una tomba a cassa di donna, parte di un'area cimiteriale più grande dell'epoca sannitica. Purtroppo il corredo funerario è andato perduto ma si sa che conteneva tre piccole anfore: sulla prima era raffigurata una donna seduta sugli scalini di un monumento funebre, sulla seconda una Nike seduta su una roccia e sulla terza il profilo di una testa femminile.


Bray: LE VILLE DI STABIAE SARANNO SITI UNESCO


La richiesta del governo italiano illustrata dal ministro durante un'audizione in parlamento: l'area tutelata includerebbe le splendide dimore romane e parte del territorio di Castellammare di Stabia. Peccato che non scaviamo le ville venute alla luce e nemmeno quelle ancora sotterrate.. per non parlare dell'incuria e dell'abbandono di altre.

La Fondazione Ras ha ora l'obiettivo concreto di realizzare il vero parco archeologico dell'antica Stabia: " Si tratta di un patrimonio archeologico che si sviluppa su sessanta ettari - racconta l'architetto Angela Vinci - dove si possono stimare sei ville marittime e una cinquantina di ville rustiche, ma dove solo una piccola parte è stata scavata e aperta a una fruizione in sicurezza da parte del pubblico. Una realtà non tanto diversa da Pompei dove di 33 ettari se ne è scavato solo un terzo. Per questo stiamo studiando tutte le formule possibili per promuovere attenzione sul progetto di Stabia, per esempio, sono quattro anni che portiamo in giro per gli Stati Uniti la mostra In-Stabiano per entrare in contatto con istituzioni e università al fine di trovare partner ideali per il nostro gioiello. Non a caso, il Mit ha realizzato per noi l'indagine geologica dell'area. Diciamo, quindi, che stiamo cercando un Bill Gates per Stabia. E ce n'è davvero bisogno. Perché quando gli affreschi della mostra Otium Ludens torneranno in Italia, rischiano di essere richiusi nei depositi della soprintendenza ".

Però la Ras, società Onnlus quindi non a scopo di lucro, sembra si occupi per ora di monitorare eventi e trovare clienti. Di Sponsor neppure l'ombra.






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