PRIMI INSEDIAMENTI



ROMA ALLE ORIGINI
I più antichi insediamenti di quella che poi diventerà Roma risalgono ad epoca molto remota, addirittura all'uomo di Neanderthal. Il più antico sembrerebbe nell'area della Valchetta, con resti umani di 65.000 anni fa, un altro in via di Torre Spaccata di 60.000 anni fa.

Si passa all'Età del Ferro con l'arrivo dei Latini di stirpe indoeuropea, dunque non autoctoni, prima un gruppo latino-falisco e poi uno umbro-sabello. Quegli stessi Latini che incontrò Enea, secondo la tradizione, quando, in fuga da Troia, sbarcò nel Lazio. Roma si formò con la fusione di tanta gente diversa, perchè là dove confluiscono civiltà diverse c'è uno scambio che amplifica la conoscenza.

Nessuna civiltà può vantare un coacervo di gente e razze come Roma, punto di raccordo tra occidente e oriente, anche perchè protesa sia sul fiume che sul mare. Nei tempi antichi il suolo era coperto di foreste e pericoloso per le belve, la navigazione costa a costa, o via fiume, era il sistema meno pericoloso di spostarsi.

I Falisci occuparono la valle del Tevere, tra i monti Cimini e i Sabatini, mentre i Latini il Latium vetus, l'antico Lazio, che andava dalla riva destra del Tevere ai Colli Albani, confinando con gli Etruschi a nord del Tevere. I Volsci, e in parte gli Ernici, occupavano invece il sud del Lazio; gli Aurunci, e un po' i Rutuli, la costa Laziale Campana; i Sabini la zona appenninica a nord, a est gli Equi. E' anche possibile che contribuissero alla unione delle culture quella dell'Ellesponto in Asia Minore (attuale Turchia), quando all'incirca nel 1100 a.c., Troia cadde e gli scampati si rifugiarono nel Lazio.

CARTINA INGRANDIBILE
Scavi al Foro Boario hanno scoperto della ceramica greca dell'VIII secolo a.c. che dimostra già all'epoca rapporti commerciali con le colonie elleniche.

Le capanne del Palatino, di cui ci sono numerose tracce, avevano una forma tra la rettangolare e la elittica, in tutto simile a quelle delle urne a capanna della stessa epoca, rinvenute nel sepolcreto arcaio del Foro, che servivano a contenure le ceneri del defunto e imitavano la casa dove egli aveva abitato.
I grossi fori lungo il margine e al centro serviano ad alloggiare i pali di sostegno del tetto, mentre fori più piccoli, al di qua e al di là del vano della porta dovevano reggere una particolare e leggerea copertura davanti alla porta stessa. Accanto al foro centrale erano chiarissime le tracce del focolare.
La loro datazione è dell'VIII secolo a.c., cioè pienamente corrispondente alla data di fondazione di Roma, per di più recentemente si sono rinvenuti i resti di una reggia.

Sono testimonianza di questi insediamenti anche le tombe preistoriche accanto alle fondamenta dello scomparso Arco di Augusto, nel Foro Romano, cultura simile a quella proto-villanoviana, con vasi privi di decorazioni, probabilmente del I millennio a.c., nell'Età del Bronzo. Una necropoli deriva necessariamente da un villaggio di abitazioni stabili.

Altra testimonianza la necropoli accanto al tempio di Antonino Pio e Faustina con sepolture preistoriche, sempre nel Foro Romano, accanto a villaggi di capanne, che vanno dal IX all' VIII sec. a.c., riservata poi solo a tombe di bambini fino all' VII secolo a.c.

Gli antichi abitanti di Roma dunque inumavano, al contrario dei Romani successivi che soprattutto incineravano i defunti. L'inumazione è caratteristica delle società matriarcali o con retaggi matriarcali, mentre l'incinerazione è patriarcale. Il che significa che i progenitori di Roma furono matriarcali, infatti restituire il corpo alla terra presuppone una devozione alla Madre Natura o Terra.

Ancora reperti dell'Età del Bronzo nell'area di Sant'Omobono, presso la chiesa di Sant'Omobono, ai piedi del Campidoglio, con due templi, della Dea Fortuna e della Mater Matuta, del VI sec. a.c., due Dee primordiali adorate come Madri del pantheon, insomma grandi madri degli Dei.
I due templi gemelli sorsero sull'area già occupata da capanne protostoriche e solo uno è stato scavato perchè il secondo è sotto la chiesa. La Dea Fortuna è l'Ananke greca, contro cui, come dice Omero, gli Dei nulla possono, o il Fatum romano, colei che guida le sorti. Non a caso a Palestrina c'era il tempio, ce ne parla Cicerone, della Fortuna Primigenia, nel cui tempio si gettavano le sorti, cioè i dadi per predire il futuro.

Nel centro di Roma quasi tutte le chiese sorgono su templi pagani, per far dimenticare i vecchi Dei e perchè la gente lì era abituata a recarsi. In più si poteva usufruire dei marmi e delle colonne. I famosi pavimenti cosmateschi così frequenti nelle chiese romane, non sono altro che marmi romani fatti a pezzi e ricomposti a disegno, e molte delle colonne sono romane antiche. Per averne un'idea basta visitare il Pantheon dove i giganteschi marmi romani sono conservati intatti.

Sembra che il tempio della Fortuna risalisse a Servio Tullio, e vi si praticasse la prostituzione sacra, o Ierodulia, che si usava in tutto il Mediterraneo e in tutte le antiche civiltà, come sacerdozio soprattutto femminile (più rara quella maschile).
I santuari vennero abbandonati nel IV secolo a.c., con la fine della monarchia etrusca.





L'URBE

« Non so se valga davvero la pena raccontare fin dai primordi l'insieme della storia romana. Se anche lo sapessi, non oserei dirlo, perché mi rendo conto che si tratta di un'operazione tanto antica quanto praticata, mentre gli storici moderni o credono di poter portare qualche contributo più documentato nella narrazione dei fatti, o di poter superare la rozzezza degli antichi nel campo dello stile. Comunque vada, sarà pur sempre degno di gratitudine il fatto che io abbia provveduto, nei limiti delle mie possibilità, a perpetuare la memoria delle gesta compiute dal più grande popolo della terra. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita, Praefatio, 1-3.)

Sembra che il primo agglomerato urbano si stabilisse sull'Isola Tiberina, raggiungibile a guado, e in seguito mediante un ponte, allargandosi sul colle Palatino intorno al X secolo a.c., successivamente vennero occupati i colli Esquilino e Quirinale. Lungo le rive del Tevere, fino a Ostia, esistevano, tra l'Età del Bronzo e l'Età del Ferro, moltissimi villaggi, ognuno stanziato su una collina, fino al mare.

Prima della “fondazione di Roma”, esisteva dunque un villaggio sul Palatino, ovvero su due alture: il Germalus e il Palatium, separate da un avvallamento detto intermontium, e sul Velia, prosecuzione dell'Esquilino, tra Palatino e Oppio.

A questo villaggio faranno riferimento gli altri insediamenti sui colli circostanti:
l'Esquilino, con il Cispius a nord, Oppius a sud e Fagutalis ad ovest;
il Celio, già Querquetulanus per il sacro querceto, poi Caelius dall'eroe etrusco Celio Vibenna;
la Suburra da suburbio, sub urbe, alle pendici di Quirinale;
il Viminale verso l'Esquilino.

Questi insediamenti col tempo si organizzano in una lega, con vincoli federali, il Saeptimontium (i sette monti), ovvero la lega "dei Sette Colli". In realtà i colli sono solo due, il resto sono monti.



I SETTE COLLI
  • Aventino - Mons Aventinus;
  • Palatino - Mons Palatinus;
  • Quirinale - Collis Quirinalis, con le alture secondarie dei Colles Latiaris, Mucialis e Salutaris;
  • Viminale - Collis Viminalis;
  • Celio - Mons Caelius, con l'estensione orientale del Celiolo o Caeliolus;
  • Esquilino - Mons Esquilinus;
  • Campidoglio - Mons Capitolinus, con le sommità Arx a nord e Capitolium a sud, separate dalla "sella" dell'Asylum.
Riferiscono che Re Numa Pompilio celebrasse, a Maggio e a Dicembre, una processione lungo tutti i sette colli, con sacrifici sulle 27 tombe degli Argei. Il che dimostra che all'epoca Roma raccoglieva già i sette colli.

Secondo Varrone gli Argei furono eroi al seguito di Ercole, che tolte le terre laziali alle tribù di Siculi e Liguri, si stabilirono in un villaggio, il Campidoglio, "fondato dal Dio Saturno".
La celebrazione fu riservata prima ai latini, poi ai Sabini del Quirinale e poi a tutta la città. Il mito di Ercole e dei suoi eroi fa pensare a una società patriarcale che ha sostituito una cultura matriarcale, come del resto dimostrò Bachofen proprio con gli studi sui reperti romani nel libro "Il Matriarcato". Non a caso Ercole strozza in culla i serpenti che erano il simbolo di ogni Dea Madre.



LA LEGGENDA

Amulio estromise suo fratello Numitore per regnare da solo su Albalonga, uccidendo i suoi figli maschi e costringendone la figlia Rea Silvia a farsi vestale perchè non procreasse eredi al suo trono.
Il Dio Marte però vide la fanciulla mentre attingeva acqua nel bosco sacro e la violentò, mettendola incinta du due gemelli: Romolo e Remo.

Amulio la fece condannare e morte perchè aveva violato il voto di castità, ma il fiume Aniene, dove il corpo fu gettato, ne ebbe pietà e la resuscitò. Il re Amulio, per salvarli, fece porre i bimbi in una cesta, affidandola alla corrente.
Per le piogge il Tevere era straripato (cosa che farà fino al XX sec. coi nuovi argini costruiti per ben otto metri di altezza) allagando i campi del Velabro, e su quella riva, detta Cermalus, si fermò la cesta. Poi le acque si ritirarono e i due gemelli si trovarono ai piedi di un albero di fico (ficus ruminalis).
Per altri la cesta si fermò in una grotta alla base del Palatino, detta "Lupercale" perché sacra a Marte e a Fauno Luperco.

Una lupa, scesa dai monti al fiume per abbeverarsi, attirata dai vagiti dei due bambini, li raggiunse e li allattò. Anche un picchio portò loro del cibo, e il picchio era sacro a Marte. Furono poi trovati da un pastore di nome Faustolo, il porcaro di Amulio, il quale insieme alla moglie Acca Larenzia decide di crescerli come figli. La capanna di Faustolo e Laurenzia stava sul Palatino, nella zona "Germalo".


Plutarco racconta (Vita di Romolo):
Si dice che i gemelli venissero condotti a Gabii per imparare l'uso della scrittura e tutto ciò che solitamente devono apprendere i fanciulli di nobili origini.. furono chiamati Romolo e Remo in riferimento alla mammella... della lupa... Romolo sembrava possedere maggiore capacità di giudizio ed un'innata perspicacia politica, mostrando nei rapporti con i confinanti per il diritto al pascolo e di caccia una naturale predisposizione al comando piuttosto che alla sottomissione.


E Livio aggiunge (Ab Urbe condita):
Irrobustitisi nel corpo e nello spirito, non affrontavano solo le fiere, ma tendevano imboscate ai banditi carichi di bottino. Dividevano il bottino delle rapine con i pastori e dividevano con loro cose serie e ludiche, mentre cresceva il numero dei giovani giorno dopo giorno.
I gemelli vennero poi assaliti dai banditi che volevano vendicarsi dei bottini da questi rubati a loro in precedenza. Romolo si salvò, ma Remo fu catturato e condotto da re Amulio, con l'accusa di furti nelle terre del fratello del re, per cui venne portato da Numitore perchè lo giudicasse.
Dopo varie domande Numitore riconobbe il nipote mentre sopraggiunse Romolo e gli raccontò la storia familiare. Così i due fratelli insieme ad alcuni compagni uccisero Amulio e restituirono il trono di Albalonga a Numitore.



MORTE DI REMO E FONDAZIONE DI ROMA

Romolo e Remo lasciarono poi Alba Longa e si recarono sulla riva del Tevere per fondare una nuova città nel luogo dove erano nati e cresciuti.


Livio ne riferisce due versioni:
Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l’uno e l’altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra.

È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura». In questo modo Romolo s’impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore.


La versione di Plutarco, in "Vita di Romolo" è simile a quella di Livio, con la variante che Romolo non avrebbe avvistato alcun avvoltoio. La sua vittoria sarebbe stata frutto dell'inganno, per cui Remo si adirò e ne nacque la contesa che portò alla sua morte.

Quando Remo si rese conto che il fratello si era preso gioco di lui, si sdegnò e mentre Romolo stava scavando il fossato con il quale aveva intenzione di circondare le mura della città, si fece beffe del suo lavoro e cercò di ostacolarlo. Infine varcò il fossato, ma cadde colpito in quello stesso punto, secondo alcuni dal medesimo Romolo, secondo altri da un compagno di Romolo, Celere. Nella rissa cadde anche Faustolo e Plistino, che si dice era fratello di Faustolo ed aveva contribuito ad allevare Romolo e Remo.

Per altri Romolo fece costruire sul solco (urvus, da cui Urbs = città) tracciato con l'aratro, una cinta muraria, mettendovi a guardia Celere, cui impartì l'ordine di uccidere chiunque avesse osato scavalcarla. Purtroppo Remo non era venuto a conoscenza dell'ordine imposto dal fratello e quando si avvicinò alla cinta, notando quanto essa era bassa, la scavalcò con un salto. Il fedele Celere gli si avventò contro e lo trapassò con la spada. Romolo, saputo della disgrazia, ne rimase sconvolto, ma non osò piangere di fronte al suo popolo, essendo ormai un sovrano.

In una diffusa tradizione ai gemelli dai popoli del luogo fu concessa per scherno una terra che equivalesse al perimetro una pelle di giovenca. I gemelli non si scoraggiarono: scuoiarono con meticolosità un grosso animale e lo fecero a strisce piccolissime, ponendole una di seguito all'altra. Su quei confini di pelle fu tracciato il solco del pomerium. Sicuramente allude a un rito sacrificale della giovenca.
Ricorda molto il mito di Cadmo che si recò dall'Oracolo di Delfi per sapere dove avrebbe dovuto fondare la città di Tebe. Il vaticinio fu: "Scegli fra le vacche muggenti quella che ha su tutte e due i fianchi un disegno bianco di luna piena. Prendila per tua guida sulla strada che dovrai percorrere. Dove la vacca si inginocchierà e poserà per la prima volta la testa cornuta sul terreno, in quel punto dovrai sacrificarla alla terra immersa nell'oscurità. Dopo averla sacrificata fonda su una collina, la più alta, una città dalle larghe vie". L'allusione alla luna e la giovenca fanno pensare a retaggi della Dea Madre Io, i Europa, la giovenca.



IL POMERIUM

Le antiche città, sia latine che etrusche, richiedevano per la fondazione un rituale magico religioso. Si stabiliva mediante i sacerdoti il centro della città, il "mondus", tracciando un solco intorno e immolando una giovenca, simbolo di fertilità, per delimitare la zona sacra.
Poi si interravano nel "mundus" vari simboli religiosi, tra cui i Lari e i Penati, nochè statuette degli Dei protettori della città. Il mundus divenne per i Romani l'Ade, ovvero il regno dei morti.

In questo recinto, chiamato il pomerium o pomerio, si poteva costruire solo templi o zone sacre, per cui si tracciava un secondo solco, destinato al governo del popolo, cioè la reggia, il comitio, il foro ecc.

Al di fuori di questo si poteva edificare per la cittadinanza, e poi seguivano i campi. Sul solco venivano poi disposte le mura. Il recinto sacro delimitava e definiva l'Urbs, la città consacrata agli Dei e quindi inattaccabile e invincibile. Solo le città con un pomerium erano Urbes. Le altre erano Oppida, prive della protezione divina.

Le antiche città pelasgiche sono infatti costruite con tre cinte concentriche di mura (vedi Artena, Norba ecc.). La prima col grande tempio, la seconda con la reggia e l'agorà, la terza a protezione di case e campi.

Nella leggenda Remo viene ucciso da Romolo, probabilmente armato, perché oltrepassa il solco sacro, commettendo così una profanazione del pomerium, profanazione che si pagava con la morte.

Remo fu seppellito sull'Aventino in una località chiamata Remoria, in ricordo del quale ogni 9 maggio è celebrata una festa Remuria (o Lemuria) per ricordare i defunti come ci racconta Ovidio. Romolo fu così il primo re di Roma.



LEGGENDA E REALTA'

Il nome Roma deriva dal nome etrusco Ruma, antica Dea che aveva come attributo il ficus ruminalis, sacro perchè il fico non ancora maturo ha un liquido simile al latte. Anche i Pitagorici adorarono il frutto del fico che portavano in processione. Infatti un fico stava perennemente ai piedi del Palatino. Insomma la prima Roma dei sette re fu soprattutto etrusca.

La leggenda racconta che Romolo e Remo furono allattati sotto al fico, in realtà il fico dell'allattamento proviene dalla Dea Ruma cui era dedicato un tempietto accanto al fico. Ruma o Rumina era la Dea etrusco-romana dell'allattamento dei pargoli, alla quale si dedicavano solo libagioni di latte.

Il nome Ruma significa infatti "mammella" e, come tanti nomi etruschi, latinizzandosi trasformano la "u" in "o" come la parola "rumax" che diventa "romanus" in latino. Così Ruma diventa Roma.

La leggenda racconta che i due gemelli Romolo e Remo, abbandonati in una cesta sul fiume Tevere, furono allattati da una lupa che sarà infatti il simbolo di Roma.
Ma la Dea Lupa era anch'essa un'antica divinità, assimilata poi ad Acca Larentia, che non era una donna ma la Dea Lupa. Nei suoi riti le sacerdotesse esercitavano la prostituzione sacra, o "ierodulia" imitando il verso della lupa. D'altronde anche la Dea della fecondità etrusca “Feronia”, venerata ai piedi del monte Soratte, nel Lucus Feroniae, da Latini, Sabini e Falisci, era una Dea Lupa.

Ne rimase nella Roma antica il termine dispregiativo "lupa" per indicare una prostituta, il termine "lupanare" per i postriboli e il verso del lupo che le prostitute romane, non più sacre, facevano per adescare gli avventori.

Acca Larentia non fu dunque donna, come il patriarcato racconta, ma Dea, infatti a Roma si festeggiavano i Larentalia, il 23 Dicembre, e Augusto ordinò poi che la festa fosse eseguita due volte l'anno.

Akka in Sancrito significa "madre". Per cui Acca Larenzia era la Mater Larum o "Madre dei Lari", e i Lari erano per i Romani gli antenati protettori, tra cui reintrano naturalmente Romolo e Remo.

Infatti durante i Laurentalia si offrivano sacrifici ai Lares, culto di origine etrusca, gli spiriti degli antenati, che proteggevano la gens, il nucleo familiare esteso. Più importante della famiglia infatti era per il romano la Gens da cui proveniva, quella che poteva dare lustro e fama, nonchè protezione. Infatti veniva prima ancora del nome proprio: Giulio Cesare apparteneva alla illustre Gens Iulia (Giulia).
Nella terra dei Sabini si adorava del resto una Dea Larenta, o Larunda, la "Dea Muta" del mondo dei morti, ovvero degli antenati.



LA PRIMA ROMA QUADRATA

La cosiddetta "Roma quadrata", così chiamata dalla forma romboidale del colle, ha diverse interpretazioni:
la prima, tra leggenda e storia archeologicamente provata, riguarda il primo nucleo sulla cima del Germalo, il pomerium; la seconda, con mura più estese, e tre o quattro porte, su quattro colli, Capitolino incluso, ma sembra meno credibile perchè il Campidoglio entrerà a far parte dell’area urbana circa due secoli dopo l'originaria Roma Quadrata.

Quindi, più che sui sette colli, le fasi iniziali dell'espansione avvennero su:
  • Il Palatino, Cermalus e Palatium.
  • Il Velia, che collega il Colle Palatino con le pendici dell'Esquilino.
  • L'Esquilino occidentale: Oppius, Cispius e Fagutal.
  • A nord-est, col Colle Capitolino, descritto come ancora inabitabile.
Dai villaggi di capanne a Urbe, Roma si svilupperà in 5 grandi fasi:
  1. La fase arcaica dal X sec. a.c., con il villaggio;
  2. Fase dei Re di Roma dal VIIII sec. a.c, con l'Urbe.
  3. La Roma repubblicana dal V al I sec. a.c, una città fortificata la cui popolazione iniziale di 100.000 abitanti si raddoppia in 4 secoli;
  4. L'"Età Augustea", il periodo di maggior gloria e ricchezza.
  5. La quinta in cui si fatica un po' a tenere i confini dell'impero, la Roma imperiale dal I al IV sec. d.c, una metropoli con oltre 1 milione e mezzo di abitanti, che si spopolerà con le invasioni barbariche fino a contenere soli 45.000 abitanti


LE MURA SERVIANE

I cittadini residenti dentro le mura, si chiamarono inquilini, quelli fuori le mura ma vicini ad esse, gli exquilini, da cui il nome del Rione Esquilino.

Fuori delle mura nacque dunque il sub-urbis, il suburbius, da cui la Suburra romana e il termine sobborgo.

Le Mura Serviane, di netta fattura etrusca, erette nel IV sec. a.c, racchiuderanno in pieno i sette colli, già con la regola che entro le mura non si possono seppellire i morti, le cui tombe e mausolei si erigono appena fuori le mura.

Il che spiega i resti del monumento funebre sotto l'Altare della Patria, eretto quando ancora vigevano le mura serviane.

Le mura serviane vennero erette nel 378 a.c. da Re Servio Tullio. La seconda cinta muraria sarà la Aureliana, costruita nel 270 d.c. dall'Imperatore Aureliano.
Approfondimenti: MURA SERVIANE



ARTICOLI CORRELATI



1 comment:

Umpa Lumpa on 12 settembre 2015 00:23 ha detto...

Descrizione minuziosa e particolareggiata.
Mi sfugge una cosa. Una parte di storici antichi attribuisce il primo vero accampamento et urbis ad opera dei Siculi, difatti molti usi erano in comune con la popolazione dei latini.

Posta un commento

Post più popolari

 

Copyright 2009 All Rights Reserved RomanoImpero