TEMPIO DI MINERVA CAPTA



MINERVA DI AREZZO

"Coelius ex alto qua mons descendit in aequum, Hic ubi non plana est, sed prope plana via est; Parva licet videas Captae delubra Minervae, Quae Dea natali coepit habere suo. Nominis in dubio causa est: capitale vocamus Ingenium sollers: ingeniosa Dea est."

«Là dove il monte Celio discende dall’alto nel piano, e la via, se non del tutto, v’è press’a poco piana, puoi vedere il piccolo tempio di Minerva Capta, che fu consacrato alla Dea nel suo giorno natale. L’origine di quel nome è incerta. Capitale definiamo un fervido ingegno: e la Dea è certo ingegnosa. Oppure perché si dice che, priva di madre, balzasse dal capo del padre, già imbracciando il suo scudo? O perché dopo aver domato i Falisci venne a noi prigioniera, come attesta un’antica iscrizione? O perché la legge del suo santuario impone che i furti compiuti in quel luogo si paghino con la pena capitale? O Pallade, da qualunque origine tu tragga quel nome, imbraccia sempre l’ègida in difesa dei nostri prìncipi!».

A questi studi miei se tanto io merto
Ove dall'alto il monte Celio al piano
Scende ivi dove il sentier si offre a noi
Piano non già ma poco men che piano
Di Capita Minerva osservar puoi
La prima ch ebbe in don sacra
Cappella Nel giorno stesso dei natali suoi
Del nome è dubbia la cagion si appella
Capitale un industre e ben felice Ingegno
Dea di grande ingegno è quella
Ovver perchè col suo brocchier si dice
Del patrio capo dalla cima uscita
Senza alcun uopo aver di genitrice
O sia perchè cattiva fu rapita
Ai domati Falisci ea noi recata
E appunto ciò la prisca lettra addita
O perchè questa vuol legge osservata
Che pena capital di quel si prenda
Che roba da quel loco abbia involata
Da qualunque cagion Palla discenda
Tua nominanza deh lo scudo ognora
Tieni che i nostri Cesari difenda
Delle cinque ne impon l ultima aurora
Far sacrifizio a questa Dea guerriera
E qualunque espiar tromba canora


( I Fasti libro III)


Un ‘Minervium’, o tempio di Minerva, "l'Ingeniosa Dea", è menzionato da Varrone, che lo colloca su una strada che conduce al Celio (Ling. 5.47), e un tempio o santuario di Minerva Capta è menzionato pure da Ovidio, che lo pone sulla cima della stessa collina (Fast. 3.835-38: Captae delubra Minervae). Si pensa che i due autori alludano allo stesso tempio.
A seguito di una scoperta della statua di Minerva e di una iscrizione che riporta una dedica a Minerva (CIL VI 524) sulle pendici settentrionali del colle Celio, il sopraddetto tempio viene generalmente collocato sulla Via "Tusculana” nell'area dei SS. Quattro Coronati (Colini, Coarelli).

La Dea Minerva non è, probabilmente, né latina, né etrusca. Infatti Ovidio ritiene che provenga da Faleri (Fasti, iii, 843 s.), a causa del tempio di Minerva Capta esistente sul Celio, nel quale dopo la presa di quella città (nel 211) sarebbe stato portato un antichissimo simulacro della Dea. Ed effettivamente a Faleri il culto è attestato da iscrizioni arcaiche.

RESTI DEL TEMPIO FALISCO

FALERII

Falerii, è il nome una città dell'Etruria, che faceva parte della Dodecapoli, che venne distrutta dai romani e poi riedificata in altro sito. La città distrutta è nota come Falerii Veteres, mentre quella ricostruita dai romani prese il nome di Falerii Novi. La città più antica va oggi identificata con l’odierna Civita Castellana.

Il sito di Civita Castellana è posto su di uno sperone tufaceo che si leva sulle valli del Treia e di altri corsi d’acqua che vi confluiscono, più o meno due km a ovest dell'antico tracciato della via Flaminia, a circa 50 km a nord di Roma.  Falerii combattè due volte contro Roma e per due volte perse la battaglia. 
PARTE DEL RIVESTIMENTO DEL TEMPIO FALISCO

Il sito originale di Falerii è un plateau, di circa 1100 metri per 400, alto 140 m. s.l.m., ma separato da esso da gole profonde più di 60 m e collegato solo dal lato occidentale, che era fortemente fortificato con un terrapieno ed un fossato; il resto della città era difeso da pareti costruite con blocchi rettangolari di tufo, di cui ancora esistono dei resti. I resti di un tempio sono stati trovati allo Scasato, il punto più alto della città antica, nel 1888; altri ne sono stati trovati in altri scavi.

L'attribuzione di uno di questi a Giunone è incerta, potendo attribuirsi anche a Minerva. Queste costruzioni erano di legno, con fini decorazioni di terracotta colorata. La presenza di un tempio dedicato a Giunone, di epoca molto antica, è comunque attestata da fonti documentali di epoca romana.

Sulla collina del Celio furono eretti soprattutto santuari stranieri, ovvero templi dedicati agli Dei "evocati", cioè "chiamati", "convinti a trasferirsi" a Roma mediante riti particolari, dai loro luoghi d'origine, come quelli dedicati ad Ercole Vincitore e a Minerva Capta (Minerva Captiva = Prigioniera) evocata da Falerii nel 241 a.c., all'epoca della conquista della città, e situato nell'area dove oggi sorge la Chiesa dei Quattro Coronati.

Uno dei templi più antichi dedicato a Minerva a Roma fu infatti quello eretto sul Celio dove, si racconta, si stabilì un gruppo armato di soldati etruschi comandati da Celio Vibenna, giunti sul posto per soccorrere Romolo in una delle tante guerre contro le popolazioni limitrofe. Questo tempio aveva il nome di Minerva capta (Minerva catturata) perché la statua proveniva dalla città di Faleria conquistata dai Romani.

Minerva Capta, giunse a Roma da Falerii nel 241 a.c. assieme a Iuno Curitis Ianus Quadrifrons. Ora nei Fasti, Ovidio fa derivare capta da capere. La statua della Dea era stata portata a Roma dopo la conquista della sua città, pertanto era «prigioniera», e qualcuno ha ipotizzato che avesse rifiutato di farsi evocare, ma come può un Dio rifiutare l'evocazione?

MINERVA ROMANO CAMPANA
Il termine capta non ha lo stesso significato per gli studiosi:
- Ludwig Preller ritiene, con altri, che l’epiteto derivi dal fatto che la testa caput è la sede del pensiero, per cui Capta  fosse il vero nome e Minerva l’epiteto della divinità.
- Thomas Köves-Zulauf, ritiene che Capta significasse «l’accogliente».
- Georg Philipp Eduard Huschke deduce dal fatto che nel 241 a.c. Falerii si sia arresa e consegnata "in fidem", non "in potestatem", per cui non poteva aver avuto luogo alcuna cattura divina. La resa in battaglia a seguito di una fiducia sulla pietas del vincitore "in fidem", o di un trattato regolarmente stipulato tra vincitori e vinti non cambia a nostro avviso l'effetto sulla sottrazione della divinità.

I romani tenevano in considerazione tutte le divinità straniere, specie se la città che le ospitava fosse forte e ricca, segno della protezione divina, oppure che si trattasse di un santuario molto prestigioso e molto ricco, segno che avesse compiuto molti miracoli.

Non era infrequente perciò che qualche divinità straniera, ovvero la sua statua e il suo culto venissero importati a Roma, volenti o nolenti che fossero le città che la ospitava. Nolenti come Falerii per Minerva e Giunone, o volenti come Cerere di Pyrgi, ovvero la sua immagine aniconica.

Pertanto se decidevano di appropriarsi della divinità o lo mettevano nel contratto della resa o se ne appropriavano senza complimenti, dunque per la resa della città "in fidem" o per la resa "in potestatem" la cosa non cambiava.

Tenendo conto per giunta che sul Celio si ospitassero le divinità straniere sottratte in guerra, viene logico desumere che Minerva Capta fosse proprio l'antica statua Falisca sottratta nel santuario di Falerri Veteres.





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