I GUERRA GIUDAICA ( 66-70 )



IL TRIONFO ROMANO SUI GIUDEI - ARCO DI TITO


LE TRE GUERRE

Le guerre giudaiche sono le tre guerre che gli antichi Romani combatterono contro la popolazione giudaica in rivolta:

- la prima, nel 66-70, si svolse nel territorio dell'attuale Israele, iniziando sotto il regno di Nerone e terminando sotto il regno di Vespasiano, e culminò con la distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme ad opera di Tito, figlio di Vespasiano ed imperatore di Roma dal 79 all'81;

- la seconda, nel 115-117, chiamata anche "guerra di Kitos", colpì le città della Diaspora, iniziando e concludendosi sotto il regno di Traiano;

- la terza, nel 132-135, interessò parte del territorio ora conosciuto come Palestina, iniziando e concludendosi sotto il regno di Adriano, sostenuta da Simon Bar Kokheba, che si credeva il Messia. Dopo questa, il nome di Iudaea, fu cambiato in quello di Syria Palaestina.



GIUSEPPE FLAVIO 

«Storia della guerra dei Giudei contro i Romani» o "Bellum iudaicum" è un'opera dello storico romano di origine ebrea Flavio Giuseppe, composta tra il 93 e il 94 d.c. e pubblicata nel 75 in greco, che narra la storia di Israele dalla conquista di Gerusalemme da parte di Antioco IV Epifane (164 a.c.) alla fine della I Guerra Giudaica (74).

La diaspora ebraica si verificò a seguito della fine di un'entità politica ebraica in Palestina dopo le conquiste militari dei romani e la duplice distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 e nel 135 d.c .. Il tema del ritorno in Palestina degli ebrei dispersi divenne uno dei più comuni della letteratura apocalittica e del messianismo giudaico.



LE CAUSE

I rapporti tra Romani ed Ebrei si deteriorarono dall'anno 40, quando secondo Filone di Alessandria, l'imperatore Caligola avrebbe tentato di far collocare una statua con le sue fattezze nel tempio di Gerusalemme, sostenendo di essere un Dio e pretendendo di essere venerato, pena la morte per la disobbedienza. I Giudei si opposero, comunicando al legato di Siria che Caligola avrebbe dovuto annientare l'intero popolo, in quanto la legge ebraica vietava di porre nel Tempio qualsiasi immagine, sia pure di divinità.

Nel 41 Caligola morì e la questione finì lì ma, secondo Giuseppe Flavio, il malgoverno dei prefetti romani, come Lucceio Albino e Gessio Floro, e l'avversione all'aristocrazia laica e sacerdotale sempre più corrotte, accrebbero l'idea di essere nel periodo di tribolazione premessianica (Libro di Daniele) con il manifestarsi di numerosi profeti ritenuti mendaci.

Per giunta nel 66, il procurator Augusti della Giudea romana, Gessio Floro, pretese che fossero prelevati diciassette talenti dal Tempio e, trovando opposizione, inviò i propri soldati, che provocarono la morte di 3.600 persone. Per giunta Floro, come dimostrazione di fedeltà da parte dei Giudei, ordinò che accogliessero due coorti dell'esercito romano dirette da Cesarea a Gerusalemme. Le coorti avevano l'ordine di attaccare la folla qualora avesse insultato Floro, cosa che avvenne, provocando un altro intervento contro la popolazione provocando una sommossa.

Floro, alla presenza del governatore di Siria Gaio Cestio Gallo, dichiarò che erano stati i Giudei ad iniziare i disordini. Ma gli ispettori di Cestio diedero ragione ai Giudei, la situazione sembrò distendersi, ma le frange ebraiche più radicali sterminarono la guarnigione romana di Masada,  mentre il sacerdote del Tempio, proibì di eseguire i consueti sacrifici in favore dei Romani e occupò il Tempio. 

Floro inviò duemila cavalieri a domare la rivolta, che si era estesa per tutta la città alta. I rivoltosi,  incendiarono gli edifici romani, il sommo sacerdote del Tempio venne assassinato e i pochi seguaci scampati fuggirono a Masada.

A Cesarea Floro fece uccidere tutti i Giudei della città, circa diecimila, facendo estendere la ribellione a tutta la Giudea settentrionale, dove Giudei e Siri si massacrarono a vicenda. Infine Cestio intervenne di persona con la XII legione, saccheggiando diverse zone della Giudea e si diresse verso Gerusalemme, dove si stava svolgendo la Festa delle Capanne, una festa di pellegrinaggio di sette giorni. 

I rivoltosi vennero sconfitti e Cestio poté conquistare alcuni quartieri di Gerusalemme. Molti Giudei però giunsero da altre regioni in soccorso dei rivoltosi e l'esercito di Cestio fu quasi completamente distrutto mentre Cestio si salvò con difficoltà.

I rivoltosi diedero poi ad Eleazaro la guida della rivolta, che organizzò la difesa coinvolgendo i suoi uomini più fedeli, mentre Giovanni di Giscala (Giovanni ben Levi), capo di una nuova fazione di rivoltosi, complotta contro Giuseppe ben Mattia (poi divenuto Giuseppe Flavio) per sottrargli il controllo della Galilea, affidatogli da Eleazaro.

RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO DI GERUSALEMME


LA I GUERRA GIUDAICA

La I Guerra Giudaica fu combattuta tra l'Impero romano e gli Ebrei ribellatisi nel 66, che riuscirono a infliggere una pesante sconfitta ai Romani e proseguì fino al 70, anno in cui le legioni di Tito entrarono a Gerusalemme dopo un lungo assedio, che si concluse con la distruzione del Secondo Tempio. L'ultimo episodio di rilievo fu l'assedio della roccaforte di Masada che cadde nelle mani dei Romani solo nel 73.



VESPASIANO

Vespasiano, fedele e capace combattente dell'esercito romano, aveva combattuto in Tracia, ed era stato Questore nella provincia di Creta e Cirene, poi aveva sposato Flavia Domitilla, figlia di un cavaliere, da cui ebbe due figli: Tito e Domiziano, in seguito imperatori, ed una figlia, Domitilla. Vespasiano divenne poi Edile e successivamente venne incaricato della conduzione della guerra in Giudea. 

All'epoca Vespasiano si trovava in Grecia, al seguito di Nerone, per cui inviò il figlio Tito ad Alessandria d'Egitto, per rilevare la legio XV Apollinaris, mentre egli stesso attraversava l'Ellesponto, raggiungendo la Siria via terra, dove concentrò le forze romane e numerosi contingenti ausiliari di re clienti (tra cui quelli di Erode Agrippa II). 

Nel 66, quando Nerone (Anzio 37 – Roma 68), venne informato della sconfitta subita in Giudea dal suo legatus Augusti pro praetore di Siria, Gaio Cestio Gallo, colto da grande angoscia, pensò che solo Vespasiano fosse all'altezza del compito e lo spedì in Giudea.

Ad Antiochia di Siria quest'ultimo concentrò e rafforzò l'esercito siriaco (legio X Fretensis), aggiungendo la legio V Macedonica e la legio XV Apollinaris, giunta dall'Egitto, più otto ali di cavalleria e dieci coorti ausiliarie, mentre attendeva l'arrivo del figlio Tito, nominato suo vice (legatus). Nel frattempo i Giudei assediarono disastrosamente Ascalona, ancora fedele ai Romani, i quali cominciarono la campagna occupando Seffori.

MONETA CON VESPASIANO E LA DEA TICHE


L'ESERCITO DI VESPASIANO

Nel 67 Vespasiano dispone di un esercito imponente:

- 3 legioni di 6.000 armati ciascuna:
       la legio V Macedonica, il cui legatus legionis era Sesto Vettuleno Ceriale; 
       la X Fretensis, il cui legatus legionis era Marco Ulpio Traiano; 
       la XV Apollinaris, il cui legatus era il figlio Tito),
       per un totale di 15.000 armati;
- 23 coorti, di cui 
      10 erano milliarie, 
      le restanti quingenarie equitatae (600 fanti + 120 cavalieri), 
      per un totale di quasi 20.000 armati;
- 6 alae di cavalleria, pari a 6.000 armati circa;
- un cospicuo numero di truppe alleate (15.000 armati), raccolte tra i re "clienti": 
     Antioco IV di Commagene, 
     Erode Agrippa II e Gaio Giulio Soaemo, che fornirono ciascuno 2.000 fanti e 1.000 cavalieri,  
     l'arabo Malco II dei Nabatei inviò 1.000 cavalieri e 5.000 fanti.

Il totale era quindi di ben 60.000 armati schierati da Vespasiano.



GIUSEPPE FLAVIO

«L'intera Galilea si trasformò in un mare di fuoco e sangue, subendo ogni tipo di sofferenza e rovina. Unica via di fuga, rimanevano le sole città fortificate da Giuseppe
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, III, 4.1.)

Giulio Placido, dopo aver preso posizione, divise le sue truppe: i fanti vennero inviati nella città, mentre i cavalieri rimasero nell'accampamento ma con il compito di continue incursioni nel territorio nemico, al per non permettergli di organizzarsi, infliggendo loro  perdite umane, e devastando i territori limitrofi alle città dove i Galilei si erano rifugiati. 

Giuseppe, a capo delle truppe ribelli galilee, avrebbe voluto riprendere la città di Zippori (o Siffori), ma lui stesso in passato l'aveva fortificata, rendendola inespugnabile anche ai Romani. La sua incursione provocò solo un inasprimento della guerra nella regione, poiché i Romani continuarono, di notte e di giorno, a devastare e saccheggiare le pianure, uccidendo tutti gli uomini validi alle armi e trascinando in schiavitù i più deboli. 

Vespasiano mosse da Antiochia a Tolemaide (inverno, inizi del 67), dove gli vennero incontro gli abitanti di Zippori, la città più grande della Galilea, fedeli anche a Cestio Gallo, che ricevettero perciò nuovi armati romani a loro protezione (mille cavalieri e seimila fanti), sotto il comando di Giulio Placido. La città era di grande importanza strategica, per vigilare l'intera regione.



TITO

Frattanto Tito (Roma 39 - Aquae Cutiliae 81), figlio di Vespasiano, si congiunse col padre a Tolemaide, portando con sé la legio XV Apollinaris (inverno, inizi del 67), oltre a diversi contingenti di re locali. Tito aveva una forte intesa con suo padre e un buon legame con suo fratello che però molto lo invidiava, anche perchè il padre si fidava di Tito ma non di lui come combattente.

TITO
Di Tito si può dire che aveva avuto sempre un comportamento non esemplare, dedito a donne e amici in bagordi, ma come il padre divenne imperatore egli cambiò totalmente atteggiamento. Lasciò amici e bordelli e si pose al seguito del padre con grande senso di responsabilità, cambiando a tal punto con la gente e pure con i senatori che tutti lo presero in gran simpatia al punto che il Senato stesso, per quanto Tito fosse di nascita plebea, lo definì: "Delizia dell'umanità". 

Ora l'esercito romano risultava composto da tre legioni e diciotto coorti ausiliarie, a cui si aggiunsero altre cinque coorti ed un'ala di cavalleria (provenienti da Cesarea marittima), oltre a cinque ali di cavalleria dalla Siria. A tutto ciò si aggiungevano 15.000 armati dei re "clienti", Antioco IV di Commagene, Erode Agrippa II, Gaio Giulio Soaemo e Malco II re dei Nabatei. Si trattava di un esercito imponente di 60.000 armati.

Vespasiano, insieme con Tito, si trattenne a Tolemaide per completare la preparazione dell'esercito, mentre Placido faceva scorrerie per tutta la Galilea, uccidendo la maggior parte dei prigionieri. Vedendo che molti ribelli si rifugiavano nelle città fortificate da Giuseppe, Placido mosse contro quella meglio difesa, Iotapata, ma gli iotapateni informati del suo arrivo, preferirono attenderlo davanti alle mura della città e, appena i Romani giunsero in prossimità, si scagliarono di sorpresa. E poiché gli iotapateni risultavano più numerosi e più motivati, li sconfissero obbligandoli a ritirarsi.

Allora Vespasiano decise di invadere la Galilea personalmente, facendo uscire le sue truppe da Tolemaide e giunto ai confini della Galilea si accampò, frenando i suoi soldati che erano ansiosi di combattere, e sperando di spaventare i nemici, infatti Giuseppe, che era accampato non molto distante da Siffori, vedendo che il terrore che incutevano i Romani nei suoi aveva generato molte defezioni, con i pochi rimasti si rifugiò a Tiberiade.

Poi Vespasiano conquistò al primo assalto la città di Gabara, rimasta priva di uomini validi e Giuseppe, giunto a Tiberiade, scrisse ai governanti in Gerusalemme che se avessero deciso di continuare la guerra, gli inviassero adeguati rinforzi per fermare i Romani.



IOTAPATA

Intanto Vespasiano proseguì la sua avanzata in direzione di Iotapata, città ben fortificata e rifornita di viveri:
«Vespasiano che era ansioso di occupare Iotapata, sapeva che la città si era trasformata in un rifugio di moltissimi nemici, oltre a rappresentare un loro caposaldo fortificato. Per questi motivi decise di inviare in avanguardia fanti e cavalieri a spianare la strada, che era un tortuoso sentiero montano, poco adatto per la fanteria, impraticabile per la cavalleria. E questi in quattro giorni riuscirono nell'impresa di creare una comoda strada per l'armata romana. Al quinto giorno, che coincideva con il 21 del mese di Artemisio (aprile), Giuseppe entrò in tutta fretta in Iotapata, provenendo da Tiberiade, e alzò il morale dei Giudei.»
(Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, III, 7.3.)

MARCO ULPIO TRAIANO IL VECCHIO
Iotapata lottò strenuamente e Vespasiano venne ferito a un piede, ma infine la città cadde con 40000 morti e 1200 sopravvissuti tra cui il comandante della piazzaforte, Giuseppe ben Mattia, ovvero Giuseppe Flavio che venne fatto prigioniero. Nel giugno del 67 la Legio V Macedonica, sotto il comando di Sesto Vettuleno Ceriale (n. 67 -71), fu inviata sul monte Garizim per reprimere una ribellione di Samaritani, mentre il legato di Vespasiano, Marco Ulpio Traiano, conquistò Iafa, uccidendo 12.000 difensori.

La caduta di Iotapata, generò nei Giudei di Gerusalemme grande dolore e grande spavento nei confronti dei Romani, ma pure ira contro Giuseppe, che non era morto come avrebbe dovuto ma si era arreso:
«Quando emerse la verità di Iotapata e si capì che la morte di Giuseppe era un'invenzione e che, al contrario, era ancora vivo e stava dalla parte dei Romani, tanto che dai loro comandanti aveva un trattamento migliore di quello che si riserva ad un prigioniero. Nei suoi riguardi, ebbero motivi di odio, non meno grande di quella simpatia che gli avevano tributato quando lo credevano morto. C'era chi imprecava contro di lui, chiamandolo vigliacco, chi traditore, e tutta la città provava nei suoi confronti sdegno e lanciava maledizioni contro lo stesso.»
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, III, 9.6.438-439)



TOLEMAIDE

Il quarto giorno del mese di Panemo (giugno), Vespasiano giunse con l'esercito a Tolemaide (Acri) e poi a Cesarea Marittima, una delle più grandi città della Giudea, dove gli abitanti erano in maggioranza greci. Essi accolsero l'esercito romano con grande giubilo, per la loro simpatia verso i Romani, ma ancor di più in odio ai vinti, tanto da chiedere a gran voce la morte di Giuseppe. 

Vespasiano, però, non accordò la richiesta ma inviò a Cesarea le legioni V Macedonica e X Fretensis, mentre la XV Apollinaris la inviò a Scythopolis per non gravare con tutto l'esercito su Cesarea. Intanto gli anziani ed i notabili accorsero nell'accampamento romano e supplicarono Vespasiano di perdonare la popolazione cittadina affinchè la follia di pochi non pesasse sull'intera città e gli proposero di punire i responsabili della rivolta. 

Il giorno seguente Vespasiano inviò il legatus legionis Marco Ulpio Traiano con un contingente a cavallo sulle alture per capire se effettivamente il popolo nutrisse, in verità, sentimenti di pace e quando gli fu riferito che tutti erano d'accordo con i supplici, avanzò verso la città con l'esercito. 

Gli abitanti gli spalancarono le porte e gli vennero incontro festanti, acclamandolo loro salvatore. Vespasiano diede ordine di astenersi dal saccheggio e da atti di violenza e, per compiacere il re alleato, risparmiò la cinta delle mura, poiché Agrippa si rese garante della fedeltà degli abitanti.

Durante l'inverno i Giudei si erano radunati e rifugiati a Ioppe (Giaffa), distrutta nel 66 da Gaio Cestio Gallo. La città fu ricostruita e divenne la base delle numerose azioni di pirateria che i Giudei compirono nel periodo successivo, ma i Romani la conquistarono sfruttando una tempesta che aveva distrutto la flotta pirata. 

Subito dopo, Erode Agrippa II invitò il comandante romano con il suo esercito, per riportare l'ordine grazie al loro aiuto in alcuni territori che gli si erano rivoltati contro. Vespasiano, allora, mosse da Cesarea Marittima e raggiunse Cesarea di Filippo. 

PALAZZO DI AGRIPPA A CESAREA DI FILIPPO

Qui fece riposare l'esercito, intrattenendosi in numerosi festini e facendo offerte agli Dei per i successi ottenuti, ma poichè Tiberiade e Tarichee si stavano ribellando, entrambe del regno di Agrippa, Vespasiano preparò una spedizione punitiva contro queste due città, anche per ringraziare Agrippa che lo aveva accolto. 

Incaricò per questo il figlio Tito a Cesarea Marittima con l'incarico di portare nuove forze da lì a Scythopolis, la città più grande della Decapoli, non molto distante da Tiberiade. Poi marciò egli stesso alla volta di questa città per ricongiungersi con il figlio e, insieme alle solite tre legioni, si accampò a trenta stadi da Tiberiade in località Sennabris. 

Poco dopo inviò il decurione Valeriano con cinquanta cavalieri a fare proposte di pace agli abitanti, cercando di convincerli a trattare, avendo saputo da altre fonti che il popolo era desideroso di pace, costretto alla guerra solo da una minoranza. Quando Valeriano giunse in prossimità delle mura, smontò da cavallo insieme ai suoi uomini, non volendo apparire come quello che veniva per attaccare la città. 

Però gli furono subito addosso un gruppo di ribelli, guidati da un certo Gesù, figlio di Safat, il capo di quella banda di briganti. Valeriano fuggì a piedi con i suoi armati, lasciando i cavalli al nemico che li portò trionfalmente in città.

Vespasiano si accampò poi fra Tiberiade e Tarichee, fortificandosi in previsione del futuro assedio. Gran parte della massa dei rivoltosi si era raccolta a Tarichee facendo affidamento sulle fortificazioni della città e sul vicino lago di Gennesar. 

Tarichee venne conquistata da Tito, che inseguì e distrusse i difensori fuggiti su zattere nel Mar di Galilea, mentre Vespasiano, che aveva occupato Tiberiade, vendette 30.400 schiavi di Tarichee e inviò a Nerone seimila schiavi, perché tagliassero un canale nell'istmo di Corinto.

I rimanenti ribelli Galilei, dopo l'espugnazione di Iotapata e la disfatta di Tarichee, accettarono la sottomissione a Vespasiano che ne occupò tutte le fortezze. Solo le città di Giscala, le forze che del monte Tabor e la città di Gamala, situata dalla parte opposta del lago rispetto a Tarichee e che apparteneva al territorio assegnato ad Agrippa, continuarono a contrapporsi. 

Vespasiano, mentre assediava Gamala, inviò il proprio tribunus militum Giulio Placido che conquistò il Tabor, e dopo un assedio lungo e sofferto la città fu presa e alla strage che seguì sopravvissero solo due donne su più di novemila abitanti, una strage totale.

Restava ancora Giscala, piccola cittadina della Galilea, dove i suoi abitanti erano stati sobillati da una banda di briganti, comandati da un certo Giovanni, figlio di un certo Levi, definito da Giuseppe Flavio "un subdolo ciarlatano". 

Vespasiano gli inviò il figlio Tito con 1.000 cavalieri, mentre la legio X Fretensis fu inviata a Scitopoli e le altre due legioni, la V Macedonica e la XV Apollinaris, fecero ritorno a Cesarea Marittima, per porvi i quartieri d'inverno (hiberna) e concedere ai soldati un meritato riposo in vista delle future azioni militari. 

Vespasiano sapeva che l'impresa più difficile era la conquista di Gerusalemme, sede di tutti coloro che erano fuggiti dalla guerra e con una posizione strategica favorevole, non solo per la natura del luogo, ma anche per le imponenti opere difensive e il coraggio dei suoi abitanti. 

MONTE TABOR

Così allenò i suoi soldati per tutto l'inverno, mentre Tito, giunto con i suoi cavalieri davanti a Giscala, cercò di convincere i cittadini ad arrendersi evitando una strage e godendo del perdono romano:
«Si poteva perdonare il desiderio di libertà, non l'ostinazione a progetti irrealizzabili.»
(Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, IV, 2.2.95.)

Il capo dei ribelli Giovanni rispose dicendo che aderiva alle proposte del comandante romano e le avrebbe fatte accettare agli abitanti, ma essendo il sabato, secondo la legge giudea, non si poteva né combattere, né trattare la pace. 

Tito acconsentì ad aspettare e si accampò a Cidasa, mentre Giovanni fuggì e raggiunse Gerusalemme, dove istigò il popolo alla guerra, facendo credere che avessero speranze di vittoria, sostenendo che "nemmeno se avessero messo le ali, i Romani avrebbero mai potuto superare le mura di Gerusalemme". 

Il giorno seguente Tito si presentò davanti alle mura di Giscala e i cittadini gli spalancarono le porte e lo riconobbero come benefattore e liberatore della città, informandolo della fuga di Giovanni e chiedendogli clemenza per i cittadini, non invece dei pochi rivoluzionari rimasti ancora in città. 

Tito inviò una parte della cavalleria ad inseguire Giovanni, che però sfuggì alla cattura, i Romani uccisero ben 6.000 dei suoi compagni di fuga, mentre circondarono e riportarono indietro poco meno di 3.000 tra donne e bambini.
 
Tito dispose poi di far abbattere dai suoi soldati un tratto delle mura in segno di presa di possesso e colpì gli agitatori della città soprattutto con le minacce, per evitare di coinvolgere nella punizione qualche innocente. Poi vi stabilì una guarnigione per evitare che potessero ribellarsi nuovamente. 

Mentre Tito faceva ritorno a Cesarea Marittima, Vespasiano si recava a Iamnia e ad Azoto, le sottometteva e vi collocava una guarnigione, per tornare a Cesarea con un gran numero di Giudei venuti a patti. Non appena poi i Giudei ottenevano tregua dai Romani, si battevano tra di loro, chi a favore della pace e chi della guerra. 

A Gerusalemme alcuni, guidati dal sommo sacerdote Anania erano favorevoli a contrattare la pace con i Romani; la posizione predominante fu però quella intransigente portata avanti dagli Zeloti e dagli Idumenei, una popolazione araba recentemente convertitasi all'ebraismo.

Successe anche che alcuni capi banda si riunirono in un grande esercito di briganti ed entrarono a Gerusalemme, ma quella massa inutile ed oziosa consumò tutte le riserve di cibo che avrebbero potuto mantenere i combattenti, attirando sulla città, oltre alla guerra, anche rivolte interne e fame. Provenienti dal contado entrarono in città altri briganti che, aggregatisi a quelli già presenti, non si limitarono al furto ed alla rapina, ma anche all'assassinio a cominciare dalle persone più eminenti. 

Essi cominciarono con l'imprigionare dei membri della famiglia reale oltre a tutti quelli che ricoprivano cariche importanti. Molti di questi vennero poi messi a morte per evitare che le loro numerose casate potessero vendicarsi e il popolo insorgesse contro tale iniquità. Si facevano chiamare Zeloti e fecero del grande Tempio il loro quartier generale. Ma il popolo insorse, ed era più numeroso degli Zeloti, che però erano meglio addestrati ed armati.
«Il piazzale davanti al Grande Tempio fu trasformato in un lago di sangue, e il giorno nacque sopra ottomila e cinquecento cadaveri.»
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 5.1.313)

Il popolo di Gerusalemme, sotto il comando del sommo sacerdote Anano, richiese aiuto ai Romani, mentre gli Zeloti, chiesero aiuto agli Idumei, che poterono radunare ben 20.000 armati. Così gli Zeloti si trovarono assediati dal popolo di Gerusalemme, che a sua volta era assediato dagli Idumei. Questi ultimi di notte riuscirono ad introdursi all'interno delle mura e con gli Zeloti si lanciarono a massacrare la popolazione. 

MURA DI GAMALA COLPITE DAI ROMANI

Giuseppe Flavio narra:
«Ma ciò non bastò ad appagare il furore degli Idumei, che, una volta entrati in città, la depredarono, casa per casa, uccidendo chiunque avessero incontrato, poi diedero la caccia ai sommi sacerdoti, In poco tempo riuscirono a catturarli e li uccisero. Quindi, accalcandosi presso i loro cadaveri, sbeffeggiavano il corpo di Anano per il suo amor di patria e quello di Gesù per il suo discorso dalle mura. Giunsero ad un tale livello di follia, da gettare i loro corpi senza seppellirli. Non credo di sbagliare a dire che la morte di Anano segnò l'inizio della distruzione di Gerusalemme
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 5.2.315-318)

«Dopo la morte dei sommi sacerdoti, Zeloti e Idumei si avventarono sul popolo facendone grande strage, quasi fossero un branco di bestie immonde. La gente comune veniva massacrata sul posto, subito dopo essere stata catturata, mentre i giovani nobili, una volta catturati, erano incatenati, gettati in prigione, con la speranza che qualcuno passasse dalla loro parte. 
Ma nessuno si lasciò persuadere, perché tutti preferirono morire piuttosto che schierarsi contro i propri compatrioti, dalla parte di quella feccia. Tremende furono le pene che dovettero sopportare, dopo ogni rifiuto: vennero flagellati e torturati, e quando erano ormai stremati, a stento gli toglievano la vita. 
Quelli che erano catturati di giorno, venivano massacrati di notte, ed i loro cadaveri venivano trasportati fuori e gettati lontano per far posto ad altri prigionieri. 
Il terrore del popolo fu tale, che nessuno osava più piangere o disperarsi apertamente per un congiunto ucciso, né dargli sepoltura. Piangevano di nascosto dopo essersi rinchiusi in casa, gemendo stando attenti a non farsi sentire, poiché chi piangeva apertamente avrebbe subìto la stessa sorte del compianto. Alla fine, morirono dodicimila giovani della nobiltà.»
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 5.3.327-333)

E dopo questa strage, gli Idumei, temendo la reazione dei Romani, misero in libertà circa duemila cittadini rinchiusi in carcere, che prontamente fuggirono dalla città. Però non cessarono le ostilità tra il popolo e gli Zeloti, che continuarono a commettere terribili delitti.



I ROMANI (68 d.c.)

Molti ufficiali romani, considerando tali dissensi, chiesero a Vespasiano di intervenire ma questi rispose che, se aspettavano li troverebbero più ridotti di numero:
«Se qualcuno crede che la gloria della vittoria sarà meno bella senza combattere, prenda in considerazione che la vittoria ottenuta senza correre pericoli è migliore rispetto a quella che ne consegue passando attraverso l'incertezza della battaglia. E non sono meno gloriosi coloro che raggiungono gli stessi risultati in combattimento, riuscendo a dominarsi con freddo calcolo
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 6.2.372-373.)

I Giudei, infatti, subivano quotidianamente perdite maggiori di quelle che gli avrebbero potuto infliggere i Romani e molti disertori cominciarono ad arrivare ogni giorno, eludendo la vigilanza degli Zeloti.

MASADA


MASADA

Non lontano da Gerusalemme si trovava una munitissima fortezza, di nome Masada, costruita dal re Erode il Grande tra il 37 ed il 31 a.c. per nascondervi i suoi tesori, al riparo in caso di guerra. Questa fortezza venne occupata da una banda di Sicarii, che fino a quel momento si era limitata a saccheggiare il territorio limitrofo, rubacchiando per vivere, ma a contenerli era solo la paura. Il nome viene da sica, un tipo di spada corta.

«Furono i sicarii che per primi calpestarono la legge e furono crudeli contro la loro stessa gente, senza astenersi dall'offendere con insulti le loro vittime, o dal rovinarle con qualunque atto.»
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, VII, 8.1.262.)

Quando però seppero che l'esercito romano non si muoveva e che Gerusalemme era dilaniata dalla guerra civile, intervennero nel giorno della festa degli Azzimi (o Pasqua ebraica), assaltando una cittadina di nome Engadde, compiendo un terribile massacro, uccidendo anche settecento tra donne e bambini. 

Svuotarono, quindi, le case e s'impadronirono dei prodotti agricoli più maturi, trasportando tutto il bottino a Masada. Poi fu la volta di altri villaggi nei dintorni della fortezza, i quali furono presi d'assalto, mentre le file di questi briganti si ingrossavano per il continuo arrivo di altri briganti. 

Ciò provocò anche in altre regioni della Giudea l'insorgere di tante altre bande, compiendo ogni tipo di rapina o saccheggio impunemente. Finalmente Vespasiano si mise in marcia, più che per assediare la città, per liberarla dall'assedio degli Zeloti. 



GADARA

Giunto davanti a Gadara, capitale della Perea, il quarto giorno del mese di Distro (febbraio), entrò in città, dopo che i notabili, desiderosi di pace, si erano arresi lasciando che le trattative con i Romani rimanessero segrete agli avversari che però le scoprirono e si vendicarono, uccidendo pure il primo cittadino e facendo scempio del suo cadavere. 

Giunto l'esercito romano, il popolo di Gadara accolse Vespasiano con acclamazioni, ottenendo un adeguato presidio di cavalieri e fanti a difesa della città. Giuseppe Flavio aggiunge che le mura cittadine, vennero abbattute dai cittadini stessi, prima ancora che i Romani lo chiedessero, per confermare così la loro volontà di pace.

Contro i ribelli fuggiti da Gadara, Vespasiano inviò Giulio Placido con 500 cavalieri e 3.000 fanti, mentre egli fece ritorno a Cesarea Marittima. I fuggitivi vennero intercettati presso un villaggio dove le truppe romane  saccheggiarono e incendiarono il villaggio mettendo in fuga, non solo i ribelli ma anche gli abitanti.

Placido li inseguì fino al fiume Giordano, dove compì una strage di 15.000 Giudei, e facendo 2.200 prigionieri. Occupò, quindi, Abila, Giuliade, Besimoth e tante altre fino al lago Asfaltite (Mar Morto), collocando poi in ciascuna di queste un presidio formato dai disertori più fidati. Imbarcò infine gli uomini e catturò quelli che si erano rifugiati sul lago. Così tutta la Perea fino a Macherunte venne posta sotto il dominio romano.



EMMAUS

Giunta la primavera, Vespasiano si recò ad Antipatride e  riprese la marcia devastando l'intero territorio circostante. Giunto nel territorio di Emmaus costruì un accampamento, dove sistemò la legio V Macedonica, avanzando nella toparchia di Bethleptenfa, devastandone i territori insieme ai lembi estremi dell'Idumea. Anche qui collocò presidi e occupò i due villaggi più centrali dell'Idumea, Betabris e Cafartoba, dove uccise più di 10.000 uomini, facendo più di 1.000 prigionieri, e costringendo gli altri a fuggire. 

Qui pose due guarnigioni e col resto dell'esercito tornò ad Emmaus, da dove raggiunse Gerico, che riunì le sue forze con il legatus legionis Traiano, che proveniva dalla Perea, visto che ormai il territorio al di là del fiume Giordano era sottomesso. La maggior parte della popolazione era fuggita da Gerico sui monti vicini a Gerusalemme. Tutti quelli, però, che rimasero indietro vennero sterminati, mentre la città all'arrivo dei Romani risultò deserta.



GERASA

Vespasiano per attaccare Gerusalemme pose i suoi accampamenti a Gerico e ad Adida, con truppe romane e alleate. Inviò, quindi, contro Gerasa, Lucio Annio insieme ad un contingente di cavalleria e numerosi fanti, che attaccarono la città, uccidendo un migliaio di giovani, facendo prigionieri le donne e i bambini e permettendo ai soldati di saccheggiare ogni cosa, e pure dei villaggi vicini. 

Dato fuoco alle abitazioni, compì altre azioni di devastazione sui villaggi vicini. Frattanto a Gerusalemme, chi stava dalla parte dei Romani, non riusciva a fuggire dalla città a causa della sorveglianza degli Zeloti, mentre chi non era filoromano si trovava di fronte all'imminente arrivo delle legioni romane pronte a mettere la città sotto assedio.

E mentre Vespasiano si apprestava a marciare con tutte le sue forze contro Gerusalemme, dopo essere tornato nuovamente a Cesarea, gli giunse la notizia che Nerone si era tolto la vita; rinviò allora la marcia su Gerusalemme, aspettando il nuovo imperatore. 



GALBA IMPERATORE

Quando seppe che era Galba, rimase a Cesarea, in attesa di istruzioni sulla guerra. Ma inviò il figlio Tito, con il re Agrippa, per rendergli omaggio e per farsi dare disposizioni sulla guerra in Giudea. Ma mentre erano in viaggio, giunse la notizia dell'uccisione di Galba (dopo soli sette mesi e sette giorni di regno), e dell'acclamazione a imperatore del suo rivale Otone. 

Agrippa decise di proseguire per Roma, ma Tito tornò in Siria, raggiungendo il padre a Cesarea. Non sapendo come comportarsi, visto lo scoppio della guerra civile, preferirono sospendere le operazioni militari contro i Giudei, in attesa di conoscere quali sarebbero stati gli sviluppi a Roma.



OTONE IMPERATORE

Giuseppe Flavio racconta poi di un certo Simone, figlio di Ghiora, nativo di Gerasa, che si era unito ai briganti che occupavano Masada. Qui crebbe in considerazione e con il tempo fu ammesso a partecipare alle loro scorrerie, che devastavano i territori circostanti. Infine si ritirò fra i monti e, promettendo la libertà agli schiavi e premi agli uomini liberi, radunò da ogni parte una grande massa di briganti. 

L'esercito che raccolse andò via via aumentando, finchè tutti i territori fino all'Idumea, passarono sotto il suo dominio. Era chiaro che addestrava i suoi uomini per occupare Gerusalemme così gli Idumei insorsero invidiosi ed uccisero un gran numero di Zeloti, costringendoli a rifugiarsi nel palazzo reale. 

Gli Idumei per liberarsi di Giovanni decisero di far entrare Simone bar Giora, acclamato dal popolo come salvatore e protettore che divenne infine signore di Gerusalemme, mentre Giovanni e gli Zeloti, barricati nel tempio, temettero per la loro sorte.



VITELLIO IMPERATORE

Così Vespasiano, in attesa di capire meglio gli sviluppi della guerra civile a Roma che vide alternarsi dopo la morte di Galba, prima Otone e poi Vitellio, venne a sapere che Simone bar Giora, con i suoi 40.000 armati, aveva assediato e poi occupato la stessa Gerusalemme.

Vespasiano, allora, agli inizi di maggio, partì da Cesarea e assoggettò le due toparchie di Gofna e di Acrabetta, poi le cittadine di Bethela e di Efraim, dove pose una guarnigione, spingendosi con la sola cavalleria fino a Gerusalemme in perlustrazione, facendo ovunque grande strage e catturando numerosi prigionieri.

Intanto Sesto Vettuleno Ceriale, legatus legionis della legio V Macedonica, al comando di cavalieri e fanti, devastava la regione dell'Idumea superiore, dove occupò e diede alle fiamme la città di Cafethra; a Cafarabis gli abitanti gli aprirono le porte avanzando con rami d'olivo; penetrò poi nella città di Hebron, sterminando i giovani ed appiccando il fuoco alle case. 

Rimanevano ancora libere Erodion, Masada e Macherunte, che erano in mano dei briganti. Vespasiano puntava su Gerusalemme. Tornato a Cesarea, Vespasiano seppe dell'acclamazione a imperatore di Vitellio e rimase indignato per come si era impossessato del potere a Roma. Gli ufficiali, inoltre, lo incitavano a prendere il potere e accettare l'acclamazione ad imperatore, sostenendo che:
«Se per governare era necessaria l'esperienza degli anni, questa si trovava in Vespasiano padre, se il vigore della giovinezza, questa si trovava nel figlio Tito, sommandosi così i pregi dell'età di entrambi. Ai nuovi eletti ci sarebbero state come sostegno, non soltanto i soldati di tre legioni insieme alle truppe alleate dei re, ma anche quelle di tutto l'Oriente, oltre alle province europee, abbastanza lontane da non temere Vitellio, gli alleati in Italia, un fratello di Vespasiano (Tito Flavio Sabino) e un altro figlio (Domiziano).»
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.3.597-598.)



LA GUERRA CIVILE ROMANA (68-69)

I soldati si radunarono tutti insieme e, facendosi coraggio l'un l'altro, acclamarono Vespasiano loro imperatore, pregandolo di salvare la Res publica. Al suo rifiuto, come narra Giuseppe Flavio, anche i generali insistettero, mentre i soldati gli si avvicinavano con le spade in pugno, come a minacciare di ucciderlo se non avesse accettato. E se Vespasiano, in un primo momento, espose le sue ragioni che lo inducevano a rifiutare la porpora imperiale, alla fine accettò l'acclamazione ad imperator.

«E poiché Gaio Licinio Muciano ed altri generali sollecitavano affinché esercitasse il potere come princeps, anche l'esercito lo incitava ad essere condotto a combattere qualunque rivale. Vespasiano, allora per prima cosa, rivolse la sua attenzione ad Alessandria, poiché sapeva che l'Egitto costituiva una delle regioni più importanti dell'impero per l'approvvigionamento del grano, credette che, assicuratosene il controllo, avrebbe costretto Vitellio ad arrendersi, poiché la popolazione di Roma avrebbe patito la fame. Mirava, inoltre, ad avere come sue alleate le due legioni presenti ad Alessandria, ed a fare di quella provincia un baluardo contro la cattiva sorte
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.5.605-607.)



IL FUTURO IMPERATOR

Così Vespasiano, scrisse a Tiberio Alessandro, governatore dell'Egitto e di Alessandria, informandolo di essere stato acclamato imperator dalle truppe in Giudea e che contava sulla sua collaborazione ed aiuto. Questi dopo aver dato pubblica lettura al messaggio di Vespasiano, chiese che le legioni e il popolo giurassero fedeltà al nuovo imperatore, poi si dedicò ad accogliere Vespasiano, mentre la notizia si diffondeva in tutto l'Oriente romano ed ogni città festeggiava la lieta notizia, compiendo sacrifici per il nuovo imperatore.

Anche le legioni di Mesia e Pannonia, che già da tempo avevano dato segni di insofferenza al potere di Vitellio, giurarono con grande entusiasmo la loro fedeltà a Vespasiano, il quale da Cesarea si trasferì a Berito. Qui giunsero ambascerie dalla provincia di Siria e dalle altre province orientali che gli recavano doni e decreti gratulatori. Giunse anche Muciano, governatore di Siria, a tributargli il suo appoggio e giuramento di fedeltà, insieme a quello dell'intera popolazione provinciale.

Vespasiano fra i molti presagi ricevuti da ogni parte a predirgli l'impero, si ricordò delle parole di Giuseppe, che aveva avuto il coraggio di chiamarlo imperatore quando Nerone era ancora in vita. Sapendo che Giuseppe era ancora in prigione, convocò Muciano assieme ad altri generali e amici e, dopo aver ricordato loro la sua perizia militare nell'assedio di Iotapata, accennò alle sue predizioni, che al momento aveva sottovalutato, ma che il tempo e i fatti ne avevano dimostrato la bontà e l'origine divina:
«Mi sembra vergognoso che chi mi ha predetto l'impero sia ancora in prigionia con le catene
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.7.626)

Fece liberare Giuseppe e diede ordine di togliergli i ceppi. Tito, che stava assistendo alla scena a fianco del padre e che spesso faceva suggerimenti al genitore, gli disse:
«Padre è giusto che Giuseppe venga liberato, oltre che dei ceppi anche della vergogna. Se noi non slegheremo le sue catene, ma al contrario le spezzeremo, dimostreremo che egli non è mai stato incatenato. Così accade a chi è stato incatenato ingiustamente
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.7.628)

Vespasiano, che aveva grande stima del figlio, ne accolse la richiesta e la catena venne spezzata a colpi di scure. Così Giuseppe, ricevuta la libertà, poté godere del credito di profeta e venne accolto dal seguito dell'imperatore, il quale, dopo aver assegnato i vari comandi nelle province orientali a lui fedeli e congedato le ambascerie, si trasferì ad Antiochia di Siria.

Qui, affidato un forte contingente di cavalleria e fanteria a Muciano, lo inviò in Italia via terra, attraverso Cappadocia e Frigia, mentre spedì Antonio Primo, al comando della Legio III Gallica di stanza nella Mesia, di cui era governatore, in Italia per affrontare Vitellio.

Lo scontro decisivo tra le truppe favorevoli a Vespasiano e quelle di Vitellio avvenne in Italia settentrionale, dove le truppe di Antonio Primo sconfissero l'esercito di Vitellio presso Bedriaco e avanzarono fino a Roma, dove le attendeva Flavio Sabino, fratello di Vespasiano ed il figlio Domiziano. 

Ma poiché gran parte dei soldati e del popolo volevano Vitellio attaccarono Flavio Sabino, fratello di Vespasiano, e l'uccisero. Il giovane figlio di Vespasiano, Domiziano, che era con lo zio, riuscì a scampare alla strage, ma poco dopo, le truppe di Antonio Primo, entrate vittoriose in Roma, trovarono Vitellio nei palazzi imperiali e lo condussero nel Foro romano, dove venne ucciso per le vie di Roma, dopo otto mesi e cinque giorni di regno.

VESPASIANO IMPERATORE


VESPASIANO IMPERATORE

Il 21 dicembre, il giorno dopo l'ingresso delle truppe di Antonio Primo in Roma, e l'uccisione di Vitellio il Senato proclamò Vespasiano imperatore e console con il figlio Tito, mentre il secondogenito Domiziano veniva eletto pretore con potere consolare.

Contemporaneamente a Gerusalemme, la guerra tra le fazioni si era trasformata in una lotta a tre, poiché Eleazar figlio di Simone, fingendosi sdegnato per i comportamenti di Giovanni, si staccò dagli altri e prese con sé alcuni notabili, con un discreto numero di Zeloti. Essi presero allora possesso della parte più interna del tempio, dove vi accatastarono grandi quantità di viveri per costituire sicure riserve in vista dei futuri scontri. Gli scontri che si susseguirono tra le due fazioni, furono sanguinosi e senza tregua, con stragi di ambedue le parti.

A Gerusalemme la guerra civile infuriava tra le tre fazioni presenti in città: gli uomini di Eleazar, che occupavano il tempio e che se la prendevano soprattutto contro Giovanni, il quale spogliava il popolo e lottava contro Simone, che a sua volta utilizzava altri mezzi dalla città per combattere contro i suoi due avversari. I dintorni del tempio andarono distrutti dal fuoco e la città si trasformò in un terribile campo di battaglia, dove le fiamme divorarono tutto il grano, che avrebbe potuto sfamare per alcuni anni:
«Mentre la città era colpita da ogni parte dai suoi carnefici e dei loro aguzzini, il popolo sembrava come un unico corpo, nel mezzo, che veniva dilaniato
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, V, 1.5.27.)

Giovanni arrivò a impiegare il legname che era invece destinato ad usi sacri, per costruire macchine da guerra. Si trattava di travi giunte dal Libano, di grandi dimensioni e diritte. Giovanni le fece tagliare per realizzare delle torri che collocò dietro al piazzale interno, di fronte alla parte occidentale dell'esedra, l'unico lato da dove poteva effettuare l'assalto.

LA DISTRUZIONE DEL TEMPIO DI GERUSALEMME


ASSEDIO DI GERUSALEMME (anno 70)

Vespasiano, che era giunto ad Alessandria d'Egitto, seppe che Vitellio era morto e che il Senato ed il popolo di Roma lo aveva proclamato imperatore. Giunsero, quindi, numerose ambascerie a congratularsi con lui da ogni parte del mondo. Vespasiano, ansioso di salpare per Roma, inviò allora il figlio Tito, di cui molto apprezzava le doti di generale, con ingenti forze a conquistare Gerusalemme.

Tito si trasferì per via di terra a Nicopoli, e da qui imbarcatosi con l'esercito su navi da guerra, risalì il corso del Nilo fino alla città di Thmuis. Da qui proseguì a piedi fino a Tanis, Eracleopoli e Pelusio dove riposò per due giorni. Il sesto giorno passò le foci del Nilo e, marciando attraverso il deserto, raggiunse infine Cesarea Marittima, che aveva eletto a suo quartier generale, radunando tutte le truppe prima della partenza per Gerusalemme.

Tito aveva ai suoi ordini le tre legioni che avevano combattuto in Giudea con il padre negli anni precedenti, molto affezionate a suo padre ed ora anche a lui, oltre alla legio XII Fulminata, che all'inizio della guerra, sotto il comando di Gaio Cestio Gallo, era stata sconfitta dalle truppe ribelli e desiderava, più di ogni altra, vendicarsi. 

Comandò, quindi alla legio V Macedonica di raggiungerlo passando per Emmaus, alla  X Fretensis di passare per Gerico, mentre egli stesso si avviò con la XII Fulminata e la XV Apollinaris ed un numero assai maggiore di truppe alleate fornite dai re clienti, oltre ad un buon numero di ausiliari siriaci.

I vuoti lasciati nelle quattro legioni, da quei reparti che Vespasiano aveva inviato in Italia, furono riempiti dalle truppe condotte da Tito, giunto da Alessandria d'Egitto con 2.000 legionari scelti tra le truppe di stanza in Egitto, oltre ad altri 3.000 dalle guarnigioni siriane lungo l'Eufrate. Suo amico e consigliere di guerra era era Tiberio Alessandro che, come governatore d'Egitto ed estimatore di suo padre, aveva appoggiato la candidatura di Vespasiano alla porpora imperiale.

Tito condusse l'esercito fino a Gofna dove era presente una guarnigione romana, poi riprese la marcia e pose l'accampamento nella "Valle delle Spine" presso il villaggio di Gabath Saul, a trenta stadi da Gerusalemme. Da qui, scelti 600 cavalieri, proseguì in ricognizione verso la città, per esaminarne le fortificazioni e vedere se i Giudei intendessero arrendersi. Tito sapeva che il popolo desiderava la pace, ma che non poteva ribellarsi alle tre fazioni di briganti.



IL CORAGGIO DI TITO

Tito era ormai vicino alle mura della città, quando uscì da una porta un grandissimo numero di nemici che s'incuneò in mezzo alla cavalleria romana, dividendola  in due parti e tagliando fuori Tito con pochi altri. Non potendo tornare in mezzo ai suoi, mentre molti si erano dati alla fuga ignorando il pericolo che incombeva sul loro comandante, voltò il cavallo e urlando ai compagni di seguirlo, si lanciò in mezzo ai nemici, aprendosi a forza il passaggio per raggiungere il grosso della cavalleria romana.

I suoi compagni si tennero stretti a Tito, ricevendo colpi da dietro e sui fianchi, sapendo che l'unica salvezza era di rimanere uniti al loro comandante, cercando di non rimanere accerchiati. Fu così che Tito riuscì a mettersi in salvo, raggiungendo accampamento romano.
«Un'inutile speranza diede animo ai Giudei, che erano riusciti ad avere la meglio in questo primo scontro, tanto che l'insperato successo diede loro grandi speranze per il futuro
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, V, 2.2.66)

Giunta anche la legio V Macedonica, Tito tolse l'accampamento e raggiunse il monte Scopus da dove poteva vedere la città e il suo Tempio, e qui comandò di porre un accampamento per due legioni, mentre la V Macedonica si acquartierò a tre stadi dietro a quelle, poiché più stanca per la marcia notturna e meritandosi maggiore protezione. 

Poco dopo giunse anche la quarta legione, la legio X Fretensis, proveniente da Gerico, dove alcune vexillationes erano rimaste a guardia dei passi già occupati da Vespasiano. Venne accampata a sei stadi da Gerusalemme, sul monte degli Olivi, da cui un profondo burrone, la valle del Cedron, lo divideva dalla città.

Qui iniziò la penetrazione romana nel perimetro esterno del grande tempio, mentre i Romani  sul monte degli Ulivi, attaccati dai Giudei, riuscirono a respingerli. Dopo quindici giorni di combattimenti,  i Romani abbatterono la prima delle tre muraglie di Gerusalemme, e penetrarono nel quartiere di Bezeta. Poi Tito pose il suo comando nel Gareb e gli fece costruire un muro alto tre metri e lungo 7.300 metri tutt'intorno.



I SICARII

Intanto Eleazaro ben Simone, capo degli Zeloti che occupavano il Tempio, fece entrare dei pellegrini nel recinto per la Pasqua ebraica, che si rivelarono seguaci di Giovanni di Gamala. Dopo una lotta spietata rimasero solamente i sostenitori di Giovanni e quelli di Simone bar Giora (i Sicarii), gli Zeloti erano finiti.

I Sicarii erano una fazione estremista del partito ebraico degli Zeloti che come strategia usavano l'assassinio terroristico. Durante la I Guerra Giudaica, i Sicarii si scagliavano contro quelli che erano disposti a sottomettersi ai Romani combattendoli come fossero nemici, assassinandoli, depredandoli dei loro averi e del loro bestiame, incendiando le loro case. 

Ma anche se inizialmente si unirono ai Giudei nella ribellione, combattendo i Romani, in seguito usarono atrocità terribili contro chi denunciava i loro crimini. Il fatto che poi si suicidarono in massa a Masada non fa di loro degli eroi, tanto è vero che da loro venne il termine "sicario" cioè colui che uccide su commissione per denaro, quindi l'infima abiezione.

«Furono i sicarii che per primi calpestarono la legge e furono crudeli contro la loro stessa gente, senza astenersi dall'offendere con insulti le loro vittime, o dal rovinarle con qualunque atto
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, VII, 8.1.262.)

Giorni dopo Tito attaccò la fortezza Antonia e, per agevolare l'accesso al Tempio, la rase al suolo, il Tempio e fece innalzare il vessillo dei legionari sulla Porta Orientale. Sesto Giulio Frontino ricorda che l'ultima resistenza dei Giudei fu abbattuta durante la Shabbat. Tito fu proclamato imperator, e gli fu concesso il trionfo a Roma, dove nel 71 fece sfilare 700 prigionieri, Simone, Giovanni e gli arredi del Tempio tra cui la famosa Menorah (candelabro a 7 braccia) di oro massiccio.

Giuseppe Flavio racconta che al termine dell'assedio, il numero complessivo dei prigionieri catturati durante l'intera guerra fu di 97.000, i morti pari a 1.100.000. La maggior parte erano giudei, non di Gerusalemme, giunti da ogni parte del paese per la sacra Festa degli Azzimi, e il sovraffollamento generò prima la pestilenza e poi il flagello della fame. 

Giovanni, capo di una delle fazioni ribelli, distrutto dalla fame nei sotterranei insieme con i fratelli,  venne condannato al carcere a vita, mentre Simone, a capo di un'altra fazione di ribelli, arreso dopo una lunga lotta, sfilò in trionfo a Roma, e venne poi condannato a morte. I Romani, infine, incendiarono la città e abbatterono l'intera cerchia di mura di Gerusalemme.

Terminato l'assedio, Tito dispose che la legio X Fretensis restasse a presidio di Gerusalemme, la legio XII Fulminata venne inviata a Melitene, presso l'Eufrate, lungo il confine tra il regno d'Armenia e la provincia di Cappadocia. La legio V Macedonica e la legio XV Apollinaris, lo seguirono fino in Egitto. Poi egli marciò con il suo esercito fino a Cesarea Marittima, dove mise al sicuro l'enorme bottino e pose sotto custodia la grande massa di prigionieri, anche perché l'inverno gli impediva di prendere il mare per l'Italia.

A Cesarea Tito festeggiò il compleanno del fratello Domiziano, che si trovava a Roma, dando una serie di spettacoli in cui più di 2.500 giudei perirono, sia nei combattimenti contro le fiere, sia duellando tra loro o anche arsi vivi. Poi si trasferì a Berytus (Iulia Augusta Felix Berytus), celebrando il compleanno del padre Vespasiano, e mettendo a morte tanti altri prigionieri.

Ripartito da Cesarea sul mare, si trasferì a Cesarea di Filippo, dove rimase a lungo offrendo alla popolazione ogni genere di spettacoli. Qui trovarono la morte altri prigionieri: alcuni gettati alle belve, altri costretti a scontrarsi tra loro a gruppi. Poi con la cattura di Simone, i Romani scoprirono un gran numero di altri ribelli nelle gallerie sotterranee di Gerusalemme. Quando Tito tornò a Cesarea Marittima, gli venne portato in catene Simone, e Cesare diede ordine di riservarlo per il trionfo che presto avrebbe celebrato a Roma.

PALAZZO-FORTEZZA DI HERODION


CONTRO I GIUDEI

Il popolo di Antiochia, quando seppe che il comandante romano era vicino, gli mosse incontro e si dispose ai margini della strada fra grandi acclamazioni, pregandolo di cacciare i Giudei dalla città, ma Tito non consentì:
«La loro patria, dove dovrebbe vivere ogni giudeo, è ormai distrutta, e non esiste nessun posto che potrebbe accoglierli
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, VII, 5.2.109)

Allora gli Antiocheni fecero una seconda richiesta, quella di rimuovere le tavole di bronzo dove erano contenuti i diritti dei Giudei. E anche questa volta Tito negò. Passò nuovamente da Gerusalemme e, paragonando quella triste visione di desolazione all'antico splendore della città, si commosse per la devastazione. Inviò la legio V Macedonica in Mesia e la legio XV Apollinaris in Pannonia, e inviò in Italia i due capi, Simone e Giovanni, insieme ad altri 700, scelti per statura e prestanza fisica, per trascinarli in catene nel trionfo. 

Roma gli riservò un'accoglienza entusiastica come era accaduto in passato a suo padre, Vespasiano, che lo attendava nella capitale con il fratello, Domiziano. Pochi giorni più tardi, il morigerato Vespasiano che aveva molto rispetto per le casse dello stato, ordinò un unico trionfo, sebbene il senato ne avesse decretato uno per ciascuno. Una volta avvisati sulla data della cerimonia trionfale, l'immensa popolazione di Roma uscì a prendere posto ovunque, lasciando libero solo il passaggio per far sfilare il corteo.


TRIONFO A ROMA SUI GIUDEI

Sesto Lucilio Basso, che aveva prima acclamato Galba, tradendolo e poi acclamando Vitellio, tradendolo e poi acclamando Vespasiano, era stato inviato in Giudea come legatus Augusti pro praetore, e dopo aver preso la fortezza di Herodion con tutta la guarnigione, riunì insieme alla legio X Fretensis anche le forza ausiliarie che si trovavano distaccate in vari forti e fortini della zona, e decise di marciare contro la fortezza di Macheronte che capitolò in mano romana grazie all'attaccamento dei Giudei al giovane Eleazar. Il comandante romano si fece consegnare la fortezza in cambio della grazia al giovane:

«Comandò di piantare una croce come se volesse mettervi sopra Eleazar, e ad una tale vista gli abitanti della fortezza furono presi da un'angoscia crescente, tanto da gridare fra alti gemiti che si trattava di una disgrazia oltre misura. Contemporaneamente Eleazar cominciò a supplicarli di non lasciarlo morire così dolorosamente e anche di riflettere sulla loro salvezza, arrendendosi alla forza e alla fortuna dei Romani, visto che tutti erano stati sottomessi. Questi allora, impietositosi dalle sue parole inviarono prontamente alcuni a trattare la resa della fortezza, a condizione di potersi allontanare liberamente portando con loro Eleazar
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, VII, 6.4.202-205.)

Intanto l'imperatore Vespasiano che aveva deciso di rimpinguare l'erario dell'Impero impoverito dalle follie di Nerone, ordinò a Sesto Lucilio Basso (legatus Augusti pro praetore) e a Laberio Massimo, che era il procurator Augusti, di ridurre tutto il territorio della Giudea al regime di locazione in affitto,  disponendo che quella regione fosse come una sua proprietà privata. 

A soli 800 soldati mandati in congedo permise di costituire una colonia ad Emmaus (a 30 stadi da Gerusalemme). Impose infine a tutti i Giudei, ovunque risiedessero, una tassa di due dracme ciascuno da versare ogni anno al Campidoglio, in sostituzione di quella versata al tempio di Gerusalemme. 

Quindi Basso condusse l'esercito verso la foresta di Iardes, dove sembra si fossero raccolti molti degli scampati all'assedio di Gerusalemme ed a quello di Macherunte, fece circondare il luogo dalla cavalleria per impedire la fuga ai Giudei, mentre alla fanteria diede ordine di abbattere la foresta. Dei Romani morirono solo dodici uomini, e pochi furono i feriti, mentre tra i Giudei perirono tutti, circa tremila, compreso il loro capo.



RE ANTIOCO

Nel quarto anno di regno di Vespasiano (72), Antioco, re della Commagene, dovette rinunciare al trono del regno "cliente" di Commagene a vantaggio di un'annessione romana, per il sospetto di voler ribellarsi ai Romani e di aver già preso accordi con il re dei Parti. 

L'invasione romana avvenne senza resistenza, Antioco non pensò di far guerra ai Romani, ma preferì abbandonare il regno, e fuggire con la moglie e le figlie in Cilicia. L'aver abbandonato figli e sudditi al loro destino, generò un tale sconcerto nel morale delle sue truppe che alla fine i soldati commageni preferirono consegnarsi ai Romani. Al contrario il figlio Epifane, accompagnato da una decina di soldati a cavallo, attraversò l'Eufrate e si rifugiò presso il re dei Parti Vologese, il quale lo accolse con tutti gli onori.

Antioco  venne catturato e mandato a Roma in catene, ma Vespasiano però, per l'antica amicizia, durante il viaggio ordinò che fosse liberato dalle catene e lo fece fermare a Sparta dove gli concesse cospicue rendite, al fine di poter mantenere un tenore di vita da re. Quando queste informazioni giunsero al figlio, Epifane, che aveva temuto per la sorte del padre, cominciò a sperare di potersi riconciliare con l'imperatore. Vespasiano concesse loro, generosamente, di trasferirsi a Roma insieme al padre, che sarebbero stati trattati con ogni riguardo.



MASADA

Il nuovo governatore Lucio Flavio Silva, avendo osservato che tutto il resto del paese era stato sottomesso tranne un'unica fortezza ancora in mano ai ribelli, radunò la sua armata dalla regione circostante e marciò su di essa. Si trattava di Masada, occupata dai Sicarii, che avevano eletto quale loro leader un certo Eleazar Ben Yair.

Il comandante romano mosse contro Eleazar e la sua banda di sicarii che occupavano Masada, assicurandosi prima il controllo dell'intera regione circostante, innalzando un muro tutt'intorno alla fortezza, perché nessuno degli assediati potesse fuggire, e vi pose a guardia delle sentinelle. 

Si accampò quindi per condurre le operazioni d'assedio, dove le pareti a strapiombo della fortezza risultano più prossime alla vicina montagna, anche se risultava in posizione poco comoda per i rifornimenti, poiché sul luogo non vi era neppure una sorgente. 

Masada si presentava su un altopiano scosceso e aveva abbondanti riserve di acqua e cibo. Alla fine i Romani, dopo aver costruito una torre rivestita di ferro alta 30 metri sopra un enorme terrapieno, erano ormai prossimi ad entrare nella fortezza. Resosi conto della disfatta imminente, il capo zelota Eleazar Ben Yair, organizzò il suicidio collettivo, uccidendo mogli, figli e sé stessi.

«E così, mentre accarezzavano e stringevano al petto le mogli e sollevavano tra le braccia i figli baciandoli per l'ultima volta tra le lacrime per l'ultima volta, contemporaneamente compirono il loro disegno, quasi che a colpirli fossero mani altrui, consolandosi che se non li avessero uccisi, avrebbero sofferto tremendi tormenti in mano dei Romani
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, VII, 9.1.391-392.)

Ma forse, se glielo avessero chiesto, le mogli e i figli avrebbero preferito vivere, così come Giuseppe Flavio preferì vivere presso i romani che lo accolsero e rispettarono.

Alla fine si salvarono solo due donne e cinque bambini nascondendosi nei cunicoli sotterranei che trasportavano l'acqua potabile. Le vittime furono in totale 960, comprese donne e bambini. La data dell'eccidio fu il quindici marzo del 73. Quando all'alba i Romani si gettarono all'attacco finale, le due donne uscirono dal nascondiglio e raccontarono ai Romani tutti i particolari dell'accaduto. Non rimaneva più alcun nemico nel paese. 

Una visione di ribelli-buoni e  imperialisti-cattivi che però inizia a cedere, anche perchè gli studi dell’archeologo israeliano Nachman Ben-Yehuda ridisegnano ampiamente la vicenda, e tratteggiano una versione più realistica degli eventi:
Quando esaminiamo a fondo la Grande Rivolta e Masada, semplicemente non abbiamo alcun ritratto di eroismo. Al contrario. I racconti narrano la storia di una fatale (e discutibile) rivolta, di un gigantesco fallimento e della distruzione del Secondo Tempio e di Gerusalemme, di massacri di ebrei su larga scala, di differenti fazioni di ebrei che combattevano e si ammazzavano a vicenda, di suicidi collettivi (un atto non visto con favore dalla fede ebraica) perpetrato da un gruppo di terroristi e assassini il cui “spirito combattivo” può essere stato incerto.”



LA FINE DEI SICARII

Anche la popolazione alessandrina, per dimostrare la sua lealtà ai Romani,  si scatenò furiosamente contro i sicarii che cercavano ancora di sollevare la popolazione, che furono tutti gettati in prigione. 
A quel tempo era governatore d'Egitto e Alessandria, un certo Tiberio Giulio Lupo, che informò Cesare di questi primi fermenti di rivolta. 

L'imperatore, temendo nuove tendenze rivoluzionarie dei Giudei, ordinò a Lupo di distruggere il tempio giudaico nel distretto di Onias. Lupo, allora, ricevuta la lettera dell'imperatore, raggiunse il tempio e, dopo avervi asportato i doni votivi, lo chiuse. 

Frattanto altri sicarii contagiarono con i loro propositi di rivolta anche le città attorno a Cirene. Qui era giunto un certo Gionata, il quale dopo aver attirato molti tra i più miserabili del popolino, promise loro prodigi e apparizioni. Ancora una volta i più ragguardevoli fra i Giudei di Cirene denunziarono i suoi piani a Catullo, il governatore della pentapoli libica. 

Molti furono uccisi, altri dichiararono falsamente che erano stati i più ricchi dei Giudei a costringerlo a rivoltarsi, tra cui lo stesso Giuseppe Flavio.  Vespasiano e Tito ebbero dei sospetti e promossero delle indagini che condussero all'infondatezza delle imputazioni a carico degli accusati, procurando agli accusatori una terribile morte. La distruzione del tempio di Gerusalemme,  e la riduzione in schiavitù di 97.000 Giudei, che vennero dispersi in tutto l'impero, dette inizio alla diaspora. 



BIBLIO

- Flavio Giuseppe - De Bello Iudaico - 1559 -
- Edward Gibbon - On the Triumphs of the Romans - 1764 -
- Giulio Firpo - Le rivolte giudaiche - Bari - Laterza - 1999 -
- Giovanni Brizzi - 70 d.c. La conquista di Gerusalemme - Roma-Bari - Laterza - 2015 -
- Piganiol André - Le conquiste dei romani - Milano - Il Saggiatore - 1989 -
- Martin Goodman - Roma e Gerusalemme. Lo scontro delle civiltà antiche - Roma-Bari - Editori Laterza - 2009 -



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