OLBIA (Sardegna)



RELITTO DI NAVE ROMANA (OLBIA)

LE ORIGINI

 Le origini di Olbia si perdono nella notte dei tempi, prima centro neolitico, poi enolitico (età del rame), nuragico, fenicio, punico, cartaginese e romano.

"La spedizione di Tiberio Sempronio Gracco del 238 a.c. sanciva la fine della dominazione di Cartagine sulla Sardegna e il suo ingresso nel nascente impero mediterraneo di Roma.  La posizione geografica, che ne aveva indotto la fondazione ad opera di Cartagine dopo il trattato del 348 a.c. e che le aveva assegnato sin da quel momento un ruolo importante di intermediazione, soprattutto commerciale, con l’antistante costa tirrenica, faceva di Olbia una strategica testa di ponte per l’ingresso di Roma in Sardegna e non a caso, con la presunta conquista nel 259 a.c. ad opera di Lucio Cornelio Scipione, fu protagonista del primo tentativo di Roma di sbarcare nell’isola già durante la I guerra punica".

Durante il suo consolato Tiberio Sempronio Gracco del 238 a.c. conquistò la Sardegna, che si era ribellata al dominio cartaginese. Nonostante la vittoria venne criticato dai romani, poiché non portò a Roma prigionieri di valore. Per la Sardegna e soprattutto per Olbia fu una gran fortuna, perchè la città non divenne solamente un centro commerciale, ma anche un'importante base navale militare. Venne collegata con il resto dell'Isola da tre vie importanti usate sia per le legioni che per le merci.

Olbia divenne il più importante avamposto romano della Gallura, la parte nord-orientale dell'isola, ma subì all'inizio le incursioni dei cosiddetti Corsi della Gallura e dai Balari del Monteacuto. Durante la dominazione romana sia i Corsi di Sardegna che di Corsica si rivoltarono più volte all'occupazione, venendo ricordati in diversi Fasti triumphales romani, in quanto vinti brillantemente.

ARCHITRAVE DEL TEMPIO DEDICATO DA ATTE A CERERE RITROVATO AD OLBIA
(OGGI RISIEDE NEL CAMPOSANTO DI PISA)
L'Olbia romana (chiamata anche Olvia o Olbi) ospitava una popolazione di ormai 5.000 abitanti ed era dotata di un foro, di strade lastricate, di terme pubbliche e di un acquedotto (proveniente dal monte Cabu Abbas, dal latino caput aquarum). Vi risiedeva, inoltre, e possedeva vasti latifondi e una fabbrica di laterizi, riportanti il bollo "ACTES AUGusti Liberta", la liberta di Nerone, Atte, lì esiliata dopo il matrimonio dell'imperatore con Poppea.


Nella necropoli romana fuori dalle mura. durante gli scavi del 1904, fu scoperto un tesoro di 871 monete d'oro di diverso taglio e portanti il marchio di 117 diverse famiglie romane. 
Nel 1999, nell'area del porto vecchio, durante i lavori per la costruzione di un tunnel. tornarono alla luce 24 relitti di navi romane. Furono i Vandali ad affondare alcuni dei relitti portando alla distruzione dell'abitato ed al crollo della città antica che comunque continuò a sopravvivere.

Tra le vestigia del periodo romano sono importanti

- i resti dell'Acquedotto Romano in località Tilibbas, edificato tra il I e il II sec. per trasportare, su un percorso di 7 km circa, l'acqua delle sorgenti sulla montagna di Cabu Abbas alle terme della città antica;
- i resti della villa rurale romana di s'Imbalconadu, risalente al 150 a.c. circa nell'età repubblicana, lungo la strada per Loiri dopo il rio Loddone;
- il Parco di villa Tamponi;
- il Foro romano vicino al Municipio;
- i resti dell'acquedotto romano vicino al vecchio ospedale.
Il patrimonio archeologico di Olbia è inoltre costituito da numerosi giacimenti subacquei. Circa un centinaio di siti con vari reperti tra cui la testa di statua in terracotta che raffigura a grandezza naturale il dio Ercole. Si tratta della copia di un perduto originale in bronzo che doveva trovarsi nel santuario cittadino dedicato al Dio e realizzata a Olbia nel II secolo a.c. con l'uso di matrici.

Il tracciato dell'acquedotto, partendo da Cabu Abbas, si snodava per circa 7 km e si immetteva nel centro urbano da nord lungo un percorso che toccava gli attuali Centro Martini, via A. Nenni e il vicolo F di via delle Terme per raggiungere l'impianto termale.

RESTI DELL'ACQUEDOTTO ROMANO
I resti oggi visibili si trovano a sud della strada asfaltata in località Sa Rughittula; l'acqua defluiva prima in una condotta interrata, poi in una piccola vasca quadrata dalla quale inizia un tratto costituito da archi, alcuni dei quali conservati, che prosegue con una porzione in muro pieno.

Sulla destra della strada si trova una grossa cisterna di pianta rettangolare a due navate quasi completamente scavata nella roccia salvo la copertura con ancora i fori di aerazione e porzioni del rivestimento impermeabile in malta idraulica. Adiacenti ai lati corti della cisterna si trovavano altre due vasche e un pozzo di entrata e uscita dell'acqua.

L'area, di m 120 x 20, in cui sono stati rinvenuti i resti di imbarcazioni, corrisponde al porto principale della città antica, protetto anticamente da un lungo molo che collegava la riva all'isola di Peddona.

Sono state recuperate notevoli quantità di reperti ceramici di varie epoche, gioielli, monete, lucerne, colonne di granito, ossa animali, strumenti per la pesca e soprattutto 24 relitti di navi, in buono stato di conservazione, di cui due dell'epoca di Nerone, 16 risalenti al V sec. d.c. e due dell'età giudicale (fra il IX ed il XV sec.).

Uno dei rinvenimenti più importanti è costituito dal recupero di una flotta imperiale del V sec. composta di navi originariamente lunghe tra i 18 e i 30 m, disposte parallelamente fra loro e perpendicolari alla linea di costa, colate a picco alla stessa profondità, in acque basse.

Dalla posizione si è dedotto che esse siano state affondate mentre erano ormeggiate in porto, lungo pontili lignei di cui sono stati individuati i resti. Ciò ha fatto pensare che la distruzione fosse avvenuta per tutte nello stesso momento in seguito ad un attacco distruttivo di grande portata, viste anche anche le tracce di bruciature sui legni.



GLI SCAVI

Le prime indagini sulle origini della città si svolsero al principio del XVII sec. e interessarono le aree cimiteriali presso la chiesa di San Simplicio. Nella I metà dell'Ottocento gli scavi produssero reperti che in parte confluirono nei musei, ma pure in collezioni private italiane ed estere.

La cronaca di tale attività, che portò a numerosissime scoperte, fu data dal canonico Giovanni Spano dal 1855 al 1876. A partire dal 1880 e fino al 1884 Pietro Tamponi compilò una serie di importanti note sulle scoperte archeologiche effettuate a Olbia e nel suo territorio.


Scavi del 1890

Nuove scoperte di antichità nell'area dell'antica Olbia. Per ridurre a cultura il piccolo predio denominato OHu Manivi, posto ne' pressi di questo abitato, e confinante da una parte col tronco di strada ferrata conducente al porto, e dall'altra con la riva del mare, s'intraprese un grande scavo. Vi si raccolsero varie monete romane di moduli diversi e in discreta conservazione. Alcune spettano agli imperatori M. Aurelio, Settimio Severo, Massimino.

Fra i fittili, copiosissimi risultarono gli avanzi di anfore e di minuto vasellame, insieme a fondi e pareti di scodelle aretine; ma sopratutto merita riguardo un dolio, privo del collo, in posizione orizzontale, alla profondità di m 0,90. In mezzo alla terra di cui era ripieno si trovarono alcune ossa umane in cattivo stato; vi mancava il cranio.

Il corpo del recipiente ha nella parte più pronunciata m 1,42 di circonferenza, che poi diminuisce gradatamente per terminare col fondo a punta. Eguale a questo per configurazione, e sepolto quasi allo stesso livello, ne fu rinvenuto uno più piccolo, con anse robustissime, foggiate a semicerchio: è alto m. 0,65, misurando nella maggior iugolfatura, m 0,50.

Vennero pure raccolti tasselli di marmo bianco e nero, e vari pezzi di ferro. Ma la cosa più notevole è un tratto di fondamenta delle mura che cingevano Olbia, tutte in blocchi di granito, talora malamente squadrati, e talora appena disgrossati nelle sole facce all'esterno.

RESTI DELLE TERME ROMANE
Si estendono in linea retta per quanto è lungo il cortile cioè per m 160; e restano in perfetta orientazione con altra fila di blocchi, simmetricamente infissi lungo la spiaggia del mare, i quali non sono altro che la continuazione di detta muraglia.

Queste tracce proseguono ancora e sempre in linea retta e vicinissime alla spiaggia, sino a Porto Romano, ove sussistono altri macigni più voluminosi, ma più internati nel mare, che costituiscono l'ossatura dell'antica banchina di quel porto.

Da qui, le tracce della muraglia fanno angolo smussato, si internano nella villa Tamponi e l'attraversano per intero, onde rendersi poi visibili nel predio del Molino. Cosicché da questa ultima località abbiamo l'esatto andamento di una parte dei muri di cinta, del percorso di m 885, formato da due perfette rettilinee; settentrionale ed orientale. La prima di m 360 ha cominciamento dal luogo degli odierni scavi sino al Porto Romano, e la seconda di m 525 si estende da quest'ultimo punto, per finire al Molino. Il massimo spessore delle fondazioni è di m 3,50, il minimo di 2,30.

Reperito poi un grande masso tufaceo rappresentante due guerrieri combattenti, sterrato nel 1874 entro la villa Tamponi, ai piedi della muraglia; forse la principale decorazione di una porta della città. Il materiale usato proveniva dalle vicine cave granitiche di Cuceianaj Varrasolas, Tilibbas, Banale e Contramanna, nelle quali mi fu dato vedere dei blocchi enormi, già tagliati in antico, e del tutto somiglianti a quelli della cinta.

TESTA IN BRONZO
Emersero alcuni ruderi  in laterizi, interrati a circa m. 2 dal livello del campo;
- due colonne granitiche con zoccolo;
- metà di colonnina, pure di granito;
- ziretto a perfetto pulimento;
- un tubo di piombo per conduttura di acqua;
- 37 chiodi; tre piccole palle di granito;
- due fusaiuole di terracotta, di forma conica con foro nella sommità;
- una lastra di piombo bucherellata, con con altri due pezzi informi;
- 26 monete irriconoscibili per l'ossido;
- alcune asticelle di ferro;
- 3 cerchietti di piombo;
- 5 dischi fittili forati nel centro,
- 2 luceruine col concavo adorno di fiori;
- altra piccola lucernina di forma elegante;
- 4 pezzi di marmo, nei quali pare di ravvisare leggerissime tracce di lettere;
- un vasetto mancante del collo;
- metà di un mattone ottangolare di argilla verdastra;
- altri mattoncini oblunghi di terra .ordinaria
- copiosi frammenti di oggetti di vetro.

In un dissodamento molto profondo, eseguito nel cortile di certo Luigi Negri, vicino al paese, si trovarono i residui di alcune tombe in laterizi devastate in antico. Anche qui abbondavano:
- vetri frammentati e fittili.
- 200 piccole monete di bronzo, guaste dall'ossido;
- un pezzo di piombo in sottile verga,
- grossi embrici romani, privi di bollo, e già serviti in costruzione.
Nel terreno della casa di Giovanni Azzena, entro l'abitato, si rinvenne casualmente una piccola mano di statuetta di bronzo che stringe un globetto dello stesso metallo.

(P. Tamponi. Roma, 1890 Il Direttore delle Antichità e Belle arti)



Scavi dopo il 1958

Dal 1958 al 1977 la città è stata oggetto di interventi sporadici di scavo e di recupero, come quelli del primo Soprintendente alle antichità per le Province di Sassari e Nuoro Guglielmo Maetzke tra la fine degli anni Cinquanta e il 1966 e quelli di Enrico Acquaro negli anni Settanta.

Dal 1990 viene svolta ad Olbia un'attività di ricerca e di conoscenza approfondita del territorio, che comprende anche il controllo ed il recupero del patrimonio archeologico proveniente da scavi sporadici sia terrestri sia subacquei. Purtroppo la distruzione delle strutture della città antica è andata di pari passo con lo sviluppo della città moderna.

La maggior parte degli scavi nella sola area urbana hanno infatti avuto, ed hanno tutt'oggi, le caratteristiche dell'emergenza (in numero di cinquanta dal 1980 al 1994, sotto la direzione dapprima di Antonio Sanciu e poi di Rubens D'Oriano). Nel 1992 uno scavo d'urgenza ha messo in luce un'importante area funeraria in località Su Cuguttu.

Nel luglio del 1999, durante i lavori per la costruzione di un tunnel sotto il livello del mare, sono stati ritrovati i resti di quelli che lo scavo archeologico, dislocato lungo la fascia litoranea e durato tre anni, condotto da Rubens D'Oriano, ha identificato come i relitti di navi antiche con i loro carichi.

VILLA DI S'IMBALCONADU


VILLA RUSTICA DI S'IMBALCONADU

Trattasi di un complesso del 125 a.c., munito di solide fondazioni,di forma quadrangolare, visibile in tutta la parte centrale, con forti muri che arrivano fino ad un altezza di un metro, composti da massi di granito legati con malta di fango.

La villa è orientata secondo i punti cardinali, e misurava circa 33 metri per lato, con una corte al centro e, accanto alla parte rustica, c'era una parte abitativa padronale. In alcune parti della fattoria sono stati rinvenuti numerosi mattoni crudi evidentemente il soffitto della struttura.

Molto importante il ritrovamento all'interno dell'abitazione di un blocco di granito scolpito in basso rilievo con il segno di "Tanit", divinità protettrice adorata in periodo punico, ma anche in periodo romano.

Altre importanti rinvenimenti si trovano nei due ambienti oltre l'ingresso, uno di questi adibito alla macinazione del grano, vista la presenza di una macina in basalto, e l'altra alla cottura, come fa presupporre la presenza di un forno di terracotta. Un altro ambiente potrebbe essere stato utilizzato per la produzione del vino, vista la presenza di due vasche.

Il sito è situato sulla strada provinciale che da Olbia conduce a Loiri, (partendo da Olbia al km 3, sulla destra, segnalato dall'apposito cartello).



A Olbia durante i lavori per la rete del gas emerge un’urna cineraria romana

Durante gli scavi per la rete del gas, ad Olbia è riemerso un reperto di epoca romana: si tratta di un’urna cineraria del I secolo a.c., individuata dagli operai in via Mameli. 

URNA CINERARIA
Il reliquiario conserva ancora i resti di un defunto e probabilmente faceva parte della grande necropoli della città antica, iniziata dai cartaginesi e continuata dai latini al di fuori delle mura.

Gli scavi sono stati seguiti da Giuseppe Pisano e diretti da Rubens D’Oriano della Soprintendenza per i Beni Archeologici. 

E’ probabile che affiorino nuovi reperti, in loco stanno lavorando gli esperti della soprintendenza, guidati dall’archeologo Rubens d’Oriano.


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