DOMUS VALERIORUM



DOMUS VALERIORUM

DOMVS VALERIORVM-XENODOCHIVM

I Valerii, famiglia aristocratica romana i cui membri più noti pervennero alle massime cariche dello Stato, soprattutto a partire dal III sec. d.c., tornarono a far parlare di sè nell'anno 1554 quando, scavandosi il suolo vennero fuori i  resti della ricca domus. L'edificio era grande e opulento, ma non esagerato, e conteneva la numerosa familia dei Valerii. Publius aveva avuto 5 figli, e la sua casa anche altri venti membri della sua famiglia, per non parlare del numero di schiavi, servitori e portieri.

La Casa dei Valerii ( Domus Valeriorum ), grande famiglia di origine Sabina, occupava una grande superficie sul Celio e fiancheggiava l’Acqua Claudia con vasti giardini in pendio. La storia dei Valerii iniziò nel 509 a.c. con Publius Valerius Poplicola che partecipò alla caduta dei Tarquini e diventò il secondo console della Repubblica romana.

Notando il Pighio nel Cod. Leid. Lusac.« in horto monacorum s. Stephani prope sacellum divi Erasmi, ubi aedes Valeri Proculi fuisse veri simile est. . . reperta est tabula aenea cura duabus similibus sequentibus (1685, 1686): in quarum (aedium) atrio hae tabulae columnis affixae fuerunt: ibidemque basis statuae eiusdem Proculi (1693) reperta est ».
E così Nicholas Florent, altro epigrafista presente alla scoperta, ne indica il silo preciso " nel horto di s. Stephano rotundo, al lato alla chiesa di s. Erasmo, dove sono state cavate le reliquie dui atrio di Proculo viro clarissimo, nel cui atrio, nella colonna del peristilio erano istrumenti dei tre contratti scritti in rame "

Le tre tavole riportavano il nome di Quintus Aradius Rutìnus Valerius Proculus, governatore della provincia Valeria Bizacene nel 321, e quello dei municipii e delle colonie africane che avevano voluto rendergli onore, e perpetuare in vari modi i vincoli di amicizia e di servitù contratti con esso durante la sua gestione della provincia. Il piedistallo poi era dedicato a Lucius Aradius Valerius Proculus, prefetto di Roma nel
337, e console nel 340.

La ricca domus della Gens Valerii giaceva ai piedi della Velia, la terra che connetteva il Palatino col Colle Oppio ed era l'unica domus di Roma dove le porte si aprivano direttamente sulla strada. Secondo la tradizione, una casa sub Veliis (Asc. in Pison. 52, ubi aedes Victoriae=Vicae Potae), o in Velia (Cic. de Har. resp. 16), fu concessa a Valerius come un onore speciale (cf. Plin. NH xxxvi. 112, ).

PIANTA DELLA DOMUS
Le cose andarono così:
Valerio, dopo il suo trionfo, fu lasciato console unico senza collega ma quando iniziò a costruirsi una casa sopra la collina, la Summa Velia, il popolo temette si facesse una reggia per eleggersi re.

Valerio, saputi i sospetti, fermò la costruzione ed il popolo grato gli assegnò un pezzo di terra ai piedi del Velia, un'altura minore situata tra Palatino ed Esquilino, altura che oggi non esiste più, con il privilegio di avere la porta della casa aperta nella via del Foro, ma non più sopra la collina. (cf. Plin. NH xxxvi. 112, ), Secondo Dioniso invece gli fu concessa sul Palatino ( v. 39).

La splendida e immensa dimora sul Celio era celebre almeno quanto la gens che l’abitava: costruita in epoca repubblicana, rimase in piedi fino al V sec, d.c. Nel 404 i suoi ultimi proprietari, Valerio Piniano e la moglie, Santa Melania,  la misero in vendita. Ma a causa del valore eccessivo della lussuosa casa, la coppia non trovò acquirenti. Piniano e Melania, vittime di una bolla immobiliare come quella temuta oggi da chi ha investito nel mattone, sei anni più tardi svendettero per pochi solidi aurei quello che restava della Domus Valeriorum, finita nel frattempo in macerie dopo il sacco di Alarico.



VICA POTA

Vica Pota era un tempio secondo alcuni situato sopra la Domus Valerii, cioè sui suoi resti, o quanto Livio la loca " infra Velium ubi nunc Vicae Potae est aedes in infimo clivo "; ma non significa sopra la domus, bensì nella stessa area. Questa divinità, molto simile alla Dea Victoria, per cui il tempio era chiamato aedes Victoriae (come si identifica da l'iscrizione di un frammento di altare in TF 87 ) da Asconius (in Pis. 52) era un'antica dea italica, sicuramente antecedente ai Valerii e poi assimilata alla Nike romana cioè Victoria, per cui è difficile pensare che fosse posteriore alla domus, ma piuttosto nei pressi.



VALERIIS MONASTERIVM S. ERASMI

Gli scavi riguardavano la parte del peristilio più lontana dalla chiesa di s. Erasmo. Sette anni dopo, cioè nel 1561, il card. Ippolito d'Este, amico e legatario di Uberto Strozza, la cui viiria attigua agli scavi egli doveva avere visitato più volte, volle tentare nuovamente la sorte, e spinse le indagini sino al sito della Chiesa, la quale riapparve e fu finita di spiantare nel mese di marzo. I conti archeologici del Cardinale scoperti e pubblicati da Adolfo Venturi nel V Archivio dell'Arte a. 1890, p. 199 contengono, di fatto, le seguenti partite:

- 1561 22 genn. per pagare sei palle (pale) con li manichi le quali hanno a servire per la cava che si ha da fare a san Stefano Rotondo
- Iti d. scudi 6 à li cavatori de la cava de san S.R.
- 16 d. à i cavatori
- de la cava di San S. R. scudi otto
- b. 92 per opere 48 fatte a detta cava, et per pagare un muratore col suo manovale per aver scoperto la chiesa di S Erasmo a la detta cava » .

Alle cose esposte fin qui si riferisce il seguente brano del Ligorio Torin.
XV, e. 97': « nel monte Celio sotto la giureditione di san stephano era uno antico monasterio di santo Erasmo et sendo cotale monasterio fabricato su la grande et magnifica casa di Proculo, un tempo esso monasterio è stato custodito et finalmente sendo annullato la chiesa è caduta et dissipata come il luogo stesso et adi nostri è stata spogliata di alcune cose antiche che vi erano, et tra esse una tavola scritta nella greca lingua in cui si leggono i beni et possessioni cet. ».

La storia di questa insigne tavola di donazione di fondi rustici, che si attribuisce ai tempi di Adeodato II (672-676), è stata rifatta nuovamente dal Gatti (in Bull, com, t. XXX, a. 1902, p. 164 seg.) e dal Camobreco (in Archivio S. li. S. P. t. XXVIII, a. 1905, p. 273 seg.). Trasferita con altri marmi di santo Stefano alla vigna Pariola dei pp. Gesuiti, la quale divenne proprietà del Seminario Romano dopo la soppressione dell'ordine nel 1774, la tavola di donazione fu vista in quel luogo dal comm. de Rossi nel 1872. Oggi è perduta.

Quanto alle vicende della chiesa e monastero di sant' Erasmo, brevemente accennate dal Ligorio, sappiamo che sulla fine del 400 fra Giocondo, il quale la chiama « aedicula sita in hoitis s. Stefani Rotundi in Coelio Monte ", vi copiasse l'iscrizione di Follia Saturnia n. 10181, la stessa che Pietro Sabino dice di avere trascritta « in s. Erasmo prope s. Stephanum rotundum ».

Sisto IV, vedendo l'edificio abbandonato e quasi crollante, lo affidò alle cure dei monaci di s. Stefano, cedendo loro in compenso la rendita di 24 fiorini d'oro. Ma i monaci devono avere usurpata tale rendita a loro speciale vantaggio, perchè il nome di s. Erasmo non appare più oltre nelle descrizioni di Roma del cinquecento. Solo il Fulvio ne ha conservata la memoria con le parole : « fuit in eodem ambitu (cioè dentro il muro di cinta della vigna di Santo Stefano) memoria patruum nostrorum, celeberrimura s. Erasmi monasterium ». Il Severano, che pubblicò i tre tomi delle Sette Chiese nel 1630, afferma, nondimeno, che se ne vedessero ancora « i vestigli nell'atrio (di santo Stefano) con alcuni segni delle stanze e pitture che vi erano ».

Dagli scavi del card. Ippolito tornarono in luce altri due diplomi n. 1687, 1688, incisi in lamine di bronzo, la curva delle quali si adattava a quella dei fusti delle colonne del peristilio, cui erano affisse, e che portavano, come le precedenti, il nome del preside della Bizacene nel 321: ed altre tre onorarie n. 1690-1692 di L. Aradius Valerius Proculus prefetto della città, nel 837. Il predetto Nicolò caei. emont. Florent così scriveva di queste cose allo Smet: « anno 1651 sub Pio IIII pont max. etfossae fuerunt bases tabellaeque sequentes in monte Coelio, sub aede diruta sancti Erasrai, intra hortos monasterii sancti Steph. rot. ».

Strana cosa invero, ma pur caratteristica dello spirito del cardinale Ippolito è il disprezzo o l'indifferenza da lui mostrata verso i preziosi monumenti storici trovati nello scavo, i quali in luogo di essere trasferiti al museo-giardino sul Quirinale o alla villa d'Este tiburtina, furono venduti o donati all'appassionato collettore Achille Maffei, e trasferite al suo palazzo alla Ciambella. Vedi tomo I, pp. lUO-lll. A questa serie dovrà aggiungersi il frammento di altro piedistallo n. 1094, che lo Smet vide già trasportato alla casa di Gentile Delfino nel Campitello, sapendosi da altre testimonianze come l'illustre ricompositore dei Fasti capitolini avesse formato la miglior parte del suo museo epigrafico con lapidi trovate sul monte Celio.

Sotto il pontificato di Innocenzo X (1644-55) « più oltre (della villa Fonseca andando verso s. Stefano) nell'orto di Francesco Morelli detto il cieco, per esser tale, cavandosi ad istanza del Marchese del Bufalo, con assistenza di Gio. Francesco Grimaldi, pittore bolognese, tra le altre cose vi fu trovato un cortile di non molta grandezza, entrovi sette bellissime statue, le quali dal detto Marchese furono mandate in Francia « (Bartoli, Mem. 53).
La data di questi ritrovamenti può essere fissata all'anno 1653 come appare dalla seguente licenza di scavo, rilasciata dal pro-Camerlengo Lorenzo Altieri il giorno 10 gennaio.

" Patentes effodiendi. Duo Io: Francisco Morello filio quoud. alterius Ioannis Francisci Romano li  eredi fideicommissario q. Pauli Morelli D. unius horti positi Rome prope Ven : Eccliam Sancti Stepliaiii Rotundi muris circumdati à duobus adsunt uie publice et ab uno latere bona DD. de fonsechis, et ab alio bona Ven: Collegii Germanici saluis etc. per Te insiniul et prò indiviso cum Diìo Carolo Domitio Morello tuo patruo possessi etc. exposuisti etc. q. d. D. Car : Domitius dieb. preteritis a Nobis obtinuerit patentes etc. facultatis etfodiendi etc. in d.° Horto et cum tu quoque tamquam condominus cupias. Nos de mandato Tibi cum d.° Carolo in d.° horto escavare Tabulotiam Saxa et petras inveniendas liiitiani concedimus."

Datum hac die 10 lanuarij 1653. [Provv.'' del Cam.° tomo 1652-1653 e. 127 A. S.].

Sotto Clemente X, (1670-1676) si rincominciò a cavare nel detto luogo e vi furono trovati: "vestigi delle migliori pitture che si siano viste in Roma; medesimamente diverse statue e busti nobilissimi, in particolare li due Lucj Veri comprati dal Card, di Ruglione, ed Amore e Psyclie dal Card, de' Medici: oltre ciò diversi marmi mischi, una lucerna nobilissima di metallo, la quale rappresenta la navicella di s. Pietro; oltre altri bellissimi pezzi di anticaglie" (lìart-li.Mem. 54).

« Questa insigne lucerna »  aggiungo il Bellori nei Commenti alle Lucerne del Bartoli p. 11, n. 31 « fu tratta dalle mine del monte Celio, nella vigna de signori Morelli contigua a santo Stefano, dove sono state trovato statue e marmi de' buoni tempi dell' imperio. Dimorava in quel tempo in Roma il cardìnale Leopoldo Medici, che la lucerna portò à Fiorenza con altri rari ornamenti di scoltura ».

Una quinta campagna di scavi ebbe luogo nel febbraio del 1711, e fruttò la scoperta della tavola di bronzo n. 1689, che il Bianchini dice essere passata al museo di d. Leone Strozzi, e forse del frammento di base n, 1695 passato al museo Vaticano.

Una sesta data dal tempo di Benedetto XIV (1740-1758), fruttò la scoperta di un gruppo insigne di oggetti in argento, appartenenti a domestica suppellettile, simili a quelle trovate in Porto ai nostri tempi dal principe Alessandro Torlonia nello Xenodochio di Pammachio.

Il marchese Gabrielli donò al nominato pontefice un grande piatto, due bicchieri, uno de' quali fregiato con epigrafe votiva cristiana, due ampolle adorne dei busti degli apostoli Pietro e Paolo, quattro specilli, ed un cucchiaio. Parte di questi argentei cimelii è conservata nel museo sacro della biblioteca vaticana, parte è andata perduta. Vedi de Rossi, Bull, crisi. 1868, e. 35, il quale non dice donde egli abbia ottenuta questa informazione sugli scavi del tempo di Benedetto.

Singolare contingenza invero che i due più singolari ripostigli di domestica suppellettile, specialmente propria di refettorii, siano stati rinvenuti ambedue fra le rovine di xenodochi o ospizi di pellegrini, uno in quello dei Valerli sul Celio, l'altro in quello di Pammachio in Porto.

Le scoperte avvenute nella settima ed ultima campagna, in occasione della fabbrica dell'Ospizio per i convalescenti, eretta per lascito testamentario del conte Antonio Cerasi, sono state descritte dal Gatti in Bull. com. tomo XXX, a. 1902, p. 155.
Tale e tanta fu la ricchezza di questa dimora celimontana degli Aradii, che anche dopo sette devastazioni (410, 1554, 1561, 1653, Clemente X, 1711, Benedetto XIV) sono state trovate negli ultimi disterri tre erme marmoree infisse ancora al loro posto e collocate in modo simmetrico contro i colonnati dell'atrio!



OSPIZIO PER L'ADDOLORATA

I lavori per la realizzazione dell’Ospizio dell’Addolorata avevano portato, tra il 1902 e il 1905 al rinvenimento di una serie di vani arricchiti da fontane e giardini, tra cui un grande portico, un ninfeo in opera laterizia e un’aula rettangolare rivestita di lastre di marmo, verosimilmente pertinente alle terme della residenza.

A questo settore della casa appartenevano statue, colonne, basi e lamine bronzee già viste negli scavi precedenti. Ai materiali conservati nel Museo Nazionale Romano fanno riscontro i preziosi oggetti dispersi o confluiti in varie collezioni italiane, come il mosaico nilotico con pigmei (Museo di Napoli), la magnifica lucerna bronzea a forma di nave, dono di battesimo per Valerio Severo (Museo di Firenze) e il tesoro di argenterie con simboli cristiani (Biblioteca Apostolica Vaticana).

Gli scavi archeologici per la costruzione del nuovo Dipartimento di Oncoematologia hanno ora fatto emergere un ampio corridoio con mosaico pavimentale in bianco e nero e un giardino interno, entrambi affrescati.

Il corridoio, largo quasi 4 metri e conservato per circa 10, costituisce l’ampliamento di epoca medio-imperiale di un impianto precedente, databile fra l’età tardo-repubblicana e il regno di Augusto.

Contrasta piacevolmente con il rigore del pavimento musivo la vivace decorazione delle pareti che, al di sopra di uno zoccolo rosso, si articola in grandi riquadri bianchi con fregi vegetali, dove i personaggi al centro si alternano a svelte figurette di animali sui bordi, insieme con colonnine e candelabri. In alto si riconosce una zona a fondo bianco con figure entro prospetti architettonici sotto a un fregio in stucco dipinto con elementi geometrici e figure fantastiche.

Particolarmente interessante si rivela la parete di fondo del giardino, dove la decorazione con motivo a graticcio su fondo nero è vivacizzata dal verde intenso del fogliame e dai brillanti colori delle semicolonne e delle lesene, in cui predominano il rosso, il bianco e l’azzurro. Ancora "in sito", ollette di terracotta per le piante, i cui semi sono in via di identificazione.

Una distruzione volontaria, finalizzata alla radicale trasformazione dell’edificio, fece crollare al suolo il soffitto e la parte superiore delle pareti del corridoio. Infine, la realizzazione del padiglione ospedaliero, ai primi del Novecento, ha completamente distrutto gli strati più superficiali.

"Le testimonianze più significative provenienti dallo scavo archeologico, compresi gli affreschi e il mosaico del corridoio, di cui si prevede il distacco per ragioni di conservazione dovranno essere studiate, ricomposte per quanto possibile e presentate ai pubblico in una esposizione museale, che sarà allestita in spazi adeguati all’interno dello stesso Ospedale S. Giovanni-Addolorata, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica"



L'IDENTIFICAZIONE

Nel sito occupato ora dall'Ospedale dell' Addolorata, dove rimangono pavimenti, affreschi, lavori artistici, e 11 iscrizioni relative alla famiglia del IV sec., restò traccia del glorioso passato della villa nel nome dell’ospizio che sorse sul luogo, lo Xenodochium Valerii, «antenato» dell’attuale ospedale.

Nel 1554 il sito fu identificato, e nei primi scavi si ebbe certezza dell’appartenenza delle rovine alla dimora della Gens Valeria grazie al ritrovamento di incisioni in bronzo dedicate a Valerio Proculo e a una lanterna a forma di nave, ora agli Uffizi, con l’epigrafe «Dominus legem dat Valerio Severo», dono di battesimo per il padre di Piniano. Si pensava che il saccheggio dei Goti e poi gli scavi «di rapina»  del ’500 avessero cancellato per sempre la Domus Valerii. A fine ’800 lo storico Mariano Armellini era rassegnato: «Non può deplorarsi abbastanza  la perdita di un monumento così insigne, la cui storia collegasi ai fasti più splendidi di Roma». Invece quei fasti torneranno a rivivere, quando gli affreschi e il mosaico del corridoio verranno ricomposti ed esposti al pubblico in uno spazio ad hoc all’interno dell’ospedale.


Sepolcro  Valerii

Poco a nord del sito, nella villa Casali, furono trovate altre rovine e una base iscritta di Lucius Valerius Poplicola Maximus, console nel 232 o 253 d.c. (CIL vi. 1532; cf. 1531 ; Pros. iii. 376. 121)
Questo sito fu poi occupato dal tempio di Vica Pota (Liv. loc. cit.).
Il corpo di P. Valerius si dice sia stato bruciato in un sepolcro a spese dello stato (Dionys. v. 48; cf. Cic. de legg. ii. 58; Plut. Popl. 23; Quaest. Rom. 79), e frammenti di elogi di due membri della famiglia, M. Valerius Messala Niger, console nel 69 a.c.., e M. Valerius Messala Corvinus, console nel 31 a.c.., furono trovati nella basilica di Constantino, dove erano stati caricati dalla posizione originaria. (CIL i². pp. 190, 20 ; vi. 31618; EE iii. I-4).

MAUSOLEO DEI VALERII
Il sepolcro dei Valeri è posto sulla destra della via Latina, in laterizi a due piani risalente alla II metà del II sec. d.c., in buona parte ricostruito nell'elevato nell’800 per salvaguardarne gli intonaci e gli stucchi della camera sotterranea.

L’ingresso è sulla strada, separato da un recinto; delle due colonne all’ingresso quella sulla sinistra in marmo cipollino è originale; nei sotterranei a cui si accede attraverso due scale interne simmetriche si trovano due camere sepolcrali minori con volte a botte ed una principale un tempo rivestita di marmi e di cui si conservano gli splendidi stucchi sulla volta. Esternamente sulla destra delle altre stanze sepolcrali costruite in ampliamenti successivi, quando i preesistenti locali erano ormai pieni.

A fianco del sepolcro dei Valeri, sulla sinistra di questo, era una stazione di sosta (statio) per i viaggiatori.
All’ingresso dalla strada le basi di due colonne che probabilmente sorreggevano due statue e il selciato della strada che entra nell’area della stazione a realizzare un passo carrabile.

Sul fianco e sul retro del sepolcro sono state rinvenute due cisterne per l’acqua ed una piscina con pavimento in mosaico. Probabilmente gli stessi proprietari della stazione di sosta avevano dato in concessione l’uso del loro terreno per costruire il sepolcro e si occupavano della manutenzione dello stesso.  


Follia Saturnia

Ma appena s’accorse la cara consorte di Giove che ella era posseduta da tale peste e l’onore non bloccava la follia saturnia affronta Venere con tali parole:
Davvero enorme gloria e ricchi bottini riportate sia tu che il tuo fanciullo, grande e memorabile potenza, se una donna, da sola, fu vinta dall’inganno di due dei! Né proprio mi inganno che tu temendo le nostre mura abbia stimato sospette le case della grande Cartagine. Ma quale sarà la regola o dove adesso, con sì grave rivalità? Perché piuttosto non concludiamo eterna pace e nozze pattuite? Hai ciò che con tutto il cuore cercasti: brucia Didone amante ed ha tirato la follia fin al midollo. Guidiamo dunque questo comune popolo con uguali protezioni; possa servire a marito frigio e affidare alla tua destra i Tirii in dote.” 
Capì che le aveva parlato con mente ipocrita, per volgere il regno d’Italia alle spiagge libiche, così di rimando Venere rispose:

Chi pazza rifiuterebbe tali cose o preferirebbe contendere in guerra con te? Purché la sorte favorisca l’evento che tu ricordi. Ma sono mossa incerta per i fati, se Giove voglia che ci sia una sola città per i Tirii e gli esuli da Troia, o approvi che i popoli si mischiano o uniscano alleanze. Tu da consorte, per te è possibile pregando tentarne il cuore. Va’ avanti, seguirò”.
Allora così riprese la regale Giunone: “Per me sarà questo impegno. Ora in che modo si possa concludere quello che incombe, ascolta, ti insegnerò. Enea e insieme la molto infelice Didone si preparano ad andare a caccia nel bosco, quando il Sole di domani alzerà i primi inizi e ricoprirà di raggi il mondo. Su di essi io dall’alto rovescerò una oscurante nube, con mista grandine, mentre i battitori s’affannano e cingono le gole con la rete e muoverò tutto il cielo col tuono. Scapperanno i compagni e saranno coperti di opaca notte: Didone ed il capo troiano giungeranno alla stessa spelonca. Presenzierò, e se la tua volontà mi è garantita, li unirò si stabile unione e la dichiarerò sua. Qui ci sarà Imeneo.” Senza opporsi alla richiedente annuì e Citerea rise per gli inganni inventati.




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