CULTO DI MEFITE



RESTI DEL TEMPIO DI MEFITE A VASTOGIRARDI (IS) - ITALIA


Si pensa che la Dea Mefite fosse un'antichissima divinità, creata dalla fantasia degli uomini per essere protetti dai pericoli e le malattie. A questi Dei si dava lo stesso nome del male da cui ci si voleva riparare.

MEFITE DI CANTONI
La Mefite, come racconta Servio, era la Dea delle nocive evaporazioni dello zolfo, manifestazione piuttosto frequente data la natura vulcanica della penisola. Ma ciò non giustifica il culto di Mefite, culto diffuso specialmente nell'Italia centrale, per la semplice ragione che qui le acque sulfuree erano più frequenti.

Soprattutto c'è l'idea che il culto di Mefite in Roma potesse  addebitarsi alle evaporazioni che un un tempo intossicassero l'Esquilino, che era maleodorante a causa del cimitero che era lì sotto, ma oltre le mura Roma era tutto un cimitero e i morti sottoterra non puzzano, tanto più che in genere i romani praticavano l'incinerazione. E se può essere vero che l'Esquilino ospitasse cadaveri di famiglie povere, è ancor più vero che i morti dei poveri venivano bruciati nell'ustrinum.

In realtà Mefite è una divinità italica legata in generale alle acque, invocata quindi per la fertilità dei campi e per la fecondità femminile, perchè l'acqua è fonte di vita, ed il suo culto era diffuso in tutta l'Italia osco-sabellica, soprattutto nell'Italia centro meridionale e nelle zone abitate o frequentate dalle popolazioni sannitiche.

Resti di santuari o immagini o epigrafi riferite alla Dea si trovano ovunque: in Irpinia a Rocca San Felice, nella Valle d'Ansanto e a Casalbore, in Campania a Conza, in Lucania a Rossano di Vaglio e Grumentum, a Casalvieri (in località Pescarola), a Casalattico (in località San Nazzario), nella Valle di Canneto a Settefrati, al crocevia fra Molise, Lazio e Abruzzo.

Ma anche nell'Italia settentrionale, fuori dell'area osco-sabellica si trovano ancora i resti del suo culto: a Cremona e a Lodivecchio, presso Lodi. A Roma sono attestati un tempio ed un boschetto sacro a lei dedicati sull'Esquilino fin dal III sec. a.c. e altrettanto a Tivoli.

Le aree sacre dedicate alla Mefite erano situate in genere vicino alle acque fluviali o lacustri, ma anche a ridosso dei percorsi della transumanza, segno che la Dea proteggeva il bestiame.

All'origine era una Dea ctonia protettrice delle sorgenti, poi delle acque termali e quindi solfuree, connesse alla salute e alla guarigione. Forse il collegamento tra il culto di Mefite e le acque vulcaniche solforose è posteriore alla romanizzazione della penisola italiana,  forse era una ninfa delle sorgenti adorata dalle popolazioni osche  adorata come Dea dai Sanniti ma, con l'avvento dei romani, relegata alle acque sulfuree e alle acque stagnanti, lasciando il culto delle acque sorgive ad altre divinità romane.

Presiedendo al passaggio, riguardava un po' tutti gli altri passaggi, come quello del giorno e della notte, il caldo e il freddo, la nascita e la morte, nonchè il passaggio della transumanza. Con l'evolversi della sua religione, la Dea Mefite venne collegata ai benefici delle acque termali e solforose.



I SANTUARI

Per comprendere il culto della Mefite, occorre partire dai secoli XI-X a.c.., quando gli Oschi (o Osci o Ausoni), stanziati a sud dell'Umbria, con l'espansione Etrusca, unitamente alla crescita demografica degli Oschi, spinsero alcune tribù a muoversi lungo l'Appennino in direzione sud. Una parte degli Hirpini, giunse alle acque mefitiche e al culto della Mefite attorno cui stabilirono  villaggi, riunendosi poi tra loro per motivi difensivi e per eleggere i magistrati.

STIPE VOTIVA DEL SANTUARIO
DI MEFITE
Col passare dei secoli, la diffusione di racconti che riportavano prodigi e miracoli della Dea attrassero sempre più credenti verso la valle sacra alla Dea Mefite. Le venne così dedicato un Santuario, grati delle grazie ricevute e per chiedergliene ancora,, una specie di Lourdes con tanto di acque miracolose.

I resti del tempio, già individuati verso il 1780, vennero alla luce con gli scavi archeologici degli anni '50 e '60 e successivi, restituendo oggetti d'ambra, d'oro, argento e bronzo, statuette, ceramiche, monete ed ex-voto (es. mani e piedi votivi), armi in ferro e bronzo, vasellame, oggi visibili presso il Museo Irpino di Avellino. Testimonianza della cultura figurativa italica, dall'epoca sannitica, all'influsso ellenistico sino alle soglie della romanizzazione.

Il Santuario dovrebbe essere stato edificato verso il VII sec. a.c., come dimostrato dalle statuette in bronzo e in terracotta di "Marte stante", con caratteri arcaici e osci, e le Xoane, statuette lignee del VI-V sec. a.c. giunte integre per l'azione mineralizzatrice dei gas solforati sprigionati dalla Mefite. Presso il Museo Irpino sono custodite 16 Xoane, di cui la più grande (168 cm) è della Dea Mefite. Le statuine di terracotta della Dea che si ritrovano presso i luoghi votivi sono figure di donne, avvolte in ampi mantelli.

Il V ed il IV sec.a.c. furono il periodo di maggiore prosperità del Santuario, mentre dal III sec. a.c. iniziò la decadenza, vista l'esiguità dei reperti di questi periodi. Infatti gli Hirpini, alleati degli sconfitti Cartaginesi, vennero duramente puniti dai Romani vincitori. Nel 209 a.c., quando gli Hirpini si arresero, le guerre avevano impoverito e spopolato l'Hirpinia, il che spiega la decadenza del Santuario dedicato alla Mefite, abbandonato poi tra il II ed il III sec. d.c. con l'affermazione del Cristianesimo.


VALLE ANSANTO

Un fosso mortale avvolto da esalazioni gassose, è la Valle d’Ansanto, antico luogo di culto della Dea Mefite, in Irpinia, a pochi passi da Rocca San Felice, a 750 m di altezza, tra i fiumi Fredane e Ufita, anticamente con il nome di “Ampsanctus” e oggi con quello di Valle d’Ansanto. Le prime testimonianze di insediamento iniziano tra il VII e il III secolo a.c., intorno al lago d’Ansanto, luogo di culto della Dea Mefite.

Luogo di passaggio e di culto, dove ci si recava per venerare ed interrogare l'oracolo della grande Dea Mephitis, presso un laghetto grigio in eterna ebollizione, dove sbuffano velenosi soffioni sulfurei che ribollono tra vortici e gorghi.

Gli scavi condotti nella valle hanno portato alla luce la ricca stirpe votiva del santuario, che
ne prova l’esistenza almeno dal IV sec. a.c. Statue di terracotta e di legno, monete, oggetti d’oro, una collana di ambra con graffiti di volti umani e un frammento di terracotta, che reca una dedica incisa a “Mefite Aravina”, sono tuttora custoditi nelle sale del Museo Irpino.

Il sito "Ampsanctus" o" Ansactus" (oggi Valle d'Ansanto) venne celebrato da diversi autori latini, tra cui  Virgilio nell'Eneide:
"Est locus Italiae medio sub montibus altis,
nobilis et fama multis memoratus in oris,
Ampsancti valles...
Hic specus horrendum et saevi spiracula Ditis
Monstrantur, ruptoque ingens Acheronte vorago
Pestiferas aperit fauces."


"C'è nell'Italia centrale un luogo alle pendici di alti monti
di cui molto si parla per la nobile fama,le valli d'Ansanto...
Qui un orrendo speco e diversi spiragli di Dite
vengono mostrati, e una grande voragine dove inizia l'Acheronte
che spalanca le fauci pestifere."

La descrizione della Mefite fatta millenni fa da Virgilio è attualissima: egli parla di "specus orrendum" e di "pestiferas  fauces", fornendo una descrizione valida ancora oggi.

Infatti, il centro delle Valle d'Ansanto è occupato da un'area pianeggiante arida e desolata dal colore grigiastro con chiazze gialle di zolfo, priva di vegetazione. Sotto ad un dirupo, si trova il laghetto Mefite, caratterizzato dai gas che provengono dal sottosuolo, che a contatto con l'acqua superficiale, la fanno ribollire, originando esalazioni gassose, rumorose e tossiche, in quanto ricche di anidride carbonica ed acido solforico. Si osservano anche dei vortici  che inghiottono tutto ciò che vi si getta per restituirlo, talvolta, dopo tempo totalmente disidratato, come tanti oggetti antichi.

Avvicinarsi molto, specie se non si è controvento è estremamente pericoloso, e infatti ha causato la morte sia di persone che di animali. II laghetto, visitato ancora oggi da vari studiosi, ha un perimetro di circa 40 metri e una profondità non superiore ai due metri.


CONZA DELLA CAMPANIA E AQUILONIA

Due borghi, che dominano la Valle dell’Ofanto, ma anche due musei a cielo aperto. Un sentiero delimitato da uno steccato, tra rovi e piante di cicuta e cartelli con su scritto:

PERICOLO DI MORTE. Si scende tra sbuffi di vapore intermittenti, intorno al laghetto nessuna forma di vita e più in là sterpaglie giallo-ocra in contrasto con il verde della campagna. Qui i nostri antenati vivevano il loro rapporto religioso con la Morte.

Qui è stato ritrovato l'altare della Dea Mefite che si trova a Napoli nel Museo di Capodimonte. E non solo l'altare, ma anche un totem di legno, anfore, teste in terracotta e un piede, sempre in terracotta, di grande dimensione, appartenente forse ad una statua della Dea, probabilmente trafugata dai numerosi tombaroli che negli anni scorsi hanno setacciato il luogo.


SANTUARIO DI VAGLIO

Mefite la protettrice delle sorgenti e degli armenti, dei campi e della fecondità, divinità lucana per eccellenza,
infatti la Basilicata ne conserva le vestigia del culto nelle località di Vaglio e di Grumento. A Rossano di Vaglio, nel “Parco del santuario di Rossano“, è venuto alla luce il complesso sacrale e monumentale dove gli antichi lucani celebravano, tra il 350 a. c. e il I sec. d.c., la Dea Mefite.

Forse il culto  della Madonna di Rossano deriva da quello più antico della Dea Mefite, con un santuario rurale del VI sec., posto a monte della grande sorgente che alimentava il santuario della Dea Mefitis, vede annualmente le celebrazioni della sua icona sacra.

I Februalia, le festività a lei associate, coincidevano con i Lupercalia, ed erano dedicati al Dio Fauno e alla Dea Febris, e per questo motivo le tre divinità vennero in seguito spesso confuse.

Con l'avvento del Cristianesimo l'eco di tali culti sembra sopravvivere per giustapposizione nel culto di Santa Febronia, inizialmente venerata il 14 febbraio, poi slittata al 25 giugno.




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