MURA SERVIANE



MURA SERVIANE
Le prime difese di Roma erano un massiccio terrapieno costruito nelle zone più esposte della città, che collegavano le difese individuali dei colli, vale a dire il terreno scosceso. Livio racconta che fu Servio Tullio, nel VI secolo a.c., ad aggiungervi una cinta muraria di almeno 7 km, in grandi blocchi squadrati di tufo, con molte porte, all'esterno e tra un colle e l'altro, oggi per lo più scomparse, di cui si conservano solo la porta Esquilina e la Celimontana. Le Mura Serviane, secondo la tradizione, furono fatte costruire da Tarquinio Prisco, poi ampliate e dotate di un ampio fossato dal successore, Servio Tullio, dal quale presero il nome.

Queste mura durarono per circa un secolo e mezzo, finchè nel 390 a.c. i Galli le violarono mettendo a sacco l'Urbe. Dopo la partenza dei Galli vennero ricostruiti, dopo lungo consiglio, tutti gli edifici bruciati e vennero ricostruite le mura con le relative porte.

PIAZZA DEI CINQUECENTO (Stazione Termini)
Ultimate nel 378 a.c. le Mura Serviane vennero edificate imponendo un tributo alla cittadinanza, secondo le possibilità, tributo pagato di cuore dato che nel 390, quindi solo dodici anni prima, i Romani erano stati invasi dai Galli e l'unica zona che si era salvata era il Capitolium perchè protetto da mura.
La cinta muraria fu realizzata in Saxo Quadrato e con tufo di Grotta Oscura, probabilmente con l’ausilio di maestranze Siracusane.

Come già detto questa cinta di mura si apriva, probabilmente, una porta per ogni altura:
  • la Mugonia per il Palatino, 
  • la Saturnia (o Pandana) per il Campidoglio, 
  • la Viminalis, 
  • l'Oppia, 
  • la Cespia
  • la Querquetulana (Querquetulum era l'antico nome del Celio) 
  • la Collina (per il collis Quirinalis).
Esistono ancora reperti della fortificazione originaria, come i tratti di mura a piccoli blocchi di cappellaccio sull'Aventino e sul Campidoglio. Sul Quirinale e sull'Aventino invece la fortificazione doveva essere costituita da un più semplice terrapieno, alto cinque metri, ovvero l'agger descritto minuziosamente dalle fonti antiche ed oggi scomparso.

PERCORSO DELLE MURA SERVIANE

TESTIMONIANZE '800

Essendo stato compiuto in questi ultimi tempi il taglio di quella punta del monte Capitolino che domina la via di Marforio, si è avuta opportunità di esaminare a miglior agio l'avanzo delle mura Serviane quivi apparso sino dallo scorso gennaio. Questa scoperta riesce importante, perchè dai topografi non era ancora stato chiarito il problema se l'arce Capitolina avesse difese proprie e distinte da quelle della città Serviana, ovvero se le mura di Servio Tullio abbiano in certo modo assorbito e conglobato le opere più antiche di difesa del monte, almeno dalla parte che guarda e domina la pianura del Campo Marzio.

Il problema può considerarsi ora come risoluto: poiché i due tratti di muraglie, scoperti sul ciglio nord-est del monte in occasione dei lavori pel monumento nazionale a Vittorio Emanuele, corrispondono nella tecnica, nella qualità e misura dei massi, nel colore del tufo, e sepratutto nello sigle di cava aile costruzioni Serviane, delle quali si conoscono ormai ben 42 frammenti.
Nello stato attuale dei lavori non è possibile giudicare d'insieme sulla topografia dell'arce, ma si hanno però dati abbastanza sicuri per riconoscere il fatto che le primitive sue munizioni furono costruite con tufo a scorie negre, simili in tutto e per tutto al tufo delle mura antichissime Palatine.

Ora, mentre dalla parte interiore del monte, che guarda la valle del Foro, si ritrovano parecchi avanzi di queste cortine di tufo, conglomerato di pomici nere, (massime nell'orto dell' Aracoeli, in via dell'Arco di Settimio), dalla parte opposta, ossia lungo la linea delle mura Serviane, non si è scoperta traccia di simili costruzioni, coeve ai primi anni di Roma.
Quelle viste dal Ficoroni nelle scuderie del palazzo Caffarelli lunghe m. 25,42 alte m. 2,89 (cf Montagnani Mus. cai). I, 6); quelle scoperte nel novembre 1872 a mezzo della salita delle tre Pile (cf. Bull. com. I, 141) anche oggi visibili; e finalmente quelle scoperte presso lo spigolo settentrionale del convento dell'Aracoeli circa tre anni or sono, sono tutte di fattura serviana, e si collegano cogli scarpellamenti della rupe, eseguiti per aumento di difesa lungo la fronte delle mura della città.

II tratto ora scoperto misura m. 15,20 di lunghezza, e consta di quattro ordini di pietre.
L'infimo è appena visibile, sfiorando il suolo di pochi centimetri : il secondo consta di sette macigni messi per fianco, lunghi dai m. 1,40 ai m. 2,10: il terzo conta 17 pietre messe per testata. Nell'ultimo rimangono cinque soli massi tagliati di sbieco a piano inclinato. Le sei sigle sono tutte incise nelle testate dei massi del terzo ordine. Misurano m. 0,40 d'altezza.



MURA REPUBBLICANE

Le mura in tufo di cui vediamo oggi i resti, note come "mura serviane", sono in realtà la ricostruzione del periodo repubblicano lungo lo stesso tracciato, a rinforzo e spesso in sostituzione dell'antico agger, dopo il sacco di Roma del 390 a.c., sicuramente utilizzando anche le fortificazioni precedenti.

Secondo Livio furono costruite nel 378 a.c. dai censori Spurio Servilio Prisco e Quinto Clelio Siculo. Dopo il terrore e l'angoscia del saccheggio da parte dei Galli il 18 luglio 390 a.c., abbandonata l'idea del trasferimento dell'intera popolazione a Veio, si decise una rapida ricostruzione della città, talmente frettolosa e improvvisata che fu la causa principale del caos urbanistico dell'antica Roma.

SULL'AUDITORIUM DI MECENATE
Subito dopo iniziò la costruzione della cinta muraria, che durò oltre 25 anni e costituì il principale baluardo difensivo per sette secoli, sebbene con il tempo i confini si siano allargati e Roma per molti secoli non ebbe più bisogno di mura per difendersi.
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Il materiale utilizzato, come già detto, era tufo proveniente dalle cave di Grotta Oscura e in parte da quelle di Fidene, molto più consistente del cappellaccio in uso fino a poco tempo prima. D'altronde le cave di Grotta Oscura si trovano presso Veio, che fu conquistata nel 396 a.c., per cui prima di quella data non erano accessibili per Roma.
In base ad una valutazione sui reperti rimasti, sembra che per tutta la lunghezza delle mura sia stata usata la stessa tecnica: blocchi quasi regolari, alti fino a una sessantina di cm, disposti a file alterne di testa e di taglio. Il lavoro venne certamente svolto da diversi cantieri che procedevano contemporaneamente per tratti di 30-40 metri: i punti d'incontro dei lavori distinti di due cantieri non combaciano infatti perfettamente e erano di solito necessari interventi di aggiustamento.

I blocchi erano contrassegnati da marchi per controllare la realizzazione dei lavori, spesso con caratteri alfabetici greci. Infatti le maestranze, o almeno gli architetti, provenivano in buona parte dall'alleata Siracusa, nella Magna Grecia dominata da Dionigi il Vecchio, che aveva realizzato egregiamente nella fortificazione della sua città.

Le mura si estendevano per circa 11 km, mentre qurlla del VI sec. era di 7 km, segno che l'urbe si era ingrandita, includendo circa 426 ettari. Il Campidoglio aveva già la sua fortificazione propria, l'arx capitolina, a cui vennero collegati Quirinale, Viminale, Esquilino, Celio, Palatino, Aventino e parte del Foro Boario, usando anche le difese naturali dei colli.

VIA S. ANSELMO
Nel tratto pianeggiante lungo poco più di un chilometro, tra Quirinale ed Esquilino, furono rafforzate con un agger, cioè un terrapieno largo più di 30 metri. La cinta romana era all'epoca una della delle più grandi in Italia e forse dell'intero Mediterraneo.

In alcuni tratti le mura erano ulteriormente protette da un fossato largo mediamente più di 30 metri e profondo 9. Erano alte circa 10 metri e spesse circa 4 e, secondo alcune testimonianze, avevano 12 porte, sebbene in realtà se ne conoscano in numero maggiore. Furono restaurate in vari periodi: 353, 217, 212 e 87 a.c.

Le porte delle mura serviane non erano monumentali, come dimostrano i pochi resti ritrovati, ma erano limitate alla funzione di protezione e di passaggio. Col tempo Roma si ingrandì oltre la cinta muraria, con interi quartieri che Augusto suddivise in XIV Regiones, in quest'epoca si procedette alla monumentalizzazione e abbellimento delle porte e alcune vennero poi trasformate in archi. Il ruolo difensivo delle mura serviane era ormai completamente scaduto, le porte vennero monumentalizzate o ridotte a semplici accessi stradali, come Porta Celimontana o Porta Esquilina, finchè nel III secolo, quando ci fu il rischio di attacchi delle tribù barbare, l'imperatore Aureliano fu costretto a costruire una nuova cinta muraria per proteggerla: le Mura aureliane.


A. NIBBY

"Di Publicola narra Plutarco sul fine della sua vita, che venne sepolto presso la Velia, parte del Palatino sovrastante al Foro, e che ivi fu concesso ancora a' suoi posteri la sepoltura. Ma a' tempi di Plutarco, cioè verso 1' epoca di Traiano, i discendenti di Valerio mentre usavano del diritto, seguivano la legge, e si contentavano solo di cominciare ad accendere con una face il rogo, e poi la spegnevano, mostrando di avere il diritto di ardere ivi il cadavere, che poi trasportavano alla sepoltura di Cajo Poblicio Bibulo non abbiamo memoria, che questa distinzione si grande ottenesse; poiché ne alcuno Scrittore antico lo afferma , né si dice nella iscrizione, dove soltanto fassi menzione, che per suo onore, e per le sue virtù, il Senato con decreto, ed il popolo con ordinanza gli aveano dato un luogo nel quale egli ed i suoi discendenti doveano essere sepolti. 

E ci giova riportare qui per intiero la iscrizione ancora esistente onde meglio conoscerne il senso. Le mura ricominciassero sotto la rupe el Campidoglio avanti al sepolcro di Bibulo , e per questa ragione crediamo , che esse passassero fra il sepolcro , e queli' avanzo di fabbrica vasta di opera laterizia, che s'incontra poco dopo il sepolcro stesso sulla salita di Marforio a sinistra, andando verso il foro Romano. Di là scendendo nella gola, che divideva il Quirinale dal Campidoglio, e che vedemmo essere stata molto più angusta avanti il tempo di Trajano, salivano suill'erto del Quirinale, e ne seguivano pienamente i rivolgimenti fin verso la porta Collina, dove cominciava l'aggere. 

E di tutto il recinto di Servio, il solo avanzo, che ci rimane, incontrasi in questo tratto, a pie del casino di vigna Barberini poco di là dalla chiesa della Vittoria , dove coperto dalla terra, e dagli spini si vede ancora un pezzo di muro di pietre quadrate messe insieme senza calce. Circa l'aggere poi, sul principio del quale, al dire di Dionisio, e Strabone, era la porta Collina, non sono di accordo i due autori citati, uno dei quali, cioè Dionisio, gli dà sette stadj, ossia ottocento settantacinque  passi geometrici di lunghezza e l'altro glie ne dà sei, cioè settecento cinquanta passi, ma siccome questa opera di Servio esiste ancora, perciò se ne può tracciare la pianta dal principio al fine, malgrado le rivoluzioni, che ha dovuto soffrire nel corso di quasi ventiquattro secoli onde si può conoscere quale de' due scrittori sia stato più esatto nelle misure. 

L' opera preparatoria dell' aggere comincia poco dopo il casino della vigna Barberini, e prosiegue sulle sostruzioni de' giardini di Sallustio fino all'incontro alla porta Salaria, dove l' aggere stesso incomincia, e. continua fino di là da S. Maria Maggiore all'arco di Gallieno dove finisce: sembra però dalle misure date dai due scrittori menzionati di sopra, che essi non considerassero come aggere, che l' aggere stesso, senza calcolare, per cosi dire, l'opera preparatoria, o la fortificazione, che avea principio presso il casino della vigna Barberini. Imperciocché dal casino di questa vigna alla estremità dell' aggere presso l'arco di Gallieno, vi sono passi geometrici mille cento, cioè stadj otto, e cento passi geometrici, che è lo stesso, che nove stadj meno venticinque passi. 

Ma dall' arco di Gallieno andando per l'aggere verso la porta Salaria, si contano appunto 875 passi, o 7 stadi fino al principio dell' aggere stesso incontro la porta Salaria, e per conseguenza è da credersi, che Dionisio sia più esatto di Strabone, e che i passi 225, che vi sono di opera preparatoria fino al casino di vigna Barberini, debbano considerarsi come non calcolati. Le mura continuavano in tal guisa dall'angolo incontro la porla Salaria in linea retta per la vigna de' Certosini, la villa Negroni, fin quasi incontro a S. Maria Maggiore, dove l'aggere comincia a torcere verso l'arco di Gallieno per meglio chiudere la parte più esposta di Roma, e portare le mura a raggiungere più presto la vetta dell' Esquilino, sulla quale sono ora le sette Sale. 

Circa poi la forma, e l'uso dell' aggere, abbiamo di già riportato i passi di Dionisio, e Strabone, che più di ogni scrittore Romano ne parlano, e perciò stimiamo importuno ripetere ciò che essi scrivono. Le mura continuavano in tal guisa fino all'angolo del monte, che domina la chiesa de' SS. Pietro, e Marcellino, dove scendevano nella valle, e risalivano tosto sul Celio, lasciando fuori la Basilica, ed il Battisterio Lateranense, esse passavano poco più, poco meno dove oggi sono gli ospedali, e lasciando fuori la strada, che da S. Giovanni conduce a S. Sisto, seguivano la direzione del Celio stesso ancora molto riconoscibile, e che è quasi parallelo alla strada stessa fino dove la Marrana imbocca in Roma. 

Di là seguendo la rupe dello stesso colle dove è la villa Maltei, presso 1' angolo che domina la strada odierna, che conduce a porta S. Sebastiano, scendevano a chiudere la gola fra il Celio , e l'Aventino, e risalendo dove si erge la chiesa di S. Balbina, e cingendo quella parte dell'Aventino, scendevano verso il quadrivio di S. Sabba, e S. Prisca, e salivano quindi all'altra sommità dell' Aventino, ossia all' Aventino propriamente detto, e seguendone le inegualità, andavano a raggiungere il Tevere nelle vicinanze del ponte Sublicio, che ancora conserva le sue vestigia, e per conseguenza fra la odierna Salara, e la strada, che conduce al Priorato da Marmorata. 

Dall' altra parte del Tevere abbiamo di già veduto quale fosse il loro giro, dove si parlò della misura delle mura di Servio, e dove fu pure discorso dell'Arcus Janìculensis di Anco Marzio. Queste mura, da Servio fino ai tempi di Dionisio, non soffrirono alcun cambiamento nella grandezza, affermandolo quello scrittore in chiari termini. Più oltre non si estese la edificazione della città, non permettendolo siccome dicono: tutti i sobborghi però d'intorno alla città sono abitati e questi sono molti e grandi ma scoperti e senza mura, e facili ad essere presi in una scorreria di nemici. Che se alcuno vedendo questi volesse calcolare la grandezza di Roma sarà di necessità indotto in errore e non avrà alcun segno certo da distinguere fin dove la città si estende, e dove comincia a non essere più città: così la campagna si unisce alla città, e dà agli spettatori l'idea di una città, che si estende all'infinito. 

Se però si vorrà misurare dal muro (difficile in verità a ritrovarsi per le abitazioni che da molte parti lo circondano, ma che tuttavia conserva in molti luoghi qualche vestigio dell'antica costruzione), secondo il recinto, che circonda la città di Atene, quello di Roma non parrà di gran lunga maggiore.
Tale è il quadro lasciatoci da Dionisio della estensione di Roma a' suoi giorni, cioè a' tempi di Augusto, e sembra, che più apertamente non potesse dichiarare, che la città, dopo Servio Tullio, altri accrescimenti non avea avuto, quantunque di molto si estendesse fuori delle mura. 

E con Dionisio va pure d' accordo Strabone, il quale nel descrivere il Campo Marzio, e gli edifci che lo decoravano, lo mostra fuori di Roma ma nello stesso tempo dice, che nel vedere siffatte magnificenze, uno potrebbe credere la città stessa non essere, che un accessorio: e di questo scrittore giova qui riportare le parole dove tratta di queste Capo III. magnificenze: vicino a questo campo (parla del Marzio) havvene un altro con numerosi portici intorno e boschi sacri e tre teatri ed un anfiteatro, e templi sontuosi, che sembrerebbe fuori di luogo mostrare il resto della città.

Con questi scrittori va pure d'accordo Plinio, dal quale si mostra la città molto abitata fuori del recinto. Qui però è luogo trattare del Pomerio, recinto sacro, che sovente con quello delle mura dai moderni è confuso: e siccome Festo  racconta, che Silla tentò di ampliarlo, e Gellio afferma che fu realmente ampliato da Cesare, e da Augusto, e da altri, perciò si conchiuse che Silla, Cesare, Augusto, ed altri variarono le mura di Servio, ed ampliarono il recinto di Roma, contro l'autorità espressa di Dionisio da noi riportata di sopra.

Per la qual cosa stimiamo necessario determinare in questo luogo quale fosse il Pomerio, onde conoscere la differenza, che passava fra esso e le mura. Nella quale questione Gellio sovra ogni altro Scrittore, ci servirà di scorta, il quale in questa guisa si esprime, che il Pomerio altra cosa fosse che le mura, e che si poteva ampliare, senza toccare le mura stesse, e per conseguenza Silla, e Cesare, ed Augusto, e gli altri tutti, che si citano di aver dilatato il Pomerio non toccarono le mura, siccome afferma Dionisio per impedimento religioso. 

Quindi è che Anco Marzio, il quale vedemmo di sopra avere rinchiuso entro le mura l'Aventino non distese il Pomerio da quella parte, probabilmente al dire di Messala citato da Gellio. Imperciocché essendo il Pomerio quel sacro recinto determinato dalla religione, e distinto con pietre terminali, che noi diciamo cippi, dentro il quale gli auguri prendevano gli auspici, ed essendo l'Aventino ivi, la differenza fra il Pomerio e le mura più chiaro d' ogni altro è il testo di Vopisco riportato di sopra, dove si vede  che Aureliano, che pur fece una grande ampliazione alle mura non toccò dapprincipio il Pomerio se non dopo la conquista di Palmira. In tal caso si vede che potevansi toccare le mura senza ampliare i limiti del Pomerio, e viceversa potevasi ampliare il Pomerio, come fecero Cesare, Augusto, Claudio, Nerone, Vespasiano e Traiano, senza toccare le mura."




LE PORTE

Col tempo le porte serviane aumentarono insieme al traffico e al commercio cittadino, procedendo dal Campidoglio in senso orario, erano:
PORTA SANQUALIS
  • Porta Fontinalis: davanti al Museo del Risorgimento, sul lato sinistro guardando l'Altare della Patria (secondo alcuni l'antica Porta Ratumena)
  • Porta Sanqualis: i resti in Piazza Magnanapoli, nell'aiuola centrale
  • Porta Salutaris: in via della Dataria
  • Porta Quirinalis: in Via delle Quattro Fontane
  • Porta Collina: i resti, all'incrocio tra via Goito e via XX settembre, furono demoliti durante la costruzione della sede del Ministero delle Finanze
  • Porta Viminalis: in Piazza dei Cinquecento
  • Porta Esquilina: trasformata prima da Augusto e poi nell'Arco di Gallieno
  • Porta Celimontana: poi Arco di Dolabella, vicino a Santa Maria in Domnica
  • Porta Querquetulana: vicino alla Basilica di San Clemente
  • Porta Capena: tra il Circo Massimo e via delle Terme di Caracalla
  • Porta Naevia: tra le basiliche di San Saba e Santa Balbina all'Aventino
  • Porta Raudusculana: in piazza Albania
  • Porta Lavernalis: sotto la chiesa di Sant'Anselmo
  • Porta Trigemina: alla base dell'Aventino, verso il Foro Boario
  • Porta Triumphalis: nell'area di Sant'Omobono
  • Porta Carmentalis: presso l'Anagrafe
  • Porta Flumentana: tra il Tempio di Portuno ed il TeverePorta Catularia: alla base della scalinata del Campidoglio, risalente ad un rifacimento successivo della cinta serviana.


IL PERCORSO

Il Campidoglio, incluso nelle mura, aveva due porte, la porta Fontinalis e la porta Catularia, situata al termine della scalinata dei Centum Gradus, la scalinata che scendeva dalla Rupe Tarpea. 

VIA SALANDRA
Seguendo la sella tra Campidoglio e Quirinale, le mura salivano a largo Magnanapoli, dove il muro al centro dell'aiuola appartiene al contrafforte della porta Sanqualis. Ma nell'atrio del palazzo storico dirimpetto allo spartitraffico, Palazzo Antonelli, al civico 157, che ora ospita uffici della Banca d'Italia, c'è la Porta Sanqualis, incorporata nell'edificio probabilmente nello stesso punto in cui sorgeva. Altri piccoli frammenti di età romana sono esposti nel medesimo atrio, e nell'adiacente cortile.
Seguendo il percorso dell'odierna via XXIV Maggio raggiungeva la Dataria, dove si apriva la porta Salutaris, mentre all'altezza di via delle Quattro Fontane, dalla parte di piazza Barberini, si apriva la porta Quirinalis. 

Con un percorso parallelo a via XX Settembre la cinta raggiungeva il largo di S.Susanna dopo aver piegato bruscamente a nord e proseguiva costeggiando le attuali via di S.Nicola da Tolentino-Via Carducci-Via Salandra: proprio qui si era conservato integro nei secoli un bel tratto di mura di circa 32 metri, finché nel 1909, per l'apertura di via Carducci, se ne demolì barbaramente una porzione di circa 9 metri, lasciando due miseri tronconi separati. 

VIA CARLO ALBERTO
Costeggiando l'odierna via Sallustiana le mura raggiungevano piazza Sallustio e proseguivano fino all'incrocio tra via XX Settembre e via Goito, dove si apriva la porta Collina. Qualche blocco appartenente alle mura lo si può vedere anche nei Musei Capitolini, lungo il passaggio sotterraneo che collega Palazzo dei Conservatori e Palazzo Nuovo, cioè i due edifici sui lati opposti della piazza. Il frammento è inserito poco sotto il soffitto, alla base della rampa di scale che conduce a Palazzo Nuovo.

Da qui aveva inizio il tratto più potentemente fortificato della cinta, noto come Agger, a proteggere il lato più debole della città, interamente pianeggiante. La lunghezza dell'Agger è di 1.300 m, con un fossato largo 36 e profondo 17. Al fossato seguiva un muro alto circa 10 metri, al quale si appoggiava sul lato interno il terrapieno. Quest'ultimo era sostenuto a sua volta da un muro di controscarpa, distante 30-40 m in media da quello di facciata. 

Con un percorso corrispondente alle attuali via Cernaia, via Macao, via Calatafimi e via Volturno, l'Agger raggiungeva piazza dei Cinquecento dove si apriva la porta Viminalis. Il tratto di mura in corrispondenza di Piazza dei Cinquecento era sotterrato e venne purtroppo sbancato nel 1869-70. Tracce sotterranee delle mura sono visibili anche presso la stazione Repubblica della metropolitana, non lontana da Termini, lungo uno dei corridoi di uscita, ma nulla è rimasto a livello del terreno.

VIA SAN MARTINO AI MONTI
Proseguendo per le vie Giolitti-Cattaneo- piazza M.Fanti-Napoleone III- Carlo Alberto, l'Agger terminava nei pressi di piazza Vittorio Emanuele II, dove si apriva la porta Esquilina. Lungo via Carlo Alberto, si riconosce facilmente un altro piccolo frammento delle mura, dove i suoi grossi blocchi ora sporgono da un palazzo, sorretti da un supporto di mattoni.

Un tratto di muro lungo una ventina di metri, in opus quadratum di tufo, assai simile agli altri descritti ma integrato con mattoni, si trova lungo uno dei lati della chiesa di San Martino ai Monti, un interessante esempio di riutilizzo in età imperiale dell'ormai inservibile muro repubblicano.
Infatti sopra di esso sorge l'antichissima chiesa di San Martino ai Monti, fondata nel IV sec. ed edificata in uno dei punti più scoscesi di Roma, la sommità del Fagutale (una delle tre cime del colle Esquilino), tale da richiedere un piano su cui poggiare. I blocchi da cui è formato sono quelli del muro serviano, ma a differenza del tradizionale opus quadratum, realizzato secondo la tecnica del muro a secco, questi sono legati da una grossolana malta, testimoniando l'appartenenza ad un'epoca successiva.

VIA S. ANSELMO
Successivamente il percorso delle mura diventa meno certo: esse si ritrovano ancora in piazza Leopardi dove una traccia del muro si individua presso il cosiddetto Auditorium di Mecenate, resti del ninfeo della villa del celebre diplomatico vissuto nel I sec. a.c., situato al di sotto dell'attuale livello stradale, e protetto da una costruzione in mattoni che ricopre il sito.
In origine il muro passava proprio per questo punto, ma già al tempo in cui fu edificata la villa, la struttura difensiva era con ogni probabilità caduta in disuso. Ne rimangono alcuni blocchi, sporgenti da un lato della copertura moderna. La cinta, qui sparita, doveva seguire il Colle Oppio, scendendo nella valle tra questo ed il Celio, per poi inerpicarsi su quest'ultimo.

Vicino alla chiesa dei SS. Quattro Coronati doveva aprirsi la porta Querquetulana mentre alla fine dell'attuale via di S.Stefano Rotondo si apriva la porta Caelimontana. 

Scendendo dal colle nel punto dove pressappoco oggi è situata la chiesa di S.Gregorio Magno, le mura traversavano la valle tra il Celio e l' Aventino nell'odierna piazza di Porta Capena dove si apriva  porta Capena. 

NEI MUSEI CAPITOLINI
La cinta inglobava così il Piccolo Aventino ricalcando il viale G.Baccelli fino a giungere all'altezza di largo Fioritto dove si apriva la porta Naevia, dalla quale originariamente usciva la via Ardeatina; quindi, con un andamento curvilineo, le mura giungevano a piazza Albania, dove, più o meno nel mezzo di viale Aventino, si apriva la porta Raudusculana. 

La cinta saliva verso la sommità del Grande Aventino lungo via di S.Anselmo con resti importanti delle mura, fino alla porta Lavernalis, situata sull'omonima via. I grandiosi resti delle mura prossime all'antica porta Raudusculana, all'angolo tra viale M.Gelsomini e via di S.Anselmo, constano di 15 filari di tufi per una lunghezza di 42 ed un'altezza di 8 m e presenta solo il paramento in blocchi di tufo, mentre il nucleo è in opera cementizia. L'arco che si apre nel muro, sopra l'ottavo filare, è un'apertura per camera balistica.
Dalla tecnica di costruzione si rileva che è un settore ricostruito in epoca tardo-repubblicana, probabilmente nell'87 a.c. Nel proseguimento delle mura lungo via di S.Anselmo che salivano verso il colle Aventino fino alle sue pendici meridionali, dove si apriva la porta Lavernalis, vi sono 12 filari di tufi per una lunghezza di 43 ed un'altezza di 7 m.


NELLA METROPOLITANA
Le mura proseguivano includendo il territorio attualmente occupato dalla chiesa di S.Anselmo e dal complesso dell' Ordine dei Cavalieri di Malta, seguendo il percorso medioevale delle mura della Rocca dei Savelli e scendevano al Tevere con il percorso sul clivo di Rocca Savella. 

Esiste ora una teoria secondo la quale il lato della città rivolto verso il fiume non sarebbe stato chiuso da mura, se non per due tratti distinti, perpendicolari al Tevere, che univano questo all' Aventino ed al Campidoglio.

Questa teoria è confermata da uno scritto di Livio, ma fu modificata successivamente da un braccio di muro parallelo al fiume, con la porta Trigemina situata nelle immediate vicinanze della chiesa di S.Maria in Cosmedin, la porta Flumentana nell'area del tempio di Portunus e la porta Carmentalis situata presso l' Area Sacra di S.Omobono, a concludere la cinta muraria.





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